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    Antonio e Maria. Storie (di vita vera)


    Enzo Pappacena

    (NPG 1995-07-71)


    Se per una volta trovi il coraggio di spingerti un po' più in là dei confini tracciati dai rumori e dai bagliori di una civiltà che ti regala l'illusione di respirare pienamente la tua vita; se hai il coraggio di attraversare il luccicante fiume del benessere nelle cui acque ti rispecchi ogni mattina, scoprirai allora di aver raggiunto la terra dell'altro. In quella terra un giorno ho incontrato due angeli senza ali e vesti candide. I loro nomi: Antonio e Maria. Davanti al portone della scuola, vestiti con miseri panni, si tenevano per mano aspettando il suono della campanella. Gli altri bambini si mantenevano a distanza, secondo le rigorose direttive dei genitori. Poi tutti nei banchi. E anche lì i due fratellini erano insieme, ma sempre soli. Antonio, il maggiore dei due, con i suoi nerissimi capelli e i suoi occhi che spiccavano sul viso pallido e smunto, mostrava i segni di una sofferenza precoce. Maria, con la sua lunga treccia e i suoi otto anni, timida nascondeva il sorriso più innocente del mondo. «Non si avvicini molto» mi sussurrò la bidella e con espressione disgustata aggiunse: «Hanno le zecche!». Con la tristezza nel cuore, chiesi all'insegnante di poter portare i due bambini giù nel giardino della scuola. Insieme ci scaldammo al tiepido sole primaverile, unico ristoro in quell'umano grigiore. Giocammo un po' e subito tra di noi nacque una tenera amicizia. Curiosi, mi ascoltavano mentre raccontavo loro una storia. Poi una corsa lungo il viale per sentirli ridere e gridare e perché la loro fanciullezza potesse esplodere e risuonare tutt'intorno. «Abitiamo là in fondo, a due passi dalla strada» disse Antonio indicandomi con la mano una casa bassa senza intonaco. «Non c'è luce da noi... ci illuminano i fari delle macchine che passano. Poi, quando ad una certa ora non passa più nessuno, andiamo a dormire». Antonio parlava ed era sereno, mentre la piccola Maria ascoltava stringendomi la mano. «Che lavoro fanno i vostri genitori?» domandai ai due piccoli. Ed il ragazzo di colpo si rattristò. Scese il silenzio tra di noi, un silenzio carico di miseria e vergogna, macigni insopportabili per due dignitosi ed innocenti fanciulli. «Vediamo chi arriva prima al canneto!» gridai per rompere il terribile imbarazzo. Una nuova corsa verso le dimensioni del sogno e del gioco, dove la vita assume i colori dell'arcobaleno e il sorriso copre le asprezze della realtà. Seppi solo più tardi, dalla bidella, del dramma di Antonio e Maria, nati in una povera casa di campagna inghiottita dalla miseria e dalla sporcizia. La madre, bollata da un destino crudele, ogni sera vendeva piacere per sfamare le sue incolpevoli creature. E Antonio e Maria erano figli di queste sere. Somigliavano un po' a tutti, ma il loro candore non apparteneva a nessuno. I due bimbi giocavano scalzi davanti all'uscio di casa ed una pecora, un cane, un galletto e un gatto erano gli unici amici che riempivano il giorno. Ogni tanto Antonio da solo si arrampicava su di un albero alto e da lassù guardava lontano. Guardava le luci del mio paese e sognava e sperava. Forse oggi che sono lontano spera anche in me. Ma gli spezzerei il cuore se gli dicessi che, pur avendo portato il suo caso nelle sedi competenti della società cosiddetta civile, non ho ricevuto altra risposta che una falsa pietà ammantata di promesse non mantenute.


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