Riccardo Tonelli, L'AVVENTURA DI DIVENTARE CRISTIANI ADULTI, Elledici 1994

 

Terza parte

IL «CRISTIANO ADULTO» NELLA VITA QUOTIDIANA

Il cristiano adulto è il risultato, felice e fortunato, del processo formativo che ho descritto nelle prime due parti del libro.
Individuata la meta e studiato il cammino da percorrere per conseguirla, ci restano ancora molte cose a cui pensare. Le riassumo in una domanda: questo adulto cristiano cosa è chiamato a fare?
La domanda va capita bene.
Non riguarda quello che verrà «dopo» la formazione. Non è come prendere la patente, per poter «poi» guidare I ' automobile.
Nella vita, quello che facciamo fa parte già della nostra formazione. L'impegno cioè non è il frutto dell'essere; è invece il modo concreto di essere. «Siamo» (e ci costruiamo), agendo. Ancora una volta il richiamo obbligato è alla storia del «buon samaritano», che ho raccontato nelle pagine precedenti.
In questa terza parte penso all'avventura di un «cristiano adulto» nella trama della vita quotidiana.

Cosa ci sto a fare?
Ce lo siamo chiesti tante volte, quando la noia e il disgusto ci avvolgevano come una spessa coltre di nebbia. Ce lo siamo richiesti con una punta di delusione, amareggiati per aver scoperto che le responsabilità grandi che solo noi pensavamo di poter assolvere, le condividevamo con tanti... troppi per riconoscerci necessari. L'interrogativo è tornato bruciante quando, pieni di giusto sconforto, ci siamo ritrovati feriti dal fallimento dei progetti, anche di quelli più solenni e impegnativi.
Qualcuno dice che l'adulto non si infiamma più per nulla, tanto si è visto scoppiare tra le mani sogni ed entusiasmi. Diventare adulti vuol dire allora diventare finalmente un po' cinici, freddi e sicuri di sé quel tanto che basta, per non meravigliarsi ormai più di nulla?
Riaffiora il sogghigno triste di chi dice: e se l'uomo fosse messo sulla terra soltanto per un nudo esperimento, per vedere soltanto se un essere come lui possa viverci? (F. M. Dostoevskij).
E non basta.
Ci troviamo in una situazione che è nuova rispetto a quella in cui hanno iniziato a progettare la loro vita le persone che oggi hanno quaranta o cinquant'anni. Viviamo gomito a gomito con uomini e donne che realizzano la loro esistenza secondo modelli culturali e religiosi molto diversi dai nostri. Sul loro volto prendono forma e risonanza problemi gravissimi, che conoscevano solo per sentito dire. Essere cristiani... serve a qualcosa oppure è un hobby tra gli altri?
Chi siamo noi? Che ci stiamo a fare?

1. VIVERE COME GENTE APPASSIONATA PER UNA CAUSA

Non mi piace arrendermi. Ho ripreso in mano il Vangelo per scoprire quello che Gesù ci dice del progetto di Dio sulla nostra esistenza.
Il Vangelo di Giovanni racconta la storia di Nicodemo, un uomo colto e onesto, che sapeva troppe cose per lasciarsi sedurre da qualche battuta a effetto. Interroga Gesù per verificare se era veramente colui di cui si diceva tanto bene; e Gesù, nel bel mezzo della discussione, gli rivela qualcosa che sembra andare dritta verso il nostro interrogativo.
«Nel gruppo dei farisei c'era un tale che si chiamava Nicodemo. Era uno dei capi ebrei. Egli venne a cercare Gesù di notte, e gli disse: Rabbì, sappiamo che sei un maestro mandato da Dio, perché nessuno può fare miracoli come fai tu, se Dio non è con lui.
Gesù gli rispose: Credimi, nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente.
Nicodemo gli fa: Com'è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non può certo entrare una seconda volta nel ventre di sua madre e rinascere.
Gesù rispose: Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito» (Gv 3,1-5).
Di fronte alle difficoltà di Nicodemo, Gesù approfondisce la sua posizione. Rilancia l'invito provocante a «rinascere». Ma spiega che la faccenda non è di tipo fisico; riguarda la mentalità. Va cambiata la testa e il cuore.
Dobbiamo dire un bel grazie a Nicodemo. Nella sua voglia di scoprire la verità su Gesù, ci aiuta a scoprire il senso della nostra esistenza e il compito che ci è affidato.
Gesù infatti butta lì una constatazione che è come una esplosione di folle novità. Dice: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna». Poi aggiunge, a scanso di equivoci: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). Propone così il senso della sua vita. Senza mezzi termini dichiara che esiste perché gli è stata affidata una causa impegnativa da realizzare.

1.1. La «causa» di Gesù

Gesù ha parlato ripetutamente della sua causa. Leggiamo, per esempio, questa pagina del Vangelo di Giovanni che riporta la presentazione che Gesù fa di se stesso: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,7-19).
Nel Vangelo ritorna con insistenza l'espressione che Gesù ha utilizzato con Nicodemo per riassumere il suo progetto: il «regno di Dio».
Gesù è l'uomo del regno di Dio, perché ha fatto della causa della vita, «piena e abbondante» per tutti (Gv 10,10), la «perla preziosa» per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto (Mt 13,45-46).
I cristiani hanno continuato a parlare di «regno di Dio» per dare un contenuto preciso alla «causa» di Gesù. Nel lungo cammino della Chiesa questa specie di formula sintetica si è arricchita della sensibilità culturale e sociale che si è progressivamente sviluppata nella coscienza ecclesiale.
Oggi dicendo «regno di Dio» pensiamo, in modo profondo e condiviso, al mistero di Dio e dell'uomo.
Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la ragione e l'espressione della sua «gloria».
L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere la vita e la speranza.
Consapevole che i suoi problemi sono il problema di Dio stesso, il credente consegna a lui la sua fame di vita e di speranza.
Il Dio di Gesù è un Dio di cui ci si può fidare. Lo attestano le cose meravigliose compiute per il suo popolo e soprattutto quelle operate in Gesù.
Dove appare lui, l'Uomo del Regno, scompare l'angoscia, la paura di vivere e di morire; ritorna la libertà e la gioia di vivere, nel nome di Dio.
L'ultima convincente parola sul Regno di Dio Gesù l'ha pronunciata sulla croce, quando ha affidato a Dio la sua esistenza.
Consegnato alla morte, perché tutti abbiano la vita, Gesù ha ritrovato la vita e la speranza per noi. Il Risorto è il segno definitivo che il nostro Dio è tutto per la vita e la felicità dell'uomo.
La causa di Gesù è dunque la vita piena e abbondante dell'uomo nel nome di Dio: un uomo aiutato e sollecitato a camminare a testa dritta, capace di vivere con gioia nella città di tutti, che si affida a Dio nella speranza, perché solo in Dio possiamo non avere più nessuna paura della morte.

1.2. La causa della vita è affidata a noi

Il compito che il Padre gli ha affidato, Gesù lo consegna ai suoi discepoli. Gesù dice ai suoi amici: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20,21). Anello dopo anello, viene costruita una grande catena di persone, impegnate per la salvezza del mondo. I discepoli chiamano altri e li mandano. E così la catena dei chiamati si allunga: i nuovi discepoli chiamano altri con la stessa passione con cui hanno pronunciato il loro sì all'invito, e li mandano.
Oggi Gesù, i discepoli suoi, i credenti della prima ora della Chiesa, i nostri amici e i nostri educatori chiamano te e me. E ci mandano. Il compito che ci è affidato è lo stesso che ha appassionato l'esistenza di Gesù: la causa della vita.
Su questo compito il cristiano misura la sua esistenza. Siamo ed esistiamo per continuare a servire la vita, come ha fatto Gesù.
Meditando sulla causa di Gesù e sul modo con cui l'ha realizzata, scopriamo più intensamente il senso della nostra vita: i compiti che ci sono affidati e lo stile con cui possiamo assolverli.

2. COME GESÙ, «SERVI» DELLA VITA

Gesù lega profondamente al progetto di Dio il suo impegno per la promozione della vita. Sembra dirci: quello che io faccio perché tutti abbiano la vita chiama in causa Dio.
Rivela chi è Dio e manifesta come Dio vuole che siano realizzati i suoi progetti.
Due dati ritornano con forza.
Dio vuole la vita piena e abbondante di tutti. Vuole la salvezza del mondo. L'aveva costruito felice, aperto a realizzazioni affascinanti. Gliel'abbiamo rovinato, nel nostro gusto sadico di voler essere noi i padroni a tutti i costi. Non si arrabbia; non manda tutti fuori casa con un «peggio per voi». Manda invece il suo Figlio, con l'incarico di rimettere tutto a posto, per la vita e la gioia di tutti.
Questo è il primo dato, tanto provocante da non lasciare più tranquillo né il cuore appassionato di Gesù né quello dei suoi discepoli. Basta riandare all'amarezza di Gesù: «Il grano da mietere è molto, ma i contadini sono pochi» (Lc 10,2); «Gerusalemme, Gerusalemme., che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23,37).
C'è un secondo dato che non può essere dimenticato, proprio da coloro che sono disposti a collaborare con Gesù per la vita del mondo.
Il servizio alla vita è misurato sulle esigenze della vita. Per questo chiede il confronto con il progetto di Dio e il riconoscimento della sua presenza operosa nel mondo, prima e all'interno di ogni nostro sforzo.
Il Vangelo ci suggerisce un modo molto bello per dire tutto questo. La formula ce la fornisce Gesù stesso, ricordandoci che siamo «soltanto servi»: «Quando un servo ha fatto quello che gli è stato comandato, il padrone non ha obblighi speciali verso di lui. Questo vale anche per voi! Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Certo, l'invito di Gesù potrebbe suonare strano, se non fosse interpretato dentro i modelli culturali del tempo, di cui Gesù si è servito per dirci quello che gli stava a cuore. Ce lo fa capire bene la battuta che precede il testo citato: «Uno di voi ha un servo, e questo servo si trova nei campi ad arare oppure a pascolare il gregge. Come si comporterà quando il servo torna dai campi? Gli dirà forse: Vieni subito qui e mettiti a tavola con me? No, certamente, ma gli dirà: Cambiati il vestito, preparami la cena e servi a tavola. Quando avrò finito di mangiare, allora ti metterai a tavola anche tu» (Lc 17,7-10).
Ci sono espressioni e modelli culturali che oggi per fortuna facciamo di tutto per superare e contestare: nascono da una visione razzista dell'uomo, che divide in servi e padroni e giustifica persino il sopruso e l'autoritarismo. C'è però una verità indiscutibile, che non possiamo assolutamente mettere tra parentesi, pena lo slittamento nella falsità.
Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c'è morte. È dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile di ogni uomo di buona volontà. La richiede tanto da condizionare, normalmente, il risultato della sua passione per la vita a questa nostra risposta. Ma esige che ogni impegno per la vita sia realizzato secondo il suo progetto: perché lui è la vita in pienezza e solo in lui e nel suo stile possiamo costruire vita in autenticità.
Non sempre i cristiani hanno interpretato in questo modo l'invito di Gesù a riconoscere che siamo soltanto dei servi. Hanno persino cercato traduzioni differenti del testo del Vangelo. Il ricordo che siamo «soltanto servi» è diventato l'invito a considerarci «servi inutili». Ma questa traduzione dal testo originale non è corretta. Soprattutto non mi sembra affatto corretto il modello teologico sotteso. Nell'impegno per la vita noi non siamo «inutili». Dio non fa nulla senza la nostra collaborazione. Ed è urgente diventare operatori qualificati e competenti, per metterci a disposizione pienamente del progetto di Dio.
Mi ha convinto in questa direzione la meditazione di un altro passo del Vangelo dove ritorna lo stesso termine. L'angelo, inviato da Dio a Maria nel giorno dell'annunciazione, le chiede la disponibilità a collaborare con lo Spirito Santo per diventare Madre di Dio. Lei fa un po' di resistenza, tirando in ballo le sue difficoltà. Poi prende il coraggio a due mani e si dichiara «la serva del Signore» (Lc 1,38). Mette a disposizione di Dio tutta la sua persona, a partire dal suo corpo di mamma. Non riusciamo di sicuro a concludere che Maria è serva inutile. Senza la sua collaborazione Dio non avrebbe potuto prendere il volto, il corpo e la parola di Gesù di Nazaret. Certamente, però, è soltanto serva del mistero di Dio. Gesù è Dio con noi per la potenza dello Spirito Santo e non nella carne e nel sangue di sua mamma.
Anche noi siamo, come Maria e con Maria, servi di Dio per la vita del mondo.

3. LA CAUSA DELLA VITA PRIMA DELLE DISTINZIONI

L'adulto cristiano trova nel servizio alla vita il criterio per misurare fino a che punto vive autenticamente come discepolo di Gesù.
La causa da servire è tanto grande e impegnativa che nessuno ce la può fare da solo. Il cristiano adulto è uno che collabora con tutti, prima e al di sopra delle differenze? O, invece, ci tiene alla sua specificità e sta attento a non mescolarsi con chi ha altre visioni della vita?

3.1. Collaborazione o distinzione?

Una volta i cristiani erano abbastanza gelosi. Pensavano di essere gli unici veramente bravi ed erano poco disposti a collaborare con gli altri, per paura di confondersi eccessivamente. Oggi, al contrario, questa preoccupazione di isolamento sta cedendo spazio a quella opposta della collaborazione a tutti i costi. Ma questa scelta fa nascere un nuovo problema: il cristiano che cerca la compagnia e la collaborazione prima della differenza, non ha proprio nulla di specifico da offrire nel comune impegno per la causa della vita?
In un tempo di pluralismo come è il nostro, molte delle persone impegnate seriamente per la causa della vita non hanno nessun interesse religioso nei confronti di Gesù. Lo considerano un uomo grande, che ha lasciato un segno nella storia confusa dei suoi tempi. Arrivano al massimo a riconoscere che i suoi insegnamenti sono anche abbastanza attuali. Ma tutto finisce lì. Il loro impegno per la vita non ha quindi nessuna risonanza cristiana. E non sarebbe di sicuro corretto e onesto andargliela a cercare a tutti i costi.
Allora... collaborare o differenziarsi?
Dico subito che non c'è una risposta assoluta e perentoria. In questi anni, all'interno della comunità ecclesiale le posizioni si sono differenziate moltissimo. Non mancano, per fortuna, documenti autorevoli del Magistero ecclesiastico. Ma anche la traduzione verso il concreto di questi inviti ufficiali è segnata da un certo pluralismo di posizioni.
Non voglio entrare nella polemica. Ma non posso trascurare un problema tanto cruciale per il cristiano adulto.

3.2. Il Vangelo spinge alla compagnia

Mi piace cercare la risposta ai problemi più inquietanti attraverso la meditazione del Vangelo.
Un piccolo fatterello e il commento di Gesù sembrano fatti apposta per illuminare la nostra difficoltà.
Due discepoli di Gesù, mandati in giro per i villaggi a predicare il regno di Dio, incontrano un tale che cacciava i demoni. Faceva un'operazione tanto cara a Gesù: vinceva la morte e immergeva nella vita. I due discepoli scoprono che questo tipo non aveva nessuna voglia di considerarsi discepolo di Gesù. Pieni di zelo gli proibiscono di continuare. Tornati da Gesù, riferiscono l'accaduto, con la speranza di guadagnarsi un elogio. La risposta di Gesù è senza mezzi termini. Rileggiamo l'episodio: «Giovanni prese la parola dicendo: Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci. Ma Gesù gli rispose: Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,49-50).
Per il cristiano la compagnia e la collaborazione con tutti coloro che sono impegnati per la causa della vita è una esigenza imprescindibile di fedeltà a Gesù.

4. SERVIRE LA VITA NELLO STILE DI GESÙ

Questo è vero e importante. Ma non è tutto.
Chi ha deciso di comprarsi un computer potente sa di poter scegliere tra una decina di marche affidabili. La prima selezione è facile. Complicato è invece orientarsi quando il rapporto tra prezzo e prestazioni è sufficientemente omogeneo. Si va a fiuto, ad abitudini, ad amicizie, a qualche «per me» in più. Nel servizio alla causa della vita... siamo solo a questo livello?
Continuiamo a leggere il Vangelo.
Gesù raccomanda ai suoi discepoli di impegnarsi, con passione e competenza, per la causa della vita e poi, dopo aver fatto tutto il possibile, a riconoscere di essere «soltanto servi». Il fondamento di questo atteggiamento sta, come ho già ricordato, nella certezza che la vita è, prima di tutto, il dono e la passione di Dio.
Esiste quindi un modo di servire la vita che corrisponde al progetto di Dio; e ce ne possono essere altri che invece sono diversi e lontani. Non è facile saperlo sempre nel concreto delle azioni, perché non esiste un libro di ricette a cui attingere le soluzioni.
C'è però un punto di riferimento sicuro, che ci permette di distinguere e di decidere. Questo è, ancora una volta, Gesù di Nazaret.

4.1. La croce per la vita

Gesù ha dato la sua vita, come sommo gesto di amore, accettando le conseguenze inaudite di una esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, agli uomini, prigionieri dell'oppressione fisica, culturale, religiosa.
Chi vuole la vita, si pone come Gesù al servizio della vita, con la coscienza che «dare la vita» è la condizione fondamentale perché la vita sia piena e abbondante per tutti. Chi si impegna per la vita riconosce che l'esito della sua fatica è sempre oltre ogni progetto e ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
Questo è uno dei punti cruciali di ogni impegno per la vita. Va compreso bene, per non fraintendere le proposte e il progetto di Gesù.
Gesù vuole la vita, non la morte. L'invito perentorio a dare la propria vita non indica un obiettivo, come se fosse importante dare la propria vita e basta. Sottolinea invece la condizione irrinunciabile per raggiungere l'obiettivo. L'obiettivo è la vita, piena e abbondante per tutti. Il dare la propria vita è la condizione per raggiungerlo.
La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta. Non potrebbe generare vita se non ci riportasse alla potenza di Dio che si esprime in questa debolezza accolta e sofferta (2 Cor 11,8).
Genera vita solo perché la vita è tanto dono di Dio da esplodere piena e abbondante quando sembra ormai tutto finito. Chi genera alla vita è il Dio di Gesù, che fa sorgere figli di Abramo anche dalle pietre.
La sconfitta diventa così vittoria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e immerge tutti gli uomini in un vortice di vita nuova.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, nel nome di Dio, pianta la croce nel centro del suo impegno. È tanto convinto che Dio vuole intensamente la vita di tutti, che si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo di impegno per la vita.

4.2. Una compagnia nella solitudine della croce

Il credente è una persona di grande compagnia. Lotta per la vita e serve la sua liberazione, cercando continuamente la collaborazione con tutti coloro che hanno la sua stessa passione. Spesso, però, è costretto a restare da solo, per testimoniare la croce e la speranza. Leggendo la realtà con lo sguardo acuto e penetrante che la fede gli dona, coglie esigenze e sollecitazioni che un tipo diverso di approccio lascerebbe invece nascosto.
Grida forte le esigenze della vita, quando nel suo nome viene contrabbandata la morte. E ricorda a tutti che solo riconsegnando la propria vita al Dio della vita, nel riconoscimento della sua signoria definitiva su tutti gli sforzi dell'uomo, è possibile possedere la vita anche oltre la morte. Sa di dover giocare tutta la sua esistenza per la vita piena e abbondante di tutti e sente, nello stesso tempo, di avere il diritto di invocare la potenza misteriosa del Signore della vita.
Per questo, nella compagnia piena e sincera con tutti, il cristiano è costretto ad assumere atteggiamenti, a dire parole e a fare gesti che sono solo suoi, che non riesce più a capire e a condividere chi viaggia solo sull'onda del buon senso e delle logiche correnti.

5. LEGGIAMO LA REALTÀ DAL MISTERO CHE SI PORTA DENTRO

Il cristiano sa, sulla forza della sua fede, che il regno di Dio è già presente e operante nella storia (Mt 12,28). Per questo, ha un modo tutto speciale per leggere la realtà e per progettare interventi: legge e progetta dalla prospettiva del mistero che essa si porta dentro.
Anche questa consapevolezza lo costringe a uno stile particolare di collaborare con tutti nel servizio della vita.

5.1. Oltre quello che si vede

Siamo abituati a considerare vero e reale solo quello che possiamo manipolare. La nostra cultura parla attraverso le immagini. Lo strumento espressivo diventa contenuto, ci ha insegnato uno che di problemi della comunicazione se ne intendeva a fondo. Per questo siamo diventati presuntuosi e saccenti. Per ogni cosa abbiamo una spiegazione e di ogni avvenimento sappiamo responsabilità, positive o negative. Se qualche male ci sovrasta, ne conosciamo il rimedio o, almeno, è solo questione di giorni: presto o tardi, troveremo il nome giusto per identificarlo e gli strumenti adeguati per risolverlo.
L'adulto cristiano non si trova davvero a proprio agio in questo modo riduttivo e falso di vedere la realtà. Si impegna per comprenderla fino in fondo, felice di poter utilizzare tutto quello che la scienza e la sapienza dell'uomo hanno saputo produrre. Accetta felice la compagnia di tutti coloro che possono suggerire qualcosa, nella fatica di chiamare cose e avvenimenti con il proprio nome. Riconosce però l'esistenza di un altro mondo, fatto di eventi un po' misteriosi, la cui trama ci sfugge completamente e di cui possiamo parlare solo nel modo strano del linguaggio religioso.
Nelle sue parole, nei suoi giudizi e nei gesti che quotidianamente pone, il cristiano fa di tutto per superare quello strabismo pericolosissimo che porta a considerare il mondo visibile e quello misterioso come due realtà diverse e contrapposte. Di conseguenza reagisce fortemente nei confronti di coloro che dichiarano, anche solo implicitamente, che il mondo visibile e quello misterioso della fede hanno poco in comune: nel primo dominano le logiche della forza, della potenza, del prestigio, del denaro e, spesso, dell'arroganza; il secondo riguarda solo alcuni momenti della nostra esistenza, dove diventiamo tutti un po' più buoni, costretti a misurarci con il mistero che ci sovrasta.
Il cristiano riconosce che la stessa realtà ha due facce: una si vede, si può manipolare, può essere letta e interpretata attraverso le categorie della nostra scienza e sapienza; l'altra, invece, si sprofonda nel mistero santo di Dio, di cui Gesù ci ha squarciato qualche frammento, senza però darci parole e strumenti capaci di spiegare tutto a puntino. Vivere di fede, come è impegnato a fare il cristiano adulto, comporta la fatica quotidiana di integrare le due dimensioni della realtà, decifrando l'una a partire dall' altra.
Il mistero è incontrabile solo dentro il suo visibile. Per questo lo possiamo cogliere e riusciamo a farcene possedere intensamente solo quando riusciamo a decifrare il visibile in tutta la sua pregnanza.
La verità del visibile è data però dal mistero che esso si porta dentro. Per questo, siamo e agiamo nella verità solo quando riusciamo a vivere «come se vedessimo l'invisibile» (Eb 11,1).
Consapevoli di non poter possedere mai pienamente e in modo definitivo la nostra vita e la storia in cui si svolge, viviamo con gioia l'esperienza del mistero. La realtà se la porta dentro, come in filigrana. Abbiamo un desiderio sconfinato di sfondare questo limite. L'abbiamo assicurato ormai su tanti livelli; e ne siamo giustamente fieri. Ma il limite resta: un passo più avanti dei nostri passi più avanzati. Per questo diventiamo uomini che sanno affidarsi, man mano che cresciamo come adulti, responsabili e sapienti.

5.2. La preghiera del cristiano impegnato

Su questa esperienza si fonda la preghiera. I cristiani condividono l'avventura della preghiera con tutti gli uomini religiosi, ma, alla scuola di Gesù, la vivono in un modo tanto originale da saper coniugare preghiera, contemplazione e impegno persino nel servizio quotidiano alla vita.
Nella preghiera l'uomo parla al suo Dio e gli ricorda preoccupazioni e desideri, sogni e speranze, certo della sua vicinanza. Assomiglia all'incontro con un amico potente, che ha mezzi e capacità per darci una mano. Il cristiano non si vergogna di trattare così il suo Dio. Gesù stesso ci ha insegnato a invocarlo in questo modo (Mt 21,22).
Nella preghiera noi non consegniamo a Dio quello che dipende dalla nostra responsabilità. Diciamo invece tutta la nostra voglia di intervenire, cambiare, rimettere le cose a posto. Riconosciamo però che non siamo noi i padroni di questa trasformazione dalla parte della vita. Siamo «soltanto servi»: il protagonista indiscusso è il Dio di Gesù. Solo lui può cambiare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (Ez 11,19) e può far nascere figli di Abramo anche dalle pietre (Lc 3,8). Per questo lo preghiamo con fiducia. Gli affidiamo quello per cui ci impegniamo e gli affidiamo l'esito della nostra fatica.
Possiamo di conseguenza pregare per i poveri, per la pace nel mondo, per la vita e la speranza... e anche per il buon esito di un esame impegnativo. Possiamo pregare con verità solo se abbiamo il desiderio serio ed efficace di fare tutto quello di cui siamo capaci: altrimenti la nostra preghiera diventa soltanto uno scarico di responsabilità. Preghiamo però per consegnare a Dio la nostra pochezza, certi della sua presenza potente.
Sarebbe triste pregare solo quando abbiamo qualche incertezza circa la nostra competenza e non pregare affatto quando siamo sicuri di farcela da soli. Chi fa così, imita il fariseo della parabola che Gesù ha raccontato e si prende tutti i rimproveri che Gesù gli ha rivolto (Lc 18,10 ss).
La preghiera del cristiano non è solo richiesta di aiuto e riconoscimento di essere «soltanto servo». Essa è anche contemplazione del mistero di Dio che ci avvolge, come l'aria che respiriamo. Essa è quindi cammino verso la verità. Pregando, il cristiano si contempla, immerso in un amore che tutto lo avvolge, per possedersi nella verità. Non può dire quello che ha scoperto di sé con le parole controllate con cui si esprime nel ritmo della esistenza quotidiana. Ha bisogno di parole intessute di silenzio, di espressioni pronunciate nel vortice dell'amore, della fantasia scatenata in cui si sono espressi alcuni santi.

6. QUALCUNO IN FRONTIERA

Il rapporto tra morte e vita qualifica l'impegno del cristiano per la promozione della vita. Serve a sottolineare, in termini sicuri e forti, che in ogni impegno per la vita c'è di mezzo Dio. Non è possibile metterlo fuori gioco, come se tutto dipendesse solo da noi.
Tutti gli uomini che amano la vita e si impegnano al suo servizio, hanno bisogno di un riferimento di questo tipo, per un servizio più autentico alla vita. Purtroppo, però, è tanto facile dimenticarselo.
Siamo diventati uomini presuntuosi e autosufficienti. Abbiamo scoperto nel Dio di Gesù Cristo il padre che vuole figli adulti e che non si sostituisce alle loro responsabilità. Ma un po' per volta ci viene spontaneo relegarlo tra coloro che non contano nel gioco della vita e della morte: sappiamo tutto su questi eventi e ci sentiamo spesso padroni della trama in cui si svolgono. Siamo disposti a ritrascinarlo nel tessuto dell'esistenza solo quando constatiamo i nostri fallimenti.
Ci vuole qualcuno che si ponga al servizio della vita con un coraggio e una radicalità capaci di testimoniare le esigenze irrinunciabili del Vangelo. Per questo, nella Chiesa ci sono persone generose, che realizzano una vocazione speciale.
Non si può fare un catalogo ufficiale di queste persone speciali, come si fa nella nostra società con gli albi professionali. Sei un medico e hai diritto di esercitare la professione medica... perché ne hai il titolo e sei iscritto all'albo. Lo stesso non vale per chi si colloca in frontiera sull'impegno per la vita. Non si può dire: tu, sì; tu, no.
Al contrario, chi ci sta, chi ne ha voglia, chi ne sente la vocazione... ce la mette tutta e si colloca in frontiera.
Certo, alcune vocazioni sono dense di una responsabilità tutta particolare in questa logica. Le persone che fanno una scelta di vita così non sono brave perché fanno questo mestiere; al contrario, devono esserlo, proprio per la decisione presa.
Queste persone sono, per esempio, gli educatori, gli animatori dei gruppi giovanili, i catechisti e, con una radicalità specialissima, coloro che hanno accolto il misterioso invito di Gesù a seguirlo fino in fondo: i sacerdoti e i religiosi.
Una cosa va detta forte, per contestare un luogo comune purtroppo diffuso.
Nella nostra cultura, appena scopriamo qualche motivo di diversità, incominciamo immediatamente a fare classifiche. Se uno è diverso dall'altro per qualche motivo, subito lo consideriamo il primo o il secondo della classe. Pensare così a proposito di queste vocazioni speciali... sarebbe terribile. Introduce la logica di morte, quella delle classifiche e delle differenze, nel cuore del servizio alla vita.
Le categorie nuove non le abbiamo ancora ben chiare. Forse è per questo che spunta spesso la tentazione di usare quelle vecchie. Qualche volta, poi, fanno comodo proprio a coloro per cui sono utilizzate. Sembra quasi che ci vadano felici e ci tengano un pochino.
Mi piace invece considerare queste persone come una manifestazione speciale di quello che ciascuno è chiamato a realizzare. Sono una specie di manifestazione sacramentale, nella Chiesa e come è la Chiesa, del progetto di salvezza di Dio e della logica con cui Gesù lo sta realizzando.
Queste persone non sono dunque esseri un po' strani, piovuti da un altro pianeta, impegnati a compiere gesti che non hanno né capo né coda. È vero proprio il contrario; o almeno dovrebbe esserlo.
Essi sono uomini e donne del presente, uguali in tutto a tutti gli altri uomini. Si ancorano nel passato per proclamare le meraviglie di Dio per il suo popolo. E si lanciano verso il futuro, anticipandolo nei piccoli segni della vita quotidiana, per attestare la radice della nostra speranza.
La comunità (quella ecclesiale e, più in generale, quella degli uomini) è riconoscente a questi fratelli e invoca incessantemente il Dio della vita perché susciti in molti il coraggio della radicalità e doni la perseveranza e l'entusiasmo a chi ha chiamato a percorrere questo sentiero.
Essa alza la sua voce per chiamare nel nome di Gesù e chiede a questi fratelli un servizio alla vita di tutti in questa prospettiva.
Si impegna per meritare questo dono.
Per questo, sollecita chi ha fatto questa scelta a schierarsi dalla parte della vita, nel nome e con la compassione del Dio di Gesù Cristo. Essi ritrovano autorevolezza e dignità non perché se ne appropriano con un gesto che ha il sapore della presunzione e della rapina, ma perché sono impegnati fino in fondo dalla parte della vita, con fatti esemplari, concreti e precisi, fino alla fedeltà di un martirio che corre sul filo delle piccole cose della vita quotidiana.