Capitolo terzo

UN SOGNO:

AIUTARE A DIVENTARE

CRISTIANI ADULTI

 

(da: Riccardo Tonelli, PER UNA PASTORALE GIOVANILE AL SERVIZIO DELLA VITA E DELLA SPERANZA. Pastorale giovanile e animazione, Elledici 2002) 


Chi si mette a fare progetti, di qualsiasi tipo, sa che deve prima di tutto orientarsi sulla meta finale del suo progettare.

È importante avere buone strumentazioni. Non possiamo ignorare la situazione dentro cui operare. Dobbiamo cercare collaboratori validi e impostare strategie intelligenti. Ma se non sappiamo, almeno a grandi linee, verso dove siamo in cammino… tutto il resto è fatica sprecata.
Propongo un progetto di pastorale giovanile. Di conseguenza devo pronunciarmi sul suo possibile obiettivo.
Al posto dell’espressione “obiettivo” ho messo nel titolo la formula “sogno”. Mi piace di più. Obiettivo dice qualcosa di preciso, sicuro, abbastanza statico. Mi fa un po’ di paura, se penso ai giovani di oggi, restii alle cose troppo elaborate, e alla vita cristiana che ha come protagonista lo Spirito di Gesù che è sempre un’esplosione di fantasia incontrollabile negli schemi rigidi.
Il sogno dà un po’ di brio e di giovinezza… all’obiettivo.
Pensiamo allora all’obiettivo di un buon progetto di pastorale giovanile facendo un sogno sulla vita cristiana.

L’obiettivo: la vita cristiana

La pastorale giovanile è impegnata nel difficile e affascinante compito di aiutare i giovani a diventare “discepoli di Gesù”, nella gioia di appartenere alla comunità ecclesiale. Essa è quindi orientata in modo esplicito verso il consolidamento della vita cristiana.
La vita cristiana è dunque l’obiettivo e l’orizzonte della pastorale giovanile. Con questa affermazione, precisa e perentoria, sembra tutto risolto e invece i problemi spuntano proprio adesso.
Quale vita cristiana? La tradizione pastorale in cui sono cresciute le persone non più tanto giovani aveva una risposta, facile, pronta e sicura: i “santi” sono i cristiani esemplari. Per vivere una vita cristiana impegnata basta mettersi coraggiosamente alla loro scuola. La loro funzione è tanto esemplare che c’è poco da inventare e molto da copiare da questi nostri fratelli eroici, vissuti prima di noi.
Tutto questo è vero… ma fino ad un certo punto.
Siamo infatti consapevoli dello stretto rapporto esistente tra le esigenze normative dell’esperienza cristiana e i modelli culturali in cui esse si sono progressivamente espresse. C’è il rischio che chi cerca di imitare troppo i santi di un tempo, si trovi tagliato fuori dal nostro tempo, costretto a vivere solo nella nostalgia di un tempo che non c’è più.
Il contrario però ha anche lui i suoi limiti gravi.
La qualità della vita cristiana deve fare i conti con la qualità della vita quotidiana: diciamo i tratti dell’esperienza cristiana dentro determinati modelli culturali; essi ci permettono di dire il mistero in parole umane e verificabili, e lo fanno sussistere concretamente e storicamente, come proposta con cui verificarsi. Oggi, per esempio, si parla spesso di “qualità della vita”. A molti sta a cuore, anche per ragioni di sopravvivenza personale e collettiva. Persino l’invito ad acquistare cose e prodotti di consumo è motivato sulla promessa di una migliore qualità di vita. In che modo si può qualificare come “cristiana” una qualità di vita quotidiana? È sufficiente un poco di buon senso e il consenso comune sui comportamenti e sugli stili generali di vita o, al contrario, il buon cristiano prende il coraggio a due mani e butta tante cose che la gente cerca e desidera?
Non basta quindi fare riferimento ai santi, i modelli esemplari di vita cristiana. Ma neppure è sufficiente abbandonarli, come gente di altri tempi, per mettersi alla rincorsa di stili di vita congruenti con le logiche dell’oggi.
Si tratta invece di elaborare un progetto che permetta di superare, nello stesso tempo, la ripetizione passiva dei modelli ricorrenti di spiritualità, per non far coincidere il dato normativo della fede con le sue espressioni culturali, e il rifiuto di attivare un confronto disponibile con il dato normativo, sotto la pressione dei modelli culturali attuali.
Qui si colloca la mia ricerca.

La fede nel Crocifisso risorto per la qualità della vita cristiana

Una cosa almeno dobbiamo raccogliere, con stupore e ammirazione, dai fratelli che sono vissuti prima di noi: il coraggio che essi hanno avuto nel proclamare senza incertezze che solo Dio è il Signore. Siamo stati salvati nella croce del Risorto, perché la nostra vita è fiorita piena e abbondante, proprio quando sembrava che tutto fosse spalancato verso il fallimento. Siamo vivi per dono di Dio, nella morte di Gesù.
Possiamo cercare parole diverse per confessare questa fede… ma essa resta, prima di tutto, come espressione della verità in cui siamo costituiti.
Non siamo cristiani solo perché ci impegniamo a fare cose buone e sagge per la vita di tutti, buttandoci in impegni sociali e in uno lavoro politico serio e responsabile. Non siamo cristiani perché ci comportiamo bene dal punto di vista etico e osserviamo i comandamenti e tutti gli altri precetti. Non lo siamo neppure perché raccontiamo la storia di Gesù per la vita degli uomini. Siamo cristiani davvero “solo se ci decidiamo ad adorare Dio nella sua assolutezza; solo se cerchiamo di amarlo con un ardire in apparenza del tutto sproporzionato alle nostre forze; se ammutoliti, capitoliamo di fronte alla sua incomprensibilità e accettiamo tale capitolazione della conoscenza e della vita come l'evento della massima libertà e della salvezza eterna” (K. Rahner).
Riconosciamo Dio radicalmente diverso da tutte le altre realtà che fanno la nostra terra. Non è uno dei tanti nostri interlocutori. E neppure è quell'ultima risorsa che serve a pareggiare i bilanci in situazione di crisi. Solo lui è la realtà vera. Di fronte a lui diventa irreale tutto quello che consideriamo come realtà salda e consistente.
Egli è il grande “sogno di futuro”, mistero incomprensibile e sempre presente, che tutto sorregge e orienta, proprio mentre tutto relativizza.
Ci dà la parola. E ci sprofonda nel silenzio, dove le parole non bastano più.
Veniamo da una radice che non abbiamo seminato; pellegriniamo lungo una strada che sfocia nell'incomprensibile libertà di Dio; siamo protesi tra cielo e terra e non abbiamo né il diritto né la possibilità di rinunciare a nessuno dei due dati. Non sappiamo neppure, in modo assolutamente certo, come la nostra libertà stia concretamente orientandosi nel gioco della nostra esistenza.
L'esistenza del cristiano è perciò un salto nell'abisso sconfinato di Dio, in Gesù, l’unico nome in cui essere nella vita per la solidarietà con la sua morte e resurrezione, e nel grembo materno della comunità ecclesiale, il sostegno, il sacramento, la guida della nostra confessione di fede e di vita. La nostra speranza risulta praticabile e sensata solo mediante quel fondamento che non possiamo comprendere né manipolare.

Un modo nuovo di pensare la qualità della vita

A pensarci bene, il cristiano vive la sua vita in uno stile che, a prima vista, potrebbe lasciare l’impressione di una certa… stranezza.
Il riconoscimento della croce di Gesù lo spinge a vivere immerso nel mistero, distaccato da tante cose che invece affascinano i suoi amici, capace di concentrarsi sulle cose che contano, pieno di nostalgia per il futuro che attende con ansia e che anticipa con trepidazione.
Nello stesso tempo però vive con i piedi ben piantati sulla terra. Della sua terra ha una grande passione. Per essa si impegna, cercando la compagnia di tutte le persone che amano la vita e la vogliono abbondante e felice per tutti. Sa che la pienezza di felicità è riservata a quando sarà finalmente tornato a casa. Ma intanto non vuole rinunciare ad essa e la cerca, con l’ansia dell’assetato che brancica verso sorgenti d’acqua fresca.
Della casa del Padre – la sua vera dimora e l’esito di tutti i suoi sogni – ha nostalgia, ma non ha nessuna fretta di raggiungerla. Sa di non poter cantare i canti del Signore finché percorrere le vie di questo mondo, eppure condivide con gioia e con entusiasmo giovanile i canti festosi che inondano le strade della nostra storia.
Una immagine aiuta a dire questa strana originalità del cristiano. L’abbiamo inventata in questi anni, ripetuta con i fatti e commentata spesso con le parole. Il cristiano è uno che “siede a mensa con tutti – da solitario”. Per scoprire il significato della espressione, invito a pensare ad alcune persone speciali, che, di tanto in tanto, abbiamo la fortuna di incontrare. Sanno ridere e scherzare con tutti. Sono gente di compagnia gradita e ricercata. Ogni tanto però si estraniano pur restando in mezzo alla folla: sembra che il loro pensiero stia correndo alla rincorsa di alcune questioni impegnative, che esigono quel livello di concentrazione che il brusio della folla non riesce ad assicurare. Non sono dei solitari, desiderosi di silenzio quasi come condizione normale di esistenza. Sono… dei solitari nella compagnia convinta e felice con tutti.
Il cristiano è fatto così.
La sua fede e la condizione della speranza lo sollecitano ad una immersione intensa nella vita di tutti. Non pretende un tavolo riservato, quando si siede a mensa, perché la compagnia con gli altri commensali è gradita e ricercata. Possiede però sensibilità, intuizioni, passioni… riconosce esigenze e avverte urgenze che lo costringono ad una parola originale, scomoda, inquietante
Quando tutti scivolano verso la disperazione, sa offrire una parola di speranza che permette di risalire la corrente. Quando serpeggia la convinzione di avere finalmente risolto tutti i problemi o, almeno, di possedere la chiave del futuro, riporta con i piedi per terra e ridimensiona i sogni troppo sicuri.
Sa parlare di morte e di vita. Propone il confronto con la morte per amare veramente la vita. Rilancia la vittoria della vita per restituire a tutti la gioia di essere signori persino della morte.
La radice di questo stile la scopriamo in un atteggiamento fondamentale della vita, quello che la tradizione ecclesiale ha indicato nella espressione: fede. Vivendo di fede, il cristiano vive in questo mondo come se fosse di un altro mondo.

Il cristiano vive di fede

L'espressione "fede" fa parte del linguaggio comune. Anche questo fatto ci aiuta a scoprire che il cristiano “siede a mensa con tutti”, anche se resta un “solitario”.
Si parla, infatti, di fede politica per dichiarare come immaginiamo il cambio sociale e a chi vogliamo affidare questa responsabilità. Qualcuno parla di fede in una persona o in una istituzione. Nel mondo dello sport qualche tifoso scatenato dichiara persino la sua fede in una squadra di calcio. Gli uomini religiosi parlano spesso di fede.
Nelle diverse forme in cui si intende fede, le diversità saltano agli occhi. Però, se ci pensiamo bene, senza gelosie e senza pretendere che tutti vadano d’accordo con il nostro modo di pensare, è possibile scoprire che non mancano i punti d’incontro. Chi parla di fede dichiara, infatti, di possedere un complesso di ideali, capaci di guidare i suoi orientamenti concreti e quotidiani, fino a sollecitare un impegno coerente di vita. Qualche volta, questo riferimento è forte, capace di afferrare tutta la vita, e spinge persino a compiere dei gesti di alto profilo. Altre volte, invece, resta debole: serve solo ad orientare un frammento di esistenza, lasciando tutto il resto ad altre ragioni e ad altre motivazioni. Si potrebbe dire: c’è una fede che prende tutta la vita e ce ne sono altre che si accontentano di governare pezzi di essa.
Anche i cristiani utilizzano la stessa espressione per parlare del significato profondo della loro esistenza. Dichiarano di riferire a Dio il fondamento di tutta la loro vita e affermano - con parole cui non sempre corrispondono i fatti - che Dio è la ragione ultima della vita, l’orizzonte che organizza e porta a verifica ideali e progetti.
A questo livello, in modo speciale, la fede diventa l’orientamento decisivo per la qualità della vita. Perché?
Nelle mie riflessioni sulla fede ho incontrato una pagina di un documento che i cristiani riconoscono come “parola di Dio”: il capitolo 11 della Lettera che un autore anonimo ha scritto duemila anni fa agli Ebrei per mostrare che Gesù di Nazareth è proprio quel salvatore che loro stavano aspettando.
Il capitolo si apre con una definizione di fede, tanto originale quanto simpatica: "La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono" (Eb 11, 1). Va capito bene quello che viene affermato.
Nei fatti della nostra vita ci sono delle cose che si vedono e ce ne sono molte altre che invece restano nascoste. Di solito, è facile distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede. Vedo l’amico che è fisicamente presente vicino a me. Posso sentire la sua voce, gioire (o rammaricarmi) della sua presenza. Questa non è l’unica presenza possibile. Altre persone sono vicine anche se, in questo momento, non lo sono fisicamente. Non le possiamo vedere, se non con gli occhi dell’amore e della fantasia. In questi casi è chiaro ciò che si vede e ciò che non si vede.
Il gioco tra ciò che si vede e ciò che non si vede, suggerito dalla definizione di fede della Lettera agli Ebrei, non va inteso come la differenza tra un amico che sta fisicamente vicino a te ed un altro, egualmente simpatico, che non è in questo momento vicino fisicamente.
In un avvenimento e in una persona, possiamo vedere ciò che, in qualche modo, può essere toccato con mano. Riconosciamo però che non finisce tutto lì. In una persona amata c’è un mistero, grande e profondo, che tutta l’avvolge. Questa realtà invisibile e misteriosa è tanto decisiva da avvertire la persona stessa in un modo specialissimo. Quello che non si vede diventa la categoria attraverso cui impostiamo il nostro giudizio e il nostro rapporto con quello che si vede.
In questo caso, non valgono le leggi del presente e dell’assente. Il rapporto tra ciò che si vede e ciò che non si vede riguarda una persona “presente” o un fatto di cui sono protagonista. Quello che resta misterioso a prima vista decide fortemente la mia reazione nei confronti di quello che vedo.
La definizione di fede che ho riportato dalla Lettera agli Ebrei parte da questa situazione e aggiunge: la fede è quell’atteggiamento che permette di vedere anche quello che non si vede, fino al punto di valutare ed esprimere quello che si vede dalla parte di quello che non si vede.
Un piccolo particolare non dovrebbe sfuggirci. La definizione di fede riportata contiene una ripetizione. Apparentemente le due frasi dicono, con parole diverse, la stessa cosa. Il modo di parlare è tipico del linguaggio e del mondo orientale. C’è però una sottolineatura originale: le cose che non si vedono sono “sperate”… e cioè attese, desiderate, ricercate. La voglia di verità porta a scavare in quello che si vede per arrivare a mettere le mani, con gioia, sul mistero che si portano dentro.

Tratti di vita cristiana

La vita cristiana si fonda sulla constatazione di un evento impensabile e formidabile che ha trasformato la nostra stessa esistenza. Siamo “cristiani” non per nascita, non per luogo di residenza, come non lo siamo perché ci siamo impegnati a diventarlo. Lo siamo perché Dio ci ha riempito della sua presenza e ha fatto di noi “creature nuove”, in Gesù e nella Chiesa. Lo siamo, dunque, per il dono dello Spirito. Egli è la sorgente della vita; è la forza che ci fa riconoscere Dio come Padre; è quel frammento della vita stessa di Dio, che ci fa diventare pienamente figli suoi, come lo è Gesù di Nazareth.
Su questo quadro complessivo e normativo possiamo impegnarci a costruire progetti concreti.
Ne indico alcuni, con la sola pretesa di rilanciare un compito che ciascuno – personalmente e nella responsabilità educativa che gli compete – è poi chiamato ad assolvere con una prospettiva più larga e molto più concreta di quella suggerita qui.

La qualità di vita

La vita nello Spirito si traduce immediatamente in vita nuova. Non solo fonda la speranza. Spalanca in uno stile di esistenza nuovo e originale.
Questo è il capitolo più impegnativo: dai criteri si passa alla proposta. L’operazione richiede una profonda capacità di accoglienza della cultura attuale e di intenso discernimento nella logica evangelica.
Faccio qualche esempio, per aprire una ricerca che dovrebbe continuare, a livello personale e comunitario.

Vivere a braccia alzate

La cultura in cui noi viviamo ci spinge ad ignorare i molti limiti in cui è stretta la nostra vita o ci propone soluzioni facili e pronte per ogni problema… fino a convincerci che possiamo bastare a noi stessi… basta volerlo.
Questo è falso: lo sperimentiamo tutti i giorni. Chi prende sul serio la seduzione dell’onnipotenza, finisce, presto o tardi, nella sabbie della disperazione.
La disperazione è una soluzione. Non è l'unica, però: la coscienza riconquistata del limite può restituirci al coraggio della verità sulla nostra vita.
Certamente esistono molti "limiti" nella vita di ogni uomo. Spesso dipendono da cause note e controllabili, anche se non facilmente superabili. Altri, come il dolore e la sofferenza, dipendono dalla struttura fisica della nostra esistenza. Contro i primi impariamo a ribellarci, eliminandone le radici, dentro e fuori di noi. Con i secondi ci abilitiamo a convivere, per amore di verità.
C'è però una situazione di limite, che tutti ci pervade e attraversa inesorabilmente la nostra esistenza: la morte incombe su di noi proprio perché siamo vivi. Non ci sentiamo rattristati da questa condanna. L'esperienza più bella, quella di essere vivi, si porta dentro la traccia indelebile del limite che l'attraversa.
Questa è l'esperienza esistenziale che chiamo "esperienza della finitudine".
La morte ci restituisce alla qualità e all'autenticità della nostra vita. Essa non è un incidente di percorso, di cui possiamo evitare il confronto, quasi fosse statisticamente irrilevante rispetto al problema centrale.
In qualche modo, dovremmo essergliene grati: essa è un supplemento di libertà in un mondo di costrizioni pericolose e alienanti, anche se opera con mano pesante e senza permetterci di giocare a nascondino...
Chi sa vivere l'esperienza della finitudine, come verità di se stesso, sofferta e scoperta, alza al Signore il grido della sua vita, ritrova la gioia di vivere e la libertà di sperare. Convive, nella pace e nella gioia, con la propria finitudine, perché si sente nell'abbraccio accogliente di Dio. L'esperienza della finitudine apre alla capacità di affidamento. Ci fidiamo tanto della vita, da anticipare, in modo maturo e programmato, quell'affidamento al suo mistero a cui la morte ci costringe.

Un’esistenza in esodo verso l’alterità

Un’altra inquietante questione è quella dell’identità.
Chi sono io? Cosa mi qualifica e mi definisce? Su quali valori imposto la mia esistenza?
Di risposte ce ne sono moltissime. Ciascuno ha la propria… e per la sua realizzazione si affanna e si arrabatta incessantemente. Spesso tocchiamo con mano la delusione e lo scoraggiamento, come risonanza spontanea alla presunzione e all’arroganza.
Gesù ci prone un suo punto di vista molto preciso. Sulla condivisione pratica di esso si gioca la qualità della vita cristiana.
La parabola del “buon samaritano” (Lc 10, 25-37) invita a “farsi prossimo”, per scoprire chi siamo.
Costruiamo la nostra esistenza solo se accettiamo di “uscire” da noi stessi, decentrandoci verso l’altro. L’esistenza nella concezione evangelica, è quindi un esodo verso l’alterità, riconosciuta come normativa per la propria vita. Una vita decentrata nell’impegno non è dunque il banco di prova dove “applichiamo” quello che abbiamo appreso, meritandoci così il dono della vita nuova. Essa è invece l’esplosione di tutta la nostra vita quotidiana, perché esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d’amore.

Capacità di interiorità

La terza preoccupazione riguarda il confronto tra identità e valori.
Il perno dell’identità sono i valori che la persona fa propri. Organizzati in un sistema coerente di significato, determinano il senso della sua esistenza e il riferimento attraverso cui sono colte, selezionate ed elaborate le stimolazioni che spingono all’azione.
Questi valori non li recuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione. Sono più oggetto di esperienza che frutto di studio e di conoscenza.
È difficile e poco praticabile immaginare un controllo selettivo sui valori attorno cui costruire e stabilizzare la propria identità. La situazione di complessità minaccia proprio questa possibilità. L’intervento formativo possibile è un altro.
La persona è formata quando si è costruita un “filtro” attraverso cui verificare e valutare cosa accogliere e su cosa reagire. Non cerca così mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come decisivo nella propria struttura di personalità.
La costruzione dell’identità è così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende in altre parole da una fatica che ha nella persona l’unico protagonista ed è legata intensamente al tessuto sociale in cui la persona si esprime e al suo influsso e condizionamento. In un ambiente di complessità e di pluralismo la formazione esige, perciò, come condizione di possibilità e di autenticità, l’impegno di restituire ad ogni persona la capacità di comprendersi e di progettarsi dal silenzio della propria interiorità.
Interiorità dice spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige. Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati, come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però in uno spazio di solitudine interiore, che permette, verifica e rende concreta la “coerenza” con le scelte unificanti la propria esistenza.
La capacità di interiorità è così la condizione irrinunciabile di un processo formativo per un tempo di complessità. In questo spazio di esigente e indiscutibile soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, soffre la faticosa coerenza con le scelte.
Sono convinto che ogni tentativo di oggettivizzare la decisione sia perdente oggi. In genere non è praticabile; o lo diventa a costi educativi ingiustificati. Ma c’è di peggio: se alle proposte la persona non impara a reagire dal silenzio dell’interiorità, i “nostri” valori oggettivi saranno quotidianamente sconfitti dal fascino seducente delle tante proposte che respiriamo. La pretesa di curare la soggettivizzazione con una buona cura di oggettività, secondo me, è rimedio peggiore del male. Non coglie la radice della disfunzione e, in qualche modo, la perpetua.
Vedo invece la possibilità di intervenire nei confronti della soggettivizzazione sfrenata, riconsegnando la persona in modo serio all’interiorità. Le risorse educative possono essere spese per far nascere l’esigenza, sostenere l’esperienza, progettare la realizzazione. E ce ne vorranno molte in una cultura che fa di tutto per trascinare verso l’esteriore, anche con la scusa di salvaguardare meglio l’oggettività. Lo affermo sulla fiducia educativa verso i giovani. Lo rilancio, consapevole, nella fede, che il silenzio dell’interiorità è il luogo in cui lo Spirito di Gesù si fa voce per guidarci alla pienezza della verità.
In questo modo l’identità stessa cresce e si consolida, come frutto dello scambio tra la storia personale e i contributi forniti dall’esterno, che scrivono questa stessa storia.

Verso decisioni coraggiose

Infine, la quarta preoccupazione riguarda l’esigenza di saper arrivare a decisioni ferme sulle cose che contano veramente.
La nostra cultura ci spinge a decisioni mai definitive, verso un’attenzione esasperata a non precludersi nessuna possibilità. L’eccedenza delle opportunità giustifica appartenenze deboli, dove sembra compatibile un orientamento e il suo contrario.
Questo è principio pericoloso: la persona è frastagliata proprio al livello della sua qualificazione.
Non mi accontento di scelte coerenti con un quadro oggettivo di valori. È troppo facile assumerle con entusiasmo e poi, in altro ambiente e sotto un altro tetto, giocare lo stesso entusiasmo nella direzione opposta. Il limite non è di coerenza; sta invece in quella mancanza di decisionalità forte che sembra la condizione irrinunciabile per sopravvivere oggi.
In che direzione sollecitare il coraggio di decisioni forti e impegnative? La Chiesa del Concilio ha riscoperto che il centro della vita nuova del cristiano sta nella condivisione appassionata della causa di Gesù. Da questa prospettiva possiamo riformulare i vecchi modelli moralistici e chiedere, nello stesso tempo, una conversione radicale di vita, grande come quella che ha costruito i santi.
La decisione è per il regno di Dio. Questa è la “perla preziosa” per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto.
Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c’è morte. È dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile d’ogni uomo di buona volontà, esigendo che ogni impegno per la vita sia realizzato “secondo il suo progetto”.
A confronto con Gesù di Nazareth scopriamo l’oggetto della nostra decisione, la sua qualità e le condizioni che la rendono autentica.
Gesù ha sacrificato la sua vita, come sommo gesto d’amore, accettando le conseguenze di un’esistenza tutta protesa nell’impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, a tutti gli uomini. “Dare la vita” è la condizione fondamentale perché essa sia piena e abbondante per tutti. Chi s’impegna in questo, riconosce che l’esito della sua fatica è sempre “oltre” ogni progetto umano ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, pianta perciò la croce nel centro della sua vita. Riconosce la passione di Dio per la vita di tutti e si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo d’impegno, concreto e storico, per la vita.

Le celebrazioni del futuro nel tempo presente

Nella vita cristiana ci sono gesti, momenti e pratiche, cariche di una logica molto diversa da quella che orienta la vita quotidiana. Chiamiamo tutto questo “i sacramenti”.
Sappiamo che, secondo la Tradizione, sono sette. Ne conosciamo il nome e la funzione specifica. In queste pagine mi preoccupo soprattutto di indicarne il significato globale: la loro funzione in una esistenza cristiana che proviene dall’esperienza dello Spirito (come ho ricordato qualche pagina indietro), e che si realizza in un impegno di qualità nuova (come ho appena ricordato).
Perché allora i sacramenti sono una dimensione irrinunciabile della vita cristiana?
I sacramenti sono la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia: il tempo del futuro dentro i segni della necessità, tanto efficace e potente da generare vita nuova.
Memoria solenne ed efficace del passato, riscrivono nell'oggi i grandi eventi della nostra salvezza. Restituiscono così il presente alla sua verità per la forza degli eventi. E immergono nel futuro la nostra piena condivisione al presente: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso.
Pensiamo, per parlare in termini concreti, alla eucaristia. Una eucaristia “fuori” della storia quotidiana sarebbe un gesto inutile e vuoto. L'eucaristia sollecita di conseguenza i cristiani, sempre tentati a leggere la propria esperienza solo dalla prospettiva del suo esito, quando asciugata ogni lacrima vivremo nei cieli nuovi e nella nuova terra, a misurarsi coraggiosamente con i gesti della necessità, nel tempo delle lacrime e della lotta.
L'eucaristia però immerge nel futuro la nostra piena condivisione al tempo: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Dalla parte del futuro, il presente ritrova la sua verità, il protagonismo soggettivo accoglie un principio oggettivo di verificazione.
Nell'eucaristia il passato ritorna come memoria, efficace e solenne, delle cose meravigliose che Dio ha compiuto per noi, prima fra tutte la trionfante vittoria di Gesù sulla morte, per la vita di tutti.
Nella celebrazione dell'eucaristia e di tutti i sacramenti, immergiamo il nostro presente nel passato e lo lanciamo verso il futuro. In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, della lotta e dalla croce.
Impariamo così a cantare i canti del Signore anche in terra straniera. Riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.
Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti.
Cantando i canti del Signore, la “terra straniera” diventa la nostra terra, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.

Educare alla vita cristiana

Sul significato e sulla specificità della vita cristiana, anche rispetto alla nostra vita quotidiana, molte altre cose andrebbero ricordate. Non è questo il contesto per farlo. Una cosa sento però il dovere di aggiungere, per chiamare in causa la responsabilità degli educatori.
Pensiamo, infatti, alla vita cristiana da educatori della fede, da gente cioè impegnata ad aiutare i giovani a vivere da cristiani adulti e consapevoli. Non è sufficiente conoscere la meta del processo. Vanno anche organizzati i riferimenti del percorso.
Immagino l’impegno educativo e pastorale concentrato, in termini convergenti e contemporanei, su tre frontiere, che ricordo brevemente.

Uno stile di vita quotidiana

Ho cercato di mostrare come la qualità della vita quotidiana è di grande rilevanza rispetto alla qualità della vita cristiana.
La constatazione va presa sul serio.
La qualità della vita quotidiana è frutto di attenti processi educativi e va compresa in una ricerca a carattere culturale, giocata seriamente tra i modelli dominanti e quella che mi piace chiamare la “profezia del Vangelo” sull’uomo e sulla sua storia.
I profondi cambi culturali in atto e l’innegabile maturazione in umanità che da essi scaturisce, non ci permettono di immaginare l’uomo e la sua maturità secondo i modelli che ci sono stati consegnati. Molte delle “virtù” tradizionali sono oggi abbastanza improponibili o ci riducono a gente solo nostalgica… se ci mettiamo un poco di passione per ricostruire oggi quello che ci viene dal passato. Neppure però possiamo considerare come… oro colato (rispetto alla maturità dell’uomo) quello che riscuote consenso oggi.
È urgente ricomprendere la tradizione e il presente in termini attenti e concreti, attivare un’opera accorta di discernimento, scatenare l’amore e il coraggio della fantasia nell’invenzione di alternative.
Tutto questo ha bisogno di un principio di verifica e di ispirazione. I cristiani dicono forte che Gesù, secondo il volto che il Vangelo ci propone, è la verità dell’uomo. Alla sua esperienza e alla sua proposta, testimoniata oggi nel vissuto ecclesiale, dobbiamo ispirarci nella nostra ricerca di modelli culturali significativi. Non si tratta di copiare… ma di confrontare e reinventare.
La faccenda è complicata dal fatto di dover tradurre i modelli culturali in vissuti esperienziali. A questo livello, il confronto e il discernimento sono una esigenza irrinunciabile.
Su questa prima frontiera l’educazione alla vita cristiana ha davvero molte cose da fare. Qualche esempio l’ho anticipato nel paragrafo precedente in cui ho parlato di alcune dimensioni della vita cristiana. In quelle pagine, con l’aiuto e l’esperienza di tanti amici, ho cercato di immaginare un ritratto ideale di giovane cristiano, capace di far dialogare le esigenze del Vangelo e la cultura di oggi. Lì ha prevalso la dimensione critica. La ricerca dovrebbe continuare sul piano dei progetti positivi.

L’annuncio del mistero del Dio di Gesù

Come ho già ricordato, non siamo cristiani perché siamo uomini e donne serie e impegnate. Lo siamo se ci affidiamo, come un bimbo nelle braccia di sua mamma, a Dio, unica ragione della nostra vita e della nostra speranza, nel volto e nella storia di Gesù.
Nella fede riconosciamo che la maturazione completa dell’esistenza esige il riconoscimento della presenza di Dio. Questo riconoscimento è, prima di tutto, nell’ordine dei fatti, anche se ha bisogno di crescere, di verificarsi e di rendersi concreto sul piano consapevole e tematico. Da questo dato, di natura teologica, scaturiscono il compito di aiutare a far passare dal riconoscimento della “cosa” in sé (la vita come evento teologale) al riconoscimento del fondamento di questa realtà (la persona di Gesù il Cristo). Solo in questa progressione di riconoscimento, il cristiano si fa adulto e l’uomo è restituito alla pienezza di libertà e responsabilità.
Il sì alla vita cresce irruente verso l’accoglienza del Signore della vita stessa: si fa tematico ed esplicito quel sì che era solo implicito, anche perché si scopre nel Signore Gesù la radice e il fondamento di quella pienezza di vita, che cerchiamo intensamente, per noi e per gli altri. Si realizza così un doppio movimento: un processo di progressiva consapevolezza su quella realtà (eventi e parole) prima conosciuti senza essere verbalizzati, e un progressivo adeguamento della decisione personale con i contenuti teologici affermati come normativi dalla comunità ecclesiale, attorno alla vita stessa, alla sua qualità, al suo fondamento e al suo esito.
Senza evangelizzazione (e di conseguenza… senza evangelizzatori) non ci può essere vita cristiana.

La grave questione dell’«esito»

L’ultima frontiera dell’impegno di educare alla vita cristiana riguarda la spinosa questione dell’esito del processo.
Con questa espressione intendo riferirmi al tentativo di immaginare, con un certo anticipo, quello che capita nella vita quotidiana quando decidiamo di viverla nell’orizzonte globale della sua dimensione cristiana. Possiamo chiederci: se dico di sì al Signore Gesù, cosa mi capita? Che… fine sono costretto a fare? Posso ancora amare la mia vita, in compagnia con tutti i miei amici appassionati di vita e di felicità, o, al contrario, debbo impegnarmi in una brusca inversione di rotta?
Le domande non sono teoriche. Nascono dalla serietà di una decisione che vuol fare previsioni attente… e dal confronto con le mille concrete risposte che l’esperienza ecclesiale ci propone, ogni giorno.
La ricerca non è giocata su una buona teoria… cerca invece un vissuto, una esperienza sullo stile “vieni e vedrai”. Questa constatazione impegna ciascuno di noi e tutta la comunità ecclesiale ad elaborare un nuovo “libro dei santi”, per rilanciare figure carismatiche attuali.
Anche su questa frontiera qualche bella realizzazione non manca... ma di lavoro da fare ce n’è ancora tanto. Siamo tutti impegnati all’avventura affascinante di sognare e di realizzare una santità giovanile per il secolo che si è appena dischiuso.