Capitolo quarto

UOMINI E DONNE

INVOCANTI

 

(da: Riccardo Tonelli, PER UNA PASTORALE GIOVANILE AL SERVIZIO DELLA VITA E DELLA SPERANZA. Pastorale giovanile e animazione, Elledici 2002)  

 

È importante sognare quando si pensa all’obiettivo. Chi non è capace di sognare, pensa all’obiettivo con tanto di quel realismo e di quella paura… da non sollecitare neppure verso un piccolo passo avanti. I piedi sono piantati per terra – e questo va bene – ma il cuore non sa guardare più lontano del proprio naso – e questo è un grosso guaio.
Non basta però sognare alla grande. Se vogliamo che i sogni diventino realtà, dobbiamo tradurli in processi concreti e verificabili. Ad ogni passo del cammino potremo così verificare se siamo sulla buona strada ed eventualmente riaggiustare la manovra, con qualche preciso cambio di rotta.
Questo capitolo fa da cerniera tra il precedente, centrato sull’obiettivo, e quello che segue, dedicato al metodo.

Progettare per competenze

Tutti noi sappiamo che per legare saldamente obiettivo e metodo, dobbiamo decidere quali sono le competenze che vogliamo raggiungere. “Competenza” significa capacità di orientarsi nelle diverse situazioni. Si dice infatti che una persona è competente (in genere o in un ambito particolare) quando, attraverso la progressiva valorizzazione dell’autenticità personale, la graduale chiarificazione della complessa vicenda individuale e collettiva, l’acquisizione di significati e valori, è capace di una lettura corretta della realtà, sa reagire in modo equilibrato alle differenti stimolazioni, è pronta a decisioni e ad azioni coerenti.
Le competenze derivano dall’obiettivo, ma fanno un passo avanti. Descrivono l’obiettivo in termini concreti, verificabili, organizzabili in sequenze e processi. Permettono così di scegliere interventi e risorse, elaborando quindi un buon metodo.
Non è facile arrivare ad un livello così concreto... ma ci si deve provare, per non restare nel vago e nel generico.
Ci provo, allora, entrando con una certa cautela in una specie di terreno minato.
Mi chiedo: quale competenza dovrebbe caratterizzare il cristiano? Chi si impegna per la sua educazione, verso quale meta concreta dovrebbe organizzare i suoi sforzi?
Non mi chiedo ancora “cosa fare”. Sto un passo più a monte: mi chiedo solo “verso dove” tendere.
Una risposta c’è. L’abbiamo pensata e sperimentata in questi anni. Ed è proprio quella messa nel titolo: la competenza a cui abilitare per aiutare i giovani di oggi a maturare come cristiani adulti è la capacità di “invocazione”.
L’affermazione è seria. Si traduce in una più perentoria ancora: solo gli uomini e le donne “invocanti” possono diventare cristiani maturi.

Cosa è “invocazione”

Il vocabolario della lingua italiana offre varie definizione di invocazione: richiesta, preghiera, supplica, grido. Nel contesto di queste riflessioni, invocazione ha un significato preciso. Significa un atteggiamento personale di affidamento a qualcuno che sta oltre il proprio vissuto, tra l’esperienza e la speranza. Indica quindi uno stile di esistenza: il superamento del limite, riconosciuto e accolto, per immergersi, in modo più o meno consapevole, nell'abisso del mistero di Qualcuno o Qualcosa che sta oltre, di cui ci si fida e a cui ci si affida. Spesso questa "realtà" non è stata ancora incontrata in modo esplicito, ma essa è implicitamente riconosciuta capace di sostenere la personale domanda di vita e di felicità, e di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Una immagine può aiutare a decifrare meglio il senso dell’espressione: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.
In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
L’esercizio del trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il “salto mortale” le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituendo alla vita. Nell’esercizio al trapezio, nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte.
Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte. Essa è il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

Invocazione è esperienza di trascendenza

L’invocazione è una esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo, essa è già esperienza di trascendenza, sporgenza verso il mistero dell’esistenza.
Lo è ai primi livelli di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato in modo esplicito, fino a riconoscerne nome e qualità, ma che implicitamente ravvisa capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Lo è soprattutto nella espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nell’accoglienza del mistero dell’esistenza. Ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.
Anche quando la persona raggiunge il livello più alto di maturazione religiosa, l’invocazione non si spegne, come se la persona avesse finalmente raggiunto la capacità di saturare tutte le sue domande esistenziali. A questo livello è riconsegna al silenzio inquietante di una presenza che sta oltre la propria solitudine, che viene dal mistero della trascendenza.
Superiamo il limite della nostra esistenza per immergerci nell’abisso sconfinato di Dio. Fondati nella fiducia, ci affidiamo all’abbraccio di Dio.

Riunificare l’esistenza attorno all’invocazione

L’invocazione non è riducibile ad una delle tante esperienze che riempiono la vita di una persona, paragonabile per esempio alla ricerca del lavoro o a qualche hobby che impegna le energie nel tempo libero. Essa rappresenta invece, di natura sua, il tessuto connettivo di tutte le esperienze di vita: quasi una nuova radicale esperienza che interpreta e integra le esperienze quotidiane, in qualcosa di nuovo, fatto di ulteriorità cosciente e interpellante.
La capacità di riunificazione sta nella ricerca di un significato per la propria vita, sufficientemente armonico e capace di dare consistenza al senso e alla speranza.
Al livello iniziale l’invocazione è soprattutto tensione verso un ulteriore, capace di dare ragioni e fondamento all’esistenza personale. Ogni frammento di vissuto ed ogni esperienza personale, infatti, lancia e satura qualcuna delle tante domande di senso e di speranza che salgono dalla nostra quotidiana esistenza. Queste diverse domande si ricollegano in una più intensa che attinge le soglie profonde dell’esistenza: a questo livello, la domanda coinvolge direttamente il domandante e, normalmente, resta domanda spalancata verso qualcosa di ulteriore, anche dopo il necessario confronto con le risposte che ci costruiamo o che accogliamo come dono che altri ci fanno.
Al livello più alto e maturo, quando la domanda stessa si perde nell’abisso del mistero incontrato e sperimentato, l’invocazione è affidamento ad una “presenza” che è sorgente della vita dello stesso domandante. Nell’abbandono ad un tu scoperto e sperimentato, l’io ritrova la pace, l’armonia interiore, la radice della propria speranza.
Come si nota, la riunificazione non sta nel “possesso”, ma nella “ricerca”: non sono i dati sicuri quelli che possono fondare l’unità, ma la tensione, sofferta e incerta, verso un ulteriore e la riconsegna di tutta la propria esistenza a questo “evento”, sperimentato e incontrato, anche se mai posseduto definitivamente.

L’invocazione come preziosa esperienza di incontro

La descrizione, appena suggerita, aiuta a rispondere alla domanda che sorge spontanea: perché considerare l’invocazione come una esperienza importante nel progetto di pastorale?
Rispondo, allargando per un momento lo sguardo verso alcune scelte di fondo del progetto di pastorale giovanile che sto offrendo. La fiducia sulla invocazione rappresenta infatti uno di quei temi, tanto ricchi e coinvolgenti, da richiamare subito l’attenzione verso tutta una serie di scelte, decisive e qualificanti.

Invocazione e fiducia nella vita

L’invocazione rappresenta un luogo privilegiato di incontro, di convergenza e di trasformazione.
Essa è tutta dalla parte della vita, concreta e quotidiana, della persona che sta maturando. Non è un intervento progettato dall’esterno né suggerito quasi come esercizio di abilitazione. Sono “io”, signore della mia esistenza, che mi lancio verso qualcuno o qualcosa che sta fuori di me, di cui avverto il profondo bisogno, per trovare ragioni di vita e di speranza, dalla scoperta gioiosa e inquietante della mia stessa vita. Alzo le braccia verso le braccia robuste di chi si manifesta capace di afferrarmi, perché senza queste due braccia accoglienti sarei nel rischio mortale di sfracellarmi. Lo faccio nell’incertezza operosa della speranza e nella fragile consapevolezza dell’esperienza.
Questo gesto, tutto mio e tutto proteso fuori di me, affonda le sue radici nella mia storia, in quanto ho già sperimentato tante volte. E’ un momento, come tanti altri, del mio vissuto quotidiano. Esso è però tutto proteso verso l’oltre (una esperienza di trascendenza, come ricordavo qualche battuta prima), perché mi rendo drammaticamente conto di non poter bastare da solo. La vita mi è restituita solo se accetto di consegnare le sue ragioni a qualcuno che sta fuori di me. In fondo, scopro, d’esperienza diretta, che solo nella speranza sono rassicurato sulla vita.
Non si tratta però di una speranza cieca, un esercizio di volontà ingiustificato… che rilancia verso l’oltre solo perché non potrei fare altrimenti. Le braccia robuste che mi afferrano le ho già incontrate tante volte. L’abbandono al mistero che mi avvolge ha già prodotto tante volte segni di rassicurazione. Ma “questa volta” (come tutte le volte concrete) sono nel rischio: la certezza è nel futuro e nella consegna all’incerto.
Il fondamento dell’invocazione, quell’atteggiamento che trasforma un gesto rischioso in una esperienza gioiosa, sta nella fiducia verso la vita stessa, di cui l’amico che mi accoglie è segno e testimone. Mi fido della vita: per questo mi affido al rischio quotidiano del vivere, ripartendo continuamente appena ho sperimentato la sicurezza.
Se qualcuno chiede “Perché fidarsi della vita?”, avvertiamo quanto sia difficile una risposta, tracciata nella trama fredda della razionalità. Scopriamo che la risposta corre in una specie di itinerario logico di ragioni, di cui l’una spalanca all’altra e ciascuna contiene, almeno implicitamente, tutte le altre.
Ci fidiamo perché la vita merita fiducia, come abbiamo tante volte sperimentato. Ci fidiamo perché la vita è più grande di quello che appare e constatiamo. Ci fidiamo perché la vita è avvolta in un mistero, immenso e rassicurante. Ci fidiamo – con una consapevolezza differenziata – perché il nostro Dio è il Dio della vita, colui che l’ama tanto da volerla piena e abbondante per tutti.

L’invocazione per una… continuità discontinua

Nel sogno sull’obiettivo della pastorale giovanile ho continuamente sollecitato verso un modo un poco strano di vivere la propria esistenza quotidiana. Ricordo, a chi l’avesse dimenticato, l’espressione usata in quel contesto: il cristiano è uno che siede a mensa con tutti da solitario. La formula e le parole con cui l’ho commentata sottolineano un rapporto speciale tra vita quotidiana e vita cristiana. Il cristiano ama la sua vita quotidiana, ne cerca una qualità alta e impegnativa e, nello stesso tempo, pianta la croce di Gesù nel centro della sua appassionata ricerca di felicità.
Esiste quindi, nel modello che sto suggerendo, una continuità tra maturazione umana e crescita nella fede, segnata inesorabilmente da salti bruschi di percorso. La continuità… ha sempre il tono e il sapore della discontinuità. La discontinuità non è mai rottura e distanza, perché vuole e ricerca la continuità.
L’esperienza di invocazione rappresenta il momento più forte della continuità e della discontinuità. Posso, infatti, lanciarmi verso le braccia robuste che mi afferrano, solo se accetto di staccarmi dalle altre sicurezze. Chi ha certezze, non invoca, ma si ancora più fermamente alle proprie personali certezze. Anche la stessa esperienza di fede può diventare rassicurante e bruciare la capacità di invocazione o può, al contrario, spalancare maggiormente verso l’invocazione se quello che ho già sperimentato mi spinge a nuovi e più coraggiosi “esercizi al trapezio”.
Dette così le cose, possono lasciare l’impressione di un bel discorso teorico, che scivola sulla testa della gente, come un sorso d’acqua su un tavolo di marmo.
Sono convinto del contrario e chiedo di verificare le ragioni della proposta.
Una delle domande più frequenti è quella che riguarda il “chi sono io?”. Ognuno se la dice con le sue parole e a suo modo… ma in fondo la questione è la stessa. Chi sono io? Quando ho diritto di camminare a testa alta? Come posso scrivere sul mio biglietto da visita che sono una persona importante, rispettabile, piena di dignità?
Di risposte ne abbiamo a bizzeffe.
Qualcuno è importante perché sa fare cose che gli altri fanno molto peggio di lui. Canta con voce suasiva o squillante o dal roco al tenebroso. Qualche altro sa agitarsi in modo splendido. Ci sono persone ricercate e pagate profumatamente perché sanno correre più veloci di altre o riescono a segnare goal da tutte le posizioni. Altre persone sono valutate degne di considerazione perché hanno scritto molti libri o sono riuscite ad arrampicarsi fino all’ultimo gradino della scala sociale, magari agitando solo le proprie mani e le proprie doti personali. Qualcuno è più bello degli altri o riesce a far ridere quando tutti sono tristi… E potrei continuare nella litania.
In genere, le cose funzionano come strumento di prestigio. Basta conquistarne o possederne una misura abbondante… e tutto cambia nella considerazione collettiva. Hanno persino inventato i segni di prestigio, elaborando una scala sociale di diritti al rispetto e alla considerazione.
Allora… chi è l’uomo? Quando raggiungo il livello più alto di umanità?
Dalla parte dell’invocazione spunta una risposta che butta in crisi tutti questi modelli. L’uomo e la donna, pienamente matura, riuscita, meritevole di prestigio speciale, è l’uomo e la donna che si fidano tanto del mistero della propria vita, da affidare tutta la propria speranza ad un evento, sperato e atteso anche se non posseduto. Questa è infatti l’invocazione. Siamo… quando viviamo nell’invocazione.
L’invocazione rappresenta dunque l’indice più alto di maturazione cui la persona può giungere. La guida educativa, impegnata nel servizio di maturazione delle persone, è orientata a far diventare tutti capaci di invocazione. A questo livello restituisce ad ogni persona la gioia di vivere, la libertà di diventare protagonista, la capacità seria di sperare.
Il progetto di pastorale giovanile che sto cercando di suggerire, è costruito su un rapporto stretto tra qualità della vita e esperienza cristiana.
Se l’invocazione rappresenta il momento più alto di qualità di vita, essa è anche il momento più prezioso di esperienza cristiana. Il cristiano è un uomo invocante sempre, anche quando ha deciso di affidare tutta la sua esistenza al mistero di Dio.
L’educazione è orientata a far crescere l’invocazione. L’offerta del Vangelo di Gesù, indispensabile per la vita cristiana, si colloca nel cuore dell’invocazione. L’invocazione è dunque il luogo in cui il Vangelo può risuonare veramente come proposta significativa e salvifica, perché capace di saturare l’invocazione e di rilanciarla verso il mistero della fede cristiana.

Educare all’invocazione

Il consolidamento e lo sviluppo della capacità di invocazione sono un tipico problema educativo. Riguardano, in altre parole, la qualità della vita e l’influsso dell’ambiente culturale e sociale in cui essa si svolge. Abbiamo bisogno di restituire all’uomo una qualità matura di vita; e lo facciamo entrando, con decisione e competenza, nel crogiolo dei molti progetti d’uomo sui quali si sta frantumando la nostra cultura.
Non tutto però può essere ridotto a interventi solo educativi. L’educatore credente sa che senza l’annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l’uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l’incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita. Questo incontro è sempre espressione di un dialogo d’amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell’uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell’iniziativa di Dio.
Le due convinzioni non possono essere sperimentate e proposte come se fossero alternative. Purtroppo, qualcuno le vive così, producendo conseguenze che considero preoccupanti. Educare senza evangelizzare è troppo poco per un buon progetto di pastorale giovanile. Evangelizzare ignorando le logiche esigenti dell’educazione, ci porta verso forme di esperienza religiosa, rigide e reattive.
Di qui la convinzione: l’invocazione è una esperienza di vita quotidiana, frutto di intelligenti processi educativi. Può essere educata. Viene educata però in due modalità che possono apparire all’opposto. Viene educata quando l’educatore opera sui germi iniziali di invocazione e attiva processi capaci di svilupparli, fino ad un esito soddisfacente. Viene però educata anche quando l’evangelizzatore (l’educatore cioè che fa proposte, ponendo davanti alla persona il mistero in cui la nostra vita è avvolta e la sua personale esperienza di questo mistero) evangelizza, con decisione e coraggio, rispettando però modalità comunicative capaci di suscitare libertà e responsabilità.
Questo è il punto: l’invocazione si propone come il luogo esistenziale privilegiato dove il Vangelo può risuonare come una buona notizia per la vita e la speranza. Non accetto però i modelli solo responsoriali: ti offro una risposta solamente quando hai una domanda coerente. L’offerta della risposta, quando è realizzata in modo “sensato”, è capace di scatenare la domanda stessa, di educare cioè l’invocazione.
I due processi (educare alla domanda e scatenare la domanda stessa offrendo risposte) si incrociano sulla stessa piattaforma dell’invocazione e della sua educazione.
Sono consapevole che la vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di invocazione. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.
L’invocazione è educabile. Un certo processo educativo la può sostenere e sollecitare adeguatamente. Serve la maturazione della persona e la spalanca verso l’attenzione e l’apertura sul trascendente.
L’evangelizzazione, nello stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione dell’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.
L’evangelizzazione non può quindi essere realizzata in un dopo cronologico rispetto alla maturazione dell’invocazione, anche se esige un buon livello di invocazione, per risuonare come buona notizia. La scansione è solo logica, fino al punto che la stessa evangelizzazione diventa un ottimo momento educativo in ordine alla maturazione e al consolidamento dell’invocazione.
Educhiamo all’invocazione per permettere alle persone di spalancarsi sul mistero annunciato. Evangelizziamo il Dio di Gesù per dare pane a chi lo cerca e sorgenti d’acqua fresca all’assetato; ma lo annunciamo con forza e coraggio per far crescere la fame e la sete di pienezza di vita.