Un approccio simbolico all'adolescenza

Inserito in NPG annata 1995.



Marcello Brunini

(NPG 1995-05-26)


La variegata condizione adolescenziale ha provocato, in questi ultimi anni, l'attenzione di studiosi ed educatori. Nelle pagine che seguono intendo proporre una «ipotesi di lettura»
del fenomeno adolescenziale, privilegiando una particolare prospettiva psicologica che tenta di aprirsi alla psiche considerandola quale orizzonte simbolico o immaginale della vita quotidiana.

ASPETTI DELLA ODIERNA CONDIZIONE ADOLESCENZIALE

Iniziamo il nostro cammino dando un'occhiata al vissuto adolescenziale. Mi pare di poter affermare che gli adolescenti manifestino nel loro vissuto forti polarità. Consideriamone alcune in maniera molto telegrafica. L'adolescente:
- esprime una fantasia di conquista del mondo, ma nel contempo una forte apprensione per il futuro;
- vive una sorta di eccessiva autostima, collegata però a sensazioni di impotenza e a stati di paura verso il mondo; - chiede tenerezza e sostegno dagli adulti, ma li rifiuta perché ingombranti nella sua ricerca di libertà e indipendenza;
- si apre all'irruzione di forti emozionalità individuali, ma per chiudersi subito dopo in una prudente oggettività;
- vive una sorta di fanciullesca allegria, ma per cadere, quasi continuamente, in una «depressione mortale»;
- si sente «uomo planetario» attraverso la cultura diffusa dai media, la musica, i viaggi, ma si chiude poi in una forte «intimità» facendo della sua «camera» un territorio simbolico in cui è possibile rimanere in solitudine e al tempo stesso aprirsi al contatto sognante con l'intero pianeta;
- ha voglia di parlare e voglia di tacere;
- comincia a percepire di «prendere un corpo» non come «cosa», ma come «campo di esperienza», e al tempo stesso si sente «posseduto dal corpo» in maniera così forte che il suo agire rende visibile l'intensità, il ritmo, il calore emotivo di un sentire incontenibile;
- vive come se tutto si potesse sempre ripetere, ma avverte di avere poco tempo: il tempo vissuto è una sorta di tempo stretto in cui non ci sta;
- l'emergente sessualità induce l'adolescente a oscillazioni costanti negli stati dell'umore che si traducono, per esempio, in bruschi passaggi dal bisogno di compagnia alla solitudine, dallo star bene allo star male, dal bisogno di costruire pensieri alla necessità di distruggere subito quanto ha fatto.
Avvolto e spesso travolto da queste complesse polarità, è l'adolescente stesso a sentire nel profondo che il momento che vive è tempo propizio di mutamento e trasformazione.
Mutamento! L'adolescente, cioè, avverte di non potersi più accontentare di uno status derivato, fondato sulla subordinazione ai genitori, ma inizia a percepire con forza l'esigenza di una sua ricerca verso uno status indipendente, fondato su proprie capacità e realizzazioni; comincia a sentirsi chiamato a scoprire in sé la fonte della propria sicurezza e la casa dei propri valori che lo nutriranno e lo custodiranno nel cammino della individuazione personale.
Mutamento quindi che esige una trasformazione. Non però una trasformazione qualsiasi, «letterale», intesa quasi esclusivamente come passaggio biologico dalla condizione infantile a quella giovanile e infine a quella adulta, ma una trasformazione profonda, pericolosa, una trasformazione simbolica.
La polarità conflittuale che risulta centrale nella vita dell'adolescente consiste per lui nello scoprirsi e viversi ad un tempo «come bambino» e «come adulto». L'adolescente sembra avvertire nella nella sua realtà, nel suo corpo, nella sua psiche una spinta fortemente contraddittoria: l'esigenza di dover andare «oltre» il suo essere bambino, e al contempo «diventare bambino». È questa curiosa polarità, a mio avviso, la profondità simbolica della trasformazione adolescenziale, ma fonda- mentale nella vita stessa degli adulti. L'adolescente è sì chiamato a perdere il bambino, ma per liberarlo. Il suo sentire profondo non è volto ad abbandonare il bambino per assumere l'adulto, ma a diventare un «altro» facendo coabitare, in modo simbolico, bambino e adulto. In questo senso, come è stato giustamente affermato, «l'adolescenza rappresenta una sorta di prova emblematica di abilità al transito» (Fabbrini).
Certo, fino a che noi adulti siamo propensi a considerare, prima di tutto in noi stessi e di conseguenza anche negli adolescenti, la fragilità e la «follia» proprie del giovane bambino, certo sempre necessarie ad ogni inizio dotato di novità, semplicemente come infantilismi o unicamente come effetti di un complesso materno non risolto, forse soffochiamo sul nascere la possibilità di rinnovamento negli adolescenti, in noi stessi e nella cultura medesima. Infatti una polarità dell'adulto è perennemente il bambino, il pensare bambino, il parlare bambino. Ma come favorire in noi adulti e nell'adolescente questi due passaggi: andare oltre il bambino e diventare bambino?
Forse, un primo tentativo di risposta lo si potrebbe rintracciare in una lettura simbolica o immaginale dell'adolescenza e della nostra stessa esperienza di adulti.

VERSO UN «IO IMMAGINALE»

Ma cosa significa lettura simbolica dell'adolescenza? Cosa si richiede per compiere una lettura simbolica dell'esperienza?
In questo contesto mi paiono importanti due riflessioni:
- per compiere una lettura simbolica è necessario passare da una consapevolezza fondata sulla «coscienza dell'io» ad  una capacità immaginale fondata su una «coscienza simbolica»;
- si richiede ancora la «strana» percezione che la visione del mondo adolescenziale che ciascuno porta dentro di sé, influisca, più o meno consapevolmente, sul modo attraverso cui noi adulti entriamo in rapporto con i ragazzi.

Dalla «coscienza dell'io» ad una «coscienza immaginale»

Quale tipo di consapevolezza psicologica è dominante nell'adulto di oggi?
Rispondere a questo interrogativo significa ritornare ad una antica formula, che potremmo esprimere pressappoco così: «l'uomo è un animale razionale».
All'interno di tale prospettiva si è andata configurando un tipo di coscienza psichica che possiamo rintracciare in alcuni momenti forti:
- nella psiche umana esiste una zona chiara di conoscenze e di consapevolezza. Regina di questa zona «solare», «luminosa», è la razionalità. Con la facoltà razionale, ognuno di noi vive nel regno del conosciuto, nel regno della «parola» intesa come «segno» che denomina gli oggetti, le persone, i fatti;
- la coscienza psicologica che deriva da questi presupposti è stata chiamata «coscienza dell'io». Una coscienza cioè che decide, agisce, opera; una coscienza che «ricerca» il proprio significato esistenziale...: «sono io - sembra dire la coscienza egoica a se stessa - sono io che do senso a me stesso, che do l'anima alle cose, al mondo, ai rapporti, agli avvenimenti».
Come si può ben constatare, siamo dinanzi ad una «coscienza eroica». L'adulto allora diviene l'eroe che fa, che vince, che progetta, che risolve problemi, che controlla, che consuma, che vive per il progresso.
Non occorre essere profeti per constatare che questo genere di adulto dominante oggi è spesso depresso e carico d'ansia. Ma è possibile intravvedere uno stile di coscienza psichica diverso da quello descritto?
Di nuovo, per tentare una risposta è necessario porre un ulteriore punto di partenza: l'individuo non è solo un animale razionale; la ragione, cioè, non è l'unico ingrediente della riflessione e della consapevolezza (Hillman).
Questa prospettiva apre nuove possibilità.
La psiche porge all'uomo non solo la sua zona chiara e solare, ma anche la sua dimensione misteriosa, oscura, lunare. Ognuno di noi ha radici in queste oscure regioni, invase dalla luminosità della ragione. Questa zona non visibile alla «ragione armata» sembra uno spazio vigorosamente creativo in cui è dato intravvedere «strani» rapporti che mantengono le loro opposizioni: «cose intere o non intere / qualcosa di unito e di diviso / intonato e stonato / da tutte le cose Uno / e da uno tutte le cose» come afferma Eraclito (Framm. 10).
Zona creativa ed infida, ma stimolata da sottili collegamenti che uniscono l'uomo intero, ciascuno di noi, il nostro spirito, la nostra anima (cioè la nostra psiche), il nostro corpo e tutto l'universo. È proprio questa zona oscura a costituire il terreno dell'immaginazione creatrice, il cui linguaggio privilegiato è il simbolo. La coscienza psicologica che emerge dall'oscurità della psiche è stata chiamata «coscienza immaginale» o «coscienza animica», fatta cioè di anima, di psiche, che si esprime in simboli, in immagini, in intuizioni fantastiche.
Difatti l'energia che anima e pervade la regione oscura e lunare può essere evocata non solo da parole, ma anche da figure, da suoni, da strutture architettoniche, da storie e racconti mitici.
Tuttavia questo linguaggio simbolico è per la coscienza immaginale solo «parola di passo» verso un significato «altro» da quello immediatamente intravisto. La coscienza immaginale si configura allora come apertura e scoperta di un significato trattenuto, quasi nascosto nelle pieghe sottili delle nostre quotidiane esperienze individuali e collettive, nella imprevedibilità degli altri che incontriamo, nella monotonia delle cose che usiamo e viviamo giornalmente.
In altri termini, la coscienza immaginale ci conduce ad affermare che il senso vero delle cose, delle persone, del mondo non può essere solo il puro senso «letterale», ma ciò che appare è sempre un simbolo che «vela e svela» contemporaneamente il senso profondo della realtà. «L'uomo è un essere per immaginare. Che cosa altro mai potremmo conoscere se non lo immaginassimo?» (Bachelard).

Riscoprire il nostro adolescente immaginale

Ma ciò non è ancora sufficiente.
Accostarci, in una prospettiva simbolica, alla condizione adolescenziale, richiede altresì di entrare in contatto e portare allo scoperto quelle immagini che nel profondo di ciascuno di noi sospingono in determinati sentieri il nostro rapporto con gli adolescenti. A questo proposito rileggiamo una illuminante pagina di Hillman: «Per definizione i bambini (noi possiamo riferirci agli adolescenti) costituiscono il gruppo archetipico di minoranza, sia idolatrati come perfetti sin dall'inizio, sia denigrati come frammenti di natura selvaggia che occorre disciplinare e quindi convertire alla condizione di essere umano adulto. Noi non potremo vederli così come realmente sono fintantoché non saremo capaci di vedere cosa in noi consideriamo `infantile', vale a dire non sviluppato, puerile, minore, dipendente, immaturo; fintantoché non ci saremo ripresi da bambini la possibilità che noi adulti abbiamo rinnegato e collocato in quel mondo speciale chiamato infanzia».

PER UNA LETTURA SIMBOLICA DELLA REALTÀ ADOLESCENZIALE

Dopo queste necessarie e fondanti premesse torniamo al nostro adolescente, immaginato in noi e intravisto nella realtà, per tentare di collocare la sua forte esperienza polare (andare oltre il bambino e diventare bambino) in una prospettiva simbolica.

Simboli presenti nella odierna condizione adolescenziale

Poniamoci subito un interrogativo: quali simboli è possibile intravvedere nel vissuto conflittuale e a volte contraddittorio dell'adolescente di oggi?

La solitudine

Una prima prospettiva simbolica si può individuare, a mio avviso, nell'esperienza della solitudine.
L'adolescente sembra vedersi, sentire e anche sognarsi, in peculiari momenti della sua storia, quasi come seduto di notte sulla riva di un fiume, avvolto nei propri pensieri e nelle proprie fantasie; oppure intento a costruirsi nel bosco il proprio eremo, quale luogo isolato, spazio sacro, che gli permetta di ritornare nel proprio sé e di raccogliersi. Sembra voler sperimentare un momento solitario, quasi uno spazio di preghiera o di meditazione per sentirsi «solo» alla presenza di Dio, oppure vissuto come un porsi di fronte ai propri sentimenti più intimi per ricercarne nuove combinazioni e altre possibilità espressive.
Tuttavia l'adolescente si immerge pure in una particolare forma di isolamento-solitudine lasciandosi assorbire per ore da flipper, biliardo, videogiochi o altro.
Sul profondo significato di tali esperienze è importante, come adulti, non chiuderci in una scaltra interpretazione difensiva, ma accoglierne le sollecitazioni creative.
Consapevoli che «questa è infine la solitudine: avvolgersi nella sete dell'anima, farsi crisalide e attendere la metamorfosi, che non può mancare» (Strindberg).

Il pianto

Nell'esperienza dell'adolescente, accanto alla solitudine vissuta come isolamento o cercata come possibilità, c'è un ulteriore momento degno di essere sottolineato: il pianto.
È un pianto anch'esso paradossale. Per un verso sembra dire: «non lasciarmi mai solo, portami, tienimi, dimmi che mi ami, indicami cosa devo fare». Per un altro verso è un pianto di stizza: «lasciami in pace, lasciami essere, lasciami solo».
Un pianto dunque attraverso cui l'adolescente esprime la sua incapacità di rimanere solo, a dare volto e chiarezza ai propri bisogni; ma un pianto che può divenire sentiero per scoprire i propri deserti, la propria condizione di abbandono, anche le proprie ferite; in particolare quelle che non sono inflitte dai genitori o dalla società, ma rimangono inerenti alla debolezza stessa della natura umana e con le quali il ragazzo inizia a confrontarsi.
Un pianto, in conclusione, che indica l'eterna vulnerabilità dell'adolescente e insieme la sua futura evoluzione. Un pianto che dà voce sia a ciò che non può crescere sia al futuro che può emergere dalla stessa vulnerabilità.

La prova

Scopriamo nell'adolescente anche il simbolismo della «prova».
Spesso nell'educazione noi adulti siamo portati a «rendere tutto facile» ai ragazzi.
Mentre loro, a volte, cercano la «prova», per dimostrare a se stessi di potercela fare e di essere pronti a «perdersi» in vista di nuovi inizi, cioè verso un fine più alto o verso un'altra persona.
Un tale significato si può ricavare nelle stesse prove esteriori che l'adolescente mette in atto: per esempio le acrobazie spericolate con il motorino; l'uso ancor più spericolato della tavola-pattino; le stesse prove a cui è chiamato prima di entrare in un nuovo gruppo di amici, oppure per conquistarsi le prime simpatie affettive o amicali. «Da qui la grande importanza, per gli adolescenti di oggi, di riconquistare spazi d'azione, manualità, lavoro artistico» (Fabbrini).

La morte simbolica

Insieme alla solitudine e al pianto, o forse nella solitudine e nel pianto emerge, nell'adolescente, una «strana» sofferenza che non è immediatamente imputabile a qualche cosa di fisico o di reale: la sofferenza per l'attesa di una morte simbolica.
L'adolescente sembra avvertire di dover morire ai genitori, alla scuola, alla società, al mondo degli adulti. Una morte simbolica che consiste nel tagliare i legami per un ulteriore movimento nel quale il ragazzo si sente ormai inserito, ma del quale non riesce a prevedere l'esito.
Il desiderio di diventare adulto, e presto, potrebbe anche fallire; in ogni caso, domanda una sorta di sacrificio: la rottura di legami, l'assunzione della propria individualità avvertita più che intravista.
Molte delle crisi psicologiche che i ragazzi attraversano in questa età sono caratterizzate da una morte simbolica. L'anoressia puberale ne è chiaro esempio. Le ragazze desiderano a volte rifugiarsi nel mondo dello spirito a spese del loro corpo terreno. Una tale condizione sembra allora permettere loro di rimanere dipendenti dai loro genitori e dal loro ambiente, ricevendone cura e attenzione, mentre la malattia di cui soffrono esprime segretamente una violenta ed inquieta ribellione contro le aspettative della famiglia e del mondo cui appartengono.
Lo stesso ingresso nel mondo della droga può essere rivelatore di una morte simbolica. Per lo più si interpreta l'adesione alla droga come una sorta di carenza legata ad una flebile identità personale, oppure ad una mancanza di prospettiva o di un ruolo determinato all'interno della società.
Tuttavia non dovremmo dimenticare che il ragazzo potrebbe scegliere la droga come una sorta di iniziazione distruttiva, mirante al disfacimento della personalità e della condizione fino ad allora vissuta. Un disfacimento che sembra preludere a nuove possibilità espressive, ma che spesso trova la sua unica realizzazione nella pura perdita, nella semplice negatività.
Non solo anoressia e droga insistono su una esperienza di morte simbolica, ma gli stessi fenomeni legati ad un incontro con il corpo non risolto: una certa sciatteria, la mancanza di cura del proprio aspetto che contrasta con l'eccesso di cura e si alterna ad esso, la negligenza riguardo alla qualità dell'alimentazione e del sonno, lo scarso rispetto delle norme igieniche elementari.
L'adolescente sembra dunque avvertire la sofferenza di una morte simbolica anche se la esprime in modalità individuali diverse.

La nuova nascita

Gli adolescenti si sentono avvolti in una nuova nascita. Avvertono con forza il richiamo ineluttabile a rapportarsi al proprio mondo con modalità diverse da quelle con le quali si esprimevano nell'infanzia.
Il cambio di abbigliamento, di abitudini alimentari, l'uso maggiormente articolato del tempo libero, i nuovi interessi emotivi ed intellettuali, l'apertura a nuovi «suoni» e ad avvolgenti fantasie, rappresentano soltanto l'emergenza esteriore di un profondo desiderio di rinascere a se stessi, di rintracciare nel proprio volto esterno un volto interiore più intenso e «immaginale».
Questo bisogno rimane presente, nonostante nelle manifestazioni esteriori i ragazzi si rivelino spesso più conformisti che personali.

Adolescenza e processo di iniziazione

Ma portando lo sguardo più in profondità, i simboli che si agitano nella odierna condizione adolescenziale - solitudine e pianto, prova, morte e rinascita - sembrano collegarla ad un antico processo, presente in quasi tutte le culture antiche: intendo riferirmi al cosiddetto «processo di iniziazione».
Così un grande storico delle religioni descrive il processo iniziatico: «Per acquisire il diritto di essere ammesso tra gli adulti, l'adolescente deve affrontare una serie di prove iniziatiche: grazie a questi riti e alle rivelazioni che essi comportano, egli sarà riconosciuto come un membro responsabile della società. L'iniziazione introduce il novizio nella comunità umana e insieme nel mondo dei valori spirituali.
Egli apprende i comportamenti, le tecniche e le istituzioni degli adulti, ma ancora i miti e le tradizioni sacre della tribù, i nomi degli dèi e la storia della loro opera... Al termine delle prove cui viene sottoposto, il neofita (cioè l'iniziato) gode di una esistenza completamente diversa dalla precedente: è diventato un altro» (Eliade).
Oggi nella nostra società e nella nostra cultura occidentale, il processo di iniziazione dell'adolescente alla vita adulta è quasi scomparso.
È rimasto presente, per esempio, nella educazione cristiana alla iniziazione sacramentale, ma anche questa esperienza non è molto sentita dagli interessati.
Si fa invece strada tra le nuove sette religiose, quale processo di ingresso per appartenervi.
Oggi l'iniziazione si ritrova tra gli adolescenti, come esperienza forte, nei riti di ingresso nel mondo della droga e in maniera minore, come ritualità esteriore, quando il ragazzo desidera entrare a far parte di nuovi gruppi amicali (percorsi, questi ultimi, almeno a prima vista, gestiti dagli adolescenti stessi senza l'apporto degli adulti significativi, anzi spesso quasi contro di essi).
Tuttavia, seppure oggi poco condiviso, sta di fatto che l'adolescente non solo è chiamato a vivere, ma a far esperienza di una mutazione trasformante che ha i caratteri del processo iniziatico. L'adolescente non ha la minima idea di come gestire questa situazione e non può che domandarsi meravigliato che cosa lo stia sospingendo. È gettato nella trasformazione.
Ora un tale processo iniziatico trova il suo momento peculiare nella morte/rinascita iniziatica. Afferma un sociologo francese: «Il bambino non iniziato non ha fatto che rinascere biologicamente, non ha ancora che un padre e una madre 'reali'; per diventare un essere sociale deve passare attraverso l'evento simbolico della nascita/morte iniziatica» (Baudrillard). Per diventare un «uomo simbolico», un «adulto immaginale», l'adolescente (e noi adulti con lui e prima di lui) è necessario che attraversi l'evento simbolico della nascita/morte iniziatica.
Ma proprio qui sta il nodo di tutta l'iniziazione.
L'adolescente può fallire il suo processo trasformativo per un motivo fondamentale: perché, pur sperimentando i vagiti di una morte, non riesce spesso a darle un volto simbolico.
Soffermiamoci un momento su quest'ultimo aspetto.
Le società in cui l'iniziazione era riconosciuta e aveva un ruolo istituzionale, erano delle culture nelle quali la morte aveva un posto ufficiale.
Al contrario nel nostro contesto socio-culturale, la morte è divenuta: un «tabù» in quanto letta e vissuta in maniera «letterale» esclusivamente come «fine».
Tutto ciò che sa di morte o è imparentato con essa, come per esempio: rinuncia, depressione, vuoto psichico, solitudine, pianto, «deve» essere rimosso o superato «ad ogni costo».
Congelata la morte, la stessa iniziazione viene meno. al punto che noi adulti a volte diventiamo quasi «gelosi» dei giovani.
Una gelosia che ci può condurre più o meno consapevolmente a far di tutto perché i nostri ragazzi rimangano tali, per il timore che ci può assalire dinanzi al dinamismo della trasformazione che volge necessariamente verso la morte.
Al contrario. la trasformazione iniziatica è possibile solo con un cammino individuale e in una cultura che non si ponga, rispetto alla morte, in un rapporto di pura opposizione; che non la percepisca solo come la massima patologia del corpo, ma la consideri pure come una esperienza di trasformazione dell'anima (cioè la psiche); che non cerchi di negarla in quanto solo «fine», ma la valuti anche «simbolicamente» come inizio, come nuova nascita, come passaggio verso uno «spazio interiore» che ci immerga nella vita e nella morte in maniera «simbolica», «immaginale».
Ma nel nostro contesto culturale non solo la morte è divenuta un tabù, ma è svanita pure l'idea di una vita simbolica.
«In certe tribù quasi estinte, soprattutto dell'America settentrionale, tutti erano occupati in primo luogo dai sogni. Fine esistenziale della vita era il `sogno iniziatico' in cui si scorgeva il custode, l'archetipo della propria esistenza. Nient'altro contava. Dopo la somma esperienza onirica, riscossa talvolta a prezzo di ascesi, sofferenze, invocazioni, l'immaginazione restava centrata sulla figura rivelata dall'alto. L'uomo diventava l'animale, la nuvola o il tuono della sua privata rivelazione Era la sua arma, da intagliare nel legno, da conficcare alla prora della barca o sul fastigio della casa, da tatuare sul corpo, da incidere sulla borchia o sull'anello, da far svettare sull'elmo; se ne innalzava l'inno marciando verso la battaglia, aspettando la morte...
Culmine dello squallore era una vita senza visioni, e non restava che impetrare allora ai più avventurati di partecipare ai sogni loro. I sapienti sognavano per il popolo intero e allestivano come spettacoli i loro sogni: da quest'atto di carità originò il teatro» (Zolla).
Oggi tuttavia sembra svanita questa vita simbolica che fiuta significati nelle coincidenze e scorge premonizioni e insegnamenti nella stessa vita quotidiana.
Eppure i nostri adolescenti, anche se immersi in un contesto che fa della morte un tabù e del sogno una pura fantasticheria, sospinti in un cammino trasformante dal peculiare momento di vita che stanno sperimentando, tentano, più di noi adulti, di uscire dal «letterale», dai «tu devi» del mondo genitoriale, per muoversi non senza confusioni verso il loro proprio «spazio immaginale».

Sentieri tra gli adolescenti di oggi verso lo spazio immaginale

A questo punto del nostro procedere, mi pare essenziale tentare una descrizione, seppur sommaria, dei percorsi, dei sentieri, che gli adolescenti, con più o meno chiara coscienza, stanno intraprendendo per la loro trasformazione.
Schematicamente possiamo ridurre a tre i sentieri di iniziazione che i nostri ragazzi stanno percorrendo per rispondere al paradosso in cui si sentono immersi e che noi abbiamo sintetizzato nella formula: andare «oltre» il bambino e «diventare» bambino (Von Franz).
L'adolescente può:
- rimanere bambino orientandosi verso un «Adulto-Figlio»;
- abbandonare il bambino dirigendosi verso un «Adulto-Eroe»;
- vivere il paradosso orientandosi verso un adulto che rimane al tempo stesso «Adulto e Bambino», «Puer et Senex», per dirla con Hillman.

L'adolescente nel sentiero dell'Adulto-Figlio

L'adolescente può esprimersi nel suo processo di trasformazione come «figlio della madre».
Diventa adulto, ma rimanendo nelle braccia e nella comprensione, non solo della propria madre reale, ma soprattutto della madre simbolica.
In questo contesto, egli si fa «il figlio» che chiede alla madre la sua cura protettiva e la sua custodia amorosa. È il figlio che domanda a lei l'aiuto e la protezione per non affrontare o per rimandare le strettoie, i pericoli, i vuoti, la solitudine della trasformazione.
È il figlio che chiede la garanzia che tutto andrà bene; e quindi si raccoglie in lei quasi essa fosse un caldo contenitore protettivo. È un figlio sommamente convinto che la madre non lo pianterà in asso, perché lui le rimane fedele.
Nell'orizzonte entro cui si muove succedono alcuni fenomeni:
- la natura, la madre natura è considerata dal figlio solo nei suoi aspetti positivi; essa appare come una «pia natura» collocata «là fuori», nella sua bellezza estetica da ammirare;
- la bellezza può restringersi per il figlio alla vanità della sua immagine, delle sue produzioni e delle sue sensibilità estetiche;
- la vita sessuale e la sua carriera possono diventare gli unici ambiti dove poter realizzare ogni desiderio legato ancora alle onnipotenti fantasie della sua fanciullezza;
- la forza e il dinamismo del figlio rimangono costretti dai suoi stati emozionali;
- il suo stile percettivo può rimanere molto letterale, legato alla superficie della madre-terra.
Il figlio, d'altra parte, viene accolto dalla madre che tuttavia esigerà da lui dipendenza, in quanto è lei che le assicura la salvezza e la vita; in quanto è lei che gli dona «il regno», caratterizzato, però, dall'inerzia e dalla passività, soprattutto nei confronti del suo spazio interiore.
Il sentiero dell'Adulto-Figlio difficilmente condurrà il giovane verso l'autentico «spirito trasformante» che affonda le sue radici nell'incertezza e nello stesso fallimento, condizioni che, come vedremo, sono proprio del Puer.

L'adolescente nel sentiero dell'Adulto-Eroe

Nei miti l'eroe è molto spesso colui che salva il proprio paese e la sua gente da draghi, streghe o cattivi sortilegi.
È colui che trova il tesoro nascosto; che compie la traversata notturna del mare; quando esce dal ventre della balena, porta con sé tutti coloro che erano stati inghiottiti prima di lui. Ha talvolta troppa fiducia in sé e può anche essere colui che distrugge: un eroe per metà diavolo e per metà salvatore. In molti miti, poi, l'eroe è presentato anche come la vittima innocente di poteri malefici.
Anche il nostro adolescente può gettarsi in queste imprese e dirigere la propria trasformazione verso un eroe- amante, un eroe-eremita, un eroe-conquistatore. Ecco allora che la sua vita può prospettarsi come dramma, come tragedia, come eroismo.
In tale contesto, anziché ricercare la propria profonda peculiarità, anziché tentare di pronunziare il suo nome unico, l'adolescente può solo prepararsi a vivere di ruoli e di maschere: il martire, l'eroe, il devoto, l'amante...
Purtroppo anche in questo caso le sue azioni, pur allontanandosi dalla relazione con la propria madre reale, possono rimanere quelle dell'eroe-figlio.
Ma l'adolescente potrebbe anche incamminarsi sulla via dell'anti-eroe. Diventa allora sempre più debole, gentile, arrendevole nei confronti della vita e delle avversità. Sceglie in definitiva di perdere.
La sua risposta alla collera arriva smorzata e rischia l'impantanamento nelle acque primordiali. L'anti-eroe si accompagna a ciò che va; lascia che le cose accadano; si abbandona alla corrente che scivola attraverso il corpo di madre-natura per sfociare in una sorta di oceanica beatitudine dove spera di trovare riposo.
Egli ha poche esigenze nei confronti di se stesso, desidera la tranquillità e ha bisogno sempre di meno, rendendosi sempre più freddo e meno personale. Le sue immagini e le sue idee si fanno sempre più universali e sempre meno individuali.
L'anti-eroe, in conclusione, si arrende e rimane nella madre.
Il sentiero dell'Adulto-Eroe è anch'esso poco trasformante, perché non può accogliere la ferita, la limitazione. L'eroe vorrebbe non essere ferito, e se la ferita c'è, questa deve rimarginarsi da sola, oppure essere curata alla svelta. Ma la trasformazione non può avvenire «alla svelta».

L'adolescente nel sentiero dell'Adulto e del Fanciullo

L'adolescente tuttavia, anziché incamminarsi sui due sentieri descritti, potrebbe anche orientare la sua condizione di figlio e la sua voglia eroica su una terza strada, che gli fa vivere la polarità di Adulto e Fanciullo, di Senex et Puer.
Un adolescente che potrebbe solcare, per dirla in termini orientali la «via», il «TAO» di Lao Tse: Lao infatti significa «vecchio» e Tze sia «maestro» che «fanciullo».
Mantenere unite, in paradosso, queste due polarità comporta per l'adolescente alcune esigenze:
- ammettere il proprio passato puer; tutte le sue capriole, i suoi gesti e le sue aspirazioni ubriache di sole e i suoi vagiti. In questo modo egli potrebbe frenare la sua fretta di essere adulto come gli altri e darsi invece più tempo per imparare, in maniera creativa, a tenere il puer con il senex; darsi più tempo per aliestrare il suo falco a tornare sul bracca del bracconiere;
- mentre il figlio quasi paradossalmente &i ha bisogno del padre, il puer cerca il riconoscimento del padre, perché av•ene oscuramente che trovare il proprio padre simbolico è in definitiva trovare se stessi:
- per il puer il ciclo della natura non è solo una visione estetica, ma un campo da cui trarre metafore e simboli per imparare nuovi giochi, nuovi scherzi, nuove sperimentazioni;
- il suo modo di percepire può superare la «lettera» e muoversi nella «trasparenza» usando la delicatezza delle dita, la sensibilità delle orecchie, dell'occhio, del gusto; usufruendo di un sentire per valori, toni, immagini;
- può farsi, il puer, anche vagabondo solitario, lasciandosi trasportare da uno spirito che non è lineare, ma soffia a raffiche, libero, dove vuole e dove spesso nessuno può andare se non lui solo;
- il puer, poi, non fugge, ma staziona nelle sue ferite, nella sua fragilità e anche nella sua follia, imparando dai fallimenti e dalla sua fiducia tradita;
- il figlio, l'eroe e il puer possono tutti morire della stessa morte. Ma mentre la «morte» del figlio è «per» la madre e la «morte» dell'eroe è «a causa» della madre, la morte del puer è «indipendente» dalla madre. Per il figlio la morte è «sacrificio», per l'eroe è «vittoria», per il puer è «morte simbolica», accoglimento, cioè, della propria ferita, del proprio «tallone mortale». Infatti viste nella loro natura simbolica, ferita e morte possono divenire ciò che ci guariscono, «i padri e le madri dei nostri destini» (Hillman).
In questo contesto il puer non assolutizza la madre. Essa non è un drago, una strega, una Dea o la Grande Madre, ma, al contrario, la madre personale, la madre ordinaria, umana, con le sue specifiche mancanze psicologiche e le sue incomparabili grazie, la madre dalla quale proviene e per la quale prova gratitudine.

Circolarità dei tre sentieri

Chiaramente questi tre percorsi rimangono, nell'adolescente, sincronicamente presenti e quindi di difficile discriminazione e per lui per noi che con lui camminiamo. Non solo.
Ma è con tale complessità che l'adolescente entra in rapporto con gli adulti, ed in questo incontro l'uno o l'altro sentiero possono calamitare gli altri e di conseguenza orientarlo per strade diverse.
L'adolescente che poco si sarà abbandonato al viaggio iniziatico, rischierà di rimanere impigliato nel figlio o nell'eroe che l'accompagneranno per un mondo pieno di soli «indizi» e di «possibilità» semplicemente letterali, perché incapace di coglierne la connessione nascosta, connessione che, sola, può rendere quegli indizi, simboli personali di trasformazione.
In tal senso il passaggio dall'infanzia alla condizione adulta rischia di rimanere un semplice evento biologico.
Al contrario l'adolescente, che pure a tentoni si lascerà condurre dal puer, camminerà più speditamente sul terreno della trasformazione, appassionandosi anche alla circolarità feconda sottesa ai paradossi e ai conflitti di una esistenza che desideri andare oltre il bambino e al tempo stesso accogliere il proprio bambino nascosto. Allora forse apparirà all'adolescente il suo spazio immaginale.
Spazio che un mistico iraniano medioevale raffigura in un Angelo rosso: l'Angelo rosseggiante che appare al crepuscolo e all'alba.
Il crepuscolo e l'alba sono infatti uno spazio di mezzo e di tensione tra il giorno che è la bianchezza e la notte che è la nerezza; ma quando la luce viene mescolata al buio, appare l'Angelo purpureo, l'Angelo rosso, amico dell'uomo, che lo accompagna nel suo vagabondare all'interno del giorno e della notte, nella luce e nella tenebra, nel puer e nel senex (Sohravardi).

L'«OPUS» DEGLI ADULTI NELLA INIZIAZIONE DEGLI ADOLESCENTI

Giunti a questo punto ci possiamo chiedere: come adulti, qual è il nostro contributo, la nostra opera per l'iniziazione trasformante dell'adolescente? Come accompagnarlo verso il suo luogo immaginale? Come favorire il suo incontro con l'angelo purpureo?
Io non possiedo una risposta al «come»; ho solo alcune esigenze immaginali da proporre: rintracciare il nostro puer ed esprimere il nostro senex.

Rintracciare il nostro puer

Nell'adolescente vivono in nuce il puer, l'eroe e il figlio. Ma anche in noi adulti corrono insieme il figlio, l'eroe e il puer. Allora la prima esigenza richiesta a noi adulti per accompagnare la trasformazione consiste nell'esaminare noi stessi al fine di rintracciare quale immagine dei tre è dominante nella nostra interiorità. Non mi pare oziosa questa domanda.
Infatti se in noi si muovessero con più libertà il figlio o l'eroe, potremmo rischiare di diventare, per l'adolescente, delle «grandi mamme», tese a riprodurre nei figli la propria immagine. In tal modo saremmo portati a privilegiare solo un «passaggio evolutivo» dal bambino all'adulto, rafforzando la loro «coscienza dell'io», orientandoli, in definitiva, verso un esclusivo adattamento al reale,
evitando loro la «morte simbolica» tramite una «cura» forzata e pretendendo da loro dedizione e fedeltà amorevole.
Al contrario, se rintracciamo il nostro puer, allora forse possiamo diventare dei suscitatori di immagini sospingendo, in tal modo, gli adolescenti verso l'incontro con il loro Angelo purpureo che li accompagni, lui, attraverso il viaggio di trasformazione, in una esistenza più profonda unica e immaginale.

Esprimere il nostro senex

Allora: che fare?
L'interrogativo è letterale e concreto. Ma non volendo ricadere nelle braccia della madre che tutto dirige, tenterò di rispondere in modo simbolico, con due piccole storie, nella speranza che le immagini evocate tocchino il nostro Angelo rosso, custodito nei chiaroscuri della nostra profondità. Il senso di una storia, infatti, non sta nella sua conformità ai fatti, ma nel gettare incanti sulla società, sta «nelle evocazioni che essa suscita dentro al corpo sottile, sognante degli uomini» (Zolla).

Prima storia

«Si racconta che presso i primitivi dell'Australia, quando il grano, dopo essere spuntato, incontra difficoltà di varia natura nella sua crescita, le donne vanno ad accovaccarsi vicino ad esso e con voce sommessa, dolcemente, raccontano al grano il mito della sua origine, nella speranza che il grano, ascoltando i suoi antichi misteri, cacci gli spiritti che lo danneggiano e, riprendendo il suo antico vigore, giunga a maturazione completa».
Due osservazioni su questa storia mitica e paradossale.
- Iniziare alla realtà non significa eliminare il rapporto dell'iniziando con le sue origini primordiali, ma solo separare queste origini dalla confusione tra personale e parentale. La trasformazione, cioè, non consiste tanto nel «tagliare» con la «mamma», ma nel troncare l'antagonismo che rende l'adolescente eroico e la madre negativa.
Per compiere ciò è indispensabile sia l'atteggiamento della madre sia la propensione della nutrice.
L'atteggiamento della madre nei confronti del bambino consiste nell'attendersi qualche cosa: la sua crescita, la rivelazione di un suo destino personale, la sua specificità. La nutrice, al contrario. non essendo legata personalmente al bambino, è quasi costretta ad accettarlo così com'è, con le sue ferite, le sue malattie, le sue possibilità. Anch'essa dona cure al bambino, ma la sua presenza è rivelatrice, per i bambini, della sua ferita e del suo abbandono, che vanno assunti e non scaricati su qualcun altro.
L'adolescente per sostare in maniera feconda in quella paradossalità circolare dell'andare oltre il bambino e del diventare bambino, penso abbia bisogno di incontrare adulti che siano al tempo stesso madri e nutrici.
- Le donne della storia ricordano al grano i miti della sua origine. «L'iniziazione non è una `smitizzazione' verso la 'dura' realtà, ma una affermazione del significato mitico presente in tutta la realtà. L'iniziazione 'addolcisce' la realtà riempiendo il suo fondo con strati di prospettiva mitologica (simbolica), fornendo la fantasia che rende la 'durezza' della realtà significativa e tollerabile, e nello stesso tempo veramente indistruttibile» (Hillman).

Seconda storia

La seconda è una storiella ebraica che pressappoco dice così: «Un padre insegnava al figlioletto ad essere meno pauroso, ad avere più coraggio, facendolo saltare giù da una scala. Mise il bimbo sul secondo gradino e disse: «Salta che ti prendo» e il bimbo saltò nelle braccia del padre. Poi lo mise sul terzo gradino dicendogli ancora: «Salta che ti prendo». Sebbene il bimbo fosse impaurito si fidò di suo padre, fece ciò che gli era stato detto e saltò sulle sue braccia. Poi il padre lo mise sul quarto gradino, sul quinto, sul sesto, dicendo ogni volta: «Salta che ti prendo» e ogni volta il bimbo saltò e fu preso da suo padre. E così continuarono finché il bimbo saltò da un gradino molto alto, ma questa volta il padre si tirò indietro e il bimbo cadde a faccia in giù. Mentre si rialzava, sanguinante e piangente, il padre gli disse: «Questo ti insegni a non fidarti mai di un ebreo anche se è tuo padre» (Hillman).
Il tradimento sembra indispensabile per la trasformazione, in quanto essa nasce proprio in quei rapporti dove la fiducia nell'altro è primaria. Più grandi sono l'amore, la bontà, l'impegno, l'abbandono, tanto maggiore sembra essere il tradimento. Vivere o amare solo quando ci si può fidare, quando si è sicuri ed essere fuori dalle vie del male e quindi fuori dalla vita reale... Se saltiamo dove ci sono sempre braccia per riceverci, il nostro non è un vero salto.
Ecco allora che l'esperienza del tradimento tronca di netto le nostre sicurezze ragionevoli e ci introduce in un altro livello di consapevolezza, nella coscienza immaginale. Il padre della nostra storia dimostra di persona che anche nel rapporto più fiducioso si cela la possibilità di tradimento. Egli svela la propria ingannevolezza, si presenta al figlio nella sua nuda umanità, rivelandogli questa verità dell'essere padre e uomo: io, padre, uomo, sono infido.
L'iniziazione del ragazzo alla vita nell'ottica del tradimento è allora iniziazione alla complessità del vissuto adulto. Il puer, il figlio, l'eroe non vorrebbe mai abbandonare la condizione di fiducia primaria che lo lega al padre o alla madre; non vorrebbe mai essere cacciato dal «paradiso terrestre». Nell'Eden infatti egli conosce il nome di ogni cosa creata, il frutto maturo sull'albero, e lo si può avere allungando semplicemente una mano; la fatica non esiste e si possono fare interessanti discussioni nel fresco della sera. Ma con il tradimento il paradiso è distrutto e comincia la vita.
Forse l'autentica iniziazione trasformativa non passa solo in quei modi usuali che è logico aspettarsi: vitalità, capacità di rapporti, amore e così via; ma anche divenendo un po' più simili alla natura e cioè meno attendibili, scorrendo come l'acqua nei punti di minore resistenza, mutando, a volte, le risposte secondo il vento (lo spirito), manifestando astuzia e anche freddezza.
In un simile contesto si affaccia un ulteriore paradosso: «la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri» (Hillman). La paternità totale - sembra indicare la nostra storia - è ambedue le cose. Mirando, infatti, la trasformazione a far sì che l'adolescente si faccia unico, forse. ad un tratto, sarà necessario abbandonarlo a se stesso, al suo pianto, alla sua solitudine, alla sua ferita, alla sua possibilità, lasciandolo a sperimentare il tradimento nella sua interiorità, là dove egli è più solo.
Soltanto allora forse - come ha detto Jung - «il sale dell'amarezza sarà trasformato nel sale della saggezza».
Solo così, forse, l'adolescente si avvierà a diventare quel fanciullo-sapiente, capace di guardare il reale attraverso la fessura della sua ferita, che, nel frattempo, si sarà manifestata come suo padre, come sua madre, come la sua nutrice immaginale.

Bibliografia

* G. Bachelard, La poetica della réverie, Dedalo, Bari 1972
* J. Baudrillard. Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1980.
* A. Carotenuto, Amare tradire, Bompiani. Milano 1991.
* M. Eliade, La nascita simbolica, Morcelliana, Brescia 1988.
* A. Fabbrini-A. Melucci, L'età dell'oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Feltrinelli, Milano 1992.
* L. Frontori (a cura di), Adolescenza e oggetti, Cortina, Milano 1992.
* J. Hillman, Senex et Puer, Marsilio, Venezia 1979.
- Trame perdute, Cortina, Milano 1985.
- Saggi sul puer, Cortina, Milano 1988.

- Anima, Adelphi, Milano 1989.
* Sohravardi, L'Arcangelo purpureo, Colisenne, Assago 1990.
* A. Strindberg, Solo, Moirsi, Bergamo 1983.
* M. L. Von Franz, L'eterno fanciullo, Red, Corno 1989.
* L. Zoja, Nascere non basta, Cortina, Milano 1985.
* E. Zolla, Verità segrete esposte in evidenza, Marsilio, Venezia 1990.