Pentecoste

Inserito in NPG annata 1995.

Carlo Molari

(NPG 1995-05-05)


Pentecoste segna l'ultima tappa nel cammino di fede degli Apostoli, quando furono in grado di essere testimoni e di realizzare una forma nuova di comunione.
Fu il compimento della Pasqua. Il dono ricevuto quel giorno era così grande da non poter essere accolto in un'unica esperienza. I cinquanta giorni successivi furono un processo di trasformazione, alimentata dalla forza che irrompeva nel loro spirito quando esercitavano la fede nel Dio che aveva risuscitato Gesù dai morti. L'esperienza religiosa di quei giorni li rese capaci di accogliere due doni fondamentali: la possibilità di rimettere i peccati e di vivere una comunione nuova.
La Pentecoste è il paradigma di esperienze che maturano ogni giorno all'interno della storia, per la forza creatrice di Dio secondo la legge della incarnazione. Le novità dello Spirito, infatti, non sono finite, ma continuano: le esigenze diventano sempre più impegnative. L'attesa e l'accoglienza dello Spirito, perciò, devono essere continuamente rinnovate.
Attendere forme nuove di giustizia nel mondo non significa pensare che Dio debba fare qualcosa in sostituzione di ciò che fanno gli uomini o che debba aggiustare le loro imprese imperfette, ma significa aprirsi alla forza dello Spirito e vivere una fedeltà tale da consentire l'irruzione di forme nuove di umanità nel mondo.

Perdono dei peccati

La prima novità di vita che gli apostoli sperimentano dopo la Pasqua è il perdono dei peccati e la possibilità di rimettere i peccati: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,23). Per questo la prima testimonianza della risurrezione di Cristo data dagli Apostoli terminò con l'invito alla conversione e l'offerta della remissione dei peccati (At 2,38).
La forza della misericordia di Dio in chi l'accoglie diventa perdono. Se accogli misericordia da Dio, diventi misericordioso. Se perdoni, la misericordia di Dio perviene agli altri. Chi è nel male, chi ha sbagliato o è stato violento, non può venir fuori dalla sua condizione se non attraverso l'azione di altri che, amando, comunicano forza nuova di vita. Più scopri il male attorno a te, più devi immettere nel mondo energie nuove. Ma ciò che doni è più grande di quello che tu sei, perché è l'azione di Dio che in te si esprime, è la forza dello Spirito.

Comunione di vita

Il secondo aspetto della novità di vita sperimentata dagli apostoli ed espressa in modo molto chiaro nel racconto degli Atti è la comunione nuova. Scoprire la possibilità di intendersi, pur appartenendo a culture e parlando lingue diverse, è stato certo sconvolgente. A questa esperienza fece poi seguito l'ammissione dei pagani nella Chiesa. Si cominciò a costituire una comunità universale (cattolica), non con processi di uniformità o appiattimento, ma per reciproca accoglienza delle diversità, per l'esercizio della misericordia.
Pentecoste realizza finalmente la benedizione divina espressa a Noè per la dispersione dei popoli e tradita a Babele. Lo scarno resoconto del capitolo 10 della Genesi con l'indicazione dei popoli discendenti da Noè non è solo un arido elenco di nomi, ma è anche una profonda teologia delle nazioni. Vi sono elencate 70 etnie diverse discendenti dai tre figli di Noè: 14 discendenti da Jafet, 30 da Cham, 26 da Sem. L'umanità viene presentata come unica famiglia. Il ritornello, che conclude le tre parti della tavola dei popoli, sottolinea che la dispersione avviene secondo quattro parametri: l'etnia, la lingua, il territorio, la struttura politica (cf Gn 10,5; 10,31). Ma il riferimento per tutti resta la comune origine e l'alleanza a cui tutti sono vincolati. Il racconto termina concisamente: «Queste sono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nelle loro genti. E da queste si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio» (Gn 10,32). Questa dispersione (diaspora, secondo il verbo greco utilizzato dai LXX per tradurre il verbo disperdersi) è realizzazione dell'alleanza di Dio con Noè accompagnata dalla sua benedizione. La diversità di popoli è espressione della benedizione divina.
Il racconto della costruzione della Torre di Babele (Gn 11) presenta l'incomprensione tra i popoli come un castigo per la colpevole volontà di resistere alla dispersione: «facciamoci un nome per non disperderci sulla faccia della terra» (Gn 11,4). La spinta che muove gli abitanti della pianura di Sichar è la paura di disperdersi, la volontà di restare tutti uguali, di resistere alla diversità della crescita. L'unità progettata dagli uomini è nel segno dell'uniformità (avevano un solo labbro e uniche parole: Gn 11,1) e per questo contraddice il progetto di Dio. L'errore di quella decisione sta nella presunzione di possedere già tutti gli elementi per costituire una umanità perfetta. Quando la diversità viene forzosamente impedita e l'unità è progettata nella presunzione di autosufficienza, l'unità diventa una maledizione perché è rifiuto del nuovo e della diversità, che è benedizione di Dio. L'azione creatrice, infatti, unifica man mano che si sviluppa nella storia dell'universo. Come osservava Teilhard de Chardin: «In qualunque campo, si tratti delle cellule di un corpo o dei membri di una società o degli elementi di una sintesi spirituale, l'unione differenzia. In ogni insieme organizzato, le parti si perfezionano e si compiono. Proprio per aver trascurato questa regola universale, molti panteismi ci hanno fatto smarrire la via nel culto di un Gran Tutto in cui gli individui erano ritenuti immersi, perdendosi come una goccia d'acqua, o dissolvendosi come un granello di sale, nel mare. Applicata al caso della sommazione delle coscienze, la legge dell'unione ci libera da questa pericolosa e sempre rinascente illusione» (Teilhard de Chardin, Le phénomène humain, Oeuvres 1, Seuil, Paris 1955, p. 291). Quando dunque l'unità si realizza secondo dinamiche di uniformità e non diversifica i soggetti, è sotto il segno della maledizione di Babele, contraddice le leggi fondamentali dei processi creativi e produce involuzione.
Queste esperienze si sono ripetute lungo i secoli in forme sempre inedite anche nella Chiesa nei confronti dei popoli che si affacciavano alla ribalta della storia. Spesso tuttavia anche la Chiesa è caduta nella presunzione dell'uniformità, e in nome di un'unica lingua e di una sola cultura ha impedito la benedizione della pluralità. Molte volte si è creduto che il diverso, solo perché tale, fosse dalla parte del torto e si dovesse evitare ogni contatto con lui.
Oggi sta avvenendo una svolta nella civiltà umana, un profondo rimescolamento di culture e religioni. Tutti i popoli sono chiamati a compiere esperienze di incontro inedito con persone diverse. Ma tutte le svolte storiche avvengono «nello spirito», coinvolgono cioè anche l'interiorità dell'uomo. Se si prendono decisioni pubbliche e si redigono decreti, ma non cambiano gli atteggiamenti spirituali dell'uomo, non succede nulla; anzi accade di peggio, perché le esigenze vengono avvertite e proclamate mentre resistono atteggiamenti di egoismo e di chiusura. Alla resistenza si aggiunge la consapevolezza di tradire un compito storico, e l'errore diventa colpa e peccato.
Celebrare la Pentecoste oggi significa accogliere la benedizione dell'alleanza di Dio con Noè per annullare la maledizione di Babele e rendere possibile l'esperienza di una comunione oltre la diversità delle lingue e delle culture.