9. I cristiani-laici nella comunità ecclesiale


Capitolo nono
I CRISTIANI-LAICI NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE

La svariata molteplicità dei carismi o servizi che lo Spirito suscita nella comunità ecclesiale si può raggruppare in tre grandi blocchi, ognuno con le sue caratteristiche proprie: quello dei cristiani che, con un termine di sapore evangelico, si usa designare come “pastori”; quello di coloro che vivono la “vita religiosa”; e quello di coloro che sono chiamati “laici” o “secolari”. Naturalmente, all’interno di questi grandi blocchi esistono alcune ulteriori diversificazioni.
La stragrande maggioranza dei membri della comunità ecclesiale sono laici o laiche. È un fatto innegabile. Per questo motivo, ma anche per altri che appariranno nell’esposizione, andando contro una certa abitudine che ha portato a privilegiare nell’attenzione i cristiani-pastori, preferiamo iniziare la considerazione di questi diversi modi di essere cristiani da quello laicale o secolare.

1. COSA S’INTENDE PER “LAICO”

Cominciamo anzitutto col chiarire i termini, perché spesso esiste una vera confusione al riguardo.
Non di rado, infatti, nei nostri ambienti la parola “laico” viene usata nel senso di “laicista”. Si designa con essa la presa di posizione o l’atteggiamento di persone o gruppi che intendono prescindere deliberatamente da ogni confessione religiosa. Si parla, per esempio, di “Stato laico” o di “partiti laici”, per indicare quello Stato o quei partiti politici che non si ispirano agli orientamenti della fede cristiana o di una qualunque altra fede religiosa.
Non è questo, ovviamente, il senso con cui viene usato il termine nel contesto ecclesiale quando si parla di “laici” o, meglio ancora, di “cristiani-laici”.
Per dilucidare tale senso, più che soffermarci a studiare l’origine etimologica e l’evoluzione storica di detto termine (cosa che di per sé sarebbe già molto illuminante) preferiamo assumere direttamente la descrizione che di questi membri della Chiesa fa il Vaticano II nel capitolo della Lumen Gentium dedicato ad essi: “Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla Chiesa, i fedeli, cioè, che dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nel loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (LG 31a).
Come si vede, questa descrizione viene fatta da due punti di vista diversi: uno negativo, quello classico e tradizionale, secondo il quale il laico è il cristiano che non appartiene né al gruppo di quei cristiani che hanno ricevuto l’ordine sacro né allo stato religioso ufficialmente riconosciuto nella Chiesa; e uno positivo, tipico del Vaticano II, secondo il quale il laico è un membro a pieno titolo della Chiesa e partecipa, “nel modo che gli è proprio”, “per la sua parte”, della condizione e della missione di tutto il Popolo di Dio.
Preferiamo assumere questo secondo punto di vista, perché è quello che permette di superare il modo preconciliare di pensare l’identità di questi cristiani. Non ci vuole infatti molta conoscenza della storia per sapere che per molti secoli i laici e, ancora di più, le laiche per il fatto di essere donne, furono considerati quasi come cristiani “di secondo ordine” e come “minorenni” nei confronti degli altri due gruppi ecclesiali dei pastori e dei religiosi. Soprattutto dei primi, che avevano in mano il governo della Chiesa. Essi stessi molte volte hanno finito per considerarsi tali. Una concezione accentuatamente clericale della Chiesa da una parte, e l’esaltazione dell’ideale monastico di perfezione cristiana dall’altra, possono segnalarsi fra le principali cause di quella situazione.
Il Concilio aiutò a fare un passo decisivo in avanti a questo riguardo. Lo avevano preceduto diversi decenni di continua e crescente presa di coscienza sul tema, che portò a far maturare quel secondo punto di vista che abbiamo ritrovato nella descrizione citata e che passiamo a esplicitare.
Vi si afferma che i laici hanno un “modo proprio e peculiare” di partecipare alla condizione e alla missione di tutto il popolo di Dio: è la secolarità (cf LG 31b).
Va intesa nel modo seguente: “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio [...]. A loro, particolarmente, spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo e crescano e siano di lode al Creatore Redentore” (LG 31b).
Per due volte si parla, in questo testo, di “cose temporali”. Cosa significhi l’espressione lo precisa un altro testo conciliare, quello dedicato, precisamente, ai laici e alla loro attività apostolica: sono i beni della vita e della famiglia, la cultura, l’economia, l’arte e le professioni, le istituzioni della comunità politica, i rapporti internazionali e altre realtà simili (Apostolicam Actuositatem 7b).
Resta così sostanzialmente delineato ciò che costituisce la peculiarità dei cristiani-laici o secolari: il loro stretto rapporto con queste “realtà temporali”.
Facciamo tuttavia subito rilevare che le cose non vanno interpretate in modo da riprodurre la situazione vissuta per secoli nella Chiesa, secondo la quale ai pastori e ai religiosi veniva assegnato come proprio l’ambito dello spirituale e le realtà interne della Chiesa, e ai laici l’ambito del materiale e le realtà esterne alla Chiesa, del mondo in una parola. Nello spirito del Vaticano II questo modo di pensare è inammissibile. Sarebbe convertire ciò che è distintivo di un gruppo in qualcosa di esclusivo, come se prima di ciò che distingue i diversi gruppi di cristiani tra di loro non ci fosse qualcosa di comune che li accomuna tutti. Così come i cristiani-pastori non vengono esclusi in forma assoluta dalle responsabilità cosiddette temporali, anche se la loro condizione ecclesiale richiede da essi una più intensa dedizione a determinati servizi intraecclesiali (LG 31b), così il fatto di essere laici non esclude questi cristiani secolari dai servizi e dalle responsabilità propriamente intraecclesiali. Dice, infatti, il già citato testo della Lumen Gentium, che i laici compiono la stessa missione di tutto il popolo cristiano “nella Chiesa e nel mondo”(LG 31 a). La congiunzione “e” sta appunto ad escludere ogni dualismo.
Più vicino a noi nel tempo, il Documento della Conferenza Episcopale di Puebla sopra ricordato coniò una formulazione che, nella sua stringatezza, sembra molto indovinata per esprimere quest’identità del cristiano-laico. Dice infatti che “la fedeltà e la coerenza alle ricchezze e alle esigenze del suo essere gli danno la sua identità di uomo della Chiesa nel cuore del mondo e di uomo del mondo nel cuore della Chiesa” (n. 786).
Utilizzeremo questa formulazione come falsariga per esplicitare la vocazione e l’attività dei laici.

2. UOMINI E DONNE DELLA CHIESA “NEL CUORE DEL MONDO”

2.1. A partire da una Chiesa profondamente rinnovata

L’impostazione ecclesiologica soffrì una forte e profonda trasformazione durante la celebrazione del Vaticano II. L’abbiamo ricordato nel capitolo secondo. Si potrebbe dire che essa venne sottoposta a una metamorfosi il cui risultato fu una vera “rivoluzione copernicana”. L’ecclesiocentrismo precedente cedette il posto a un decentramento radicale: non più il mondo al servizio della Chiesa, ma viceversa la Chiesa al servizio del mondo, di questa umanità in affannosa ricerca della sua realizzazione.
Si tratta di un’impostazione carica di conseguenze, alcune delle quali interessano più direttamente i cristiani-laici.
Una prima conseguenza è che, alla luce di quest’ecclesiologia conciliare, bisogna riconoscere il carattere secolare dell’intera Chiesa. Se il mondo (“saeculum”) entra nella definizione stessa della Chiesa in modo tale che essa non può autodefinirsi senza di esso, se la totalità della comunità ecclesiale è missione di servizio al mondo, allora è la totalità della Chiesa che, in questo preciso senso, è secolare. I problemi dell’umanità in quanto tale, quelli che altrove abbiamo chiamato “transecclesiali”, sono quindi i problemi dell’intera Chiesa, a tal punto che essa rimanda necessariamente a un secondo piano i suoi problemi interni per occuparsi prioritariamente di essi. Lo fa, naturalmente, all’insegna dell’ispirazione evangelica, come richiede la sua identità.
Una seconda conseguenza deriva ancora dalla nuova impostazione conciliare: in questa Chiesa interamente secolare, i cristiani laici occupano un posto di avanguardia. Sono essi, infatti, quelli che stanno più direttamente a contatto con le realtà del mondo, in ragione della forma globale e tipica di esistenza che conducono. Gli altri membri della comunità, i ministri ordinati o pastori e i religiosi e le religiose, pur essendo ugualmente chiamati al servizio evangelico del mondo, svolgono detto servizio abbracciando un modo di vita che li coinvolge in forma diversa nelle realtà temporali. I pastori o ministri ordinati, per esempio, per la loro responsabilità di presidenza delle comunità (LG 20c) rendono questo servizio al mondo in un modo che non è esattamente quello dei cristiani-laici. Qualcosa di analogo succede con i religiosi e le religiose in forza del loro impegno di vivere i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza (LG 31b).
Non interessa entrare qui a dilucidare in che cosa consista questa diversità nel modo di rapportarsi al mondo; ce ne occuperemo nei capitoli seguenti. Ci interessa piuttosto ribadire l’importanza decisiva che ha per i cristiani e le cristiane laici il loro rapporto con il mondo in una Chiesa interamente chiamata a essere serva di questo mondo e, ancora di più, di calare questa loro vocazione nella concretezza della realtà.
Il mondo al quale è inviata la Chiesa nella sua missione di salvezza non è un’astrazione, ma una realtà concreta: è l’umanità di oggi con tutte le sue gioie e speranze, ma anche con tutte le sue tristezze e angosce (GS 1). Quest’umanità che, dietro le orme di Gesù, la comunità dei suoi discepoli e in particolare i laici e le laiche sono chiamati ad amare svisceratamente, sapendo che è oggetto dell’amore stesso di Dio, il quale non ha esitato a consegnare il suo stesso Figlio perché trovassimo la Vita (Gv 3,16). Non, quindi, fuga dal mondo, come si è pensato e si è cercato di vivere in altri tempi, ma piena inserzione in esso è l’atteggiamento fondamentale del cristiano. La Gaudium et Spes, infatti, dopo aver affermato che scopo unico della Chiesa è quello di servire questo mondo, precisa che per realizzare tale missione è indispensabile conoscere profondamente il mondo attuale ed essere consapevoli della sua reale situazione (n. 4a).
In concreto, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo di cui parla il Concilio sono le conquiste e le sconfitte che oggi, per la prima volta nella storia, hanno connotazioni planetarie.
Le conquiste sono facilmente percettibili. Lo straordinario progresso scientifico-tecnico sta rendendo gli uomini sempre più capaci di manipolare la natura e la stessa società, sta producendo una crescita mai precedentemente conosciuta di benessere e una accelerazione quasi vertiginosa della storia. Già la Gaudium et Spes si era fatta eco dell’ammirazione che tutto questo suscitava nella coscienza contemporanea (nn. 3.4-9).
Ciò che invece la Costituzione pastorale non colse con tanta chiarezza, a causa dell’euforia tipica del suo momento storico circa il progresso della scienza e della tecnica, sono le sconfitte che l’umanità sta subendo all’interno di questo processo. Oggi ne siamo più consci.
Attualmente ci sono, in effetti, diffuse e crescenti forme di disumanizzazione nell’ambito del rapporto con la natura, come evidenzia il sempre più incalzante problema ecologico; nell’ambito del rapporto tra le persone e i diversi gruppi umani, quali per esempio il planetario conflitto Nord-Sud, o quello tra uomini e donne, o ancora quello razziale; nell’ambito del rapporto con Dio, quali il fenomeno dell’ateismo massiccio e quello della manipolazione della fede a scopi politici... Tutte queste situazioni, e tante altre ad esse simili, sono autentiche sfide all’umanità, e sono perciò stesso reali sfide alla Chiesa che vuole prestarle il suo servizio evangelico.
È su questo fronte principalmente (benché non esclusivamente, come diremo in seguito) che si svolge l’azione dei cristiani e delle cristiane laici, membri della Chiesa “nel cuore del mondo”. Sono questioni che hanno relazione diretta con le realtà cosiddette secolari, in mezzo alle quali essi vivono giorno per giorno la loro esistenza. È proprio per questo che essi ed esse costituiscono come l’avanguardia della Chiesa.
Tutti i cristiani laici e le cristiane laiche, a cominciare da quelli che vivono la loro vita nella monotonia e forse anche nel grigiore di un’esistenza semplice e nascosta fatta di famiglia, lavoro e svago, di piccole o grosse gioie e preoccupazioni, fino a quelli che occupano posti importanti nei grandi centri di decisioni di tipo politico, sociale, economico e culturale, tutti realizzano la loro vocazione nell’impegno di contribuire alla soluzione di questi grossi problemi.
Ciò, evidentemente, non annulla l’appello a farsi carico di quei problemi a corto raggio che esigono una risposta immediata e, per dirla con una parola alquanto ambigua, assistenziale. Si sa che è questo l’ambito in cui molti ordinariamente concretizzano il servizio del prossimo; ma ciò non li porta a trascurare, e ancora meno a ignorare, i luoghi dove oggi più largamente e in maniera più decisiva si giocano le sorti degli uomini: le macro-strutture nazionali e internazionali che condizionano anche l’esistenza quotidiana più modesta e “privata”.
Chi è autentico membro laico o laica della Chiesa di Gesù Cristo oggi, prende quindi sul serio ciò che accade nel mondo. Nel macromondo dei rapporti socio-politici, dove si elaborano le grandi decisioni che interessano direttamente o indirettamente l’intera umanità e i suoi singoli membri; e nel micromondo dei rapporti interpersonali, dove queste decisioni si ripercuotono in mille modi diversi. Lì, a contatto con queste situazioni, il cristiano-laico e la cristiana-laica svolgono il loro servizio evangelico, collaborano dall’interno, “a modo di fermento”, secondo l’espressione di Lumen Gentium 31b, nella trasformazione della convivenza umana. In questo senso, e lasciando da parte quanto di retorico può avere l’espressione, ognuno di essi, come Gesù, “porta il mondo sulle sue spalle”.

2.2. Dimensioni del servizio dei cristiani-laici nel mondo

Seguaci di Gesù Cristo, i laici e le laiche realizzano questo servizio evangelico al mondo da profeti, liturghi e signori, per usare la tipica tripartita caratterizzazione conciliare.
La loro profezia “nel cuore del mondo” consiste principalmente nello sforzo di “scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo” (GS 4a) o, in altre parole ancora, di “discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni cui prendono parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, i segni veri della presenza o del disegno di Dio” (GS ha).
Un discernimento orientato all’annuncio a voce alta di quanto di positivo trovano nel mondo, riconoscendo in esso una manifestazione del progetto salvifico di Dio, e alla denuncia coraggiosa di quanto di negativo vi scoprono. Ma un discernimento orientato soprattutto a provocare il proprio e l’altrui impegno di azione nella direzione del discernimento realizzato.
La loro liturgia “mondana” o “secolare” la realizzano anche “nel cuore del mondo”, offrendo quel “culto spirituale” del quale abbiamo parlato precedentemente ispirandoci alla lettera di Paolo ai cristiani di Roma (Rm 12,1-2), e che la costituzione Lumen Gentium ha collegato così strettamente con l’esistenza prevalentemente secolare condotta da essi. Una liturgia e un sacerdozio vissuti nell’impegno serio e responsabile in tutto ciò di cui tale esistenza è intessuto, e che poi vengono celebrati specialmente nell’Eucaristia (LG 34b).
Infine, come Gesù Cristo, anche i suoi discepoli laici e laiche s’impegnano nell’esercitare la loro “signoria” nei confronti delle realtà del mondo. Lo fanno cercando, in primo luogo, di non lasciarsi rendere schiavi da esse, piccole e grosse che siano, e collaborando a far sì che neanche gli altri si lascino soggiogare.
Essere “signore” significa, infatti, anzitutto questo: non vivere da schiavo. Siccome però sia la natura sia le altre realtà prodotte dall’uomo a partire da essa finiscono facilmente per asservire l’uomo, il campo d’impegno risulta da questo punto di vista veramente immenso. Basta pensare a ciò che implica cercare di creare strutture economiche (nazionali e internazionali) alternative a quelle che stanno provocando la morte per fame di milioni di persone all’anno, o strutture mentali contrapposte a quelle che generano l’esclusione della donna, dei negri, dei “diversi”.
C’è poi tutto l’aspetto positivo di questa “signoria”, che consiste nell’arrivare a realizzare una gestione tale delle realtà del mondo che le abiliti a contribuire sempre più alla Vita e alla maturità degli uomini, e non alla loro Morte. Ed è qui che il campo del servizio laicale è più che mai urgente, data la situazione del mondo attuale. I cristiani-laici e le cristiane-laiche contribuiscono con tutte le loro capacità e competenze a fare in modo che la convivenza umana diventi sempre meno inumana e sempre più consona con la dignità dell’uomo.
Nel farlo, però, essi riconoscono l’autonomia delle realtà secolari (GS 36b). Si può ormai ritenere superato il tempo in cui le realtà del mondo venivano considerate come semplici occasioni per ottenere la salvezza personale. Il Vaticano II, sottolineando la loro autonomia, affermò anche implicitamente che non basta la sola retta intenzione per incorporarle al processo della salvezza; è indispensabile invece, per riuscire a farlo, agire dal loro stesso interno, rispettando le loro leggi intrinseche. In questo contesto il Concilio ha insistito sul fatto che il cristiano-laico deve sforzarsi di essere competente nei diversi aspetti ai quali dedica le sue fatiche (LG 36b).
E ciò senza perseguire uno scopo concorrenziale, quasi a voler dimostrare la superiorità della fede cristiana, o un interesse proselitista, come se volesse dare il “buon esempio” affinché altri si convincano del valore del Vangelo, ma per il profondo senso di salvezza che questo stesso Vangelo svela in ogni sforzo fatto. Senza cercare neppure di ripristinare situazioni ormai superate, quali la ricreazione di una nuova situazione di cristianità, alquanto ritoccata ma sostanzialmente analoga a quella già vissuta in altri tempi. Né la società odierna - sempre più gelosa della sua autonomia e in questo senso sempre più adulta - lo sopporterebbe, né la visione di una fede aggiornata lo potrebbe accettare.
Questi cristiani sono anche consapevoli del fatto che, nel portare avanti questo impegno, non sono soli al mondo. Sanno, effettivamente, che molti altri uomini e donne, che per mille motivi diversi non si ispirano al Vangelo di Gesù Cristo ma ad altre proposte, sostengono un impegno simile, con altrettanto e alle volte anche maggiore entusiasmo. “Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità”, diceva la Gaudium et Spes (n. 43b) riferendosi precisamente ai laici. Nessun atteggiamento di superiorità, di competitività, ispira quindi il loro impegno.
Rileviamo ancora una caratterizzazione dell’agire dei cristiani e delle cristiane laici nel loro impegno per una convivenza umana più vivificante: tenendo presente il modo in cui agì Gesù, essi impostano la loro azione in modo tale che favorisca decisamente coloro che nella società, a ogni livello, sono i più poveri, i più disattesi, gli esclusi. In una parola, gli ultimi. È il modo di fare propria quell’opzione preferenziale per i poveri che, secondo i Vangeli, segnò l’attività di Gesù e che la Chiesa ha voluto ripristinare in questi ultimi decenni.

2.3. Tra i cristiani-laici, i giovani

Non bisogna dimenticare che, tra i numerosi cristiani che costituiscono la comunità ecclesiale e vivono questa loro appartenenza in maniera “secolare”, ci sono i giovani. La maggior parte di essi, eccetto quelli che si preparano per il ministero pastorale o sono già entrati nella “vita religiosa”, sono laici e laiche. Anch’essi sono chiamati a vivere questa loro identità all’insegna di quanto si diceva sopra, a partire ovviamente dalla loro condizione giovanile.
Dobbiamo riconoscere che in passato la vita cristiana e l’azione apostolica dei giovani accusava una notevole tendenza intraecclesiale. Essi, forse ancora più degli adulti, erano generalmente sollecitati ad atteggiamenti fortemente ecclesiocentrici. Anche quelli che si impegnavano nelle realtà temporali (apostolato nel mondo) dovevano farlo per “ecclesializzarle”, in modo tale che entrassero a far parte del regno di Dio e di Cristo sulla terra, che era appunto la Chiesa. Essere apostolo nel mondo significava entrarvi per collaborare a estendere tale regno. I giovani dovevano farlo soprattutto nell’ambito delle loro competenze giovanili: famiglia, scuola, tempo libero, ecc., spesso anche con atteggiamenti proselitisti o perfino competitivi.
La profonda svolta ecclesiologica conciliare sopra ricordata ha comportato un decisivo cambiamento anche per loro. Alla sua luce molti di essi hanno cominciato a capire che essere giovani cristiani vuol dire essere giovani che, ispirati al Vangelo di Gesù Cristo e guidati da esso, s’impegnano intensamente a servizio della crescita in umanità del mondo. Essere, come Gesù e dietro le sue orme, appassionati per la vita concreta degli altri.
Essi stanno concretizzando il loro impegno a diversi livelli: quello interpersonale, anzitutto, dove tante forme di povertà e di emarginazione si fanno sentire; quello assistenziale poi, nel quale molte forme attuali di volontariato giovanile esprimono il loro impegno; ma anche quello riguardante le strutture che generano l’emarginazione e l’esclusione umana, e nel quale i giovani possono impegnarsi portando il loro contributo ai movimenti pacifisti, ecologici, femministi, ecc.
Un problema sorge tuttavia attualmente più di una volta in questo contesto: quello di mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale. Succede non di rado, specialmente tra quelli che iniziano una strada di impegno nella società a partire dal loro inserimento in gruppi o movimenti giovanili ecclesiali, che finiscono poi per disaffezionarsi alla Chiesa e perfino per abbandonarla. Ciò è dovuto più di una volta al modo in cui è impostata la vita ecclesiale, troppo ripiegata su se stessa. Se si vuole che i giovani mantengano viva e vitale una genuina appartenenza ecclesiale, occorrerà quindi far toccare loro con mano l’orientamento transecclesiale di tutto il suo essere e di tutto il suo agire.

3. UOMINI E DONNE DEL MONDO “NEL CUORE DELLA CHIESA”

Ma i cristiani e le cristiane laici sono solo cristiani “nel cuore del mondo”? È una domanda che potrebbe sorgere spontanea dopo l’esposizione fatta. Torniamo così alla concezione preconciliare secondo la quale ai pastori e ai religiosi spettavano le realtà intraecclesiali, mentre ai laici corrispondevano quelle temporali o transecclesiali?
Se teniamo presente quanto è stato detto più di una volta precedentemente, questa classica spartizione va decisamente scartata. Bisogna ribadirlo ancora una volta, a rischio di essere ripetitivi: nella comunità ecclesiale a tutti, senza eccezione, spettano tutte e due le cose. In modo diverso, certamente, a seconda della vocazione di ciascuno. Orbene, se nel modo proprio dei cristiani laici di vivere ecclesialmente l’accento viene posto sulle realtà transecclesiali, ciò non significa che essi non abbiano responsabilità intraecclesiali. Come abbiamo letto nella Lumen Gentium, essi “compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (n. 31b).
Vediamo ora questo loro servizio, avvalendoci ancora una volta della classica divisione tripartita: profezia, sacerdozio o liturgia, signoria.

3.1. Profeti della Parola nella storia

Diversamente da quanto si è a volte pensato, soprattutto prima del Vaticano LI, la Chiesa non si divide in “Chiesa che insegna” (docens) e “Chiesa che impara” (discens), la prima costituita dalla gerarchia con il potere appunto di insegnare (“magistero”), e la seconda costituita dai laici con il dovere solo di imparare. Tutta la Chiesa è l’una e l’altra cosa, anche se in modi e misure diverse.
La ragione ultima di ciò si trova nel fatto che la Parola di salvezza è stata consegnata all’intera comunità ecclesiale (DV 10a). Di qui la necessità che tutta la comunità si sforzi di approfondire e annunciare questa Parola, anche se in essa alcuni sono chiamati a presiedere a tale impegno e altri a collaborarvi responsabilmente, senza presiedervi.
E poiché la Parola viva di Dio si manifesta in forma storica in avvenimenti e situazioni umane (DV 2; GS 11a), si capisce l’importanza insostituibile e peculiare del contributo dei cristiani e delle cristiane laici nel suo discernimento, dal momento che essi, per il fatto di vivere più vicini alla realtà storica, la possono cogliere meglio e con maggior realismo. In questo senso dice la Lumen Gentium che i pastori, “aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, compie con maggior efficacia la sua missione per la vita del mondo” (n. 37d).
D’altronde, da questa attività profetica svolta nel seno della comunità ecclesiale i laici possono trarre profitto per la loro vita e azione personale nel mondo. Possono imparare a scoprire, insieme agli altri fratelli nella fede, il senso ultimo delle realtà tra le quali vivono, e trovare anche il modo più concreto per annunciare il Vangelo a coloro con i quali convivono ogni giorno.
L’incontro di riflessione evangelica nella comunità ecclesiale può così paragonarsi all’attività del cuore, al quale affluisce tutto il sangue dell’organismo per rinnovarsi e uscire nuovamente a vivificare tutto il corpo.

3.2. “Concelebranti” della fede comune

Come è stato ricordato più di una volta, la Lumen Gentium nel parlare del culto spirituale afferma che tutto ciò che i laici fanno nello Spirito si converte in sacrificio spirituale che, nella celebrazione dell’Eucaristia, con l’oblazione del Corpo di Cristo, essi offrono al Padre (n. 34b).
Ciò che essi vivono nella loro vita ordinaria e quotidiana, e che è già culto spirituale, lo celebrano nella comunità ecclesiale nei momenti liturgici. Questi sono occasioni speciali dell’esercizio del loro sacerdozio. Si tratta quindi di una autentica concelebrazione, nella quale tutti i membri delle comunità partecipano attivamente, e nella quale si manifesta anche la varietà di servizi in essa esistente.
Su questa base la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium ha insistito sulla partecipazione attiva di tutti i fedeli nelle celebrazioni liturgiche, che non sono mai celebrazioni private, ma sempre celebrazioni della comunità-chiesa (n. 26a).
I pastori, in forza della loro ordinazione, prestano un servizio di presidenza; ma non per questo gli altri partecipanti sono da considerare come semplici e passivi beneficiari di ciò che essi fanno. Al contrario, tutti si sentono (perché di fatto lo sono) responsabili della celebrazione, e di conseguenza contribuiscono con tutta la loro capacità alla sua realizzazione.
È importante rilevare ancora il contributo proprio e peculiare dei laici e laiche nella liturgia. Se questa è espressione di una Chiesa “estroversa”, e cioè tutta tesa al servizio del mondo nel suo travagliato cammino di crescita, dovrà necessariamente essere permeata da quelle istanze che vengono alla fede da ciò che succede nel mondo. Nel mondo microscopico e in quello macroscopico o planetario. Altrimenti sarebbe una liturgia alienata. Si intravede allora quale sia il contributo tipico che vi possono apportare i cristiani e le cristiane laici che vivono a gomito a gomito con gli altri uomini e donne del mondo le situazioni gioiose o problematiche che lo segnano: quello di farle entrare quale “materia” della celebrazione.

3.3. Al servizio dei propri fratelli

Dietro le orme di Cristo, come sappiamo, essere “signore” equivale a essere “servo”. Anche fuori delle celebrazioni liturgiche e cultuali, la vita della comunità ecclesiale ha bisogno di certi servizi: organizzazione, presidenza, insegnamento, assistenza, ecc. Quanto più fraternamente si svolge la vita di una comunità, tanta maggior disponibilità richiede dai suoi membri. Lo si vede già nelle prime comunità cristiane, stando alle testimonianze che ci sono tramandate dagli scritti neotestamentari.
In questo contesto è utile ricordare quanto ha detto il Vaticano II circa il rapporto tra laici e pastori. Un criterio orientativo è stato dato, nello stesso capitolo dedicato ai laici, dalla Lumen Gentium: “Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità ed hanno avuto ugualmente in sorte la stessa fede in virtù della giustizia di Dio. Quantunque alcuni per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità” (n. 32b).
Si sottolinea, in questo modo, un aspetto molto importante nella vita e nell’organizzazione ecclesiale: non esiste nella Chiesa nessuna scala di dignità, poiché tutti i suoi membri sono uguali da tale punto di vista, e nessuno è al di sopra degli altri. Anche in ciò la Chiesa deve anticipare la meta finale della storia, nella quale secondo il piano di Dio si arriverà ad essere tutti fratelli in perfetta uguaglianza di condizioni, le condizioni richieste dalla dignità di persone umane fatte a immagine di Dio (Gn 1,26-28).
Messo in chiaro questo principio fondamentale, il testo citato continua dicendo: “I laici, quindi, come per degnazione divina hanno per fratello Cristo [...], così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo, pascono la famiglia di Dio, in modo che sia da tutti adempiuto il nuovo precetto della carità” (n. 32d).
Il primo e fondamentale rapporto, quello dell’uguaglianza fraterna, non elimina quindi questo secondo rapporto complementare: la diversità nella responsabilità, una diversità che deve però sempre essere permeata di quella stessa fraternità.
In forza di questo la Lumen Gentium insiste, anche se ancora con una certa timidezza, sulla corresponsabilità dei cristiani laici nella vita e nel cammino della comunità: “Nella misura della scienza, competenza e prestigio di cui godono, [i laici] hanno la facoltà, anzi, talora il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa” (n. 37a).
E invita i pastori a riconoscere e promuovere la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa.
La molteplicità dei compiti affidati specificatamente ai pastori delle comunità potrà consigliare loro di invitare alcuni laici più provvisti di qualità ad assumerne qualcuno. In questo caso, benché lo specifico del laico continui ad essere la secolarità, essi potranno assumere tali responsabilità per il bene di tutta la comunità (LG 33c; anche AA 22).

4. DUE QUESTIONI DI ATTUALITÀ

In questo contesto e per finire il capitolo diciamo una parola su due questioni oggi molto sentite nella Chiesa: le associazioni e movimenti laicali, e il posto della donna.

4.1. Le associazioni e movimenti laicali

Fermo restando il principio della responsabilità personale di ogni laico cristiano (AA 16-17), il Concilio ha sottolineato anche l’importanza e la necessità del loro associarsi con fini chiaramente ecclesiali, cioè nella linea della missione di tutta la Chiesa (AA 19b). Dice infatti: “I fedeli [laici] sono chiamati ad esercitare l’apostolato individuale nelle diverse condizioni della loro vita; tuttavia ricordino che l’uomo, per natura sua, è sociale e che piacque a Dio di riunire i credenti di Cristo per farne il popolo di Dio e un unico Corpo. Quindi l’apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell’unità della Chiesa in Cristo” (AA 18a).
Ciò pone oggi una questione particolarmente sentita soprattutto in certe zone: l’esistenza dei movimenti e delle associazioni laicali, attualmente in notevole effervescenza in tutto il mondo. Se ne è occupato qualche anno fa il Sinodo dei Vescovi sui laici e, successivamente, l’Esortazione apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo Il, che ne raccolse le istanze.
In quest’ultima si sostiene che “possiamo parlare di una nuova epoca associativa dei fedeli laici. Infatti, 'insieme all’associazionismo tradizionale, e alle volte dalle sue stesse radici, sono germogliati movimenti e associazioni nuove, con fisionomie e finalità specifiche'” (n. 29).
Questi movimenti e associazioni sono di diverso tipo. Non mancano i tentativi, da parte dei sociologi, di classificarli. Ne rammentiamo solo alcuni, tra i più diffusi e conosciuti: Azione Cattolica, “Cursillos de cristianidad”, Comunione e Liberazione, Focolarini, “Opus Dei”, Rinnovamento nello Spirito, Rinascita cristiana, AGESCI, Movimento Familiare Cristiano, Movimento Giovanile Salesiano, Gioventù Francescana, ecc.
Diversi di questi movimenti hanno acquistato un’ampiezza che trascende le Chiese locali diocesane, e spesso raggiunge dimensioni internazionali e perfino intercontinentali. Alcuni di essi, come per esempio l’Azione Cattolica, pur nella loro universalità, sono strettamente legati al dinamismo delle Chiese diocesane; altri, invece, ne sono più o meno indipendenti.
Dopo aver riconosciuto il diritto e la libertà - fondati nel battesimo stesso - dei cristiani laici a creare tali movimenti e a partecipare ad essi, la suaccennata Esortazione apostolica enuncia anche i criteri di ecclesialità che devono reggerli: il primato riconosciuto alla vocazione di ogni cristiano alla santità, la responsabilità nel confessare la fede cattolica, la testimonianza di una comunione ferma e convinta con la Chiesa universale attraverso il papa e con la Chiesa locale attraverso il vescovo, la conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa, l’impegno di una presenza attiva nella società umana (n. 30).
Alla luce di quanto abbiamo detto finora, dobbiamo rammentare ancora un criterio fondamentale, che sottostà certamente a quelli appena ricordati: nessun movimento potrà dirsi ecclesiale se non fa sua la proposta fondamentale di Gesù, quella proposta che, nel suo grande e coraggioso tentativo di verifica, il Vaticano II ha ripreso e rilanciato come una sfida: essere, come lui, uomini e donne appassionati per la Vita piena degli uomini, e specialmente dei più poveri tra essi.

4.2. Una Chiesa “maschilista”?

La presenza delle donne nella Chiesa è molto forte. Numericamente e qualitativamente. Tranne quelle che appartengono alle diverse forme di vita religiosa o consacrata, la stragrande maggioranza di esse sono laiche. E, almeno in molte zone, portano sulle spalle il peso di molte attività ecclesiali (se non la maggior parte).
Dopo secoli di storia vissuti all’insegna di un accentuato “maschilismo ecclesiale”, oggi le cose stanno cominciando a cambiare. La stessa marcia della storia nella società umana sta sfidando le Chiese di Gesù su questo punto.
La problematica suscitata al riguardo è certamente vasta e complessa. L’affronteremo molto succintamente.
Stupisce il fatto che le comunità ecclesiali abbiano avuto per tanti secoli un’impostazione prevalentemente maschilista, quando Gesù e le prime comunità sorte dopo di lui avevano dato chiari segni, stando ai dati neotestamentari, di un deciso superamento della medesima. La cosa si spiega in buona parte per via dei condizionamenti culturali subiti lungo la storia.
Che Gesù abbia messo in questione la struttura patriarcale e maschilista del suo popolo è uno dei dati che l’odierno approccio ai Vangeli sta facendo venire alla ribalta sempre più chiaramente.
Diversi studi esegetici, infatti, molto attenti ai dati psicologici e sociologici forniti dai competenti in materia, hanno messo in evidenza il fatto che egli, proponendo una convivenza concorde alle esigenze del regno di Dio, affrontò tra altri anche il conflitto uomo-donna. Testi come quello di Mt 19,19 sul divorzio, o quello di Mt 22,23-33 sulla risurrezione (nel quale si accenna anche al rapporto uomo-donna), lo stanno chiaramente a dimostrare. Ma lo dimostra soprattutto il suo stesso modo personale di comportarsi nei confronti delle donne: mai egli si avvicina ad esse come a semplici oggetti, sempre le considera come veri soggetti. L’episodio del dialogo con la donna samaritana (storico o simbolico che esso sia) è emblematico da questo punto di vista (Gv 4,5-42).
D’altronde, come permette di capire il Vangelo di Luca, egli - cosa inconsueta in quell’epoca - aveva convocato anche molte donne a seguirlo quali discepole (Lc 8,1-3).
Non va tralasciato un dato di rilievo in questo contesto. È quello tramandato da Marco: “Gesù risuscitò nel primo giorno della settimana, e apparve per primo a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette spiriti cattivi. Essa andò a comunicare la notizia a coloro che avevano vissuto con lui” (Mc 16,10). Secondo questo testo, quindi, la prima “apostola” della risurrezione è una donna, e una “apostola” che precede in questo gli stessi Apostoli.
Il maschilismo resta qui totalmente sconvolto.
Diversi scritti neotestamentari, parlando dei molteplici ministeri esistenti nelle prime comunità, attestano che diversi di essi erano svolti da donne (At 21,9; 1 Cor 11,5; Rm 16,6; ecc.). Qualche comunità sembra perfino aver avuto una donna (Febe) a capo (Rm 16,1-2).
Paolo, in una sua lettera, afferma chiaramente che in Cristo non c’è né uomo né donna, ossia che ogni discriminazione in forza del sesso viene esclusa (Gal 3,28). È vero, tuttavia, che in altre lettere dà orientamenti che denotano una superiorità dell’uomo nei confronti della donna (1 Cor 14,34-35; ecc.). L’interpretazione di questa ambiguità di Paolo è oggetto di molte discussioni.
Riguardo a ciò che invece accadde nel corso dei secoli posteriori un fatto è innegabile: alle donne non è stata riconosciuta uguale dignità con gli uomini nella Chiesa. Almeno da certi punti di vista, quali sono quelli della responsabilità e del potere di decisione all’interno della comunità. Esse sono vissute (spesso con un’enorme dedizione ed esemplare entusiasmo evangelico) da “doppiamente minorenni”: per il fatto di essere laiche, e per il fatto di essere donne. Le eccezioni, e ce ne sono di gloriose come quelle di Caterina da Siena, Brigida, ecc., non fanno che confermare la regola.
Come si spiega questo ripiegamento verso il maschilismo? Lo dicevamo sopra: il condizionamento di una cultura accentuatamente patriarcale ha esercitato il suo peso sulla stessa Chiesa. È probabilmente questo uno degli aspetti nei quali il tentativo di calarsi nella cultura è stato fatto senza sufficiente vigore critico.
Oggi la società umana sta reagendo da questo punto di vista. La presenza di svariate forme di “femminismo” lo stanno a dimostrare. Molte donne, rese consapevoli di ciò che significa la loro dignità, e molti uomini con esse, stanno aprendo nuovi spazi al suo riconoscimento.
Anche nella Chiesa - alle volte più ancora in quelle protestanti che in quelle cattolica e ortodossa - si stanno facendo passi avanti. Il Vaticano II, per esempio, rifacendosi a Paolo affermò che nella Chiesa “non c e nessuna ineguaglianza per riguardo al sesso”, come non ce n’è per riguardo alla stirpe o nazione, o alla condizione sociale (LG 32). La piena messa in opera di questo enunciato richiederà tuttavia parecchio dalla Chiesa.
Uno dei punti in cui oggi viene concentrata (forse eccessivamente) l’attenzione è quella dell’accesso delle donne ai ministeri ordinati. Le discussioni sono molte. A differenza di quanto avviene in altre Chiese, le prese ufficiali di posizione della Chiesa cattolica sono finora negative. Ma esse non significano un voler chiudere definitivamente la ricerca.