Nulla di nuovo sotto il sole

Inserito in NPG annata 1995.

Intervista a Alessandro Klein

a cura di Carola Scanavino

(NPG 1995-05-76)

Per molti questo è un mondo che non conosce l'etica, che rifiuta persino di parlarne, che ignora che termini come coscienza, vergogna, responsabilità abbiano uno spessore. Insomma un mondo in castigo, tacciato di degrado senza precedenti.
Abbiamo parlato di questo con il prof. Klein, docente di filosofia morale alla facoltà di filosofia di Torino.

Domanda. Cosa significa essere uomo etico oggi? Esiste ancora un sapere autentico, fatto di valori e idealità, che diriga l'azione, senza la quale peraltro sarebbe solo vuoto contenitore? quali sono i capitoli di un libro di etica per l'uomo contemporaneo?
Risposta. Per certi versi ritengo che l'uomo contemporaneo non sia poi così diverso da quello di ieri e dell'altro ieri e che, dunque, i problemi che lo studioso di etica si trova ad affrontare oggi non siano molto diversi da quelli con cui aveva a che fare nel passato. Per quanti mutamenti siano intervenuti, la sostanza etica dell'uomo, cioè le relazioni dell'uomo con le sue passioni, è rimasta pressoché identica.
Nondimeno l'uomo contemporaneo deve farei conti, almeno in Occidente, con una situazione nella quale è innanzitutto dominante il pensiero critico, una ragione critica che si interroga su tutto, sulle possibilità innanzitutto e sui limiti di un'etica. L'uomo etico oggi deve confrontarsi con una prospettiva che ha bandito ogni pregiudiziale dogmatica. Mi domando se sia mai esistito un sapere autentico fatto di valori e idealità che diriga l'azione. Sono certamente esistiti dei saperi sedicenti tali.
Rivoluzioni straordinarie sotto il profilo sociale e di costume si sono sì verificate, ma non hanno inciso sul fondo etico dell'uomo. La questione non è tanto quella del concreto comportamento etico degli uomini, quanto il diverso modo di impostare il problema dell'etica: l'evoluzione che si è manifestata nel pensiero occidentale ha segnato la fine delle etiche tradizionali metafisico-religiose, che si sono sempre proposte come quelle in grado di decretare l'etica e quindi di giudicare buoni o cattivi i comportamenti a seconda che si uniformino ad esse o no.
Chi ritiene che il mondo oggi sia peggiore di quello di un tempo, sono i fautori delle etiche tradizionali che, spodestati della loro autorità, considerano «decadente» la situazione culturale odierna, nella quale è vincente l'atteggiamento critico della ragione, e invocano i valori perduti, lamentano che non vi sia più una guida sicura, un faro che orienti, dimenticando che le guide sicure hanno prodotto i disastri che vediamo in altre culture contemporanee alla nostra, in cui vigono ancora prospettive dogmatiche che sanciscono cosa è bene e cosa è male fare.

D. La sensazione immediata è che oggi si possa solo più parlare di un'etica capovolta, in cui ciò che in passato era considerato un antivalore oggi si spaccia per il valore vero, l'unico perseguibile. Cosa pensa in proposito?
R. Se l'etica tradizionale sa cos'è bene e ritiene di poterlo prescrivere anche con la forza, la situazione attuale, nella quale non si sa cos'è il bene ma si discute sempre di nuovo criticamente se questo o quello siano da considerarsi un bene, si presenta come una situazione di capovolgimento o antivalore, ma la cosiddetta assenza di valori non è da giudicarsi negativamente, bensì positivamente, se la si intende come assenza di un valore universalmente e cogentemente valido, al quale sottomettere il comportamento di tutti.
Il fatto che in tempi passati si teorizzasse qualcosa non significa che la si praticasse.
Nelle società occidentali sarei indotto a riscontrare un miglioramento della prassi etica: rilevo oggi la presenza di interessi e attenzioni che un tempo non c'erano: mi riferisco per esempio all'attenzione per il più debole, il meno rappresentato, che non è mai stata così viva e dibattuta come lo è oggi.
Mali e beni di ieri e di oggi sono sempre gli stessi; il punto è che il tanto vituperato benessere economico, secondo alcuni fonte di ogni male e del profondo degrado della civiltà occidentale, probabilmente è tutt'altro. Sebbene comporti sicuramente delle manifestazioni di esasperato consumismo, è condizione perché si possa fare attenzione a esigenze etiche a cui prima non era riservata attenzione, perché l'umanità nella sua stragrande maggioranza era troppo occupata e preoccupata di soddisfare i bisogni primari. Quando mai ci siamo preoccupati dei percorsi per gli handicappati? Le società passate tanto attente ai valori etici erano grandi produttrici di handicappati: sottonutriti, mutilati perché costretti a lavorare in condizioni di assoluta insicurezza, e così via.
L'attenzione che si riserva oggi a tutti gli esseri viventi è una straordinaria novità che non ha precedenti nella
storia della cultura umana, salvo in alcuni casi come il Buddismo. Essa è anche stata propiziata dalla breccia aperta dalla ragione critica nell'etica tradizionale, per sua natura antropocentrica e astratta.

D. Tra i vari aspetti del inondo di oggi giudicati negativi, antivalori (ovviamente non nel senso da lei precedentemente evidenziato), c'è quello della corsa al successo. Come la giudica?
R. La corsa al successo esisteva anche nel mondo di ieri; la differenza non è una questione di intensità ma di estensione. Ieri era riservata a pochi, perché la stragrande maggioranza di persone, nei secoli passati, non si sognavano di correre per nulla, ma sopravvivevano per pochi anni.
È un fatto incontrovertibile che oggi le condizioni materiali di esistenza siano tali da consentire a molti, in misura diversa, di correre per il successo. Tutto sommato questo è un fatto positivo, o meglio la valutazione dipende da cosa si intende per successo: se si intende la conquista di migliori condizioni di esistenza per sé e per la collettività nella quale si vive, non vedo cosa ci sia di male a correre per il successo.
Ovviamente se per successo si intende diventare la fotomodella più pagata del mondo, meta per raggiungere la quale si è disposti a qualsiasi compromesso, questo può apparire riprovevole.

D. Si potrebbe osservare come quest'ultima interpretazione del successo sia molto diffusa oggi: si idealizza il presente e tutto ciò che è concretamente e materialmente immediato. Fa ancora paura, a suo giudizio, la morte?
R. La morte fa sempre paura. Tutta la vita dell'uomo è, in tutte le sue manifestazioni, un tentativo di esorcismo della morte, che può avvenire nei modi più diversi, per esempio attraverso la ricerca del successo o la fede in un Paradiso. La civiltà contadina è, per un verso, di naturale abbrutimento date le condizioni in cui si viveva (non si pensava alla morte perché si moriva come mosche e si arrivava alla sera così stanchi che ci si addormentava in un sonno comatoso); per un altro il tasso di alcolismo, che segnala il desiderio di fuga dai pensieri, era fortissimo.
Ho l'impressione che spesso si dimentichino, quando si contrappone l'oggi a un non meglio identificato ieri, le condizioni reali di vita della stragrande maggioranza delle popolazioni in un ieri neanche lontanissimo, eccezion fatta per quella ristrettissima élite borghese o alto- borghese che aveva condizioni di vita in qualche misura paragonabili alle nostre.

D. Viene spontaneo domandarsi come e se oggi la coscienza ci parli ancora. Si cura ancora delle modalità del rapporto dell'uomo con Dio e con gli altri uomini?
R. La coscienza è sempre la stessa nel fondo, si cura dei suoi rapporti con Dio e con gli altri uomini: certo le variazioni sono innumerevoli, ma di natura contingente e superficiale.
Il problema vero è quello della pluralità delle coscienze, della loro libertà che caratterizza la cultura contemporanea in Occidente. Non c'è la buona coscienza universale a cui fare riferimento, ma le tante coscienze devono accordarsi democraticamente tra loro, sia quelle che ritengono di sapere cos'è il bene sia quelle che pensano di ignorarlo, su ciò che di volta in volta si presenta come un bene in vista del quale lavorare.

D. All'azione della coscienza si accompagna la vergogna come sensazione del venir meno dell'adesione a determinati valori. Di cosa si prova maggiormente vergogna oggi?
R. Nell'intimo della coscienza, dove questo cui sia, tutti provano vergogna di ciò di cui sempre ci si è vergognati. Certo la società oggi mette alla berlina alcuni comportamenti piuttosto che altri. ma non riesco ad individuare grosse differenze.

D. La coscienza richiama alla mente anche un'altra idea etica, quella della responsabilità di azione nei confronti della vita e dell'altro. Quanto siamo responsabilizzati oggi?
R. Siamo più responsabilizzati nella misura in cui siamo più informati. L'informazione diffusa comporta una molto più ampia discussione sulla responsabilità dei singoli e della collettività nei confronti di tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza.
Il dovere primario di chi fa informazione è in primo luogo di informare: più e meglio si informa e più e meglio il mezzo su cui si informa vende e diventa redditizio.
Ciò trova conferma nel fatto che se l'autore dell'informazione, anziché informare, in presenza di episodi di violenza intervenisse direttamente, non potrebbe fornirci l'informazione intorno al gesto di violenza. Io non credo molto che gli uomini, quando agiscono, siano mossi da imperativi etici bensì ipotetici, convenienti alla maggioranza, convenuti con i consociati e che quindi rientrano nell'utile generale.
L'utile che l'autore dell'informazione fa non intervenendo nell'atto di violenza, ma facendo un servizio ben retribuito, rientra anche nell'utile generale, perché l'informazione intorno all'atto di violenza può stimolare qualcuno a intervenire per porvi fine.
Tutt'altro, la convinzione che l'uomo non agisca in base a imperativi categorici mi sembra tipicamente cristiana: il cristianesimo ha sempre ritenuto l'uomo essere un peccatore. Ho l'impressione che questo suo aspetto fondamentale sia alquanto trascurato. Una riscoperta e una lettura attenta di Agostino, non dico di Lutero, farebbe bene un po' a tutti.
A genitori, educatori e pedagoghi non suggerisco alcun valore, bensì la discussione sui valori.