Capitolo quinto

SUGGERIMENTI

PER UN BUON METODO

 

(da: Riccardo Tonelli, PER UNA PASTORALE GIOVANILE AL SERVIZIO DELLA VITA E DELLA SPERANZA. Pastorale giovanile e animazione, Elledici 2002)  


Finalmente abbiamo tutte le carte in regola per lanciarci alla ricerca di cosa possiamo fare. Conosciamo l’obiettivo, abbiamo individuato la competenza che lo esprime... organizziamo le risorse e mettiamoci al lavoro. Suggerimenti di metodo vuol dire proprio questo: indicazioni concrete per mettersi al lavoro. Finalmente… ma c’è un “ma”.
Ci sono parole che hanno il sapore della magia anche nell’ambito educativo e pastorale. “Metodo” è una di quelle… forse tra quelle dotate di maggior fascino, dal punto di vista positivo e da quello negativo.
Quando le cose non vanno troppo bene nell’ambito pastorale… l’eccessiva attenzione al metodo e alle questioni relative diventa il capro espiatorio di tutto. “Basta con questa storia del metodo”, si dice. Qui ci vuole più fede e più speranza. Chi si fida dello Spirito di Gesù, ridimensiona senza eccessivi scrupoli ogni passione metodologica.
Qualcuno invece gioca nella squadra opposta. “Manca un buon metodo”, si dichiara. Bisognerebbe studiare di più e procedere maggiormente a suon di processi, progetti, organizzazione in obiettivi finali e intermedi…
È difficile dire chi ha ragione… probabilmente perché la ragione potrebbe stare di casa da qualche altra parte. Forse… perché si spara a zero o ci si affida ciecamente ad una realtà che resta terribilmente equivoca se non si occupa un poco di tempo a mettersi d’accordo sul suo significato.
Ed è propria questa la mia intenzione: precisare prima di tutto i termini, determinare poi l’ambito e suggerire infine alcune scelte concrete di metodo nell’ambito della pastorale giovanile.
Il tema è tanto importante che ho diviso questo capitolo in quattro parti abbastanza consistenti:
* una specie di definizione descrittiva di metodo
* l’invito ad organizzare le risorse attorno al problema “vero”
* alcune scommesse sul piano strategico, per mettere le mani nei punti più nevralgici di tutto il processo metodologico
* una proposta di stile che è una forte scelta di campo: fare proposte, facendo fare esperienze.

Se questo è metodo…

Metodo è quella particolare selezione e organizzazione delle risorse disponibili e delle operazioni praticabili, che serve a creare le condizioni favorevoli per far raggiungere gli obiettivi nelle diverse situazioni di partenza.
La definizione suggerita richiede una attenzione precisa, per cogliere, in modo serio e motivato, i diversi elementi in gioco. Dal loro insieme nasce la comprensione di metodo a cui faccio riferimento.

Un riferimento speciale all’obiettivo

La prima cosa che appare evidente dalla definizione di metodo è il suo riferimento all’obiettivo. La definizione ricorda che le risorse sono, infatti, selezionate e organizzate con l’unica preoccupazione di creare le condizioni favorevoli al raggiungimento dell’obiettivo. Ciò che è meno evidente e non sempre pacifico è il modo con cui le risorse selezionate entrano in rapporto con l’obiettivo.
La definizione proposta prende decisamente posizione: le risorse hanno la funzione di facilitare il raggiungimento dell’obiettivo nelle concrete situazioni in cui si opera. Servono a “facilitare” (e cioè a rendere facile e possibile) il raggiungimento dell’obiettivo. Non servono a farlo raggiungere, con le buone o con le cattive… ma solo per creare le condizioni che permettano ad una persona di orientarsi verso l’obiettivo e di raggiungerlo in concreto.
Se le risorse “costringono” a raggiungere l’obiettivo, non siamo di fronte ad un buon metodo. Più concretamente ancora: questo non è il metodo che propongo; per questo modo di fare preferisco utilizzare una espressione più adeguata: manipolazione. Quando invece le risorse mettono le persone in condizione di orientarsi verso l’obiettivo, siamo in presenza di un processo autentico di metodo.
Concretizzo la mia affermazione con un esempio. Lo scelgo provocatorio apposta, per costringere a prendere posizione, evitando le facili semplificazioni.
Mi sta a cuore assicurare la partecipazione dei giovani di una parrocchia alla Eucaristia. Questo è l’obiettivo. Mi interrogo su quali risorse posso mettere in processo per raggiungere questo obiettivo. Posso usare le maniere… forti: le minacce e i castighi per chi non partecipa, i premi seducenti per chi partecipa, un elenco di condizioni (se non vai alla Messa… niente possibilità di giocare poi nel campo dell’oratorio… o cose simili). Tutto questo, molto probabilmente, assicura il raggiungimento dell’obiettivo. Eppure affermo che non è stato utilizzato un buon metodo. Meglio ancora, non ho progettato nessun metodo ma ho solo studiato la forma manipolatoria più adatta in situazione.
Un buon metodo richiede invece la creazione di condizioni favorevoli, tali cioè da stimolare le persone a scegliere la partecipazione, in modo libero e consapevole. Queste condizioni sono varie: l’orario, il coinvolgimento, lo scambio di motivazioni, lo stile celebrativo, la capacità di presiedere e di comunicare, la comprensione progressiva dell’evento celebrato, al di là delle espressioni esterne. Tutto questo è un buon metodo.
Una caratteristica irrinunciabile del metodo è la sua “relatività”: le risorse sono scelte con una attenzione molto concreta e precisa alle situazioni dei soggetti.

La selezione e l’organizzazione delle risorse

Le “risorse” costituiscono il secondo elemento su cui pensare in ordine alla corretta comprensione del metodo.
Due attenzioni vanno sottolineate.
La prima riguarda il contenuto: cosa sono le risorse.
La seconda indica il processo: perché parlare di selezione e organizzazione delle risorse.

Cosa sono le risorse

Risorse è una espressione vaga. La scelgo apposta per contenere in essa tutto ciò di cui possiamo disporre.
Ci sono due tipi di risorse: quelle esistenti e quelle programmabili. Sono risorse le persone concrete, le tradizioni educative, i beni educativi accumulati nello scorrere della varie stagioni… Sono risorse quelle opportunità che non esistono ancora ma che possono essere attuate con un minimo di fantasia, di capacità progettuale, di invenzione.
Una caratteristica fondamentale delle risorse è la loro concretezza. Non sono risorse i “desideri”, ma i dati di constatazione (presenti e futuri, come dicevo). Non posso considerare risorsa una battuta come questa “Se avessimo tutti vent’anni… cambieremmo il mondo”. In fondo, il mondo lo dobbiamo cambiare con gli anni che ci ritroviamo addosso, progettando interventi e processi operativi realisticamente possibili.
Il metodo ci trascina a scelte, decisioni, progetti molto concreti: a far fuoco con la legna che abbiamo e con quella che riusciamo a procurarci. Non è facile ragionare in questo modo, soprattutto quando veniamo da una tradizione educativa e pastorale che ha cercato di risolvere tutti i problemi, solo invocando l’aumento dell’indice di impegno e di buona volontà o spingendo le persone a fare progetti con l’attenzione rivolta solo al dover essere, ai grandi e inutili sogni, ad espressioni tanto solenni quanto inverificabili e difficilmente traducibili in linee concrete di azione, in tempi, agenti, ritmi, processi.
Le belle frasi ad effetto vanno davvero poco d’accordo con il quadro operativo delle risorse.

Perché selezionare e organizzare le risorse

La seconda attenzione è evocata dalle due indicazioni presenti nella definizione di metodo: selezione e organizzazione.
A questi due interventi (di tipo operativo e non solo… contemplativo) ne va aggiunto un terzo: l’inventario.
L’oggetto dell’inventario, selezione e organizzazione sono le risorse.
Un buon metodo richiede, prima di tutto l’inventario delle risorse disponibili, con quella prospettiva di realismo di cui ho appena detto.
Ogni comunità educativa e pastorale possiede una quantità insospettata di risorse. Si sono accumulate lungo gli anni perché, a differenza dei prodotti energetici, non si distruggono con l’uso ma si accatastano con il passare del tempo. Le dobbiamo conoscere e riconoscere. Per questo il metodo richiede, prima di tutto, l’inventario.
L’inventario è importante. Ma non è sufficiente. Sulle risorse si richiede una attenta opera di discernimento critico.
Questi “beni” educativi (persone, cose, tradizioni, strumenti, libri…) si portano dentro una loro logica precisa. È quasi la firma elettronica di chi li ha progettati e di chi li ha usati. Questa logica potrebbe corrispondere all’obiettivo che ci siamo dati o potrebbe essere parzialmente o totalmente contraria. Di qui la necessità di procedere con una corretta verifica e con una coraggiosa selezione.
Selezione vuol dire “dividere” le risorse in risorse utilizzabili e risorse non utilizzabili, in base alle logiche (antropologiche e teologiche) che ciascuna si porta dentro. Le prime ci permettono il raggiungimento dell’obiettivo; le seconde lo ostacolerebbero. Le prime sono quelle disponibili; le seconde vanno coraggiosamente rimosse o depositate… nell’armadio dei libri proibiti.
Faccio un esempio.
Una comunità ecclesiale ha scelto di orientare tutti gli impegni verso il consolidamento della integrazione tra fede e vita. Un obiettivo del genere richiede uno stile speciale di confronto con Gesù e il suo messaggio. Lo dice molto bene quella specie di descrizione dell’integrazione fede e vita che in questi anni abbiamo ricavato dalla meditazione de Il rinnovamento della catechesi: integrazione tra la fede e la vita significa riorganizzazione della personalità attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio, testimoniato nella comunità ecclesiale attuale, riorganizzazione realizzata in modo da considerare Gesù Cristo il “determinante” sul piano valutativo e pratico.
Questo modo di concepire l’obiettivo della pastorale si oppone ai modelli riduttivi e a quelli integristi. Sono integristi quei modelli che definiscono il rapporto fede-vita in termini concorrenziali, come se il contenuto della fede si sostituisse all’autonoma ricerca di valori e di significati o si ponesse come radicale alternativa nei confronti di quanto l’uomo elabora nella sua scienza e sapienza.
Sono invece riduttivi quei modelli che vanificano la funzione della fede, perché non le riconoscono il compito di risignificare e di giudicare in modo perentorio i valori che una persona fa propri e la loro organizzazione nella struttura di personalità.
Purtroppo molti degli strumenti pastorali che ci sono consegnati dalla tradizione, sono abbastanza integristi. In compenso, molti d’uso comune oggi sono davvero riduttivi.
Selezionare significa discernere, assumere e scartare.
La terza operazione è evocata dal verbo “organizzare”. L’educazione e la pastorale sono un processo, con una sua sequenzialità logica e progressiva. Le risorse richiedono una intelligente organizzazione in tempi, modelli operativi, sequenze: la trascrizione, in altre parole, in un processo. Senza questa operazione, corriamo il rischio di procedere sull’onda del semplice entusiasmo, producendo più danni che vantaggi.

Programmare nuove risorse

Un buon metodo non si accontenta della gestione intelligente delle risorse disponibili. Ne programma di nuove.
Il metodo riconosce la necessità di inventare nuove risorse. Avanza però pretese anche sul modo in cui realizzare questa invenzione.
La progettazione di nuove risorse viene realizzata all’insegna del “possibile”. Il possibile rappresenta una posizione di equilibrio tra i due estremi che, spesso, si contendono la partita della programmazione: il realismo e l’utopismo.
Molti educatori sono diventati ormai terribilmente realisti. Ne hanno sperimentate tante e sofferte tante, da ritenersi gente che ha imparato a camminare con i piedi di piombo. Non sanno più sperare e osare. Sono preoccupati di consolidare, aggiustare, cambiare quel tanto che è necessario per non cambiare nulla.
Quando si mettono a fare progetti, guardano soprattutto al passato, a quello che si è sempre fatto, al rischio di tentare vie nuove. E così riaffermano quello che già sanno e su cui sono competenti all’eccesso. Al massimo, ogni tentativo di innovazione viene controllato con una dose abbondante di prudenza…
L’altra sponda è occupata dagli utopisti: la gente che guarda al futuro come l’unica alternativa possibile al presente. Il futuro per essi ha perso ogni aggancio con il passato, come se non ci fosse proprio nulla da recuperare.
Il possibile è diverso. Rappresenta una sintesi equilibrata e prudente tra passato e futuro, centrata sul presente.
Inventare nuove risorse significa analisi coraggiosa del presente, ancoraggio sicuro sul passato e tentativo di esprimere qualcosa, concreto e operativo, dalla parte del futuro per possedere elementi capaci di trasformare il presente verso il sogno coltivato e condiviso.

Organizzare le risorse attorno al problema “vero”

Le comunità ecclesiali di risorse ne hanno ancora tantissime, nonostante le crisi, le lamentazioni frequenti, le nostalgie che fanno guardare solo all’indietro. Basta constatare quello che capita quando ai giovani viene lanciata una proposta affascinante e impegnativa o quando essi hanno la fortuna di incontrare persone capaci di coinvolgere e trascinare.
Il guaio, secondo me, è un altro: spesso le risorse non sono giocate attorno ai problemi veri… ma ci inventiamo un sacco di falsi problemi per poter dimenticare più facilmente quelli veri.
Possono essere falsi per differenti ragioni: o perché ce li siamo proprio inventati, forse per eccesso di zelo; o perché rappresentano qualcosa che non ha radici solide; o perché sono solo di una fetta di gente, alle prese con i propri problemi per non accorgersi di quelli gravissimi che attraversano l'esistenza dei più.

Come sapere se sono veri i problemi?

Per stabilire quali sono i problemi "veri", l’unica via sicura è il confronto disponibile con il Vangelo. Lo so che fanno così tutti... con risultati diversi. Lo tento anch'io, con la stessa consapevolezza di relatività.
Devo stabilire chi sono i referenti e qual è l’ambito su cui concentrare l’attenzione.
A confronto con il Vangelo è facile trovare una risposta all’una e all’altra questione.
Per individuare quali problemi sono veri e quali sono "falsi", il referente non può essere che "tutti". Non basta rifarsi a coloro che ci stanno, a coloro che ci preoccupano, a coloro che interpretiamo con quel po' di presunzione che nasce dall'amore. Tutti... è un dato serio: vuol dire la gente che vive nelle nostre città, che prende l'autobus al mattino, costretta a svegliarsi alle prime luci per riuscire a salire e arrivare a tempo al lavoro, che si affanna e spera, con mille progetti in testa.
La comunità ecclesiale italiana ha ricordato che, per misurarsi davvero con tutti, dobbiamo ripartire dal confronto con gli ultimi, i più poveri, quelli che stanno ai margini per mille e differenti ragioni. A partire dagli ultimi e dalle loro inquietudini, molte prospettive cambiano.
Sull’ambito poi il Vangelo è chiarissimo.
Gesù si proclama per la vita (Gv 10, 10). In genere, non si preoccupa di precisarla con aggettivi, che possono avere sapore riduttivo. Quelli che usa sono "piena" e "abbondante". Ci suggerisce invece un criterio concreto: la vita, per tutti, sul ritmo della quotidianità.
I problemi nascono attorno alla vita. Ma di quale vita si tratta? Il Vangelo ci riporta alla quotidianità: la vita è quella di tutti i giorni, dove la donna perde una moneta preziosa e la pecora scappa dall'ovile come il ragazzo, assetato di libertà e di avventura, dove la festa sta per finire per mancanza di vino o il ritorno verso casa si fa triste per il tormento della fame.
Nell'esistenza quotidiana il confronto tra morte e vita si fa serrato e gli opposti schieramenti si fronteggiano, come il grano cresce frammisto a zizzania.
Ho già ricordato che oggi siamo in situazione di emergenza sulla vita: sulla possibilità, sulla qualità, sul senso. A chi vive così non posso "dare" tranquillamente Gesù di Nazareth, come se nulla fosse. Farlo, magari con presuntuosa indifferenza, significa davvero assomigliare poco al Padre. Significa vivere e agire come se Dio non ci fosse: essere "atei" sul piano della prassi.
È importante annunciare il Dio di Gesù: è il nostro compito, la nostra gioia, il cuore del nostro servizio.
In un mondo minacciato come è il nostro, possiamo proclamare ancora la bella notizia della salvezza, restando nel concreto del quotidiano, dove si alza il grido della disperazione e della morte, o dobbiamo imparare a tacere, collocando magari la nostra speranza fuori dalla vita e dalla storia?
Non basta davvero riconoscere l'ipotesi migliore da perseguire.
Parliamo di Dio in parole d'uomo, come Dio stesso ha voluto fare per essere parola per l'uomo.
Quali possiamo assumere?
Troppo spesso abbiamo parlato di Dio dentro categorie antropologiche discriminanti e oppressive.
Dio assume così il volto del signorotto rinascimentale, tutto proteso a difendere i suoi diritti. Diventa lontano e impassibile, sprofondato nella sua gloria, insensibile al rumore della lotta e della morte. Svela la sua verità a pochi fortunati, affidando loro un potere discriminante sulle parole degli uomini. Si lascia commuovere solo dai sacrifici e dalle rinunce, fino ad accettare prezzi durissimi per accondiscendere benignamente. Si sbizzarrisce a giudicare e a punire, con lo stile bizzoso che tante volte i fatti lasciano intravedere.
Gesù ci rivela un volto di Dio molto diverso. Nella sua testimonianza, Dio è il Dio della vita, disposto a morire perché tutti abbiano vita, quella vera e abbondante che sognano. Si schiera dalla parte della vita, senza essere pregato. E fa passare da morte a vita, in una passione vittoriosa mai spenta.
Certo, resta un Dio misterioso e ineffabile, le cui parole ci giungono solo dentro le nostre parole umane. Non cerca la convergenza sulle parole e non discrimina i figli suoi sulle parole che essi pronunciano a suo nome.
Come dire Dio a tanti giovani, che cercano disperatamente ragioni per vivere e per sperare e che si trovano invece a contatto quotidiano con esperienze di morte?
Qui sta la sfida.
Dalla parte della vita abbiamo così scoperto il problema, quello “vero”.
Possiamo allora selezionare e organizzare le risorse per affrontarlo e, possibilmente, risolverlo.

Educazione e evangelizzazione al servizio della vita

La pastorale giovanile può essere compresa e realizzata come un grande processo di comunicazione. Esso assomiglia al modo con cui Dio ci ha parlato di sé, per rivelare se stesso a noi e noi a noi stessi, in vista della nostra vita e del consolidamento della nostra speranza.
Questo processo di comunicazione non è fatto solo di parole. Si costruisce su gesti, interventi, esperienze, processi. La parola però è strumento decisivo: ci aiuta ad interpretare e a riformulare.
Di modelli comunicativi ce ne sono molti. Ciascuno ha la sua funzione e si colloca in un orizzonte preciso di intenzionalità.
Alcuni di questi modelli fanno parte di quel processo di cui si interessano le scienze dell’educazione, che con una parola di sintesi chiamiamo appunto “educazione”. Altri modelli si rifanno alle logiche, speciali e originali, di cui ci serviamo per fare diventare proposta concreta il mistero di Dio. Di solito li organizziamo sotto la formula “evangelizzazione”.
Come ho già ricordato altre volte, la pastorale giovanile è una sintesi di educazione e evangelizzazione. Un buon metodo prevede interventi in un ambito e nell’altro.
Molte volte i modelli educativi e quelli dell’evangelizzazione sono contrapposti. Sembra quasi di essere costretti a scegliere. Resta l’impressione che ciascuno dei due approcci possa fare a meno dell’altro, perché basta da solo a risolvere tutti i problemi.
Io non la penso così.
Vorrei, in questo capitolo sul metodo, far vedere come sia necessario utilizzare in modo armonico tutte le risorse, progettandone una riorganizzazione che sappia servirsi dei modelli educativi e dell’evangelizzazione in momenti successivi e complementari, in base alla capacità di assolvere compiti diversificati.

Un esempio per capirci

Parto da un esempio.
Immaginiamo di voler annunciare ad un gruppo di giovani il centro dell’evangelizzazione, la cosa più bella che Gesù ci ha rivelato di Dio. Diciamo loro: Dio è Padre.
In questa affermazione ci sono due livelli di contenuto. Uno è quello fondamentale: dobbiamo capire il senso della frase e sapere cosa significa in concreto la parola “padre”. Il secondo è molto più misterioso, nascosto tra le pieghe del primo, egualmente importante per accogliere la proposta offerta dall’affermazione.
Dicendo “padre”, in genere, proponiamo una realtà nota: il significato primario, evocato dal segno-parola “padre”, richiama una serie di connotazioni esperienziali condivise e verificabili. Il segno “Padre”, riferito a Dio, possiede anche un significato secondario, suggerito dal primo: l’esperienza nella fede di essere immersi in un amore che “assomiglia” a quello di un padre e di una madre per il proprio figlio, ma che è sconfinatamente più grande, persistente e fedele, al cui interno comprendo il mistero di Dio per la mia vita.
È importante non dimenticare che il rapporto interpretativo tra significato primario e secondario è veramente speciale. Da una parte esso è obbligato: quello che Dio è per noi “assomiglia” moltissimo a quei rapporti d’amore che la parola “padre” evoca nella nostra vita quotidiana. Dall’altra, è sempre molto soggettivo e va riconquistato ogni volta. Dio non è esattamente la stessa realtà richiamata dal segno “padre”: anche quando lo descriviamo con il segno eloquente della paternità, resta mistero grande ed inaccessibile. Diciamo a noi stessi chi egli è per noi, in un gioco di coinvolgimento e di libertà personale. Questa realtà misteriosa, che costituisce il messaggio della comunicazione, è conoscibile solo attraverso il significato primario che il segno “padre” richiama. La conoscenza raggiunta non è però mai determinata una volta per sempre né lo è in termini perentori e assoluti. Con una immagine si potrebbe dire che il significato primario è come una rampa di lancio a partire dalla quale il significato secondario può spiccare il volo, in libertà e fantasia.
Altre annotazioni vanno aggiunte, per dare un quadro più completo del problema.
Quando dico “questo tappeto è rosso” oppure “Carlo è mio fratello”, dispongo degli strumenti necessari per dichiarare sensata la proposizione. Gli elementi di cui si compone (tappeto, rosso; Carlo, fratello) sono presenti all’attenzione degli interlocutori o comunque possono essere resi disponibili; di conseguenza possono essere sperimentati e verificati.
Quando invece annuncio che “Dio è padre”, un elemento rimane assente e indisponibile, proprio mentre lo dichiaro presente e lo sottopongo a giudizio. La differenza rispetto al caso citato sopra è enorme, nonostante le apparenze linguistiche. Non solo “Dio” continua a restare misterioso e lontano proprio mentre lo rendo presente; ma soprattutto sono costretto a passare attraverso l’altro elemento (padre) per accedere al primo (Dio): solo l’esperienza di padre mi permette di incontrare il mistero di Dio.
C’è di più. Il verbo “è”, che lega “Dio” e “padre”, non “dichiara” qualcosa in modo preciso e assoluto. Si richiede invece uno sforzo personale di decifrazione: il verbo diventa sensato solo all’interno di una interpretazione personale. Questa interpretazione non può essere posta una volta per sempre, come se potessi presumere di possedere “Dio” solo perché sono stato in grado di riconoscere cosa significa “padre” e in quale rapporto si collega a “Dio”. Il processo di decifrazione, che permette di accedere al mistero di Dio passando attraverso l’esperienza di padre, è continuo ed esige di essere incessantemente ripreso.

Educazione e evangelizzazione: i due compiti fondamentali

Finalmente posso andare un poco di più verso il concreto.
Per far scoprire che Dio è Padre, devo permettere alle persone di capire il senso dell’affermazione e devo restituire l’esperienza e il bisogno di avere un padre. Per affidare a Dio il desiderio di paternità, devo aiutare le persone a buttarsi in Dio, con la fiducia di chi si affida ad un mistero grande.
Il primo compito è assolto dall’educazione. Per il secondo... non c’è educazione che basti. L’unica via praticabile è narrare ad altri un pezzo della propria vita.
Chi fa pastorale giovanile si impegna su tutti e due i compiti. Restituisce al giovane il senso della propria vita attraverso interventi educativi; cerca modelli di evangelizzazione che permettano di dare parola al mistero e di coinvolgere in un gioco di libertà e di amore.
Educare vuol dire le tante cose che riusciamo ad immaginare in una passione educativa unita ad un pizzico di fantasia: studiare realisticamente i segni di morte da trasformare in esperienze di vita, andando alle cause e alla trama violenta delle connessioni; restituire alle parole quello spessore culturale e storico che ci permette un uso collettivo e socialmente rilevante; ricostruire un tessuto di libertà e di responsabilità al cui interno le parole pronunciate e i gesti compiuti risuonino come impegni seri e solenni; ridare parola a coloro cui è stata sottratta per spalancare le vie al mistero e ridare spessore alle parole per far camminare veramente verso il mistero.
Fa parte dell’approccio educativo anche il coraggio di misurarci con una verità, consistente e data, nel cui grembo possiamo crescere verso eventi più grandi delle loro formulazioni.
Diventa importante momento educativo anche quello sforzo che sa ricostruire la capacità logico-speculativa, per dare a sé e agli altri le buone ragioni della propria fede.
Tutto questo è importante. Ma non è sufficiente.
Possiamo consegnarci al mistero di Dio solo quando andiamo più avanti. Sappiamo tutto del padre e cerchiamo oltre. Abbiamo le mani alzate nell’invocazione e incontriamo le due braccia robuste di chi ci accoglie, ci regala la sua esperienza e ci racconta frammenti della sua vita in Dio.
Ci vuole l’evangelizzazione e l’uso di uno strumento comunicativo che accompagni per mano tra le pieghe del mistero.
Lo strumento comunicativo da privilegiare è quello a carattere simbolico-evocativo. Non bastano le parole per annunciare il Dio di Gesù. Evangelizziamo anche producendo fatti di vita e restituendo alla vita chi stava affogando tra le onde della morte. Anche questi “gesti” hanno un loro significato, preciso, concreto, verificabile. Pronunciati nell’atto dell’evangelizzazione portano verso un significato secondario, incontrabile solo attraverso la comprensione e il riconoscimento di quello primario.
Il gesto che produce vita ha bisogno della parola per essere compreso nel suo significato evangelizzatore. La parola narrata e il gesto sostengono e accompagnano l’incontro con il mistero dell’amore di Dio, accettando ciò che è sempre rischio e scommessa personale.
La distinzione tra educazione e evangelizzazione non va certo tradotta in una sequenza temporale rigida. Non si può cioè dire prima una cosa e poi l’altra. Ci vogliono i due momenti. In quale ordine? Non possiamo stabilire un calendario.
Di solito, l’educazione precede l’evangelizzazione. Sempre l’accompagna. Spesso ritorna con forza dopo le prime esperienze di immersione nel mistero.
Il calendario... è fissato dalle esigenze dei giovani e dall’amore premuroso e operoso dell’educatore, capace di imitare, in una competenza ed una passione mai spenta, il saggio dell’evangelo che sa ricavare dal suo tesoro “cose antiche e cose nuove” (Mt 13,51).

Fare proposte facendo fare esperienze

Viviamo in una stagione di profondo pluralismo e forte complessità. Con questa situazione dobbiamo fare i conti, ci piaccia o ci dispiaccia. Non siamo disposti a rassegnarci, abbassando il tono e la qualità del servizio educativo e pastorale, solo perché un certo modo di fare suscita problemi. Neppure però vogliamo continuare secondo i modelli che forse avevano dato buoni risultati un tempo, alzando magari il tono della voce per costringere all’ascolto.
Cerchiamo linee di metodo che possano coinvolgere tutti. Non ci piace valutare interessante una proposta solo perché trova qualcuno disposto ad ascoltarci. Ci stanno infatti a cuore tutti i giovani e abbiamo bisogno di prospettive concrete e significative per tutti, capaci di incidere anche in questa stagione, difficile per chi si impegna a fare proposte serie.
Di fronte a queste esigenze molti educatori vanno in crisi. Non sanno più cosa dire e cosa fare. Quelli che pensano di saperlo... trovano pochi disposti ad ascoltarli.
Forse la fotografia è più pessimista della realtà. Ma ho l’impressione che ci sia poco da cambiare, se decidiamo di prendere a cuore l’urgenza di fare proposte sulla misura di tutti i giovani e dei più poveri tra essi.
Le eccezioni felici non mancano, un piccolo spazio di ristoro nella trama di un cammino assolato.
Non possiamo fermarci troppo a godere il fresco dell’oasi. Riprendere il cammino... in quali direzioni?

Una proposta che viene dal vissuto

Le realizzazioni positive incoraggiano, rilanciano la speranza e l’impegno, mostrando una direzione speciale di marcia.
Per indicarla, uso la formula messa a titolo: fare proposte facendo fare esperienze.
L’esigenza è seria: ricorda la necessità di ritrovare il coraggio di fare proposte, proprio perché siamo in una stagione di pluralismo e di complessità. Sarebbe infatti strano un educatore silenzioso... in un tempo in cui parlano tutti, anche quelli che sarebbe molto meglio tacessero.
Non basta però affermare l’esigenza se non cambia il modello, prendendo sul serio il fatto che siamo in una stagione di complessità. Le proposte fatte vanno prese in considerazione, almeno come ipotesi su cui confrontare la propria vita. Cosa difficile... perché è tipico di questa stagione riservare il diritto alla parola solo a chi accetta di dire cose che non contano o a quelli che hanno una dose alta di fascino personale da legittimare su esso l’autorevolezza necessaria.
A complicare le cose va aggiunta la constatazione che molti dei progetti educativi e pastorali sono segnati dall’impressione di una obsolescenza quasi congenita.
Ce n’è da vendere per concludere sul silenzio, dando ragione a chi ha scelto di non fare proposte.
Il silenzio però non aiuta davvero a vivere e c’è il rischio di spingere i giovani, in trepida ricerca di sorgenti d’acqua viva sul senso e sulla speranza, verso la consegna a cisterne screpolate.
Qui si colloca la proposta: fare proposte facendo fare esperienze.
In una stagione di pluralismo l’educatore che vuole continuare ad essere propositivo, fa proposte facendo fare esperienze.
Il “far fare esperienze” indica un modo concreto di fare proposte. Ridimensiona le pretese oggettivistiche, oggi decadute, riaffermando la soggettività delle persone, progetta confronti con esigenze e valori che misurino la soggettività e la aprano verso l’autenticità, propone contatti con mondi interiori che stanno oltre il già sperimentato. In una parola, inquieta, consolida, progetta.
Tutto questo è vero e importante ad una condizione pregiudiziale: che si tratti di un fare esperienza e non solo di un rapido susseguirsi di emozioni.
Per dire cosa significhi, spendo le ultime battute.

Quando si fa davvero esperienza

Cosa significa “fare esperienza”? Questa è la mia proposta: si fa esperienza quando la persona riesce a collegare realtà, pensiero e linguaggio nell’unico gesto compiuto. Mi spiego, spendendo una parola di precisazione sui tre elementi e sul loro intreccio.
L’esperienza comporta prima di tutto un contatto vitale con la realtà, nella sua forza provocante che, in qualche modo, precede l’atteggiamento personale. Questo contatto deve risultare non troppo lontano e difficoltoso, per non apparire estraneo; né troppo familiare, perché altrimenti non provocherebbe a sufficienza.
In questo confronto disponibile, che giudica la nostra soggettività, è dischiusa la possibilità di prospettive sorprendenti, nuove e promozionali. Questo contatto, però, non è solo fredda oggettività. Esso è sempre riempito dai ricordi, dalle sensazioni e dai progetti di colui che fa esperienza. Esperienza è quindi interpretazione soggettiva di dati oggettivi. Interpretando (operando cioè sul reale attraverso il nostro pensiero), noi identifichiamo ciò di cui abbiamo fatto esperienza. Da una parte, infatti, raccogliamo ed evidenziamo gli elementi d’interpretazione che trovano la loro ragione e fonte nella realtà sperimentata, che il nostro pensiero rende trasparente; dall’altra, colmiamo questa realtà della nostra soggettività, fino al punto che attraverso il nostro pensiero interpretante noi abitiamo in un mondo diverso da quello abitato da persone che hanno fatto esperienze differenti dalle nostre.
È importante mettere in evidenza che questa interpretazione del vissuto non è un fatto di ordine puramente razionale, ma coinvolge tutta la persona, anche se richiede un momento di riflessione sull’interpretazione esistenziale, per favorire l’integrazione riflessa del vissuto.
Infine, chi ha fatto esperienza sente il bisogno di comunicarla, a sé e agli altri. Racconta quanto gli è capitato e tale narrazione pone in movimento qualcosa di nuovo. Per raccontare (interiorizzando in modo riflesso quello che si è vissuto e comunicandolo agli altri), serve un linguaggio. Può essere utilizzato l’insieme dei segni linguistici accumulati nello sviluppo della tradizione, oppure ci si può sentire sollecitati a produrre nuovi sistemi simbolici, perché si costata l’insufficienza di quelli già posseduti.
È evidente che parlo di linguaggio in senso globale: sistemi simbolici verbali e non-verbali (parole e gesti), anche se riserviamo un compito importante alla parola, soprattutto nel momento riflessivo, come atto di metacomunicazione dell’esperienza stessa.
Facendo così, allacciamo profondamente parola, gesto e vissuto.