Riccardo Tonelli, L'AVVENTURA DI DIVENTARE CRISTIANI ADULTI, Elledici 1994

 

Abbiamo percorso un lungo tratto di strada assieme.
Non è stato un cammino facile.
Non lo è stato per te che ti sei fidato, almeno un poco, della proposta suggerita in queste pagine e hai preso il coraggio a due mani per provare a verificarla e a condividerla. Ma non lo è stato neppure per me, te lo assicuro. La difficoltà non veniva dalle cose su cui abbiamo riflettuto assieme. Veniva dalla constatazione di quanto, nelle cose dette, fosse coinvolta la vita: la mia, la tua, quella di tanti amici.
Adesso che siamo arrivati a fine percorso, sento il bisogno di ripensare a quello che abbiamo costruito assieme. Non voglio ricominciare da capo. Tento invece di fare come quel bel tipo che si è fatto un po' di soldi, con il sudore della sua fronte (almeno lo spero...) e decide di investire il capitale riadattando e abbellendo la sua casa. Non vuole «cambiare casa», perché quella che ha abitato per tanti anni trasuda ricordi incancellabili, belli o tristi che siano. Ci tiene però a far vedere a sé e agli amici che il suo pezzo di vita non è trascorso inutilmente... e adesso si può permettere quello che aveva da tempo soltanto desiderato.
L'immagine non è del tutto felice... ma mi serve per dire, in sintesi, quello che ho intenzione di proporti: tentare di ridare un volto nuovo a quello che abbiamo costruito assieme, pagina dopo pagina.
Nella costruzione della casa della nostra vita e nel suo abbellimento finale, la presenza di un amico disposto a starci vicino, sperimentando con noi la durezza del cammino e anticipando un po' le direzioni di marcia, è un dono prezioso.

1. IN CAMMINO PER DIVENTARE «CRISTIANI ADULTI»

Ho immaginato la fatica di crescere nella fede come un lungo e impegnativo cammino. Incomincia con le prime battute dell'esistenza e la coinvolge tutta, passo dopo passo. Solo la morte può mettere la parola «fine», anche se lo fa in quel modo strano e misterioso che la nostra fede ci porta a riconoscere nella pienezza irresistibile della vita.
Cammino è una espressione felice. Dà il sapore dell'avventura anche alle cose più impegnative. Va però precisata, soprattutto in un tempo come è il nostro, in cui anche le parole più semplici rischiano di esprimere molto poco di comune.
Si può camminare in tanti modi: a zonzo, senza una meta precisa, tanto per occupare il tempo; con l'ansia di chi fugge da un pericolo che incombe; con la fretta di chi vuole giungere a tutti i costi a casa; con la sicurezza di chi ha già fatto mille volte la stessa strada e conosce la via come le sue tasche o con lo smarrimento di chi tenta la prima avventura...
Nel titolo del capitolo ho messo una parola speciale per dire come intendo il cammino: l'esodo. L'ho fatto per spiegare meglio la mia proposta; non per confonderla di più.
Tutti sappiamo che «esodo» è uno dei libri della Bibbia. Si chiama così perché racconta l'avventura del popolo ebraico, invitato da Dio ad abbandonare la terra d'Egitto, dove ormai era schiavo di padroni esosi, per tornare alla terra dei suoi padri, la «terra promessa». Anche il ritorno in Palestina del nuovo popolo di Israele, dopo i lunghi secoli di dispersione e le immense sofferenze della guerra, è stato chiamato con il termine biblico: l'esodo. Esodo vuol dire cammino di un popolo verso casa.
Questa è dunque la mia proposta: il processo che fa diventare «cristiani adulti» è un esodo verso la terra promessa. Non è solo un cammino da una terra all'altra: dalla fanciullezza all'adolescenza, per esempio, e verso la giovinezza e l'età adulta. È un esodo perché la qualità di questo cammino assomiglia moltissimo a quella del popolo ebraico, in viaggio nel deserto verso la terra dei padri.

1.1. Il racconto dell'esodo

In cammino per diventare cristiani adulti, siamo invitati a vivere, in qualche modo, l'esperienza biblica dell'esodo.
Cosa vuol dire tutto questo in concreto?
Per rispondere ti invito, prima di tutto, a un confronto con l'esperienza vissuta dal popolo ebraico, così come è raccontata nel libro dell'Esodo.
Il testo va letto al completo. Qui riporto solo qualche frammento.
«Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: "Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto". Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Gli Israeliti, ben armati uscivano dal paese d'Egitto. Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: "Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa" . Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.
[...] Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: "Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!".
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati.
Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon.
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: "Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?". Mosè rispose: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli".
Il Signore disse a Mosè: "Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri".
L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare.
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: "Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!".
Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri".
Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè» (Es 13,17-22; 14,5-31).

1.2. Il nostro esodo

L'esperienza vissuta da questi nostri amici suggerisce qualcosa di prezioso anche per noi.
Ricordo quattro indicazioni. Non sono tutte dello stesso peso.
Le prime tre contengono l'invito ad assumere atteggiamenti particolari. Sono una specie di compito affidato alla fatica della nostra responsabilità. La quarta, invece, volta pagina. Sottolinea una constatazione felice, da scoprire e da sperimentare. Rappresenta, in qualche modo, il clima e l'orizzonte in cui vivere il cammino che ci fa diventare cristiani adulti. A pensarci bene, è una gradita sorpresa; per questo è la più bella di tutte.

1.2.1. Crescere è camminare

Il processo di crescita è un cammino che assomiglia all'esodo perché è costituito da progressivi abbandoni, sulla forza di qualche promessa.
Il popolo ebraico si era ormai abituato alla terra d'esilio. Non tutto funzionava a puntino e non mancavano i problemi e le difficoltà. Ma con un po' di buona volontà era riuscito a rassegnarsi. Si sentiva quasi a casa propria, pur stando in terra d'esilio. Dio lo chiama a uscire. Non può stendere la carta del tragitto davanti alla curiosità del suo popolo e nemmeno vuole prospettare tempi e luoghi di rifornimento. Gli chiede di partire; e basta. Fa mille promesse.
Ma sono solo promesse, mentre quello che il popolo si lascia alle spalle è poca cosa, ma piena di sicurezza.
Dio ha fatto così anche con Abramo. L'ha invitato a partire: esci dalla tua terra e va verso un futuro, incerto e affascinante. Quello che lasci, lo conosci... lo devi abbandonare. Quello che troverai... vedrai quanto sarà bello: se ti fidi della parola che ti chiama.
Questo è prima di tutto l'esodo: abbandonare le vecchie sicurezze per fidarsi solo di una promessa. Si tratta di mettersi in cammino verso casa, rischiando di perdere quello che si possedeva, portando con sé il minimo indispensabile per la sopravvivenza.
Ai testi dell'Antico Testamento fa eco Gesù, a fatti e a parole: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno» (Lc 9,3).
Spesso parliamo dell'esodo con una espressione che ci è più familiare: la pasqua. Pasqua significa «passaggio»: dunque «esodo».
Il processo di crescita, visto così, assomiglia dunque a una pasqua: si passa alla vita nuova, accettando di morire a quella vecchia. In fondo, richiede davvero e continuamente il coraggio di perdere quello che si possiede, per possedere quello che si spera.
Un'altra cosa ci ricorda la figura dell'esodo e l'avventura che hanno vissuto coloro che l'hanno sperimentata sulla propria pelle. Ogni tanto spuntava violenta la nostalgia di quello che avevano abbandonato e ci voleva tutta la tenacia di Mosè per non fare marcia indietro. Quando si spegneva o languiva il desiderio intenso della casa paterna verso cui il popolo era in viaggio, il bello non era più avanti: stava tutto su quello che era stato abbandonato. E così spuntava la nostalgia verso il passato e affiorava la voglia di tornare indietro. Il rapporto tra nostalgia e fiducia verso il futuro è inversamente proporzionato: se cala la fiducia, cresce la nostalgia e viceversa.
Capita anche a noi, tante volte. Parliamo di coerenza, come se fosse la cosa più decisiva per crescere. Non solo corriamo il rischio di essere poco coerenti; soprattutto pensiamo la coerenza soltanto dalla parte del passato. La persona coerente è quella che ripete nell'oggi i gesti del passato.
Camminare in esodo comporta invece un modello tutto da inventare di coerenza: la coerenza verso il futuro. Ciò verso cui siamo in cammino, anche se lo intravediamo a stento, nella promessa di Dio, deve decidere la qualità attuale della nostra esistenza.

1.2.2. Un popolo in cammino

Il richiamo all'esodo serve a ricordare un'altra preoccupazione, molto importante.
Nell'esodo vissuto dal popolo ebraico è il popolo che si mette in cammino. Tutti assieme, animati da una sola comune speranza.
Capiamoci bene. Il cammino verso l'adulto cristiano riguarda ogni persona, nella solitudine fondamentale della sua personalità. Non possiamo assolutamente permetterci il lusso di pensare di crescere solo perché altri crescono con me e per me. Forse, in una società diversa dalla nostra, potevamo pensare di più in termini collettivi. Oggi, solo le persone capaci di silenzio e di interiorità possono sopravvivere autonomamente.
Questo è vero; ma non è tutto.
Il richiamo all'esodo vuole sottolineare quanto questa operazione personale vada vissuta dentro un popola, in una solidarietà che sollecita a responsabilità comuni e cerca sostegni comuni. La figura più espressiva, per dire tutto questo, è l'uomo nuovo che cresce sotto il cuore di sua mamma. Mamma e figlio sono due persone autonome, con una storia tutta personale, anche se il bimbo per ora vive solo nella speranza dei suoi genitori. Per vivere e diventare presto un uomo che sta in piedi da solo, ha bisogno di sua mamma. Se si stacca, recidendo il cordone della vita, muore e, qualche volta, trascina alla morte anche sua mamma. Vive se vive in sua mamma. Ma vive lui e la mamma sua.
Lo dobbiamo scoprire e realizzare. Ci vuole grinta, perché spesso siamo costretti ad andare controcorrente, soprattutto se vogliamo crescere assieme.
Tutto ci invita a farci strada a gomitate. Gli altri, quelli che come noi sono in corsa per diventare adulti, sono nemici da controllare e da combattere. Vince chi arriva per primo. E per arrivare primi dobbiamo farci strada con la forza e con l'astuzia.
La logica dell'esodo è esattamente il contrario. Solo come popolo possiamo arrivare a casa. Chi si ferma per strada e chi si perde alla rincorsa di altri progetti frena il cammino di tutti. Non possiamo posare su questi amici l'ultimo sguardo di commiserazione, e poi partire sparati, noi i più bravi.
A casa dobbiamo arrivarci tutti: assieme. Non potremmo di sicuro progettare la festa del ritorno se,
l controllo di verifica, scoprissimo assenze e perdite. Questa è la vita. Il nostro cammino è orientato alla pienezza di vita.
Questa constatazione ne rilancia subito un'altra, impegnativa e concreta.
Il cammino del popolo verso la terra dove abitare è realizzato in un ritmo molto personale. C'è chi corre e chi va piano. Qualcuno porta altri sulle spalle e qualche altro è felice di essere portato in braccio, perché non riesce altrimenti a camminare.
Ma alla fine il passo è di tutti e tutti arrivano a casa, in una gioia davvero comune e condivisa.


La marcia del popolo ebraico verso casa avviene nel deserto, tra mille difficoltà.
Non lo possiamo di sicuro dimenticare. Non è facile dimenticare questa constatazione, perché ci pensa la vita di tutti i giorni a ricordarcelo con la violenza dei fatti.
Lo dobbiamo però sapere in anticipo. Serve a coprirci le spalle e a corazzarci contro le difficoltà. Diventare cristiani adulti è un'impresa che esige spalle robuste e un coraggio da leoni.
Il richiamo al deserto ci aiuta a pensare anche ad un'altra esigenza del nostro cammino.
Colui che si imbarca per un lungo viaggio si attrezza, progettando tutto fino ai minimi particolari. Qualche volta trasforma il suo zaino in un supermercato, nel timore che qualcosa di essenziale gli possa poi mancare. Alla fine scopre, invece, che le cose importanti sono davvero poche. Forse... proprio quelle che aveva lasciato o dimenticato a casa.
Ho l'impressione che dovremmo fare progetti molto diversi. Ho paura a dirlo, perché lo dico per me. Ma non posso davvero tacerlo.
Le persone sagge, quelle che hanno già fatto un lungo tratto di strada nel deserto della vita, hanno imparato a proprie spese che il nostro progettare è soprattutto un essere guidati e il nostro faticoso cammino è soprattutto un essere accompagnati dalla mano, dolce e robusta, di chi fa strada per noi e con noi.
Camminare nel deserto è possibile solo se alla paura dell'imprevisto si sostituisce progressivamente la fiducia. Siamo invitati a consegnarci senza riserve nelle mani di Dio. Solo lui merita tutta la nostra fiducia e solo in lui smettono di avere senso le mille domande che quotidianamente ci facciamo sulla nostra esistenza, sul suo domani e, persino, su quel momento imprevedibile e pauroso che conclude il nostro cammino.

1.2.4. Sotto la nube

E così sono arrivato alla quarta indicazione.
Le prime tre riguardano atteggiamenti che ciascuno è invitato ad assumere con coraggio e responsabilità strettamente personale. Non li troviamo da nessuna parte; non sono in vendita in nessun supermercato.
Vanno costruiti nel silenzio della propria interiorità, con coraggio, tenacia, fantasia.
La quarta invece è tutta dalla parte delle constatazioni. È un dono che ci avvolge come l'aria che respiriamo, collocato prima di ogni nostra consapevolezza riflessa.
L'ho intitolata «sotto la nube» per ricordare la bellissima esperienza fatta dal popolo ebraico nel cammino verso la terra promessa. «Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte» (Es 13,21-22).
Non è una presenza come tutte le altre. Noi siamo abituati a dichiarare presenti solo coloro che ci incombono, che possiamo vedere e toccare, su cui possiamo mettere le mani a piacimento. La presenza del Signore nella nostra vita è molto diversa. Più intimo a noi stessi di quello che noi possiamo esserlo per noi stessi, continua ad essere un Dio misterioso e inafferrabile.
Lo vediamo attraverso segni che dobbiamo accogliere e interpretare nella fede.
Lo so che solo alla fine, al sicuro nella terra ormai conquistata, il popolo ebraico ha ripensato al lungo tormentato viaggio e ha scoperto il senso e il dono della nube che ogni tanto copriva il sole e di quelle luci improvvise che squarciavano le notti di viaggio. Ha riflettuto, cantato e pregato. E ha scoperto la mano potente di Dio, compagno di viaggio e di avventura.
Per noi l'ha gridato forte.
Un po' come ha fatto Maria, meditando nel suo cuore le cose meravigliose e un po' strane di cui si era trovata protagonista, suo malgrado. Lo ricorda spesso il Vangelo. Cito una pagina per tutte: «Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere". Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,15-19).
Se non scopriamo di camminare sotto la nube... non sarà forse perché abbiamo perso la capacità di meditare sulla nostra vita, leggendo tra le righe, con uno sguardo che progressivamente sa scendere in profondità, verso il mistero che la vita si porta dentro?
Anche questo è un modo di crescere.

2. UN CAMMINO SPECIALE

Lungo le pagine del mio libro si sono moltiplicate le raccomandazioni e gli inviti.
Ho cercato di farlo in modo buono, senza eccessiva perentorietà, sia perché mi piace rispettare le opinioni degli altri, soprattutto quando la propria non è poi sicura al cento per cento, sia perché consigli e proposte mi riguardavano in prima persona... e un po' di pudore non stona affatto.
Confronto, atteggiamento di ricerca e rispetto dell'interlocutore non sono sinonimi di rassegnazione e remissività. Spero di non aver dato questa impressione. Sono convinto, al contrario, della necessità di dire con forza esigenze e progetti, perché solo aiutandoci reciprocamente a prendere sul serio la vita possiamo veramente sostenerci nell'impegno di camminare «a testa dritta», come si richiede ai «cristiani adulti».
A questo punto, sento la gioia di dire forte alcune constatazioni conclusive. Sono frammenti della mia vita e ombre dei miei sogni. Ma non è detto da nessuna parte che i sogni siano meno reali del vissuto.
Nelle mie intenzioni indicano lo stile generale con cui ci preoccupiamo, giorno dopo giorno, di portare a maturazione la nostra esistenza.

2.1. La logica del seme

Per diventare «cristiani adulti» abbiamo scoperto la necessità di crescere, integrando nella nostra vita un mucchio di atteggiamenti, nuovi e impegnativi.
Ci sono due modi di progredire verso la pienezza: quello dell'assemblaggio e quello del seme. Per dare il senso di tutta la mia proposta, sento il bisogno di invitare a una scelta di fondo.
Mi spiego.
Quando uno va a comprare un'automobile oppure un computer o un impianto stereo... se non ha subito a disposizione una barca di soldi, si accontenta della versione di base. Poi, un po' alla volta, a suon di risparmi, aggiunge qualche opcional, fino a realizzare tutti i suoi sogni in una edizione superaccessoriata. A questo punto, di solito si conclude: che bello... me la posso finalmente godere come piace a me.
Questa è la logica dell'assemblaggio: un pezzo da aggiungere all'altro, convinti che solo quando ci sono tutti quelli desiderati il prodotto è finito.
La logica del seme è tutta diversa.
Basta pensare a quello che capita nel lungo cammino del piccolo seme che diventa, giorno dopo giorno, albero grande.
Il piccolo seme è già dall'inizio l'albero grande. Le foglie, il tronco, i rami non si aggiungono dall'esterno, ma esplodono sulla forza vitale che il seme si porta dentro, quando ci sono le condizioni favorevoli allo sviluppo. Il cammino poi non ha una conclusione: l'albero cresce, cresce... ha finito di crescere solo quando muore; e muore per far nascere altri alberi, dai semi che ha diffuso tutt'attorno con generosità.
Certo, all'inizio tutto è fragile e ci vuole una fantasia scatenata per dire: «Che bella quercia», quando si contempla il suo seme o i primissimi germogli. Devono trascorrere lunghi inverni, prima che tutto si consolidi ed esploda: diventi la casa sicura e accogliente per gli uccelli del cielo e l'ombra fresca per l'uomo stanco e accaldato.
Il cammino verso il «cristiano adulto» assomiglia maggiormente alla logica dell'assemblaggio o a quella del seme?
Non ho dubbi in proposito: si tratta di un cammino come quello del seme verso l'albero grande.
«Il regno di Dio è simile a un granello di senape che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto è più grande di tutte le piante dell'orto; diventa un albero, tanto grande che gli uccelli vengono a fare il nido in mezzo ai suoi rami» (Mt 13,31-32).

2.2. Il diritto alla festa

Il processo che fa diventare «cristiano adulto» è, come dice il titolo del capitolo, «un esodo verso una terra dove abitare»: un cammino, duro e faticoso fin ché si vuole, ma verso una casa in cui già abitiamo, che dobbiamo ogni giorno scoprire e abbellire.
La festa è un nostro diritto, che nessuno ci può ormai sottrarre.
C'è una strana pagina del Vangelo che merita di essere attentamente meditata.
«Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi".
Egli, alzatosi, lo seguì.
Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: "Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?". Avendo udito questo, Gesù disse loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori"» (Mc 2,13-17).
Il pubblicano è un tipo strano. Gesù l'invita ad abbandonare tutto per seguirlo. Lui ci sta. È pieno di gioia. E la manifesta organizzando un gran banchetto, per tutti i suoi amici. Dice con i fatti che è possibile far andare d'accordo due atteggiamenti che sembrano invece contraddittori: l'abbandono e la gioia.
Dice: per crescere come adulti bisogna avere il coraggio di abbandonare tutto, con radicalità; questo però è una cosa bella: va festeggiata nel modo più solenne.
Va interpretato bene. Ci aiuta il commento di Gesù a fare questa interpretaiidne autentica.
La gioia non sta nell'abbandono. Sta in quello che capita se abbiamo il coraggio di abbandonare. Come si nota, ritorna la logica dell'esodo. Questo è nuovo e va gridato in una cultura che sembra impegnata proprio sulla sponda contraria.

2.3. Camminiamo verso casa

Camminiamo verso casa. Là ci attende a braccia aperte il padre; ed è già tutto pronto per la grande festa. «Presto, andate a prendere il vestito più bello e fateglielo indossare. Poi prendete il vitello, quello che abbiamo ingrassato, e ammazzatelo. Dòbbiamo festeggiare con un banchetto il suo ritorno, perché questo mio figlio era per me come morto e ora è tornato in vita, era perduto e ora l'ho ritrovato» (Lc 15,22-24).
C'è di più.
Il padre è impaziente come l'amore. Non riesce più a restare chiuso in casa, aspettando il ritorno del figlio. Era sicuro che sarebbe tornato, perché lontano di casa c'è solo buio, freddo, morte. Un po' si è rassegnato ad attendere, forse per rispettare fino allo spasimo la libertà di quel figlio suo, ancora tanto adolescente. Ma poi non ce la fa proprio più.
Non gli grida di accelerare il passo; non lo minaccia per fargli rompere le ultime resistenze e nemmeno tenta di sedurlo con qualche promessa. Esce lui di casa e gli corre incontro. Ha una voglia sconfinata di soffocare nel suo abbraccio le sue parole di pentimento.
Lo sa e vuole che lo scopriamo anche noi. Siamo in piedi, a capo retto, quando decidiamo di rompere con il tradimento e facciamo progetti per ritornare a casa.
Lo siamo però veramente e pienamente solo quando ci lasciamo sprofondare nel suo abbraccio (Lc 15, 1 ss).
Il lungo faticoso cammino per diventare «cristiani adulti» è fatto così: un atteggiamento nuovo dopo l'altro, un pezzo di vita in più, facendo maturare il dono che ci portiamo dentro. Esso è come il pugno di lievito che la donna di casa ha messo in due misure di farina e che, poco alla volta, la trasforma tutta (Lc 13, 21). Per questo ci esplode dentro, anche se non ci facciamo totale attenzione.
Camminiamo nella festa, nonostante la vita dura e i tradimenti continui. Siamo consapevoli che la meta è più avanti dei passi più avanzati: per questo non riusciremo mai a sederci, assaporando il cammino percorso, convinti che ormai la vita sta tutta dietro le nostre spalle. E, nonostante tutto, le piccole cose che abbiamo conquistato sono tanto grandi, affascinanti, impegnative che festeggiamo il piccolo seme che diventa, giorno dopo giorno, albero grande, anche se all'inizio proprio non ci si capisce un'acca di quello che sta spuntando.
La festa della vita che cresce verso casa è attraversata ogni giorno dalla nostra voglia di morte: il peccato, il tradimento, le nostalgie, i soprusi, il tentativo di camminare a testa dritta sulla testa degli altri o la triste rassegnazione che ci porta a bruciare un po' di incenso a qualche idoletto nascosto.
In tutti i casi però la festa continua, più forte e sicura che mai, perché la vita vince sulla morte. «Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore» (1 Gv 3,20), ci assicura l'apostolo Giovanni, uno che l'ha provato e ci dice ciò che ha visto e udito, la cui testimonianza è vera (Gv 21, 24).