Elogio della laicità

Paola Bignardi

Non è facile parlare di laici e di laicità oggi. La varietà di accezioni e la pluralità di significati che questi termini hanno assunto nel linguaggio comune rischiano di renderli ambigui e di difficile utilizzo, soprattutto nella comunità cristiana.
Il ricco dibattito che si è sviluppato negli ultimi anni ha imposto la questione della laicità all'attenzione dell'opinione pubblica: basta considerare la pubblicistica uscita in questi anni per constatare quanto sia vivo l'interesse per questo tema e anche quanta passione esso susciti in coloro che sono coinvolti nel confronto.
C'è un mondo laico che afferma l'esigenza di una separazione netta tra la sfera religiosa e quella politica, culturale, civile, assumendo talvolta questa posizione come una bandiera contro i cattolici.
I contrasti tra diverse posizioni culturali emergono in particolare quando sono in gioco scelte politiche che chiamano in campo visioni dell'esistenza e valori fondamentali della persona: la vita, la famiglia, la generazione... Nell'attuale contesto di pluralismo, risulta sempre più difficile giungere a orientamenti condivisi su quelle che vengono definite "questioni eticamente sensibili" ed elaborare progetti che abbiano ampi consensi; gli unici possibili sembrano essere quelli che non assumono nessuna idea forte, come se solamente così ciascun soggetto potesse essere libero di portare avanti i propri.
Viene naturale chiedersi: c'è ancora spazio per un'«etica condivisa» (cfr. E. BIANCHI, Per un'etica condivisa, Einaudi, Torino 2009) in una società laica e plurale? Possono esistere valori comuni in cui riconoscersi tutti?
L'unica via praticabile sembra essere diventata quella di una laicità intesa come neutralità, arretramento di fronte a ogni valore e a ogni scelta che appaia connotata sul piano culturale, etico e soprattutto religioso: alla fine, laicità come terra di nessuno, come spazio grigio dell'indifferenza e del relativismo. Si tratta di una concezione formale della laicità, intesa semplicemente come distinzione e separazione di ambiti.
Nel suo viaggio in Francia nel settembre 2008, papa Benedetto ha utilizzato l'espressione «laicità positiva», già impiegata dallo stesso presidente Sarkozy nel discorso tenuto in Laterano alcuni mesi prima. «Laicità positiva» per qualificare una comprensione più aperta della laicità. «In questo momento storico in cui le culture si incrociano tra loro sempre di più, – ha affermato Benedetto XVI – sono profondamente convinto che una nuova riflessione sul vero significato e sull'importanza della laicità è divenuta necessaria. È fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l'ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall'altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società» (BENEDETTO XVI, Discorso all'Eliseo, Parigi, 12 settembre 2008).
Distinzione, dunque, ma anche riconoscimento del contributo che i cristiani, portatori di «un messaggio etico-spirituale basato sulla radicale uguaglianza di tutti gli uomini» (C. CARDIA, Le sfide della laicità, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 10), possono recare alla città e a tutte le dimensioni secolari in cui essa si articola. La «positività» della laicità consiste «nel suo sapersi porre non come avversario della religione, non come negazione di ogni istanza spirituale, ma come spazio vigile di libertà affinché tutti, indipendentemente dalla fede professata o dal non professarne alcuna, possano operare per il bene della collettività e perseguire la propria piena umanizzazione» (E. BIANCHI, Laicità come libertà, in «La Stampa», 14 settembre 2008).
Si tratta di un orientamento che, come ha fatto notare il papa nel discorso citato, ha ancora bisogno di dialogo, da praticare «con determinazione e pazienza». Per ragioni diverse, laici e cattolici faticano a entrare in questo dialogo e ad accettare una distinzione che non divenga separazione ostile e conflittuale. Il dibattito di questi anni è stato spiazzante per i cattolici, che spesso si sono lasciati tentare dalla psicologia dell'inseguimento: entrare in dialettica con il mondo laico, opponendo ragioni a ragioni. Non si può non riconoscere il valore del difendere la libertà dei cristiani e nel mondo, contro ogni posizione che in nome della laicità propugna di fatto il relativismo e il sospetto nei confronti dell'impegno pubblico dei cristiani; ma da parte loro, occorre un più maturo e costante interesse per la realtà del mondo e un atteggiamento più positivo nei confronti dell'esistenza umana, insieme a un orientamento più chiaramente progettuale sulla vita della città. Per i cattolici si tratta di mostrare la ricchezza di quella laicità positiva, di cui ha parlato Benedetto XVI in Francia; mostrare come il vivere da cristiani nulla tolga alla vita della comunità umana, ma casomai aggiunga ad essa una nuova ricchezza di significati, di opportunità e di orizzonti.
Credo sia necessario partire dal prendere in considerazione la laicità della Chiesa nel suo insieme. La Chiesa è anche esperienza storica, intessuta della concretezza della vita e della storia umana, immersa nel cammino degli uomini. Del resto non potrebbe essere altrimenti: essa ha origine da un Signore che si è fatto uomo e che della storicità ha assunto tutte le dimensioni.
Parla della laicità della Chiesa il suo camminare nel tempo, dunque nel regime di ciò che è caduco, parziale, fragile, limitato. Anche per la Chiesa, laicità è accettare che l'assoluto dei valori che essa annuncia e professa si incontri con la relatività dell'esperienza umana che non li può includere in modo perfetto e completo, e che dunque richiede la fatica della mediazione, il coraggio della libertà e del rischio, la capacità di riconoscere il valore delle scelte concrete e al tempo stesso di buttare lo sguardo sempre oltre. In questa prospettiva, è chiaro che laicità è rifiutare ogni soluzione facile e ogni scorciatoia, per percorrere i sentieri più ardui e complessi del pensiero, della ricerca, del confronto. Laicità è la capacità di porsi delle domande senza sfuggirne alcuna, è non censurare le ansie e le inquietudini connesse a questa ricerca. Essa chiede la disponibilità a cercare insieme con altri, facendo credito alla parte di verità che è nella posizione dell'altro, e cercando con lui. La laicità ha bisogno del contributo di tutti, perché nessuno è possessore della verità della vita, né basta a se stesso.
Laicità è, per la Chiesa, vivere immersa in una realtà umana sentendosene cordialmente partecipe e responsabile. La Chiesa sente in qualche modo che tutto il mondo le è affidato, perché a tutti essa deve far arrivare la parola della speranza pasquale.
La Chiesa sente che nessun problema le è estraneo; nessuna sofferenza la può lasciare indifferente, perché l'amore che la anima e la missione che le è affidata hanno dimensioni universali. Resta di insuperata bellezza l'esordio della costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, 1). La Chiesa, attraverso l'impegno operoso e intelligente dei suoi figli, deve lavorare per un mondo da cui siano bandite le disuguaglianze e le ingiustizie, e dove sia riconosciuta la dignità di ogni persona e il suo diritto a realizzare il proprio progetto di vita.
La Chiesa potrà continuare a imparare a vivere in questo spirito conciliare mettendosi in ascolto di Dio; fin dalle sue prime pagine, la Scrittura parla dell'amore e della cura di Dio verso il mondo e verso l'uomo. Nel linguaggio poetico di cui l'autore si serve, si racconta che il mondo è opera di Dio, e che questo mondo a Dio piace.
L'autore del Libro sacro immagina Dio in ammirazione dello spettacolo del mondo uscito dalle sue mani. La compiacenza di Dio sul mondo parla della bontà e dell'armonia della creazione.
Noi non possiamo stare davanti alla realtà con lo sguardo distratto di chi non ne coglie la bellezza, o con l'indifferenza di chi non ne sa il valore, o con la superficialità di chi la considera semplicemente lo scenario su cui avviene altro. Tanto meno con l'atteggiamento di chi del mondo vede solo i limiti, le fatiche, le povertà. Impariamo da Francesco uno degli atteggiamenti più laici e più religiosi che esistano: «Laudato sii mi Signore per frate focu, per frate ventu; per le acque e per il sole; per le stelle e per le nuvole...».
I cristiani, dunque, sono coloro che accolgono il mondo come opera di Dio, come un dono suo per tutti; e le parole, con cui il Creatore ha accompagnato il gesto del creare, come un compito e una responsabilità: «Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Genesi 1,28). Agli uomini, a tutti gli uomini, la responsabilità di dominare la terra con la forza della ragione, delle mani, del cuore. Non un dominio dispotico, ma una cura del creato, della vita, del mondo perché serva all'uomo e rimanga a disposizione di ciascuno. «Il compito dell'uomo nel mondo è di ordinare e vincere le forze del caos, come appunto l'azione creatrice di Dio» (B. MAGGIONI, Il seme e la terra, Vita e Pensiero, Milano 2003, p. 12).
E se i cristiani sono chiamati a condividere il riposo di Dio è perché sanno che la loro esistenza e quella del mondo, pur con la loro grandezza, non sono chiuse entro le dimensioni del finito, ma sono aperte sull'eternità, di cui già si intuisce la bellezza nell'esperienza della festa.
Questo atteggiamento di partecipazione cordiale alla storia del mondo, questo gusto della vita che narra della compiacenza di Dio sulle cose non è molto diffuso tra i cristiani: prevalgono atteggiamenti di distanza dal mondo, quasi che l'esperienza del peccato che ha compromesso l'armonia del creato non fosse stata vinta dalla Pasqua; oppure atteggiamenti che vivono l'esistenza quotidiana più come un inciampo alla fede che come un appuntamento con il Risorto.
La Chiesa tutta è chiamata a testimoniare il Dio che per amore ha creato il mondo; che lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito, perché il peccato che lo ha minato fosse vinto per sempre. Eppure non è facile incontrare credenti che sappiano cogliere nel mondo anche la bellezza che rinvia al Creatore; discepoli del Signore che sanno imitare il loro Maestro con un amore capace di salvare; disposti a non fermarsi di fronte al male; disponibili a lasciarsi vincere da esso, piuttosto che abbandonare il mondo all'oscurità della morte.
Vivere uno spirito di laicità matura per i cristiani e per le comunità significa acquisire in maniera nuova il valore della loro esperienza nel mondo, come luogo in cui essi vivono la loro fedeltà a un Dio che è entrato nella storia umana e ha preso su di sé la polvere e la bellezza della storia. Per i cristiani, parlare di laicità significa parlare dell'umanità che hanno in comune con tutte le donne e gli uomini, ricordare la loro origine trascendente e imparare da essa come vivere e come entrare in relazione con tutti. Parlare di laicità significa fare riferimento all'universalità dei caratteri che riguardano l'umanità di ciascuno. Ogni donna e ogni uomo hanno comune origine nel gesto creatore di Dio che ha soffiato il suo Spirito e ha impresso il suo volto nella coscienza di ogni essere umano. Da Dio trae origine la dignità di ogni essere umano; qui sono inscritti i tratti che accomunano ogni persona, non solo in termini di valore, ma di destino, di attesa, di anelito: è universale la libertà come bene, come destino e come responsabilità; è universale l'aspirazione alla giustizia; è universale la spinta a superare se stessi e ad attingere a un oltre, costitutivo del nostro essere persone: oltre il tempo, oltre il presente, oltre il già conosciuto, oltre il frammento... Laicità rinvia oltre ogni particolarismo e ogni separatezza, nel riconoscimento, nella ricerca e nella responsabilità verso ciò che è comune. Nell'enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI afferma che vi è una sapienza dell'umanità che riconosce come in tutte le culture «ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal Creatore» (BENEDETTO XVI, Caritas in ventate, 59).
Tutto questo fa parte dell'esercizio di una laicità che non si accontenta di stabilire dei confini. Contro una laicità che percorre la strada dell'indifferenza a tutti i valori, quasi come garanzia della possibilità di custodire la libertà di ciascuno, i cristiani credono in una laicità piena di contenuti di libertà, di umanità, di dignità; che riconosce come un dono rivolto a tutti la realtà creata, di cui ciascuna donna e ciascun uomo sono destinatari.
Laicità, dunque, è umanità, come dono e come compito, anche per la Chiesa.
Tutte le vocazioni sono chiamate a vivere questa dimensione, anche il monaco che si ritira in solitudine. Il laico lo fa nella condivisione della quotidiana, ordinaria, comune esperienza di tutti. La sua esistenza narra di un Dio che si è incarnato, fatto uno di noi, sottoposto alle nostre fragilità. Un Dio che condivide l'umanità e in tal modo ne mostra il valore, il destino, il senso e gli stessi limiti. L'amore del Figlio di Dio fatto uomo per il mondo è il modello dello spirito e dello stile con cui il laico cristiano sta nel mondo. Il suo volto è rivolto al mondo, e in esso egli porta il riflesso di uno sguardo che ha contemplato Dio e che si alimenta della sua Parola e del suo pane.
Per vivere e considerare in modo nuovo la laicità vi è un doppio recupero da realizzare: da una parte, sul versante culturale e civile, è necessario intensificare la riflessione e il dialogo di cui parla Benedetto XVI, per individuare non già quello che divide una posizione dall'altra, ma piuttosto per individuare una piattaforma condivisa di valori su cui fondare la convivenza, senza diffidenze, nel rispetto dei diversi ambiti, ma anche riconoscendo tutto ciò che ciascuna posizione può offrire per arricchire il percorso umano e civile della società. Per i cristiani, vi è anche la responsabilità di avere un progetto di umanità e di società, di avere idee e proposte per "esercitare la laicità" sulle grandi questioni di oggi. Una responsabilità che domanda cultura, progettualità, capacità di coniugare la chiarezza della dottrina con il carattere precario e cangiante delle situazioni storiche.
Ma vi è anche un necessario recupero ecclesiale e pastorale da parte dei cristiani: quello di accedere essi stessi a una concezione positiva del mondo, vivendone le dimensioni secondo una nuova prospettiva, che altro non è che quella aperta dal Concilio, con la sua idea dell'uomo, con la sua visione del rapporto della Chiesa con il mondo, con la sua fiducia nella vita. Il Concilio l'ha fatta scoprire – o riscoprire – come dimensione connaturata alla vita cristiana, alla sua idea di Dio, della storia umana come abitata dallo Spirito; essa è espressione di una fede che crede in un Dio che per amore si è fatto uomo tra gli uomini. C'è oggi nella cultura dei cristiani e delle comunità l'urgenza di approfondire il valore dell'esistenza, del mondo, della città, della storia umana, riconoscendo il senso che esse hanno come creature, benedette dal Creatore e affidate all'intelligenza, all'operosità, alle mani degli uomini e delle donne di ogni tempo. Solo una diversa attenzione alla realtà storica potrà dare ai cristiani una nuova soggettività sul piano esistenziale e storico.
È questione che riguarda le comunità cristiane, ma ancor prima i fedeli laici, chiamati a misurarsi con la necessità di rendere più matura la vocazione laicale che essi esprimono: solo così infatti potranno far dono alla Chiesa dell'esercizio di una vocazione che conduca le comunità ad atteggiamenti di apertura, di apprezzamento, di attenzione verso la vita e il mondo.
Oggi è forte la consapevolezza che esiste una questione dei laici nella comunità cristiana. Ma come andare al di là del mugugno? Come superare la sfiducia? Quali percorsi possono aiutare a compiere qualche passo avanti?
Molte prospettive possono essere prese in considerazione: approfondimento ecclesiale, strategie pastorali, nuove aperture missionarie. Prima di tutto però mi pare che venga l'esigenza di delineare un profilo di laico cristiano in cui il legame tra la vita quotidiana e le certezze della fede sia profondo e sostanziale, né moralistico né volontaristico. Occorre che tocchi le strutture essenziali sia della fede che della vita, mostrando come esse non solo non siano in contrasto tra loro, ma traggano una dall'altra arricchimenti e orizzonti di senso.
Gli articoli che seguono sono dedicate a mostrare la ricchezza e la responsabilità di una piena laicità della Chiesa e dei fedeli laici.
II loro intento è quello di immaginare un percorso culturale, spirituale e formativo che faccia emergere un laicato capace di mostrare l'intensità di significato e il valore di una laicità che assuma le condizioni concrete dell'esistenza e si spenda in esse per far emergere la fecondità storica della fede.
L'idea che sta a monte di questa riflessione è quella che riguarda la grandezza e il valore dell'esistenza quotidiana e del vivere insieme degli uomini e delle donne. Per questo il punto di partenza è un esercizio di ascolto della vita, colta negli aspetti più comuni sperimentati dai laici. Un ascolto che è attenzione agli aspetti concreti dell'esistenza, ma anche intuizione della dimensione di mistero racchiusa in essa. Nella vita si racchiudono il mistero della Creazione e quello della Pasqua, che restituisce alle cose la possibilità della bellezza originaria. Nella Pasqua vi è un dono di amore che è per ciascuno, perché ciascuno possa sentirsi e sapersi amato e possa amare a sua volta. Nella dedizione agli altri, nel dono di sé, nel servizio, nella responsabilità vissuta con cuore pasquale ciascuno partecipa alla Pasqua del mondo, fino al giorno in cui la Risurrezione si realizzerà e si svelerà nella sua pienezza.
II laico, dunque, è una persona che vive con il respiro della Pasqua e con il respiro della storia, e in tal modo contribuisce a fare di Cristo il cuore del mondo e a dare realizzazione alla missione della Chiesa.
I laici cristiani sono chiamati a vivere una vocazione che chiede loro di riconciliarsi con la realtà concreta e con l'esistenza quotidiana; ma chiede anche alle comunità di convertirsi alla consapevolezza del valore della vocazione di coloro che possono far intravedere come la Risurrezione sia già dentro le cose e abbia bisogno di essere portata alla luce, di essere assecondata, di essere riconosciuta. Solo in questo modo il messaggio della Chiesa non si limiterà a passare accanto alla vita, ma mostrerà come può raggiungerla, trasformarla, far brillare in essa già da oggi le prime luci della Risurrezione.
Il percorso formativo non potrà essere la proposta di una generica vita cristiana: dovrà arricchirsi di tutti quegli aspetti che rendono capaci di riconoscere il mistero presente nell'esistenza e di quegli atteggiamenti che contribuiscono a liberare se stessi e le cose da tutto ciò che appesantisce la vita, rendendone irriconoscibile il valore e la bellezza.
L'auspicio è che questi articoli possano suscitare in tanti cristiani laici una nuova passione per la loro vocazione e il desiderio di contribuire a operare perché l'esistenza di ogni giorno mostri l'Amore che l'ha pensata e generata; perché il loro atteggiamento di fronte all'esistenza faccia intuire quella Buona notizia sulla vita che aiuta a vivere con speranza; faccia, cioè, gustare in pieno il "sapore della vita".