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    Una «inutile strage»

    Benedetto XV e la Prima guerra mondiale

    John Pollard 

    benedettoxv

    In svariate occasioni, nel corso della Prima guerra mondiale, papa Benedetto XV condannò il conflitto, definendolo una «inutile strage». La sua profonda repulsione nei confronti della guerra, riassunta in questa definizione, è stata tale dal momento in cui il conflitto ebbe inizio e ha determinato l'indirizzo dei suoi numerosi tentativi diplomatici di pace, in particolare la lettera dell'1 agosto 1917, inviata ai capi dei popoli belligeranti, nell'intento di condurli al tavolo dei negoziati.1 Motivò anche le sue iniziative umanitarie destinate ad alleviare la sorte delle vittime, sia tra i prigionieri di guerra sia tra i civili, lungo tutto il corso delle ostilità. Di fatto, la maggior parte del breve pontificato di Benedetto XV - quattro dei sette anni e mezzo - si svolse all'ombra della guerra, giacché egli venne eletto il 3 settembre 1914, appena un mese dopo, o poco più, l'inizio del conflitto.
    La scelta di Giacomo Della Chiesa, arcivescovo di Bologna, nominato cardinale solamente quattro mesi scarsi prima del conclave del 1914, può essere attribuita in gran parte al suo lavoro pregresso nella curia romana e alla sua esperienza nella diplomazia pontificia. Nell'estate del 1914 l'influenza diplomatica vaticana aveva raggiunto il punto più basso per l'epoca moderna. Sebbene godesse di rapporti cordiali con la Baviera, la Prussia e l'Impero austroungarico, il cuore della successiva "Triplice alleanza", dall'altra parte aveva interrotto le relazioni con tre delle grandi potenze che avrebbero costituito l'Intesa - Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti - mentre quelle con la quarta potenza, la Russia zarista, erano tese. Il predecessore di Benedetto XV, Pio X, e il suo segretario di Stato, il cardinale Rafael Merry Del Val, non riuscirono pertanto a esercitare alcuna influenza sulle manovre diplomatiche durante la crisi del luglio 1914. Ai cardinali riuniti in conclave nel settembre 1914 sembrò essenziale, perciò, eleggere un papa esperto di diplomazia e in grado di riaffermare l'influenza della chiesa per il bene del mondo. 

    LE INIZIATIVE DI PACE DI BENEDETTO XV

    Benedetto XV non li deluse. Nella prima dichiarazione pubblica, sei giorni dopo l'elezione, l'esortazione apostolica Ubi primum [datata 8 settembre 1914], nello stigmatizzare la guerra come punizione divina per i peccati, egli si appellava alle nazioni belligeranti perché deponessero le armi e assumessero decisioni di pace. Ripeté la supplica nella sua prima appassionata enciclica, Ad beatissimi apostolorum, datata 1 novembre 1914. In quel momento la Prima guerra mondiale si era già trasformata in una lunga e sanguinosa guerra di logoramento, in particolare nelle trincee del fronte occidentale, e nessuno poteva credere sul serio che «sarebbe finito tutto entro Natale». L'analisi delle cause del conflitto condotta da Benedetto XV comprendeva la tesi che esso fosse il risultato dell'allontanamento dell'uomo da Dio e del rifiuto di Cristo e della sua chiesa. Ma l'enciclica osservava anche con perspicacia che il conflitto non era dovuto semplicemente a un nazionalismo esasperato, bensì che «gli odi di razza sono [stati] portati al parossismo». Così Benedetto XV fu tra i primi ad accorgersi che le vicende internazionali in Europa subivano l'influenza di idee appartenenti a una lotta razziale e sociale darwiniana, principalmente fra teutonici e slavi, e cioè fra tedeschi e russi. Sebbene, in Ad beatissimi apostolorum, egli osservasse anche che «altre vie certamente vi sono, vi sono altre maniere, onde i lesi diritti possano avere ragione», in quel momento non offrì delle basi concrete e pratiche per un negoziato di pace.
    Dal 1915 in poi, tuttavia, mise in atto diverse iniziative diplomatiche per portare alla pace o almeno per arrestare il dilagare della guerra. Nell'aprile e nel maggio 1915, per esempio, cercò di operare come intermediario tra l'Austria-Ungheria e l'Italia per evitare che la seconda dichiarasse guerra alla prima; tra fine 1916 e inizio 1917 si adoperò come tramite fra alcune potenze dell'Intesa e il nuovo imperatore, Carlo I d'Austria, e nella primavera del 1917 si appellò al presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson nel tentativo di prevenire l'entrata in guerra dell'America.
    Il tentativo più audace e più noto per fermare il conflitto giunse nell'agosto del 1917. Dopo aver inviato mons. Eugenio Pacelli (che poi divenne papa Pio XII) in qualità di nunzio in Germania per sondare gli animi nel paese, egli pubblicò la succitata lettera di pace, che conteneva alcune proposte-chiave come base concreta per i negoziati di pace: la restaurazione della forza morale del diritto internazionale, il disarmo reciproco, l'arbitrato internazionale delle dispute, la libertà di navigazione dei mari, la rinuncia di ogni parte ai risarcimenti di guerra, l'evacuazione e la restituzione dei territori occupati e la negoziazione conciliatoria delle rivendicazioni territoriali tra parti avverse. Ma la risposta delle nazioni belligeranti fu negativa: nessuna delle parti sentiva maturi i tempi per un'iniziativa di pace. In particolare Woodrow Wilson accolse il messaggio in modo critico e distaccato, e ciò si rivelò determinante nell'assicurare il fallimento delle proposte di pace di Benedetto XV, perché ormai gli Stati Uniti erano entrati in guerra e le altre potenze dell'Intesa dipendevano sempre più dal contributo americano allo sforzo bellico. Il pontefice fu profondamente deluso dal fallimento della sua missiva di pace e dalle reazioni pubbliche che ottenne: in Francia venne denunciato come «il papa crucco (le pape boche)», un titolo dispregiativo riferito ai soldati tedeschi nella Prima guerra mondiale; in Germania venne definito «il papa francese (der französische Papst)»; e in Italia, addirittura, «Maledetto XV» (un gioco di parole tra "maledetto" e il nome da lui scelto, "Benedetto").

    GLI OSTACOLI ALL'OPERA PAPALE DI PACIFICAZIONE DURANTE LA GUERRA

    Vi furono diversi ostacoli al successo del ruolo pacificatore del Vaticano durante la Prima guerra mondiale, alcuni dei quali autoimposti. Occorse del tempo per uscire dall'isolamento diplomatico in cui Pio X aveva lasciato il Vaticano, sebbene le urgenze della guerra lo rendessero gradualmente possibile poiché sia le potenze belligeranti, come la Gran Bretagna, sia quelle neutrali, come la Svizzera e i Paesi Bassi, ricercarono dei legami più stretti con la Santa Sede, la quale si era dichiarata neutrale e imparziale nel conflitto.
    La stessa collocazione geografica dello Stato vaticano all'interno dell'Italia, con la quale non intratteneva relazioni diplomatiche, si rivelò uno svantaggio ulteriore. Quando l'Italia aprì le ostilità contro l'Austria-Ungheria e la Germania, le ambasciate di quei paesi presso la Santa Sede furono esiliate da Roma a Lugano, in Svizzera, intralciando ulteriormente le comunicazioni diplomatiche, e Sydney Sonnino, ministro degli esteri italiano, rese le cose ancor più difficili per Benedetto XV insistendo per l'inserimento di una clausola nel Trattato di Londra del 1915 (che definiva i termini entro i quali l'Italia si univa a Gran Bretagna, Francia e Russia nella lotta contro gli Imperi centrali) che precludeva la partecipazione del pontefice a una eventuale conferenza di pace.
    Vi era inoltre il problema - visto e considerato che il Vaticano con Benedetto XV aveva i propri interessi, i propri "obiettivi bellici", per così dire - che non potesse essere del tutto "imparziale". Infatti sperava di beneficiare, grazie ad un qualunque trattato di pace susseguente, della riconquista di almeno una parte della sovranità territoriale dei papi, persa quando l'esercito italiano era entrato a Roma nel settembre del 1870. Nutriva anche un grande interesse per la sopravvivenza dell'Impero austroungarico, ultima grande potenza cattolica in Europa e baluardo contro la Russia ortodossa. Il timore di una riscossa dell'ortodossia indusse il segretario di Stato di Benedetto XV, il cardinale Pietro Gasparri (si presume con il consenso del pontefice), a tentare di persuadere il Comando supremo tedesco a compiere degli sforzi particolari per fermare l'avanzata russa su Costantinopoli nell'aprile 1916. Fino al novembre 1918, Benedetto XV e Gasparri cercarono di ottenere il sostegno americano per impedire la totale disfatta militare e il collasso dell'Impero austroungarico.

    L'ISPIRAZIONE PER LA POLITICA DI PACE DI BENEDETTO XV

    Quale fu la fonte d'ispirazione definitiva per gli sforzi umanitari e di pace di papa Benedetto XV? Possono venire ascritti soprattutto a un sentimento travolgente di carità e compassione cristiane: Benedetto XV si indignò in particolar modo per i nuovi modi di guerreggiare introdotti tra il 1914 e il 1918, come gli orrori della guerra in trincea, l'attacco con siluri alle navi passeggeri e mercantili, il bombardamento aereo delle città e delle popolazioni civili. Si può perciò sostenere che gli sforzi profusi dal pontefice per la pace scaturirono tanto dalla sua esperienza pastorale (era stato, per sei anni e mezzo, arcivescovo di Bologna, una delle maggiori e più complesse diocesi in Italia) quanto da quella diplomatica. Vi era inoltre la questione della giustizia: tema ricorrente nelle numerose dichiarazioni di Benedetto XV sulla guerra e, nondimeno, sul processo di pacificazione che ebbe inizio nel 1919, era la necessità di giustizia in quanto unica base sicura per una pace duratura. Tuttavia le sue dichiarazioni non offrono alcun fondamento logico e teologico particolarmente elaborato al ruolo del Vaticano in tempo di guerra. D'altro canto, i cattolici di entrambe le parti del conflitto invocarono inevitabilmente la teoria della "guerra giusta" a sostegno delle loro ragioni sin dall'inizio delle ostilità, tanto che sia i cattolici tedeschi sia quelli francesi inviarono delle lettere di giustificazione ai cardinali riuniti in conclave nel settembre 1914. Di conseguenza, il fatto che milioni di cattolici combattessero da entrambe le parti mise il papa in una posizione difficile per tutta la durata delle animosità. Infine, essendo in sostanza degli statisti di stampo conservatore, il pontefice e il suo segretario di Stato erano molto preoccupati per le conseguenze economiche e sociali della guerra a livello nazionale: da qui proviene l'altra famosa definizione data da Benedetto XV della Prima guerra mondiale come «suicidio dell'Europa civile». Questa preoccupazione si fece sempre più pressante dopo le due rivoluzioni in Russia nel 1917.
    Mentre la guerra avanzava, anche il segretario di Stato vaticano si ritrovò nella posizione scomoda di destinatario di dozzine di proteste da entrambe le fazioni contro i "crimini di guerra" presumibilmente commessi dalla controparte. La Santa Sede non possedeva dei tribunali in grado di operare come avrebbero poi fatto il Tribunale di Norimberga o la Corte internazionale per i crimini contro l'umanità. E comunque, il pronunciarsi in un modo o nell'altro sui presunti crimini di guerra avrebbe invalidato le affermazioni di neutralità del Vaticano. Tuttavia questo non impedì a Benedetto XV di intrattenere una corrispondenza con il sultano ottomano (per protestare circa lo sterminio degli ultimi sudditi armeni, il primo grande genocidio del XX secolo) e con gli alleati del sultano, gli imperatori austroungarico e tedesco. Come conseguenza, Costantinopoli (l'attuale Istanbul) possiede l'unica statua di Benedetto XV fuori dall'Europa. In aggiunta, il pontefice spese l'enorme somma di 80 milioni di lire in aiuti umanitari devoluti sia ai soldati che ai civili, compreso l'invio dei prigionieri di guerra di entrambe le fazioni, malati e feriti, in Svizzera perché si ristabilissero, nonostante così si sollevassero contro di lui delle accuse infondate di aver mandato in bancarotta la Santa Sede.

    L'EREDITÀ DI BENEDETTO XV

    L'eredità di Benedetto XV è sopravvissuta per quasi un secolo. Il suo diretto successore, Pio XI, e il segretario di Stato che questi ereditò da Benedetto XV, il cardinale Gasparri, sostennero in modo attivo la ricerca della pace e della sicurezza in Europa nel corso degli anni Venti - politica che Pio XI continuò a seguire con Eugenio Pacelli come segretario di Stato dal 1930 in poi. Quando Pacelli divenne papa, nel marzo 1939, si servì della diplomazia vaticana con diversi tentativi volti a preservare la pace fino al momento in cui Hitler non dichiarò guerra alla Polonia ai primi di settembre. Inoltre, seguì l'esempio di Benedetto XV costituendo un Ufficio informazioni vaticano che aiutasse a rintracciare i prigionieri di guerra e i civili dispersi, e promosse degli sforzi ancora maggiori per gli aiuti umanitari durante il corso della Seconda guerra mondiale e anche dopo.
    A partire dal 1945, i pontefici che vennero dopo Pio XII si sono serviti della loro influenza per sostenere i tentativi di pace - come Giovanni XXIII durante la crisi missilistica di Cuba del 1962, Paolo VI con la guerra del Vietnam a fine anni Sessanta e Giovanni Paolo II durante le guerre del Golfo e in Iraq. Così, il continuo e attivo ruolo diplomatico svolto dalla Santa Sede nelle vicende mondiali a sostegno della pace rappresenta l'eredità più preziosa e duratura del breve regno di Benedetto XV.

     

    NOTE

    1 [Cf. in Acta Apostalicae Sedis IX (1917) 421-423].


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