Capitolo secondo

PER FARE ORDINE

TRA LE TANTE PROPOSTE

 

(da: Riccardo Tonelli, PER UNA PASTORALE GIOVANILE AL SERVIZIO DELLA VITA E DELLA SPERANZA. Pastorale giovanile e animazione, Elledici 2002) 


Basta guardarsi d’attorno con una punta di senso critico e si scopre facilmente che l’accordo tra coloro che credono alla pastorale giovanile e si impegnano per realizzare cose serie al riguardo… non è proprio idilliaco. Tantissime persone nella Chiesa fanno cose eccellenti per l’educazione dei giovani alla fede e per restituire ad essi vita e speranza, ma lo stile, le scelte, le prospettive sono assai diverse.
Con una parola complicata si dice che oggi c’è pluralismo di modelli. E non si tratta certamente di un pluralismo solo formale, quello che realizziamo quando usiamo dei sinonimi per dire la stessa cosa. Alla radice del pluralismo ci sono scelte teologiche e antropologiche assai differenti. Esiste cioè un modo di comprendere il mistero di Dio e quello dell’uomo davvero poco omogeneo.
Qualcuno potrebbe contestare l’affermazione. È facile infatti guardare solo nel cerchio ristretto del proprio giro di amici e scoprire un accordo che invece cento metri più avanti… non c’è davvero. Qualche altro riconosce la verità dell’affermazione. Ma ha pronti i rimedi: c’è pluralismo perché ognuno fa quello che gli pare e gli piace. Basterebbe obbedire di più a chi ha il compito di guidare la Chiesa e del pluralismo sparirebbe persino l’ombra.
Non si tratta di vedere chi ha ragione. Molto più saggio è colui che cerca di scavare dentro, per cogliere le ragioni profonde della diversità e su queste ragioni pensa, si confronta, ascolta altri pareri, fa le sue scelte.
In questo libro propongo un progetto di pastorale giovanile, preciso, organico e articolato. La mia è una proposta tra le tante. Non è né la migliore né la peggiore. Certamente non è l’unica.
Chiedo al lettore attento di scoprire cosa sta alla sua radice. Su questo fondamento, forte e impegnativo, possiamo attivare il confronto e giustificare eventualmente la decisione di condividere il progetto.

È proprio vero che c’è pluralismo?

Ho aperto il capitolo con una affermazione: siamo in una stagione di pluralismo.
Prima di decidere come reagire a questo dato di fatto, dobbiamo scoprire qual è la causa che lo scatena e verificare le eventuali ragioni che lo possono giustificare. Se il pluralismo dipendesse dalla cattiva volontà di qualche persona un poco originale, basta convincerla, con le buone o con le cattive, a convertirsi… ma se dipendesse da altri motivi?
Ai primi livelli di analisi delle ragioni del pluralismo, qualcuno può avere l’impressione che il problema sia di scuole teologiche e pastorali. Si può dire: io ho studiato in una facoltà diversa dalla tua… e ho imparato a vedere le cose in un modo diverso. Schierati sulle differenti scuole di pensiero e di progettazione pastorale, lo scontro corre sugli autori di riferimento da citare o sui frammenti di documenti autorevoli a cui appoggiarsi.
Continuando a riflettere e a documentarsi, un poco alla volta, molti di noi hanno scoperto che ci sono ragioni molto più profonde e impegnative. L’azione pastorale si esprime in moltissime scelte pratiche. Esse rispondono alle differenti sensibilità, alle urgenze che il contesto lancia, a quella passione per la causa di Gesù, irriducibile a formule schematiche. Questo pluralismo operativo è espressione di ricchezza e consapevolezza di quanto sia grande l’evento che vogliamo servire e povera la nostra modalità di servizio. Dio e l’uomo sono un mistero così grande, che nessuna espressione – né verbale né di interventi – è in grado di comprenderlo, descriverlo, servirlo adeguatamente.
Per comunicare qualcosa su Gesù e la sua proposta di salvezza, ci sentiamo, infatti, costretti a condividere quella “Parola di vita che abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani” (1 Gv 1, 1).
In ultima analisi, il pluralismo pratico ci fa toccare con mano la povertà delle nostre parole e dei nostri gesti e ci costringe a consegnare la fiducia piena solo a Dio, un mistero grande e ineffabile, ragione e fondamento del nostro vivere, agire, sperare.
Confrontandosi con queste ragioni profonde del pluralismo, qualcuno conclude con un solenne “benvenuto il pluralismo” e qualche altro, un po’ più rassegnato, si convince che non c’è niente da fare… l’unica e prendere le cose come vengono.
Non mi piacciono queste soluzioni, né la prima né la seconda. Devo trovare una via di uscita, capace di valutare il pluralismo, elaborarlo in modo serio, progettare alternative, senza la pretesa assurda di trovare un’isola felice dove non ci sia più nessuna traccia di pluralismo. Quale?
Dal pluralismo non si esce cercando uno spazio protetto, dove tutto sia ordinato e sicuro e dove ad ogni incertezza c’è pronta la risposta. Si può uscire solo trovando dei criteri che ci aiutino a fare ordine, a giudicare e a valutare.
Di qui il mio invito: cerchiamo assieme dei criteri che ci aiutino ad elaborare il pluralismo.
In questi anni abbiamo riscoperto il grande evento che sta alla radice di ogni progetto di pastorale. L’abbiamo chiamato “l’evento dell’Incarnazione”, per mettere al centro della nostra ricerca la persona di Gesù e per confrontarci con lui, quando siamo incerti sul da fare.
Il confronto con l’evento dell’Incarnazione ci fornisce il criterio per elaborare il pluralismo e per assicurare convergenze concrete sulle cose che contano davvero, anche nella diversità di posizioni, riconosciuta e accolta.

L’evento dell’Incarnazione come prospettiva

Ho dedicato solo poche battute alla fatica di interpretare le ragioni del pluralismo, per non andare nel complicato.
A monte delle ragioni più impegnative stanno due interrogativi molto seri: Dio, chi sei? E io chi sono? Sono interrogativi impegnativi perché c’è sempre sottintesa una formuletta, che serve quasi da firma in bianco: Dio, chi sei tu per me? E io, chi sono per te? Questi interrogativi non riguardano solo la nostra responsabilità pastorale ma chiamano in causa la nostra esistenza.
Non voglio risposte né di autori né di documenti. Ho troppa paura di restare prigioniero di altre esperienze culturali, anche quando le riconosco normative per la mia fede. Ho bisogno di una piattaforma più consolidata e trasparente. Per questo, vado maggiormente alla radice dell’esperienza cristiana.
Prendo i miei interrogativi e li giro a Gesù di Nazareth e a quello che i suoi discepoli mi dicono di lui.
Lo so che l’operazione non è facile… ma non ci sono strade più sicure o più lineari.
Utilizzando una espressione felice, presente spesso nella tradizione pastorale ecclesiale, chiamo questa sorgente fondamentale della mia fede cristiana “l’evento di Gesù il Cristo, dalla prospettiva dell’Incarnazione”.
La cosa va spiegata: prima sul piano del metodo di lavoro e poi meditando la proposta di contenuti che da questo evento scaturisce.

La prospettiva dell’Incarnazione

Considero, prima di tutto, l’Incarnazione come prospettiva.
Quando i credenti parlano dell’Incarnazione indicano un fatto preciso della vita di Gesù: Dio per salvare l’uomo ha deciso di farsi uno di noi ed è diventato uomo, con la collaborazione materna di Maria, in un segmento concreto di tempo e di spazio. In questo senso l’Incarnazione è solo un frammento della vita di Gesù, un'esperienza fra le tante. Non possiamo certamente isolarla dal resto della sua vita, come non possiamo eliminare le altre sue esperienze, solo perché questa ci piace un po' di più. L’Incarnazione, di conseguenza, porta alla Pasqua: Gesù si è fatto uno di noi, per offrire ad ogni uomo ed ad ogni donna il dono della salvezza di Dio.
I discepoli di Gesù, come documentano i Vangeli, quando parlano dell’Incarnazione non pensano però solo a questo. Nella loro esperienza l’Incarnazione è come un punto di prospettiva per vedere il tutto. E' un frammento della vita di Gesù, così decisivo che serve per comprendere il senso del tutto.
Un esempio può aiutare a spiegare meglio l’affermazione. Chi vuole fotografare un panorama molto ampio, prima di scattare la sua fotografia storica... deve decidere il punto in cui piazzare la sua macchina. La scelta è decisiva: la prospettiva influenza non poco il risultato dell’operazione.
Per i discepoli di Gesù, l’Incarnazione è come il punto in cui piazzare la macchina fotografica per comprendere tutta la vita del loro Maestro. L’hanno fatto, con una consapevolezza crescente, perché così ha voluto Gesù. Basta pensare alle polemiche infuocate di Gesù con i dottori della legge. Essi giudicano il suo comportamento, utilizzando come criterio quello che conoscevano di Dio. Gesù, invece, dichiara loro che l’unica cosa che potevano conoscere di Dio era lui stesso: nella grazia dell’umanità che Maria gli ha regalato, lui ha dato un volto a Dio. In Lui il Dio inaccessibile e misterioso, il Dio ineffabile e trascendente si è fatto "volto", è diventato "parola" (cf DV 13). Nel volto e nella parola di Gesù di Nazareth possiamo parlare di Dio e parlare a Dio. Possiamo cogliere chi è per noi e che cosa ci chiede.
L’Incarnazione ci ricorda, in ultima analisi, che Gesù di Nazareth è l’unica strada accessibile per conoscere il mistero di Dio e quello dell’uomo.

L’evento di Gesù il Cristo

L’altro elemento da chiarire è quello evocato dall’espressione “l’evento di Gesù il Cristo”.
“Evento di Gesù il Cristo” è un’espressione sintetica che indica il messaggio proposto da Gesù su Dio. Si parla di “evento” per ricordare che sono molti gli avvenimenti con cui dobbiamo confrontarci, se vogliamo raccogliere il progetto di Dio.
Al centro sta Gesù di Nazareth: una persona, che ha un nome e una patria, che ha vissuto la sua esistenza in un segmento preciso e concreto di spazio e di tempo. Questo Gesù ha suscitato un’esperienza di sconvolgente e radicale novità in molti uomini. Lo confessano il “Cristo”: il Messia atteso, il Signore della vita, l’unico Nome in cui possiamo ottenere la salvezza. Riuniti nel suo nome, si riconoscono la Chiesa, che continua la sua causa, in ogni tempo e in ogni luogo. La loro confessione di fede e la prassi della Chiesa apostolica sono decisive per comprendere chi è Gesù. Anche questi fatti sono parte dell’evento di Gesù il Cristo.
L’evento di Gesù il Cristo è perciò la storia di Gesù e la storia della fede operosa che ha suscitato nei primi discepoli e nelle comunità ecclesiali, nate sulla loro predicazione.
L’Incarnazione è l’esperienza centrale e fontale della vita di Gesù e della fede che ha suscitato. È quindi la prospettiva fondamentale da cui possiamo comprendere l’evento di Gesù il Cristo. Per questo, posso parlare di evento dell’Incarnazione anche per riferirmi all’evento di Gesù il Cristo.

Comprendere l’evento di Gesù il Cristo

Siamo finalmente pronti ad iniziare quella meditazione teologica che ci aiuterà ad indicare il criterio con cui fare un poco di ordine nel pluralismo.
Il pluralismo ha alla radice le differenti risposte alle due domande fondamentali della vita cristiana: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te? E cioè chi è Dio e chi è l’uomo nel progetto misterioso della creazione e della salvezza.
Proviamo a girare la questione all’evento di Gesù il Cristo (alla persona di Gesù e alla esperienza che di lui hanno avuto i suoi primi discepoli, come è raccontata nel Vangelo e vissuta nella Chiesa apostolica).
Io l’ho fatto... e ho scoperto cose affascinanti. Le voglio condividere per permettere ad altri di fare la stessa esperienza.

Gesù ci rivela un Dio per l’uomo, presente e nascosto

Dobbiamo confrontarci prima di tutto con Gesù di Nazareth, la sua persona, la sua dottrina, la sua vita trascinata a sperimentare la morte umana, proposta di una speranza stabile alla vita nella sua vittoria contro la morte.
Proviamo a rileggere il Vangelo, a partire da questa domanda: chi è Dio per l’uomo? Quale volto di Dio Gesù rivela?
Una pagina è decisiva.
Ascoltiamo il racconto di Luca: “Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C’era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia. Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio” (Lc 13,10-13). Di fronte alle proteste del capo della sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: “Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?” (Lc 13,16).
Non è l’unico testo di questo tono. Tutto il Vangelo è scritto così. La voglia di far nascere vita dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due, sembrano il filo rosso che lega tutta l’avventura di Gesù.
Leggiamo qualche altra pagina.
“Giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. Cominciarono a gridare: “Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?”.
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci, mandaci in quella mandria". Egli disse loro: “Andate!”. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio” (Mt 8,28-34).
L’episodio va compreso bene. L’ho citato apposta per chiedere di pensare.
I due indemoniati avevano perso la gioia della loro umanità. Erano costretti a vivere nei sepolcri, in una condizione di morte anticipata. Vivevano come bestie selvagge: senza amici, tra i dirupi, privi di libertà. Erano uno spavento per tutti. Per questo erano sfuggiti da tutti. Gesù li restituisce alla pienezza della loro umanità: li riveste, li rimanda a casa, li restituisce all’affetto dei loro amici. Non mettono ormai più paura a nessuno. Sono veramente passati da morte a vita. La conclusione del racconto non mi sembra importante: i porci in mare e la rabbia dei guardiani... sono l’appendice spettacolare di una storia che è tutta un canto alla vita, rifiorita nelle situazioni più drammatiche.
Aggiungo infine un terzo racconto, anche questo molto bello, perché mostra che la vita vince anche quando siamo morti dentro, condannati impietosamente dalla legge o costretti a condannare senza remissione nel nome della legge.
“Gesù s’avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più”“ (Gv 8,1-11) .
Quella povera donna colta in flagrante adulterio era morta ancora prima d’essere uccisa fisicamente a colpi di pietra. Era morta, nonostante le apparenze, perché si trascinava in una vita mortifera. Ed era morta perché ormai condannata senza pietà dalla legge, buttata come un sacco di patate ai piedi di Gesù, per ottenere anche da lui l’avallo ad una sentenza già pronunciata.
Erano morti però anche i suoi accusatori: legati all’osservanza rigida della legge, volevano la distruzione fisica della peccatrice, per sentirsi vivi perché osservanti delle prescrizioni.
Gesù contesta la possibilità di rimettere le cose a posto solo attraverso un uso legalista della legge. Non nasconde il grave peccato della donna né lo copre con un velo di falsa rassegnazione. Questo modo di fare è ancora dalla parte della morte.
Rimette in piedi, a testa dritta, la donna peccatrice, in un gesto d’amore che trasforma. In questa situazione nuova nasce l’invito a non peccare più. Chi è vivo, deve impegnarsi a vivere da vivente. Ridà vita anche agli accusatori, liberandoli da un uso spietato della legge.
Nel nome della vita, Gesù rimette in piedi e a testa alta tutti coloro che vivono piegati sotto il peso delle sopraffazioni. Restituisce dignità a chi ne era considerato privo. Ridà salute a chi è distrutto dalla malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio è utilizzato contro la vita e la felicità dell’uomo. Egli è davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: “Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall’Egitto, perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta” (Lev 26,13).
Pensiamo, ancora, alla disputa tra Gesù e i farisei a proposito della guarigione, avvenuta di sabato, di quel povero uomo che aveva una mano paralizzata (Mt 12,1-14). Per la teologia dominante Dio andava onorato prima di tutto rispettando il sabato. L’uomo paralizzato poteva aspettare: sei giorni della settimana erano a sua disposizione, il settimo era invece tutto e solo per la gloria di Dio (Lc 13,10-17). Gesù propone una teologia molto diversa. La vita e la felicità dell’uomo sono la grande confessione della gloria di Dio. Anche il sabato è in funzione della vita. Gesù non chiede di scegliere tra Dio e la felicità dell’uomo. Afferma, senza mezzi termini, che la gloria di Dio sta nella felicità dell’uomo. Il sabato è per Dio quando è per la vita dell’uomo.

La testimonianza degli apostoli e della prima comunità cristiana

Sappiamo che le parole e le azioni di Gesù non ci sono giunte in una registrazione fredda e impersonale, quasi fosse un resoconto stenografico o un’immagine fotografica. Esse sono state trasmesse attraverso la fede appassionata di uomini che, animati dallo Spirito, hanno colto il senso dell’esistenza di Gesù e l’hanno espresso nella testimonianza della parola e della vita.
Evento di Gesù il Cristo è anche questa esperienza della Chiesa apostolica, espressa nei testi dei Vangeli, degli Atti, delle Lettere e nella prassi ecclesiale adottata. Per cogliere il significato dell’evento dell’Incarnazione, dobbiamo perciò orientare la nostra ricerca anche nella direzione di questa testimonianza apostolica.
I discepoli di Gesù avevano capito di essere amati e pensati da lui. Essi sperimentavano che in Gesù la vita umana trovava un senso. La loro situazione esistenziale, spesso senza speranza e senza prospettive, carica di tanti problemi, diventava per Gesù importante, interessante, affascinante. Era qualcosa che Gesù faceva pienamente suo. Assunta in Gesù, questa stessa esperienza, povera e fragile, veniva restituita ai discepoli piena di significati.
Essi poi compresero che tutto questo Gesù lo diceva e lo faceva nel nome di quel Dio che chiamava “Padre”. Nella bontà che gli uomini sperimentavano in Gesù, nel suo perdono, nella sua proposta di libertà, di gioia, di significato alla vita, c’era il Padre. Nel contatto quotidiano con Gesù, gli apostoli hanno incontrato Dio e l’hanno scoperto come un Dio vicino e accogliente. In Gesù hanno sperimentato che Dio dona la salvezza in uno stile insperabilmente originale: salva nella solidarietà, in una compagnia così profonda con ogni uomo da farsi realmente uomo.
Dopo la morte e la resurrezione di Gesù la comunità ecclesiale si raccoglie attorno alla persona del Signore risorto, ora presente in modo nuovo. Animata dal suo Spirito, essa si costituisce, agisce e proclama l’evento di salvezza che ha sperimentato. Nasce una prassi ecclesiale in cui la Chiesa apostolica cerca di ripetere quello che ha sperimentato nell’incontro personale con Gesù di Nazareth. Alla scuola di questa prassi possiamo scoprire ancora meglio il significato dell’evento di Gesù il Cristo.
La comunità apostolica deve presto rispondere agli interrogativi nuovi che le circostanze le lanciano. Tra le tante scelte possibili essa cerca quelle che permettono meglio ad ogni uomo di sentirsi amato da Dio, quelle capaci di consolidare la speranza e la fiducia nella vita oltre la morte, quelle che realizzano più efficacemente la promozione dei poveri, di quelli che non contano, per testimoniare loro che di essi è il Regno dei cieli. Agisce in questo stile perché è consapevole che Gesù stesso aveva vissuto tutto ciò in modo radicale.
Basta ripensare a quanto è successo nell’incontro di Gerusalemme, di cui riferisce Atti 15.
La Chiesa apostolica era alle prese con un gravissimo problema. Stava suscitando dispute accese, tensioni e sospetti. Ci si chiedeva: coloro che si decidevano per la fede cristiana e non provenivano dal mondo giudaico, dovevano vivere sottoposti alla legge di Mosè? I punti scottanti erano soprattutto due: la pratica della circoncisione e l’astinenza da certi tipi di carne. La soluzione non era facile. Tutti erano d’accordo nel riconoscere la centralità assoluta di Gesù per la salvezza; si rendevano pienamente conto che la sua mediazione salvifica poteva essere incrinata se subentravano altre esigenze concorrenti. Era però difficile decidere la portata concreta di questo orientamento di fondo.
La soluzione è apparsa invece immediata quando l’autorità di Pietro e la saggezza di Giacomo hanno chiesto di spostare l’attenzione dai principi all’esperienza fatta stando con Gesù. Il criterio decisivo per risolvere i problemi è la possibilità di sperimentare la bontà di Dio. Continuando la prassi di Gesù, bisogna far sperimentare agli uomini chi è Dio: il Padre buono e accogliente, che non chiede cose inutili, come invece fa chi comanda per il gusto di farsi obbedire. Non è possibile annunciarlo nella verità, se la parola proclamata viene poi accompagnata da una serie di pretese inutili, motivate sul compromesso e sulla paura.
Sollecita a questa lettura di Atti 15 la meditazione delle pagine di commento che Paolo ha indirizzato ai Galati (Gal 5).
Ritorna lo stesso tema. Paolo riprende la conclusione dell’incontro di Gerusalemme: la coscienza della grande libertà cui Gesù ci ha chiamati e la raccomandazione di astenersi dalle carni sacrificate agli idoli. Il documento conclusivo proponeva questo impegno a tutti i cristiani. Poteva sembrare il compromesso dell’ultimo momento, per accontentare anche le minoranze intransigenti. Paolo invece commenta in termini diversi la raccomandazione. Sa d’essere libero: può mangiare qualsiasi genere di carni, per la libertà cui Cristo ci ha liberati. Non può però usare della sua libertà come gesto di disprezzo e di offesa per il fratello più debole, che ne rimarrebbe male impressionato. La sua inesauribile libertà termina quando incomincia il dovere sommo della carità fraterna (cf. 1 Cor. 8, 9-13).
Come posso annunciare il Dio di Gesù Cristo, come Padre buono e accogliente, se provoco il fratello nelle sue convinzioni più profonde, se lo metto in crisi nel nome della maturazione che ho acquisito? La logica è la stessa di Atti 15. Paolo la porta alle conseguenze più radicali. Per risolvere i problemi pastorali che la comunità cristiana è chiamata ad affrontare lungo lo sviluppo della sua storia, il criterio è quello rivelato nella prassi di Gesù: l’esperienza che il Dio di Gesù è un Dio per l’uomo.

Gesù, volto e parola di Dio, rivela chi è l’uomo

Il terzo grande contenuto che la meditazione dell’evento di Gesù il Cristo ci fa scoprire, riguarda il significato e il valore dell’umanità dell’uomo.
Nell’Incarnazione Dio si è rivelato all’uomo in modo umano. Il suo ineffabile mistero è diventato comprensibile e sperimentabile perché ha preso il volto e la parola di Gesù di Nazareth. È importante comprendere la qualità di questa assunzione. È troppo facile vanificarla, ragionando in termini strumentali, come se il rapporto tra Gesù di Nazareth e il Dio ineffabile fosse come quello di una fotografia rispetto ad una persona amata o funzionasse come una registrazione rispetto alla viva voce di un amico lontano.
In Gesù Dio ha assunto un volto umano e si è fatto parola non come ci si serve di uno strumento esterno (che in nulla modifica quanto uno è), per comunicare qualcosa di sé, visto che non si può farlo direttamente e immediatamente.
L’umanità di Gesù è invece Dio-con-noi: l’evento nuovo e insperabile in cui Dio stesso, rimanendo Dio, si è fatto vicino, volto e parola, per incontrare e salvare l’uomo. La sorprendente novità, testimoniata da Fil 2,6-8, sta proprio in questo: Dio non ha abbandonato la “forma di Dio” per prendere quella di “servo”, ma è diventato pienamente uomo, sussistendo totalmente come Dio.
Per questo l’Incarnazione è anche la rivelazione più piena dell’uomo: rivela qual è la sua sconfinata grandezza. Gesù è uomo, di un’umanità come la nostra: è uomo come lo siamo tutti noi. La sua umanità può manifestare, rendere presente ed esprimere Dio, perché l’umanità dell’uomo è stata fatta radicalmente capace di essere manifestazione di Dio. L’Incarnazione è incominciata proprio nella Creazione. In questo primo, definitivo gesto di salvezza, Dio ha creato un uomo, capace di essere “volto” e “parola” di Dio.
Se l’uomo non fosse stato costruito così, Gesù di Nazareth non potrebbe essere Dio con noi, perché la sua umanità sarebbe incapace di offrire “una tenda” a Dio. Oppure si potrebbe avanzare l’ipotesi contraria. Se Gesù è Dio, allora di certo non è un uomo come noi; la sua umanità è solo apparentemente simile alla nostra, mentre in realtà è diversissima, come la luce non ha nulla da spartire con le tenebre.
Lungo lo sviluppo della fede ecclesiale ci sono stati quelli che hanno proposto la prima ipotesi (Gesù non è Dio) o la seconda (Gesù è Dio, ma non è vero uomo). La fede della Chiesa ha difeso sempre con forza e con fierezza che Gesù è uomo, profondamente e veramente uomo, e, nello stesso tempo, Dio-con-noi.
Questa grande affermazione ci assicura che la nostra umanità è più grande di quello che possiamo immaginare. Essa è, in piccola o grande misura, “volto” e “parola” del Dio ineffabile e inaccessibile. Gesù è il caso supremo, unico e irrepetibile, di un’umanità tanto pienamente realizzata da essere volto e parola in modo definitivo. Egli è colui che realizza tutte le possibilità dell’uomo, raggiungendo in pienezza l’abbandono totale al mistero di Dio. Gesù lo è di fatto. Noi abbiamo la possibilità di essere uomini pienamente umanizzati come lui; e di fatto, un pochino almeno, lo siamo, per la solidarietà di vita e di salvezza che ci lega a Gesù e a coloro che come lui hanno portato a pienezza la loro umanità. Certo, la diversità tra noi e Gesù è grande. È però sul piano della realizzazione concreta; non su quello della possibilità.
La conclusione è immediata e concretissima: l’umanità dell’uomo è il luogo in cui Dio si fa presente nella nostra esistenza quotidiana, come il Padre buono e accogliente, che salva e riempie di vita.

Dall’evento ai criteri per l’azione pastorale

La meditazione delle fonti della fede non ci dice ancora in che modo progettare la nostra azione pastorale. Abbiamo, infatti, solo dei riferimenti generali. Abbiamo bisogno di criteri, di orientamenti a carattere operativo che ci aiutino a fare ordine nel pluralismo, che ispirino le nostre scelte concrete, che ci diano il coraggio di prendere posizione, quando è necessario.
L’evento di Gesù il Cristo, compreso dalla prospettiva dell’Incarnazione (dalla consapevolezza cioè che in Gesù è rivelato il mistero di Dio e dell’uomo), ci suggerisce dei criteri, se lo riportiamo nelle situazioni pastorali concrete che conosciamo e in cui vogliamo intervenire.

La funzione sacramentale della vita quotidiana

Nel nostro cammino verso Dio e, di conseguenza, in ogni intervento pastorale, facciamo per forza i conti con la nostra vita quotidiana. Negli interventi pastorali concreti dobbiamo considerare la vita quotidiana un “problema” oppure una “risorsa”?
I diversi modelli pastorali dipendono dalle differenti risposte offerte in concreto a questo interrogativo.

La vita come mediazione

Un certo modo di pensare, di fare raccomandazioni e di cogliere problemi e prospettive è abituato a contrapporre le realtà trascendenti a quelle immanenti. Il mondo della trascendenza è quello che riguarda direttamente il mistero di Dio e quei gesti, parole e interventi che cercano di raggiungerlo. Il mondo dell’immanenza è invece quello della nostra esistenza quotidiana, dove Dio è assente, risulta lontano, estraneo e l’uomo si arrabatta, solitario, nel labirinto delle opere delle sue mani.
L’Incarnazione ci spinge invece ad una prospettiva radicalmente opposta.
Al conflitto tra trascendenza e immanenza l’evento di Gesù il Cristo sostituisce la categoria teologica della “mediazione sacramentale”. È vero: il mondo di Dio e quello dell’uomo sembrano lontani e incomunicabili. Dio è il totalmente altro, l’ineffabile e l’indicibile. L’uomo è lontano da Dio perché è creatura e perché ha deciso un uso suicida della sua libertà e responsabilità nel peccato. Dio e l’uomo sono i “lontani” per definizione e per scelta. Questa però non è l’ultima parola. La parola decisiva è invece Gesù di Nazareth, il grande “mediatore”. In lui, Dio si è fatto vicino all’uomo: è diventato “volto” e “parola”. L’uomo è stato ricostruito in una novità così insperata da diventare il volto e la parola di Dio. In Gesù di Nazareth i “lontani” sono ormai diventati i “vicini”, in una realtà nuova, che ha trasformato radicalmente i due interlocutori.
Gesù è la mediazione fatta persona: una persona nuova in cui Dio e l’uomo sono in dialogo pieno e totale. In Gesù e nella grazia della sua umanità, la nostra vita quotidiana partecipa della stessa funzione di mediazione. L’umanità quotidiana dell’uomo è il sacramento in cui Dio si fa presente e vicino, per attuare il suo progetto di salvezza. Certo, la nostra umanità lo è solo in misura molto piccola. Possiamo però crescere in umanità, diventando espressioni un poco più significative del mistero di Dio, di cui solo l’umanità di Gesù è espressione totale e definitiva.
L’attenzione alla vita quotidiana non è, di conseguenza, un metodo assunto arbitrariamente dall’operatore di pastorale giovanile, una sua tattica accattivante per aver credito nei confronti dei giovani. Non siamo noi che incarniamo la fede nella vita. Dio stesso ha instaurato un movimento d’incarnazione, per allacciare relazioni con gli uomini.

La vita tra visibile e mistero

La nostra vita quotidiana, compresa dalla prospettiva dell’Incarnazione, è una specie di grande sacramento in cui Dio è presente e operante per portare a pienezza il suo progetto su noi e sulla storia.
Riconoscere l’importanza della vita quotidiana significa, perciò, prima di tutto, riconoscere la sua sacramentalità: riconoscere cioè che nella nostra vita si realizza un rapporto misterioso tra ciò che si vede e si può costatare facilmente e quello che non riusciamo a vedere con gli strumenti che possediamo.
Ancora una volta, per comprendere il significato di affermazioni tanto impegnative, dobbiamo attivare un confronto con Gesù.
Chi lo avvicinava, per incontrarlo nella sua verità più profonda, era sollecitato a scoprire in lui il volto e la parola di Dio. L’umanità di Gesù si porta dentro un evento più grande, la sua ragione d'essere più intima: Dio comunicato all'uomo in un gesto d'impensabile gratuità.
Quello che riconosciamo per Gesù, vale anche per noi, per la nostra umanità e per la nostra vita. In lui e per mezzo suo anche in noi, un mistero più grande è presente in quello che vediamo.
La nostra vita può essere descritta da quello che si vede e si costata. Abbiamo un nome, una famiglia, una storia. Abitiamo in un posto. Ci mettiamo a lavorare, cerchiamo degli amici, amiamo e soffriamo. Tutto questo è molto concreto e preciso.
Nella vita quotidiana quello che si vede e si manipola non è però tutto. Quello che costatiamo, siamo e produciamo della nostra vita, è veramente "nostro", frutto della fatica del nostro esistere. In esso però è presente un evento più grande, che ci permette d'essere quello che siamo.
A questo livello misterioso si colloca la presenza di Dio nell'umanità dell'uomo. Per questo, la presenza di Dio non esclude l'incertezza della ricerca, la sofferenza e il dolore, la tristezza della solitudine.
La persona cresce in autenticità quando si abilita progressivamente al coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio, che l’Incarnazione svela e consegna. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell’esistenza.
Una pastorale, costruita sul criterio dell’Incarnazione, spinge a ritrovare il senso nella nostra esistenza nel rischio dell’affidamento al mistero in cui viviamo e siamo: il mistero della nostra vita, immersa nel mistero di Dio.

Lo splendore di Dio nel volto umano di Gesù

Aggiungo un altro rilievo per mostrare il peso enorme del riferimento all’Incarnazione nella pastorale. Anche questa constatazione teologica offre un prezioso criterio operativo.
Gesù ci rivela il volto di Dio nella grazia della sua umanità: l’ho tante volte ricordato. Il punto più alto di questa manifestazione è la croce. L’umanità di Gesù, schiacciata sotto il peso del dolore, dell’ingiustizia, sconfitta dalla prepotenza dai suoi nemici e dalla ignavia dei responsabili politici, dichiara, con le parole più solenni di cui dispone, chi è Dio e chi siamo noi.
Eravamo abituati a pensare Dio nello splendore della sua potenza, capace di distruggere i suoi nemici con il braccio potente e la mano tesa, vincitore in ogni confronto perché autorizza i suoi profeti a giocare per vincere sempre… come Elia, come Mosè. Gesù rivela Dio nel gesto più alto dell’amore. Il Dio che lui invoca come Padre chiama a libertà e a responsabilità, sollecitando al rischio di confessare la sua Signoria sulla storia proprio nel momento in cui tutto sembra sconfessarla.
Ha ragione chi provoca Gesù: “Ha salvato gli altri, ora non è capace di salvare se stesso! Lui, il Messia, il re d’Israele: scenda ora dalla croce, così vedremo e gli crederemo!” (Mc 15, 32)… La risposta di Gesù è perentoria. Dichiara chi è, qual è il suo progetto, chi è Dio, sacrificando tutta la sua esistenza, in un gesto di affidamento totale al Padre.
Gesù ci manifesta Dio nella pienezza della sua verità, attraverso la via, impegnativa e responsabilizzante, del segno.
In questa rivelazione, due doni invadono la nostra esistenza: il riconoscimento che solo in Dio possiamo essere nella pienezza di vita e la constatazione che questa pienezza ci è già offerta, almeno in modo germinale, dallo Spirito di Gesù che fa nuova tutta la nostra esistenza.
Ci aiuta a pensare in questa logica una testimonianza che ci viene da molto lontano: un pezzo della vita di Paolo di Tarso, raccontata nel capitolo 7 e 8 della Lettera ai Romani.
Nel cap. 7 Paolo parla della sua paura di fronte alla morte. Lo fa in modo serio, andando alla radice dell'esperienza.
Fariseo, zelante e impegnato, si fidava ciecamente della legge. Ma si è trovato presto deluso. Confrontato con esigenze impegnative, Paolo costata la sua fragilità. Ne ha paura, perché s'accorge quanto questa incoerenza sia radicata in lui. Fa ormai parte del suo vivere: ci vede chiaro di fronte agli obblighi della legge, ce la mette tutta per osservarli fedelmente; e si trova a fare i conti continuamente con i suoi tradimenti. "Io sono un essere debole, schiavo del peccato. Non riesco nemmeno a capire quello che faccio: quello che voglio non lo faccio, faccio invece quello che odio" (Rom 7, 15).
L'esperienza di Paolo è molto vicina a quella che facciamo tutti i giorni anche noi. La legge non produce vita; non ha mai salvato nessuno. Serve solo ad inchiodare la persona al proprio peccato; è fatta per scoprire quante volte non la osserviamo correttamente. Dice ancora Paolo, con molta amarezza, "Quando venne il comandamento, il peccato prese vita, e io morii. E così la legge che doveva condurmi alla vita, nel mio caso invece mi ha condotto alla morte" (Rom 7, 9-10).
Il baratro della morte gli si spalanca davanti, come esito del suo peccato. Ha paura. E grida disperato: "Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà?" (Rom 7, 24).
Dal profondo della sua angoscia, riscopre Gesù, il suo Signore e Salvatore: "Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, Signore nostro" (Rom 7, 25).
Rimedita il dono grande e insperato della sua presenza. Una novità radicale è entrata nella nostra storia: "Siamo morti nei confronti della legge che ci teneva in suo potere: non siamo più al suo servizio. Per questo, non serviamo più Dio secondo il vecchio sistema che era fondato sulla legge scritta, ma lo serviamo in modo nuovo, guidati dallo Spirito" (Rom 7, 6).
Il cap. 8 è un inno, entusiasta e sorpreso, alla potenza di Dio che ci fa "creature nuove" in Gesù.
Paolo dice forte la sua esperienza: abbiamo vinto la morte. Non possiamo più avere paura. Essa resta, inesorabile come un nemico in agguato. Ma ormai ha le armi spuntate: è un nemico vinto e legato. La vita può essere vissuta in piena fiducia.
La ragione è il dono dello Spirito di Gesù: "la legge dello Spirito che dà la vita, per mezzo di Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (Rom 8, 2). Viviamo nello Spirito di Dio. Egli è la sorgente della vita; è la forza che ci fa riconoscere Dio come Padre; è quel frammento della vita stessa di Dio, che ci fa diventare pienamente figli suoi, come lo è Gesù di Nazareth.

Un profondo atteggiamento ermeneutico

Indico, infine, un terzo criterio pastorale. Il titolo usa una espressione di gergo, ma spero di riuscire a spiegarmi in modo semplice e concreto.
Alla radice sta una constatazione, ripetuta ormai tante volte: come l’umanità di Gesù è il luogo in cui il Dio misterioso prende volto visibile, così la parola umana diventa la parola in cui il Dio ineffabile si fa parola per noi.
La consapevolezza che Dio si fa parola per noi nelle nostre parole umane e che noi rispondiamo a lui nello stesso modo, conduce ogni ricerca sulla pastorale ad un irrinunciabile confronto con la “cultura”.
Cultura significa orientamenti di vita, valori, indicazioni di prospettiva e scelte concrete. Ogni stagione propone un suo modello di cultura e ne mette tra parentesi altri che, in una diversa epoca, erano quelli dominanti. Nella pastorale si realizza un rapporto, molto stretto, tra l’evento e la cultura in cui esso si esprime. Basta pensare ai profondi cambi culturali in atto, soprattutto nel mondo giovanile, per intuire immediatamente quanto sia decisiva questa affermazione.

Atteggiamento e sospetto ermeneutico

La conseguenza viene espressa con quella formula, un poco sibillina, messa a titolo del paragrafo: “atteggiamento ermeneutico”. L’atteggiamento ermeneutico nasce da una constatazione, ormai diffusa e consolidata: lo stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza. Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi.
L’atteggiamento ermeneutico richiede, per attivarsi quando è necessario, un'abitudine al “sospetto ermeneutico”. L’enfasi sul “sospetto” sottolinea la necessità di un fiuto speciale che abiliti alla capacità di discernimento. I due elementi (vissuto personale e cultura ambientale) non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento.
Una persona è la stessa quando indossa la giacca della festa o quella del lavoro. In questo caso, il cambio di abbigliamento è facilmente constatabile. Qui invece il rapporto è molto più profondo e complesso: un gesto e una parola dipendono, nello stesso tempo, da quello che una persona vuole comunicare e dai modelli culturali che utilizza per realizzare la sua comunicazione.
Faccio un esempio, attingendo ad un patrimonio di esperienza comune.
Spesso qualifichiamo il rapporto di un adulto verso un giovane con l’aggettivo “paterno”. Serve a richiamare un sostantivo di utilizzazione frequentissima: padre.
Chi dice “padre” o qualifica come “paterno” un modello di relazione, mette in gioco due istanze: la sua esperienza personale di figlio e di padre e i modelli culturali che, in una determinata stagione, definiscono quest'esperienza e questo rapporto. Il modo di essere padre e figlio varia, infatti, moltissimo nello sviluppo della storia e nelle diverse culture presenti oggi nel frammento in cui viviamo. Una persona esprime l’intensità dell’affetto verso un’altra, mettendo tutto il suo impegno per essere un “buon” padre: per essere padre secondo il modello culturale in cui si riconosce, che assume dalla cultura in cui vive. Lo stesso gesto, riportato in un’altra cultura, potrebbe significare un modo di fare davvero poco da “buon” padre. Padre… è sempre un dato comune. Varia però continuamente sulla misura della sensibilità personale e della cultura dominante.

Un atteggiamento ermeneutico anche verso l’evangelizzazione

L’atteggiamento ermeneutico riguarda ogni processo comunicativo. Ha un peso notevolissimo quando in questione c’è la comunicazione della fede e il riferimento all’esperienza cristiana.
Le parole pronunciate dall’evangelizzatore e quelle espresse da colui che accoglie o rifiuta la proposta, non sono in assoluto l’evento di Dio che si piega verso l’uomo e l’accoglienza (o il rifiuto) di questa offerta da parte dell’uomo. Sono sempre invece una realtà che tenta di rendere presente qualcosa che resta mistero insondabile e inverificabile.
Da una parte, riconosciamo così che il segno, attraverso cui sveliamo il mistero di Dio e la decisione dell’uomo, è sempre di tipo culturale. Per questo è collocato in situazione di fragilità e, in qualche modo, di relatività. Dall’altra siamo spinti a dire il Vangelo di Gesù in una fedeltà che sa rinnovarsi, sotto le provocazioni dei cambi culturali. Non si tratta, infatti, di ripetere passivamente l’esperienza cristiana, ma di renderla vitalmente e comprensibilmente presente in altre culture.
Non possiamo di sicuro ridurre il processo ad un semplice gioco linguistico la cui forza è legata alle mille sottili astuzie del nostro quotidiano conversare. La potenza dello Spirito rende questa “parola” capace di suscitare ed esprimere la fede. Tutto avviene però sotto il segno della “sacramentalità”: quello che si vede, si sente e si costata rivela (e, nello stesso tempo, nasconde: “ri”-vela) la realtà misteriosa di cui è segno. Lo fa nella trama delle logiche umane quotidiane cui ha deciso di non sfuggire neppure la parola di Dio.
Tutto questo riempie ogni azione e riflessione pastorale di un'esigenza qualificante: alla comunità ecclesiale e ad ogni evangelizzatore si richiede uno stile assai originale di “fedeltà”. L’atteggiamento ermeneutico (e il conseguente sospetto ermeneutico) rifiuta ogni figura di fedeltà che cerchi di riprodurre nel presente quello che abbiamo accolto dal passato. Questo modo di fare, che assomiglia eccessivamente alla ripetizione, è poco saggio e molto pericoloso, perché pone sullo stesso piano l’evento e le espressioni culturali in cui esso si rende presente.
L’atteggiamento da assumere è assai diverso: una profonda azione di discernimento, da attuare nella comunità ecclesiale e sotto la guida autorevole di coloro che nella comunità hanno il ministero di condurci nell’unità alla verità, per guardare con coraggio in avanti profondamente radicati nel passato, alla ricerca di parole e gesti che risuonino nel presente come “buona notizia” per la vita e la speranza di tutti.