Una nuova soggettività

del laicato

Paola Bignardi

La riflessione di queste pagine ha preso avvio dal riconoscimento della difficile esperienza della laicità e da un duplice interrogativo: come sia possibile ai cristiani laici vivere la laicità, dimensione fondamentale della loro vita; e come sia possibile alla comunità suscitare/accogliere l'esperienza dei laici, lasciando arricchire la sua missione della loro originale sensibilità umana e spirituale. Una vita laicale che in maniera più decisa assuma i caratteri della propria laicità – umanità, socialità, responsabilità, esistenza quotidiana – è il primo decisivo passo. Percorsi spirituali e cammini formativi devono far emergere una vita cristiana in cui l'umanità viene assunta in tutte le sue dimensioni e i suoi valori, mostrando come il Vangelo contribuisca ad esaltare l'umanità, a darle pienezza, nel portare a maturazione il disegno di Dio inscritto nelle cose e nella realtà. Si potrebbe dire, parafrasando il poeta latino Terenzio («Homo sum, humani nihil a me alienum puto», in PUBLIO TERENZIO AFRO, Heautontimorùmenos (il punitore di se stesso), v. 77), che nulla vi è di umano che il cristiano ritenga che non lo riguardi, che non lo coinvolga, che non lo appassioni; di cui, in definitiva, non possa scorgere la bellezza. La vita cristiana non è altro rispetto alla vita, ma è vita salvata; che vede schiudersi gli orizzonti della pienezza; che dall'apertura sulle prospettive dell'eterno vede riscattato, e non umiliato il giorno per giorno di ciascuno. È un altro punto di vista sull'esistenza, rispetto a quello un po' grigio che affronta l'esistenza cristiana di ogni giorno vedendo in essa solo obblighi e rinunce e mostrando di essa non i "guadagni" che essa consente, ma solo le rinunce che occorre affrontare per giungere ad essi.
Una vita salvata, d'altra parte, non è una vita liberata già da oggi e per sempre dal peso della fatica, dell'inquietudine, delle difficoltà: è una vita che ha un'aggiunta di forza per affrontare le domande che tutti sono chiamati a porsi e per vivere le lotte che la vita stessa comporta, senza sconti, ma con grande speranza.
È compito di tutti e di tutte le vocazioni nella Chiesa mostrare la bellezza della vita vissuta da cristiani; ma i laici hanno la possibilità di mostrare di tale prospettiva la concretezza. Per essi la vita non è genericamente l'esistenza di ogni giorno, ma è famiglia, lavoro, educazione, responsabilità civile e politica. I laici cristiani hanno una responsabilità particolare nel mostrare le strade di una conciliazione possibile tra la fede e la vita comune e ordinaria.
La ricchezza di questo cammino di vita cristiana costituisce l'implicito annuncio di una buona notizia che nel nostro contesto non chiede tanto di essere proclamata, quanto piuttosto di essere "mostrata", fatta toccare con mano nella possibilità che essa ha di dare pienezza e realizzazione all'esistenza.
La prospettiva indicata in queste pagine ha bisogno di un nuovo protagonismo dei laici, divenendo essi stessi gli artefici principali della valorizzazione della loro vocazione. Si tratta di un compito davanti al quale ogni laico, come singolo, si sente certamente impari, tanto è sproporzionato il compito rispetto alla concreta possibilità che ciascuno ha di modificare gli assetti delle comunità cristiane. E certo questo non è un compito per solitari o per singoli individui, ma piuttosto per un laicato che recuperi il senso dell'essere insieme a condividere una vocazione e l'esercizio di essa. Qualche anno fa ho affacciato l'interrogativo: esiste ancora il laicato? (È il titolo di una piccola pubblicazione (P. BIGNARDI, Esiste ancora il laicato? Editrice AVE, Roma 2006, Premio Capri San Michele 2007) che ha riscosso tanto interesse in laici e non, a dimostrazione di quanto la questione che essa agita sia avvertita).
Non è una domanda pessimista o sfiduciata. È l'interrogativo di chi si rende conto che la crescita dei laici cristiani come soggetti di Chiesa non è un fatto scontato, né avverrà per automatismo. Sono necessari pensieri, strategie e scelte decisive. E queste dovranno avere i laici come primi protagonisti e le comunità cristiane come co-protagoniste essenziali. Appare sempre più chiaro che una delle vie fondamentali è quella di esperienze comunitarie – gruppi, cenacoli, associazioni... – come tirocinio, come laboratori, come scuole di laicità. Il Concilio stesso l'aveva previsto: nel decreto Apostolicam actuositatem si legge (al numero 18) che l'apostolato associato aiuta a vivere l'indole comunitaria dell'apostolato e ad essere quel segno di unità che la Chiesa tutta è chiamata ad essere nel mondo. Le realtà associate svolgono anche l'importante funzione di sostenere i loro membri con un'attività formativa che può farsi più concreta in relazione alle esigenze precise delle diverse forme di apostolato e di ambiente: «tra queste associazioni in primo luogo vanno considerate quelle che favoriscono e rafforzano una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la loro fede» (CONCILIO VATICANO II, Apostolicam actuositatem, 19).
All'indomani del Concilio, il riconoscimento della dignità della vocazione laicale generata dal battesimo ha contribuito a far dichiarare superate o superflue tutte quelle esperienze aggregative che sono certamente non indispensabili, ma utili e importanti per vivere con maturità e in pienezza tale vocazione. Il modo disinvolto in cui, in alcuni contesti, sono state ritenute superate le aggregazioni ha generato un laicato più debole, senza volto e senza voce, che rischia di aprire la strada a forme sottili di neoclericalismo. Via via che gli anni passano, ci si rende conto di quanto siano preziose le realtà aggregative, non solo per sostenere la testimonianza dei laici cristiani ma soprattutto per rendere leggibile nella comunità il segno della vocazione laicale. Il riconoscimento del valore dell'apostolato associato di cui parla il magistero conciliare avrebbe bisogno oggi di essere riscoperto; alla luce dell'esperienza di questi quarant'anni, risulta più chiaro il senso delle affermazioni conciliari. Si tratta di aiutarsi a vivere insieme la comune vocazione, di affrontare insieme il discernimento che essa chiede e la formazione di cui ha bisogno; e anche di mostrare nella Chiesa il valore che essa ha e il contributo insostituibile che può recare alla missione.
Il far parte o il dar vita ad esperienze comunitarie di laici non è una necessità, ma un'opportunità che può essere suggerita dalle contingenze del momento. La strada dell'isolamento e dell'individualismo pratico è una scelta che non aiuta nell'esercizio maturo di questa vocazione e nell'affrontare le complesse e inedite questioni che il nostro tempo pone alla coscienza credente. Oggi mi pare vi sia necessità di esperienze di incontro, di fraternità, di condivisione di pensieri, obiettivi, scelte: proprio come lo spirito dell'amicizia consente. In altre stagioni della testimonianza dei laici cristiani nella società, sono sorte una quantità di gruppi, di fogli, di giornali: strumenti di comunicazione, di scambio, di circolazione di idee, espressione dell'esigenza di costruire pensieri condivisi e di guardare insieme con coraggio verso obiettivi comuni. È una storia che andrebbe reinterpretata e assunta nuovamente: questo cercare insieme è molto più dei soliti convegni in cui si ascoltano pensieri già pensati da altri; dell'impegno a cercare insieme ha bisogno questo tempo affascinante e difficile.
A poco varrebbe questo recupero dei contenuti positivi della laicità, se essa fosse un fatto individuale e privato: esso deve divenire un fatto ecclesiale, attraverso una revisione del rapporto tra la comunità cristiana e i laici che di essa fanno parte. Il dialogo, l'ascolto della vita, nuovi luoghi di comunicazione intraecclesiale, un'organizzazione meno rigida della pastorale, una più viva attenzione all'impegno culturale e spirituale potranno aprire ai laici cristiani nuove possibilità di relazione con la loro comunità: una relazione che non passi solo dalle attività pastorali e dagli organismi di partecipazione ecclesiale; luoghi e occasioni che liberino la creatività, lasciando un po' più spazio ai carismi, allentando l'attuale rigidità dell'impostazione istituzionale. Così, i laici sperimenteranno di essere "riconosciuti", di poter vivere la Chiesa non solo come un riferimento ideale ma come una concreta comunità. E le comunità potranno arricchirsi di una nuova e più cordiale attenzione alla vita e recuperare la fiducia e lo slancio di una relazione più aperta con il mondo.
La rilevanza ecclesiale dei fedeli laici non può passare a tutti i costi dall'inserimento nell'organizzazione pastorale, né deve implicare un coinvolgimento diretto in essa. Occorre che i laici siano riconosciuti come essenziali alla Chiesa rimanendo pienamente laici, legati alle loro esperienze secolari, senza rinunciare a nulla di esse. Sarà compito della comunità cristiana ripensarsi in modo da far sentire loro la preziosità della loro esperienza per l'attuarsi della missione della Chiesa; prevedendo tempi e luoghi di ascolto e di dialogo con loro; accompagnando il loro servizio con la preghiera, l'attenzione, la cordialità del pensiero...
Questo dialogo potrà contribuire a far rimbalzare nella comunità un'attenzione, una sensibilità originale; il loro gusto e la loro fatica di vivere; il loro modo di elaborare la vita a partire dal Vangelo, ma anche di ricomprendere il Vangelo alla luce dell'esistenza concreta.
Potrà allora farsi strada una cultura ecclesiale che, anche nel contesto di oggi, mostri come sia possibile dare sapore alla vita, testimoniare nella concretezza, con gesti quotidiani, che Gesù Cristo è il grande "sì" alle aspirazione più alte del cuore dell'uomo. (Così si è espresso papa Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona il 19 ottobre 2006: attraverso la multiforme testimonianza della Chiesa e dei cristiani, potrà «emergere soprattutto quel grande "sì" che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita, all'amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo...).