Capitolo quarto

L'IDENTITÀ DEL CRISTIANO

 

Nel capitolo precedente, pensando alla formazione, ho parlato dei valori in modo generico. Quasi mai ne ho chiamato qualcuno per nome. E quando c'era da scegliere, mi sono preoccupato soprattutto di invitare al silenzio dell'interiorità, facendo persino un po' di polemica con quelli che invece preferiscono partire con lunghi elenchi di valori e di disvalori.

L'ho fatto apposta. Sono convinto che in questo orientamento stia uno dei punti nodali del processo formativo per l'oggi.

Non voglio però avallare il sospetto che tutti i valori vadano bene. L'invito a vivere nello stile del «buon samaritano» è certamente una proposta esigente di valori.

A questo punto è necessario far diventare più chiaro quello che sembrava detto solo sottovoce. Penso quindi alla formazione con un orientamento preciso verso la maturazione del cristiano adulto. 

 

1. IL RIFERIMENTO ALL'EVENTO DI GESÙ CRISTO

 

Molte istituzioni economiche spendono capitali per professionalizzare. Per esse la formazione coincide con le competenze professionali. Una persona risulta formata quando può dimostrare di essere competente all'esercizio della professione che gli è affidata. In questo caso, tutti gli sforzi sono tesi a far acquisire determinate abilità: un modo di vivere, di agire e di programmare. Non interessano molto le convinzioni che stanno a monte. E non serve davvero l'entusiasmo con cui si fanno le cose. Quello che conta è ciò che si fa e il modo corretto di farlo.

Spesso, anche la formazione dei cristiani ha preso questo ritmo. Sapevamo bene quello che andava fatto e quello che andava evitato. Così, giocando la carta del castigo e quella del premio promesso, l'adulto cristiano imparava ad essere coerente.

La prospettiva verso cui a me piace orientare la formazione del cristiano adulto è molto diversa. Essa si fonda su una esigenza costitutiva: ogni decisione della nostra vita si misura e si radica con l'evento di Gesù, confessato nella fede come il Signore della storia personale e collettiva. Solo chi colloca la sua persona e il suo messaggio al centro della esistenza quotidiana può essere riconosciuto come cristiano. Tutto il resto, certamente importante, fiorisce come esito spontaneo e successivo di questa decisione radicale.

 

1.1. Gesù Cristo al centro dell'esistenza 

Ogni ricerca sul «cristiano adulto» parte e arriva a un esplicito e impegnativo riferimento a Gesù Cristo. Solo in lui, immersi come lui nel mistero santo di Dio, possiamo camminare veramente e pienamente «a testa dritta». Solo in lui siamo e diventiamo veramente adulti, capaci di non temere più neppure la morte.

I valori non sono prima di tutto dei principi etici né tanto meno una specie di filosofia della vita, a cui attingere risposte a tutte le domande. E neppure sono proposizioni da conoscere e da ripetere. I valori sono una persona: Gesù di Nazaret, che confessiamo il Signore della vita e della storia. Gesù ci propone un messaggio sulla vita e sul suo senso. La Chiesa oggi lo ricorda e lo ripropone nel suo nome. Ma messaggio evangelico e testimonianza ecclesiale sono sempre il volto, la parola, la vita e la persona di Gesù di Nazaret.

Viviamo in Gesù quando il nostro modo di vivere, di pensare e di agire si riferisce a lui, in modo pieno e definitivo: vediamo la storia secondo il pensiero di Gesù, giudichiamo gli avvenimenti della vita come ha fatto lui, scegliamo e amiamo come lui, viviamo con lui in comunione con il Padre e lo Spirito Santo.

Questo è quello che conta e che ogni giorno cerchiamo di consolidare ed esprimere sul ritmo della vita quotidiana: nello studio, nell'amore, nel gioco, nel lavoro, nell'impegno sociale e politico.

 

1.2. L'esperienza di fede 

La tradizione ecclesiale chiama questo stile di esistenza con una espressione, ricca e impegnativa: l'esperienza di fede.

Qualche volta i cristiani si sono lasciati tentare dall'idea che la fede rappresenti un pacchetto di valori e significati per la vita, già confezionato e pronto all'uso, a cui attingere per risolvere tutti i problemi dell'esistenza. Non è di certo questo il modello che intendo richiamare mettendo l'esperienza di fede al centro del processo formativo.

Il riferimento a Gesù, alla sua persona e al suo messaggio non può essere considerato un'alternativa ai valori che stimiamo importanti per dire la nostra personalità e neppure è la soluzione a tutti i problemi, come se bastasse affidarci all'esperienza religiosa, rinunciando a ogni ricerca e interesse, espresso in libertà e responsabilità.

L'esperienza di fede è invece l'acquisizione di significati globali della propria esistenza e di un progetto, impegnativo e affascinante. Essa è l'esperienza di un senso, donato e accolto, che fonda la speranza.

L'avventura dell'amore che lega due persone spiega bene cosa vuol dire tutto questo. Ognuno dei due innamorati ha una sua storia, intessuta di avvenimenti che altri conoscono e giudicano. Molti possono ricordare particolari, positivi o negativi, della loro vita. Essi sanno tutto questo reciprocamente e non lo dimenticano. L'amore però suggerisce uno sguardo sulla persona amata, inedito e specialissimo. Dà un senso nuovo e originale al senso che le cose già possiedono spontaneamente.

L'incontro con Gesù e l'orientamento di vita che scaturisce da questo incontro diventano quell'esperienza centrale dell'esistenza che assicura un punto di unificazione della personalità e il criterio per ogni scelta e decisione. L'esito è quel modo di vivere da uomini e donne maturi che scopriamo nei grandi cristiani e in tanti nostri amici che li stanno imitando: sono persone affascinanti, ricche di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all'amore, anche se ci piace scoprirli con la nostra stessa faccia, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze che abbiamo anche noi ogni giorno.

 

1.3. Una crescita in consapevolezza 

Un quadro con queste tinte... potrebbe spaventare. La meta è tanto alta, impegnativa e difficile che viene la voglia di arrendersi prima ancora di mettersi in cammino.

È vero; ma non è tutto.

L'incontro con Gesù e l'esperienza di fede hanno una logica tutta speciale. Assomigliano al piccolo seme che cresce in albero grande, passo dopo passo, quasi per una forza che si porta dentro. Lo dobbiamo scoprire, per viverci dentro felici.

Mi spiego un po' meglio, evocando qualche momento della nostra esistenza quotidiana.

Quando uno eredita un grosso capitale o vince una lotteria miliardaria prende i suoi soldi, li porta in una banca e poi... vive di rendita. Finché il suo gruzzolo è saldo e abbondante, si crogiuola nel sicuro. Il rapporto con il capitale depositato è di dipendenza: per risolvere i problemi che oggi incontro mi rifaccio a questo evento del passato.

Non è davvero così nei confronti di Gesù Cristo e del dono di vita che egli ci offre.

L'incontro con Gesù e la decisione di costituire in lui il fondamento radicale della nostra esistenza è un avvenimento che si ripete continuamente nella nostra vita.

I primi passi sono segnati da entusiasmo. La nostra decisione per Gesù si appoggia a quella degli altri, a un'avventura vissuta che ci ha sconvolto e affascinato. Siamo in un ambito dove le cose che contano restano molto implicite.

Un po' per volta, l'entusiasmo deve trasformarsi in consapevolezza riflessa, l'implicito diventa esplicito e tematizzato, la scelta si fa matura e responsabile.

Il bambino vive e basta, tutto sprofondato nella fiducia indiscussa nei suoi genitori. L'adulto vuole sapere e vuole decidere. Ha bisogno di conoscere e di riconoscere. Proprio a partire dal riconoscimento di quello in cui siamo intimamente costituiti, nasce l'impegno e la responsabilità di allargarne la consapevolezza.

Il riferimento esplicito a Gesù Cristo porta così all'incontro con la comunità, che è segno e iniziale realizzazione della sua salvezza, la Chiesa. La confessione di Gesù Cristo e l'accoglienza della Chiesa esprimono, in modo tematico, il radicale orientamento di vita per la salvezza. 

 

2. UN'IDENTITÀ RADICATA NELL'AFFIDAMENTO

 

A questo punto ritorna in questione tutto quello che ho scritto nel capitolo precedente a proposito di stabilizzazione dell'identità personale.

Il processo formativo che fa crescere come cristiani adulti riguarda, per forza, l'identità. Non posso immaginare davvero che nella formazione ci siano due strade, da percorrere a ondate successive: una di esse dovrebbe riguardare l'identità e l'altra la fede. Al contrario, l'identità personale va espressa e consolidata facendo riferimento esplicito e continuo a Gesù di Nazaret e al suo progetto di vita. Ce lo presenta oggi la comunità ecclesiale nella parola autorevole del papa, dei vescovi e dei sacerdoti. Ce la comunicano tanti nostri fratelli che hanno preso sul serio la proposta affascinante di Gesù.

Nel capitolo precedente, parlando di stabilizzazione dell'identità, avevo criticato sia i modelli troppo forti e sicuri che quelli deboli e rassegnati. La via dell'interiorità ci ha aiutato a trovare un tipo di stabilità, vivibile in un tempo di complessità.

Questo modo di essere, qualificante per chi vuole diventare adulto, è sufficiente per chi ha intenzione di essere un «cristiano adulto»?

La domanda può essere espressa anche nella formula che ho messo come titolo del capitolo: qual è l'identità di un cristiano?

Confesso che non è facile rispondere, perché i punti di vista sono molti e molto diversi.

Ne ho maturato uno e lo propongo, almeno per sollecitare ad un confronto serio con esso. Come è capitato tante volte lungo le pagine del mio libro, invito prima di tutto alla meditazione del Vangelo.

 

2.1. Due modi diversi di essere uomini e donne 

Gesù ci ha raccontato una bellissima storia per mettere davanti alla nostra esistenza due modi molto differenti di essere uomini e donne.

«Una volta c'erano due uomini: uno era fariseo e l'altro era esattore delle tasse. Un giorno salirono al tempio per pregare.

Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri. Io sono diverso anche da quell'esattore delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana e offro al tempio la decima parte di quello che guadagno".

L'agente delle tasse invece si fermò indietro e non voleva neppure alzare lo sguardo al cielo. Anzi si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me: sono un povero peccatore!"» (Lc 18,9-14).

Il fariseo e l'esattore delle tasse esprimono due stili di vita molto diversi.

Il fariseo batte la strada dell'impegno, duro e deciso. E gioca la sua esistenza in questo sforzo disperato. È convinto finalmente di esserci riuscito. La sua preghiera è un inno alla potenza della sua buona volontà. Prega per dire a sé e a Dio che ormai non ha più nessun bisogno di pregare. Grida con arroganza la sua autosufficienza. Egli è l'uomo che ce la mette tutta nel tentativo di essere bravo e coerente, come la legge gli suggerisce. In fondo, tutta la sua buona volontà è giustificata dalla voglia di autoaffermazione e dalla pretesa di autosufficienza.

Molto diverso è il povero esattore delle tasse. Prigioniero dell'esperienza del suo limite, scopre che la ragione decisiva della sua esistenza e il fondamento della sua felicità è in un oltre da invocare e da accogliere.

Come molti di noi, sa di procedere tra entusiasmi e incertezze, in un progetto sognato e mai realizzato. Si scopre capace di perseguire una qualità diversa di vita, anche se constata di restare ancora prigioniero di molti tradimenti.

Dal profondo della sua verità, sofferta e scoperta, alza al Signore il grido della sua vita. Riconosce di poterlo pregare non perché ha raggiunto la perfezione, ma perché ne ha un desiderio sconfinato.

Il suo sogno è tanto coraggioso che lo inchioda impietosamente alla sua debolezza e al suo tradimento. Si consegna così a Dio, certo di poter vivere in lui, se diventa capace di confessarlo il Signore della sua vita. Verso il suo Dio alza le braccia, per lasciarsi afferrare da lui.

La storia dell'esattore delle tasse è anche un pezzo della nostra storia. Come lui, scopriamo noi pure quanto l'esperienza della povertà, dell'inquietudine, della fragilità, del procedere incerto a tradimenti e a ritorni... sia una dimensione irrinunciabile della nostra esistenza. Ci viene persino il sospetto che, in fondo, sia il nostro ritratto più autentico. Siamo fatti così, nonostante i sussulti frequenti di onnipotenza e le decisioni che sembrano spostare le montagne.

Consola il commento che Gesù fa alla parabola che ha raccontato: «Vi assicuro che l'esattore delle tasse tornò a casa perdonato; l'altro invece no. Perché chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato» (Lc 18,14).

Dei farisei abbiamo imparato a parlar male, dicendo che sono falsi e presuntuosi. La storia che Gesù ha raccontato non dice questo. Il giudizio critico di Gesù sta nello stile globale di vita: la pretesa di risolvere i problemi dell'esistenza, aumentando l'indice di impegno o la pretesa di farcela da soli. L'abbraccio di Gesù verso il povero esattore delle tasse non è dovuto al fatto che era un peccatore incallito. È giustificato dal suo atteggiamento: egli sa affidarsi a qualcuno, fuori della sua vita, capace di afferrare il suo grido di invocazione.

Sia il fariseo che l'esattore delle tasse riconoscono di avere dei limiti da superare. Sanno che questa esperienza brucia sulla pelle di ogni persona. Cercano di venirne fuori. In questo desiderio di vita nuova le strade della loro vita si dividono inesorabilmente. Uno batte la via dell'impegno; l'altro quella dell'affidamento.

Ci fanno capire che ci sono davvero due modi di essere uomini e donne, di definire la qualità della propria identità: la presunzione delle certezze, dove è chiaro impegno e tradimento; le due braccia tremanti, alzate verso l'alto, nella speranza di incontrare due braccia robuste, pronte ad afferrare.

A me piace la scelta dell'esattore delle tasse. E mi dà gioia grande constatare quanto Gesù faccia tifo per lui.

Mi piace chiamare il modo di vivere dell'esattore delle tasse con una espressione che fa presa più per la forza evocativa che come tentativo di descrivere adeguatamente un pezzo della nostra vita: l'esperienza della finitudine.

È un dato comune, da cui non si scappa. Possiamo tentare di uscirne attraverso la saccente presunzione di chi pensa di farcela da solo, aumentando eventualmente la dose dell'impegno e l'esercizio raffinato della sapienza. Di finitudine possiamo anche soccombere: quando diventa motivo di disperazione o quando spinge a ubriacarsi di disimpegno e di frastuono. Possiamo però sprofondarci nell'invocazione, in compagnia dell'esattore delle tasse della parabola evangelica.

Chi sa vivere così l'esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, e alza al Signore il grido della sua vita, ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. Riconosce di poter invocare il suo Signore non perché ha raggiunto la perfezione, ma perché ne ha un desiderio sconfinato. Solo lui è il fondamento, la ragione decisiva della propria vita.

Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell'abbraccio accogliente di Dio.

 

2.2. La storia di Elia 

Un'altra pagina, provocante come la precedente, merita una attenzione disponibile da parte di chi cerca di immaginare quale tipo di identità il Signore sembra richiedere agli amici suoi.

Mi riferisco alla storia di Elia, il profeta. Ascoltiamola, prima di tutto.

«Elia entrò in una caverna per passarvi la notte [...]. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: "Che fai qui, Elia?". Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita"» (1 Re 19,9-14).

Elia è stato, nella sua vita piena di zelo per il Signore, come un vento impetuoso e un fuoco divoratore. La sua parola era una spada tagliente. Ha percorso tutta la terra in cui abitava, tuonando e minacciando. Di risultati ne aveva ottenuti tantissimi. Aveva distrutto gli altari degli idoli; era riuscito a riportare il popolo ebraico a un'autentica esperienza religiosa; non si era mai fermato neppure davanti ai potenti: li aveva messi a posto, inchiodandoli nella loro malvagità.

Insomma, era stato un profeta con i fiocchi, di quelli di cui Dio poteva andare veramente fiero.

E invece sembra proprio che le cose si mettano male, nel momento più bello e solenne. Cerca Dio, per farsi riconoscere da lui. E Dio lo mette in crisi. Gli dice: tu sei un fuoco, un terremoto, un vento impetuoso... ricordati: io non sono lì. Hai fatto bene; sono contento... ma questo sei tu, caro Elia. Io non sono in questi fenomeni che lasciano tutti a bocca spalancata. Sono imprese tue, non mie.

Aggiunge Dio al suo profeta: io sono in una brezza leggera, che neppure si nota.

La storia di Elia ci mette in crisi. Sembra dire qualcosa che distrugge sogni, progetti e pretese. Dio è presente, in tutta la sua forza, quando l'uomo sa perdersi. Accetta di diventare nulla. Un soffio insignificante di brezza.

Sogni, progetti, imprese, programmi e avventure... sono tutte cose belle, importanti, preziose. Rappresentano un pezzo di noi stessi: pieno del vuoto che noi siamo.

Se tutto finissse lì, addio vita e speranza: davvero un cieco tenterebbe di far da guida a un altro cieco.

Quando invece ritorniamo, con coraggio, alla verità di noi stessi, nella compagnia inquietante della nostra finitudine che sa affidarsi, sperimentiamo la dolce presenza del Dio di Gesù.

Il commento più bello ce lo regala Paolo, un altro bel tipo, pieno di fuoco e di ardore come Elia.

Meditiamo questa sua sofferta confessione: «Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.

Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,1-10).

Il ritornello è lo stesso: sei qualcuno, esisti, hai diritto di essere riconosciuto... quando diventi capace di affidarti.

E' proprio strano: chi si affida è debole, sembra un perdente, dipende tutto dall'altro..., ma è proprio così che diventa forte, il vincitore. Povera logica del nostro buon senso: è proprio condannata al fallimento. La vera logica è quella del Vangelo: chi ama la sua vita, la perde per amore, perché la consegna, con la fiducia cieca di un bambino. 

 

3. SIAMO CRISTIANI ADULTI NELL'ABBANDONO AL DIO DI GESÙ

 

C'è un'alternativa seria e impegnativa ai modelli forti e a quelli deboli di identità. Questa alternativa è data dalla capacità di affidamento: il coraggio di consegnarsi a un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.

Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.

Siamo cristiani adulti perché ogni giorno ci impegniamo a diventarlo, accettando di buttarci nell'abbraccio accogliente del Dio di Gesù.

Questa è la vita cristiana: un abbandono nelle braccia di Dio, nell'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. Sembra strano: vogliamo diventare adulti e ci scopriamo, su quello che conta di più, sollecitati a diventare bambini.

Dell'adulto vogliamo conservare la lucidità, la responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo in una speranza che sa credere senza vedere.

Del bambino, invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l'amore, la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.

Ce l'ha raccomandato Gesù: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).