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    Il coraggio di educare



    Michele Falabretti

    (NPG 2014-05-62)


    La pubblicazione della seconda parte degli interventi fatti a Genova al convegno nazionale di pastorale giovanile durante lo scorso mese di febbraio chiude per un verso la riflessione che è stata aperta. Ma non del tutto. La decisione – diciamo così, “editoriale” – di pubblicare gli interventi insieme ad alcune riflessioni di responsabili e di giovani, ha mostrato l’intenzione di non chiudere nel cellophan di una bella edizione le riflessioni offerte: il lavoro non è compiuto, ma (semmai) viene rilanciato.
    Si era già detto al termine del convegno: non è un tempo/evento risolutivo, soprattutto perché l’educazione è un compito mai finito e la vita pastorale delle nostre chiese è sempre lì a provocare nuove attese e nuove risposte. In queste settimane ho ripensato al cammino che ci aspetta e soprattutto a come tenerlo vivo. Mi hanno colpito le riflessioni di un prete che ha attraversato il tempo della malattia: l’ultima sua conversazione è stata sul coraggio. Ho pensato che il coraggio potrebbe essere la cifra da ricuperare anche per chi si occupa di pastorale giovanile: è istanza fondamentale per chi deve crescere; è virtù necessaria a chi accetta il gravoso compito di educare.

    Le età della vita

    Troppo spesso riduciamo la questione giovanile a un’età indefinita come se quell’aggettivo, giovanile, potesse di suo contenere un arco temporale così vasto da accogliere bambini, ragazzi, adolescenti e giovani. Crescere significa fare i conti con passaggi evolutivi piuttosto complessi e per certi versi anche laboriosi. Passaggi che servono ad un unico scopo: quello di dire chi siamo. Perché il senso più profondo della vita - ormai dovremmo saperlo bene - non si consegna attraverso istruzioni date a voce. Fatica, anche questa, mai finita: la chiesa esiste per dire agli altri come devono vivere, o per mostrare al mondo uno stile di vita nuovo attraverso la vita dei cristiani? Le beatitudini, la richiesta di Gesù di essere luce e sale del mondo non lascerebbero spazio a dubbi; ma sappiamo bene quanto il dibattito sia sempre aperto.
    Noi possiamo dire chi siamo solo vivendo, e quindi solo attraverso una storia e un racconto: è il “dramma”, la recitazione effettiva della nostra vita, che possiamo ricuperare attraverso la narrazione di ciò che ci capita di vivere. La frammentarietà della nostra cultura (quanto avremmo bisogno di farne i conti con più coraggio, senza inutili rassegnazioni e senza giudizi troppo affrettati…) non ci rende evidenti le tappe di questo cammino.
    Quando ci affacciamo alla vita, la meraviglia pervade il nostro abitare questo mondo: il sorriso della mamma, la cura di chi ci prende tra le braccia, i colori e i suoni, i primi movimenti. Tutto ruota attorno a noi: senza che ce ne accorgiamo, questa è la prima grande promessa che riceviamo a proposito della bontà della vita, che ci possiamo fidare del fatto che non saremo abbandonati a noi stessi. In questo senso, davvero, la fede è una grazia che ciascuno di noi riceve attraverso la cura di tante persone.
    Poi inizia l’avventura delle relazioni e della scoperta del mondo. Da bambini e da ragazzi è l’euforia il tratto dominante, perché tutto appare bello e promettente. È quando si attraversa l’adolescenza che iniziano a complicarsi le cose: le relazioni si fanno più intricate, decidere di sé sembra sempre la scalata di una montagna. È il tempo in cui bisogna conquistare la propria libertà, preludio alla possibilità di poter decidere di sé e del proprio futuro durante l’età successiva, quella della giovinezza. Sarà il momento in cui si lascerà il porto delle piccole certezze per affrontare la navigazione in mare aperto.
    Quanto coraggio chiedono tutti questi passaggi? Piange, il bimbo che deve lasciare la mano della mamma per entrare nel gruppo dei propri compagni alla scuola materna. Piange, l’adolescente che esce da scuola l’ultimo giorno in quinta superiore. Non c’è nulla da ridere, non si può guardare a questi passaggi con la superficialità di chi pensa che l’abbiamo fatto tutti. Perché questi sono solo i più primi passaggi, preludio di altri ben più impegnativi. La vita, che siamo bambini giovani o adulti, è una prova continua. E le prove hanno bisogno di un coraggio che va sempre alimentato.

    Chi accompagna

    “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Diceva la verità, don Abbondio. In fondo tutti noi abbiamo sperimentato che da soli non si cresce, non si può diventare grandi. Quando noi possiamo riconoscere che siamo ciò che siamo grazie alla qualità testimoniale delle persone che abbiamo incontrato, stiamo dicendo che – nel nostro piccolo – ci è capitato di vivere quello che l’umanità ha sperimentato con Dio; al quale i racconti biblici cercano di ricondurci in continuazione. Il cammino del popolo eletto è la continua ripresa di una promessa che lì per lì era apparsa subito buona, ma nel tempo aveva rivelato tutte le sue fatiche: infatti il deserto non è stata una marcia trionfale; piuttosto una prova incessante.
    Così del coraggio che occorre per tener viva la promessa degli inizi della vita, noi parliamo in termini sintetici: quando pensiamo al Signore che ci crea, ci fa crescere, ci conduce e riconduce con la sua Parola. Ci piace molto dire che tocca a noi (educatori) essere segno e suono di questa Parola. Qualche volta ci fa persino comodo cercare di dire che è attraverso le nostre parole che continua a risuonare la Parola. Vero: a patto che si continui ad essere in ascolto attento del Signore, degli uomini e delle loro storie; a patto che non si cada nella tentazione farisaica di caricare sugli altri fardelli che non si è disposti a toccare nemmeno con un dito.
    Ci vuole lo stesso coraggio, a crescere e a far crescere: il coraggio di ascoltare questa Parola nella fede. E la fede – per l’uomo – si esprime nel cammino effettivo della vita, nel volere, nel desiderare attraverso gli incontri e le prove di ogni giorno. La Parola della promessa (Dio non ne conosce altre) continuamente viene a tirarci fuori dalla paura: quella che vorrebbe scoraggiarci o sottrarci facilmente alla lotta, quella che ci fa dire che altre – non la carità di un gesto, una parola, una relazione faticosamente costruita – sono le cose importanti. Dire che “è inutile perdere tempo con gli adolescenti e i giovani: bisogna predicare il Vangelo” è una fuga e un tradimento: riconosciamolo!
    È in questo modo che si riesce a considerare la cura educativa come un gesto di carità, espressione di un ascolto umile e fedele; l’educazione, sintesi pratica e quotidiana di ciò che la comunità ascolta nella Parola e celebra nell’Eucaristia è la carità che viene incontro al bisogno più grande: sentir scorrere dentro di sé quella forza della fede, quella fiducia che ci permette di credere nella possibilità di esprimere l’umanità che c’è in noi. Chi educa non può non tener viva dentro di sé quella radice profonda che lo obbliga a restituire la cosa più preziosa che ha ricevuto: la speranza contro tutte le smentite contrapposte alla vita dalle “potenze di questo mondo”.
    C’è stato un tempo dove la fede è stata consegnata soprattutto attraverso la liturgia: pensiamo ai monasteri nel medioevo. Ce n’è stato un altro, dopo il Concilio di Trento, dove l’istruzione e il catechismo sono diventati pratiche centrali. Oggi, con ogni probabilità, è il tempo della condivisione della vita, della costruzione di luoghi (attenzione, non spazi!) di relazioni vere e significative; dove la carità di parole e gesti siano capaci di far toccare con mano ai ragazzi il Vangelo di Gesù. Questo chiede agli educatori il coraggio di mettersi in gioco, di mettere al centro la Parola del Maestro, di sapersi mettere in discussione. Questo chiede a preti e laici il coraggio di rivedere le proprie pratiche pastorali e di alimentare la passione per la cura educativa. È con questo spirito che il prossimo convegno aprirà la riflessione sulla progettazione delle pratiche di pastorale giovanile.
    Non è questione di eroismo. Non si tratta di fuggire da nulla. Si tratta di correre verso il Signore riconoscendo che solo lui, con il suo modo di prendersi cura degli uomini, potrà essere l’unico compagno capace di darci coraggio.



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