Vivere

da persone amate

Paola Bignardi

Se il nome di Dio è Amore, se il Figlio ha fatto dono della sua vita ai suoi, fino in fondo, allora l'esistenza di ciascuno di noi è amata e custodita dall'amore. Se molte persone oggi potessero rendersi conto e conoscere l'amore da cui la loro esistenza è avvolta, allora ci sarebbero più gioia, meno sfiducia, più speranza. Il nostro è un tempo che ha bisogno di amore e che è sensibile soprattutto ad esso. Le persone si lasciano affascinare dalla forza dell'amore, molto più che da quella della ragione o dall'eroismo delle scelte straordinarie.
L'amore convince più dei ragionamenti; affascinano e attraggono gesti, parole, atteggiamenti che hanno l'eloquenza della vita, che mostrano la fecondità di chi non sta ripiegato su se stesso e conosce la straordinaria ricchezza che possiede solo chi si dona. Non può non far pensare il fatto che Benedetto XVI abbia dedicato la sua prima enciclica al tema dell'amore e abbia fatto della carità il filo conduttore del suo magistero: Dio è amore!
Nell'enciclica Deus caritas est Benedetto XVI afferma che «noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo prima di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi» (BENEDETTO XVI, Deus caritas est, 17).
Siamo amati! Mi pare che oggi noi, cristiani di questo tempo, abbiamo bisogno di riscoprire che il cuore della nostra fede sta nel rapporto con il Signore Gesù, in cui l'esperienza dell'amore si fa viva e personale. È un rapporto di libertà e, al tempo stesso, liberante; rapporto che ci apre al futuro, perché ci fa consapevoli di essere inseriti in un progetto di amore più grande della capacità stessa che abbiamo di conoscerlo e di comprenderlo.
Al centro della fede non può esservi altro che il mistero della persona del Signore Gesù. È difficile dire il mistero di una relazione: ad essa ci affidiamo, e basta. E questo fa parte della logica di ogni amore! Cresce e cambia con noi; l'altro fa parte di noi, testimone e partecipe come nessuno della nostra vita più profonda e segreta. Come ogni vera relazione di amore, anche quella con il Signore ci libera da noi stessi; ha un carattere totalitario e radicale.
Vivere allora è ricevere in ogni istante da Dio la vita come un dono e una parola d'amore, e credere alla fedeltà di Dio, che continua a camminare a fianco di ciascuno anche quando la strada diventa oscura, minacciosa, carica di dolore.
In questo amore è piantata la croce. Frutto di questo amore è la croce; ma frutto della croce è la vita. Se la fede non saprà spingersi a questa profondità, se non avrà il coraggio di assumere questo elemento così originalmente unico del Vangelo, sarà difficile vivere di fede, ed essere testimoni di essa nel mondo di oggi.

 

Parola

Il Signore ci ha donato una Parola che svela e racconta l'amore personale di Dio per l'uomo.
La Parola è una luce per orientare il nostro cammino e per illuminare le nostre domande sulla vita: essa spiega, dà senso, svela aspetti impensati della realtà, offre un altro punto di vista sull'esistenza dei singoli e sulla storia umana.
La Parola è la persona del Signore che si fa compagna di viaggio, ci parla, ci indica la strada. Chi è assiduo all'ascolto della Parola, sente crescere la familiarità con la persona del Signore e si rende conto che a poco a poco questa lo trasforma. Ascoltare la Parola è stare in contatto con il mistero, senza pretendere di capirlo o di possederlo; è cercare la chiave del cuore di Dio per penetrare il mistero della vita. L'esperienza della Parola è fondamentale: è esperienza che contribuisce a plasmare l'esistenza della Chiesa e del credente: «Nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (CONCILIO VATICANO II, Dei Verbum, 21). L'ascolto della Parola, dunque, è molto più di una parentesi nella settimana o nella giornata; è molto di più dell'esigenza di una coerente messa in pratica di ciò che si ascolta: è l'incontro vivo con una Persona che ha a cuore la vita di ciascuno dei suoi figli.
Dio ha parlato all'uomo, in molti modi e in tempi diversi; cioè si è preso cura di noi, delle nostre domande, del bisogno di dare un senso alla nostra esistenza. Senza una direzione, un orientamento, come potremmo camminare verso di lui? Come potremmo fare dell'incontro con lui il senso di tutto il nostro vivere?
Come potremmo realizzare la verità di noi stessi, creati da lui, fatti per lui e – come scrive Agostino – inquieti finché lontani da lui?
Dice il Salmo 118: «Lampada per i miei passi è la tua Parola». Dio non lascia nell'oscurità il nostro cammino. La Parola è il suo modo di non abbandonarci al disorientamento che potrebbe prenderci. La Parola che egli ci offre è come una lampada, che dà una luce fioca e discreta, non certo chiara e sfolgorante come quella del sole, che riempie l'orizzonte. La lampada illumina solo per qualche passo, mentre il resto rimane nell'oscurità: resta nell'oscurità anche la meta alla quale si tende, e verso la quale ci si continua a dirigere per fiducia. E tuttavia come potremmo vivere senza questa lampada, che ci permette di individuare i contorni delle cose, di non inciampare in esse? Di intuire la bellezza di ciò che ci circonda e la sua grandezza nascosta?
Anche la Parola, lampada per i passi del credente, mostra che la vita è mistero: la sua realtà e il suo spessore restano avvolti nell'ombra e tuttavia non totalmente sconosciuti: essa si rivela infinitamente più ricca di quanto gli occhi dell'uomo non riescano a vedere. La sua bellezza misteriosa e affascinante continua ad attrarre il cuore umano e a sollecitarne la ricerca.
Luce discreta, quella della lampada, che non ci toglie la libertà di decidere se per noi la vita è solo il piccolo orizzonte consentito al nostro sguardo o se è anche al di là, se è anche oltre, nello 67 spazio oscuro e luminoso del mistero.
Dio affida la rivelazione della grandezza infinita del suo mistero alla forza debole della parola. Che cosa vi è infatti di più fragile e incerto della parola? Segno della nobiltà unica della natura umana, la parola serve per comunicare, dimostrare, condividere, raccontare, persuadere; ma anche per manipolare, mascherare, nascondere. Solo la libertà e la coscienza decidono della verità delle parole che pronunciamo e che ascoltiamo. Così esposta alla strumentalizzazione e al fraintendimento, la parola è povera. Eppure Gesù affida proprio alla parola, nella sua ambigua povertà, il compito di svelare un poco del mistero del Regno. È lo stile tutto divino della discrezione che rispetta la libertà dell'uomo.
Nessuna parola potrebbe essere convincente davanti alla forza inquietante di tanti interrogativi che prendono il cuore, nei momenti in cui la vita si fa più difficile e le sue domande più drammatiche. E poi, che differenza ci sarebbe tra questa Parola di Dio e le parole sapienti di tanti uomini che hanno affrontato la vita con pensosità e con impegno? Ma la Parola con cui Dio si rivela è la persona di Gesù: Dio non si spiega attraverso il ragionamento umano, ma attraverso quel linguaggio dell'amore che si declina nella condivisione, nella compromissione, nel camminare con noi e accanto a noi: anzi, nel suo farsi come noi, dentro il nostro stesso limite, a fare più denso e affascinante il mistero
della vita. Per quanti credono, nessuna parola può essere più persuasiva di Gesù, Parola di Dio.
Coloro che credono che il Signore Gesù è la Parola di Dio fatta carne dentro la storia umana, non ricevono la risposta a tutte le loro domande: hanno il Figlio di Dio che cammina con loro. Dunque essi procedono nella vita con la forza di un amore che li trae di continuo dall'anonimato e dalla solitudine. Non ricevono risposta alla domanda sul dolore, ma lo attraversano avendo accanto un Signore che ha accettato di soffrire e morire come loro; non è una spiegazione intellettuale, quella che viene da questa parola viva, ma un'esperienza che immerge ancor più la vita nel mistero.
Non è facile conservare il senso originale di questa Parola nello scorrere dei giorni: la fatica di vivere ci fa indulgere alla superficialità; l'abitudine rende tutto grigio; il mistero affascina, ma fa anche paura...
Occorre rifiutare la banalità, con decisione e disciplina: chi non vigila, si trova sommerso dalla chiacchiera, parola inutile e vuota che ingombra le relazioni tra persone.
Occorre decidere di stare nella luce della Parola e restare fedeli a questa scelta: solo così si potrà affrontare lo scandalo della croce e credere al mistero della Pasqua di Gesù. La fedeltà alla pratica dell'ascolto della Parola – che non è facile e ha bisogno di disciplina – aiuterà a sperimentare che la Parola è una persona e che essa trasforma a poco a poco la nostra vita nella sua.
Solo questa fedeltà aiuta a "portare" il mistero della vita e a credere che la sua oscurità è piuttosto luce accecante.
L'esperienza di Maria ci dice che la Parola si comprende solo dentro la vita e gli eventi che la segnano: fuori di essa, potrebbe trasformarsi in una generica sapienza, astratta e lontana.
Parola e vita, nel loro intreccio inestricabile, costituiscono l'unico tessuto di un mistero che si rivela a poco a poco, giorno dopo giorno, fino all'ultimo, in cui tutto sarà chiaro.

Preghiera

La preghiera è l'esperienza fondamentale e quotidiana che dà la possibilità di entrare in una comunione consapevole con il mistero di amore che costituisce il cuore della vita.
Il Vangelo ci insegna che la preghiera del discepolo è quella che nasce da una vita vissuta davanti a Dio: non sono le condizioni esteriori che determinano il valore della preghiera e la sua stessa possibilità. Gesù ha insegnato che la preghiera più importante è quella che si rivolge a Dio chiamandolo Padre, è quella fatta da figli, così convinti che al Padre stia a cuore la nostra vita, da non esitare a pregare che «sia fatta la tua volontà», tanto grande è la certezza che questa volontà non può che essere di amore, di benevolenza, di sollecitudine. Nelle sue parole, Gesù insegna a pregare chiedendo senza timore, fino ad essere importuni come nel caso dell'amico della parabola (cfr. Luca 11,5-8). L'invito che egli fa ai discepoli è quello di una preghiera fatta senza stancarsi, ma anche con la piena fiducia di essere esauditi, soprattutto quando l'invocazione a Dio è compiuta non in solitudine, ma «in due o tre», in comunità, nella fiducia solidale tra fratelli di fede.
La preghiera è l'esperienza della comunione e della fede: stare in relazione con il Signore Gesù, pregare con lui il Padre; sentire su di noi il suo sguardo di amore. Pensiamo alle notti che, secondo il Vangelo, Gesù passava in silenzio e in preghiera, cioè nella comunione, nel dialogo, nell'ascolto del Padre. Anche la nostra preghiera è soprattutto stare in comunione con il Padre insieme a Gesù, e nel silenzio dell'incontro rendere sempre più matura la fiducia nell'amore che egli ha per noi, il senso della sua misericordia, la certezza della sua promessa di esserci accanto, al di là di ogni umana evidenza; e maturare la decisione a farci come lui pane spezzato per tutti. La preghiera è amore e fiducia, esperienza della misericordia e abbandono; talvolta sperimentati, più spesso creduti. Chi crede nell'Amore, si radica nella convinzione che il modo con cui Dio ci ama, per quanto a volte incomprensibile, è sorprendente e più forte di ogni amore umano. Radicati in esso, si può affrontare anche la stretta del dolore, nella certezza che il Signore Gesù ci è accanto a soffrire con noi, lui che ha affrontato la prova del Calvario. Incontrare nella preghiera il cuore del Padre è credere che l'amore che riceviamo non è solo per ciascuno di noi, ma è per tutti: la fede ci insegna a chiamarli fratelli. Dio si prende cura di tutti i suoi figli, di quelli che lo conoscono e di quelli che non sanno il suo nome; di quelli che lo riconoscono e di quelli che lo rifiutano; di quelli che ne sono consapevoli e di quelli che vivono chiusi nel loro giorno per giorno.
La preghiera contribuisce a rendere umano il cuore dell'uomo, facendogli sentire la responsabilità e la bellezza di vivere secondo la dignità ricevuta dal Padre, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza.
Vivere con un cuore da figli cambia la storia, perché consente di essere persone che abitano la vita con quella pace, quella serenità, quel senso di pienezza che rende liberi, perché appagati nel cuore; cambia la storia perché fa recuperare la dimensione di quella fraternità che non permette più di essere uno contro l'altro, ma fa solidali nella ricerca del bene comune.
Se la preghiera è frequentare Dio, conduce a poco a poco ad avere sull'umanità il suo stesso punto di vista; anzi, a credere nel disegno misterioso che egli ha sul mondo, soprattutto a credere che esso è disegno di un amore che percorre le vie della storia umana, senza violentarla né violarla. Così, a poco a poco, la preghiera conduce anche a condividere lo stesso amore di Dio per il mondo, a non estraniarci da esso, a non disinteressarci di esso. E quando la storia, nell'intreccio dei percorsi della libertà e degli interessi, si fa umanamente incomprensibile, la preghiera aiuta a non prendere le distanze, ma a fare come Mosè che chiede pietà 72 per il popolo confondendosi con esso e con le sue malefatte, a immagine di ciò che Gesù avrebbe poi fatto sulla croce: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Corinzi 5,21).
È ciò che hanno fatto i santi che si sono trovati in snodi cruciali della storia umana: Edith Stein, padre Massimiliano Kolbe, madre Teresa di Calcutta e tanti altri anonimi che nell'inferno della storia umana non hanno smesso di vivere con dignità e con amore. Il loro amore rende vivibile la storia.
In questa prospettiva la preghiera è forza che trasforma la storia umana, dando ad essa un senso e un valore nuovi. Essa porta nel cuore del mondo l'amore della Pasqua che si rinnova nella decisione con cui ciascuno, nel piccolo frammento della propria storia, vive la stessa dedizione con cui Gesù si è consegnato al Padre per la vita dell'umanità. Essa porta nel cuore del mondo la speranza di coloro che sanno che il dolore e la morte non sono l'ultima parola sulla vita, ma che, al di là della sofferenza e delle contraddizioni del momento presente, si aprirà la possibilità di un mondo rinnovato: quello in cui i ciechi, gli storpi, gli zoppi, i deboli, gli sconfitti... vedranno riconosciuta la loro dignità. Essi costituiranno la primizia di un mondo nuovo.
Dunque possiamo pregare: «Venga il tuo Regno», quello in cui i piccoli sono accolti, i malati guariti, i disperati rimessi in cammino... E il mondo ci si manifesterà nell'immagine bella secondo cui Dio lo ha pensato e voluto.

 

Liturgia

Quella liturgica non è una preghiera facile per i laici. Dopo il Concilio, molti laici hanno iniziato a comprenderne meglio il valore di preghiera ecclesiale, ma non mancano le tentazioni: quella di trasformarla in una preghiera irrigidita nel rito, nell'abitudine, oppure quella di usarla per vivere un po' separati dal mondo.
Definita dal Concilio culmine e fonte della vita ecclesiale, la liturgia può essere effettivamente il "luogo" in cui trova la sua sintesi l'esperienza spirituale della Chiesa e il cammino di fede di ogni credente; anche dei fedeli laici, che fino al Concilio hanno vissuto un coinvolgimento passivo nella liturgia, quasi esperienza da addetti ai lavori che lasciava ai margini tutti gli altri. D'altra parte, l'Eucaristia celebrata in latino, lingua quasi sconosciuta, mentre il celebrante volgeva le spalle al popolo, finiva per evidenziare la distanza dai fedeli.
Oggi la preghiera, soprattutto quella dei laici, ha guadagnato in senso ecclesiale, si è alleggerita di tanti devozionalismi – anche se molte forme sono dure a morire! – e ha guadagnato in oggettività, in universalità, in apertura al mistero.
Il modo di pregare di tutti si è modificato, dal Concilio in poi. E per la legge dello stretto rapporto tra il modo di pregare e il modo di vivere, anche la consapevolezza del proprio cammino cristiano si è arricchita di ragioni, e soprattutto di contenuti evangelici ed ecclesiali. Gli incontri comunitari oggi facilmente si aprono e si chiudono con la preghiera liturgica, soprattutto con quella delle Ore, che è diventata familiare anche ai laici.
La liturgia è preghiera della Chiesa: riunita nel nome del Signore Gesù, con lui stesso presente in mezzo al suo popolo, essa prega il Padre. Convocata dalla Parola, la Chiesa offre a Dio la sua lode, la sua supplica, il suo rendimento di grazie. E così orienta giorno dopo giorno il proprio cammino verso di lui; e coinvolge in esso tutti i credenti, capofila di tutta l'umanità, incamminata verso Dio anche quando non ne è consapevole. È preghiera oggettiva, quella della Chiesa nella liturgia. Il rito, che sembra renderla anonima, in effetti la sottrae alla privatezza, al soggettivismo che può rischiare di generare una fede su misura. Quella liturgica è preghiera ecclesiale e comunitaria, dentro la quale vive e si alimenta la preghiera personale di ciascuno.

 

Una vita riconciliata ed eucaristica

L'Eucaristia è l'esperienza di preghiera in cui si concentra tutta l'esistenza cristiana: dono e responsabilità; amore ricevuto e amore da donare; comunione con Dio e missione nel mondo. In essa il Signore ci fa dono dell'amore cui aspiriamo e di cui avvertiamo il bisogno: non solo dell'amore che desideriamo ricevere, ma anche di quello che vorremmo essere capaci di dare: la domenica è il tempo in cui questa esperienza si fa concreta e comunitaria.
Il dono dell'Eucaristia è il pane che ci dà la forza di servire, di amare, di affrontare le difficoltà, soprattutto di portare la fatica dell'esistenza, quando questa vorrebbe toglierci la voglia di vivere. Con la forza del pane donatogli da Dio, Elia riprende il suo cammino. Con l'energia della domenica, anche a noi viene dato il segno che il cielo non è chiuso e Dio continua ad alimentare la nostra speranza. E al tempo stesso ci manda, perché noi stessi possiamo alimentare la voglia di vivere di quanti ci stanno accanto.
L'Eucaristia ci trasforma e ci rende capaci di amare.
Siamo abituati a considerare l'aspetto più sensibile dell'Eucaristia: il trasformarsi del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore; ma anche la nostra vita viene trasformata, dalla partecipazione all'Eucaristia: ciò che la rende nuova è la consapevolezza dell'amore gratuito che la raggiunge. «Gesù non ci ha dato l'Eucaristia come segno statico della sua presenza in mezzo a noi, ma come forza che vuole operare in noi una trasformazione profonda e sorprendente» (L MONARI, Un solo pane, un unico corpo, Opera San Francesco di Sales, Brescia 2009, p. 23).
L'Eucaristia è il segno e la forza di un amore senza misura. Se ci affidiamo ad un amore che crede nel valore della nostra vita e si dona ad essa, noi siamo trasformati. Conosciamo per esperienza la forza che ci viene, per affrontare le situazioni più difficili, dall'aver vicino una persona amica, che ha fiducia in noi, che con gratuità vuole accompagnarsi alla nostra vita: sappiamo che quelli sono i casi in cui scopriamo in noi un'energia insospettata. È questa una forza straordinaria che occorre anche per affrontare l'esperienza più dura: quella di guardare in faccia il male che è in noi, di ammettere la nostre inadeguatezze, di riconoscere il nostro peccato.
Ogni Eucaristia è l'esperienza dell'incontro vivo con il mistero di una Persona che desidera accompagnare il nostro cammino verso la realizzazione piena di noi stessi, nella libertà, nella gioia, nell'amore. Con la forza del pane dell'Eucaristia, possiamo affrontare le situazioni più ostili con cuore fraterno, possiamo perdonare e ricominciare con gli altri e con noi stessi. Così, celebrazione dell'Eucaristia e celebrazione del sacramento della riconciliazione si connettono in un'unica esperienza di amore che genera novità e apre a nuovi cammini di fiducia e di bene.
Non possiamo lasciare la mensa eucaristica senza sentire dentro di noi la responsabilità di realizzare nella vita una continuità con il dono ricevuto e celebrato, perché l'Eucaristia è «un dramma d'amore nel quale lasciarci coinvolgere per diventarne anche noi attori, protagonisti» (Ibidem).
Il primo frutto dell'Eucaristia è un modo nuovo di guardare la vita: quello di chi nel sacramento ha sperimentato il Signore che si nasconde e si rivela nel pane e nel vino; lo stesso Signore, nella vita – negli altri, nelle situazioni, nei poveri, nelle cose – si nasconde ed è presente. In ogni situazione possiamo riconoscere la presenza misteriosa del Signore Gesù; in ogni situazione abbiamo la responsabilità di vivere come lui, perché è quello l'unico modo per essere veramente grati per il dono ricevuto. E il vivere come lui risponde ad un unico criterio: quello di amare. Nel giorno per giorno, vivere l'Eucaristia è consumarsi, come il Signore, spezzare la nostra vita come lui per le persone con cui viviamo e per tutta l'umanità.

 

La liturgia delle Ore

La liturgia delle Ore è preghiera che si distende lungo il tempo. Dalle cose umane si alzano a Dio il pensiero e il cuore, con i sentimenti di cui il tempo colora l'esistenza credente: la lode al mattino, il ringraziamento alla sera; l'offerta dell'attività durante il giorno; l'invocazione perché il Signore benedica e sostenga la fatica quotidiana. Così Dio entra nel tempo dell'uomo e ne trasforma i significati: la Risurrezione colora ogni alba della possibilità di una novità impensata; la morte di Gesù carica il centro di ogni giornata del valore dell'offerta, della fatica, della salvezza del mondo che passa attraverso la morte e il dono di sé; l'attesa della visione di Dio e della comunione piena con lui colora ogni sera, nel desiderio di un giorno che non abbia più termine.
Tempo di Dio e tempo dell'uomo si intrecciano. La liturgia delle Ore accompagna ed educa a dare al tempo umano un'apertura sull'eterno.
Il laico vive la liturgia delle Ore portando in essa il concreto colore del tempo: ogni mattina portando la gioia per un giorno nuovo che inizia, la preoccupazione per le persone, gli impegni, le occupazioni che faranno la sua giornata; ogni giorno offrendo la fatica e la morte di cui tutte le giornate sono fatte perché dalla vita vissuta nella Pasqua possa nascere un'umanità nuova, già da oggi risorta; ogni sera portando, nel peso del male compiuto o subito, l'esperienza di un'umanità ferita che continua a desiderare un cuore nuovo; nella gioia delle cose belle che una giornata ha riservato la gratitudine e la promessa della pienezza della vita cui sa di essere chiamato e che non smette di desiderare.
È preghiera della Chiesa anche quella del laico che celebra da solo la liturgia delle Ore, nella sua casa, ciascuno alla propria ora, come il ritmo della vita personale consente. È preghiera liturgica anche quella con cui il laico dà voce alla Chiesa, che attraverso di lui loda con le parole della preghiera, ma anche con il suo lavoro, la fatica delle relazioni, l'impegno a costruire un mondo a misura della dignità dell'uomo.
Così, mentre il monaco porta alla preghiera della Chiesa celebrata nella sua integrità la purezza dell'anelito a Dio, il laico porta alla stessa preghiera, pregata talvolta solo nello spirito, il contenuto esistenziale, sottolineando di essa il legame con il tempo, inteso come dimensione cui è connessa la realtà concreta della vita. Del resto, le parole che la Chiesa usa per pregare le Ore sono quelle dei Salmi, che testimoniano il rapporto tra la preghiera e la storia: quella di Israele, quella delle singole persone, quella dell'umanità di Cristo: lode e ringraziamento; rabbia e angoscia; lamento e gioia; fiducia e attesa.
La liturgia delle Ore, così legata al tempo e alla concretezza della vita, è una preghiera che i laici cristiani sentono tanto vicina alla dimensione originale della loro spiritualità. È la presenza di Dio che si immerge nella loro realtà quotidiana e si accompagna alla loro attività, al loro gusto delle cose, alla loro fatica di vivere. Eppure sembra per loro una preghiera impossibile, incompatibile con ritmi frenetici, carichi di impegni, in una esistenza confusa e complicata. Come può un laico, con una normale vita secolare, fare della preghiera delle Ore la sua preghiera?
Ogni preghiera ha una forma e un'anima; ha una struttura spirituale che può esprimersi in forme culturali diverse. La sapienza della Chiesa ci mette sulle labbra parole e nel cuore atteggia
menti che ci conducono a vivere con amore la nostra vita quotidiana, e a fare di essa un'offerta, una lode, un'invocazione.
Proprio per il suo legame con la vita, la liturgia delle Ore richiede, soprattutto nei laici, la flessibilità di entrare in essa in maniera libera, che talvolta può significare assumere di essa solo la sostanza senza le parole, i contenuti senza il rito, se questo è richiesto dalla fedeltà all'esistenza nel suo carattere mutevole.