Il Vaticano II: un Dio di vita per tutti

I grandi temi del Concilio /9

Luis A. Gallo

(NPG 2001-01-52)


La storia attesta che più di una volta le religioni sono state fonti di guerre fratricide in ragione del loro differente modo di concepire Dio, e che nel nome del proprio Dio hanno perseguitato, combattuto e perfino annientato quelli che ne veneravano un altro o altri. A questa constatazione storica non sfugge purtroppo neanche il cristianesimo. I tempi però sono cambiati, e con essi anche l’atteggiamento della Chiesa. Pure di questo cambiamento si fece eco e promotore il Vaticano II, rivedendo prese di posizione dottrinali e pratiche di altri momenti.

Il rapporto con le altre religioni in passato

Come si desume dalla lettura della Bibbia, già il popolo d’Israele, in certi momenti della sua storia, trasse delle false conclusioni dal fatto che Dio l’avesse eletto come «suo» popolo, facendo con lui un’alleanza mediante la quale l’aveva vincolato strettamente a Sé e l’aveva convertito in un popolo «santo», ossia «separato» dagli altri e riservato esclusivamente per Sé. Da quest’iniziativa di Dio era scaturita nel popolo una coscienza élitista, che lo portava a dividere il mondo in due: «gli altri» erano ritenuti non-popolo di Dio, esclusi dalle sue benedizioni e dalla sue promesse. Qualcosa come la spazzatura del mondo. In questo modo, l’espressione «YHWH, Dio d’Israele», frequentissima nell’A.Testamento, era segnata da una certa connotazione negativa nei confronti dei non-ebrei. Il fatto che questi ultimi fossero ritenuti degli adoratori dei falsi dei, portò Israele, soprattutto negli ultimi secoli prima di Cristo in cui il suo monoteismo era ormai maturo e pienamente consapevole, a disprezzarli profondamente. Il semplice contatto con essi era ritenuto causa d’impurità rituale (cf At 10,28).
In realtà, come fanno notare gli studiosi della Bibbia, l’elezione d’Israele da parte di Dio non era fine a se stessa, ma mirava invece a fare del popolo ebraico uno strumento della sua benedizione per il mondo intero. Furono soprattutto i profeti a fargli prendere coscienza che JHWH era il Dio di tutti, appunto perché era il Creatore di tutto e di tutti, e che la sua promessa di benedizione e di vita si estendeva all’umanità intera. Libri come quello di Giona, inviato a predicare la conversione e la salvezza proprio a Ninive, la capitale del popolo che un tempo aveva dominato e oppresso Israele, ne sono una chiara conferma (Gn 4,10-11). Lo stesso si può dire di altri testi biblici, tra i quali spiccano, da questo punto di vista, quelli del profeta Isaia (Is 25,6-7; 51,4-5; 52,10; 56,7; ecc.).
Nel nuovo Israele, la Chiesa cristiana, avvenne più di un volta qualcosa di simile a ciò che era avvenuto nel popolo dell’antica alleanza. La coscienza di essere «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» con il sangue prezioso di Gesù Cristo (1Pt 2,9; 1,19), portò i cristiani a sentirsi gli unici destinatari dell’amore e della benedizione di Dio, e gli unici a praticare la vera religione e ad adorare il vero Dio. La conseguenza fu che le altre religioni furono da essi viste come opera del diavolo. Soprattutto a causa della loro adorazione degli idoli. Ne è una palese riprova il modo in cui agirono i missionari che, pieni di santo zelo, si portarono nelle zone ancora non evangelizzate, nelle quali era ampiamente diffusa una religiosità di tipo politeista. Lottarono strenuamente, e in certi casi fino all’eroismo del martirio, per debellarla, forti della convinzione che in tal modo annientavano il regno del diavolo e impiantavano quello di Dio. Non mancarono certamente eccezioni a questo modo di agire. Il caso di Matteo Ricci con il suo tentativo di calare la fede nella religiosità e nella cultura cinese fu, verso la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, una di esse, profeticamente precorritrice dei tempi. Ma, come successe spesso con i profeti, il suo tentativo fu apertamente osteggiato, e infine respinto.

Rinnovamento di una prospettiva

Recentemente le cose sono andate prendendo un’altra piega. Si è andata sviluppando nella Chiesa una coscienza differente, più sensibile ai valori positivi presenti nelle altre religioni. Si produsse così un ritorno dell’antico tema dei «semi del Verbo» dispersi ovunque nel mondo, enunciato già nei primi secoli del cristianesimo da una certa corrente di pensatori cristiani. Tertulliano, ad esempio, arrivò a dire che l’anima umana è «naturalmente cristiana». E alcuni Padri della Chiesa evidenziarono la presenza dello Spirito di Dio perfino negli scritti di alcuni filosofi pagani.
Questo ritorno trovò accoglienza anche nei documenti del Vaticano II. La Costituzione Lumen Gentium, per esempio, dice, parlando dell’attività missionaria della Chiesa: «Con la sua attività essa [la Chiesa] fa in modo che ogni germe di bene che si trova nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e nelle culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio, per la confusione del demonio e la felicità dell’uomo» (n. 17).
Si è molto lontani, con queste affermazioni, da quella prospettiva missionaria poco sopra ricordata. Non solo non si vede nei riti e nelle culture dei popoli da evangelizzare delle manifestazioni diaboliche, ma si presuppone l’esistenza in essi di germi di bene che devono venir raccolti, e poi, dove ciò sia necessario, ulteriormente purificati, elevati e perfezionati dai missionari. Le religioni non cristiane non sono dunque un qualcosa di interamente negativo; in esse c’è del vero e del bene.
Qualcosa del genere, e forse ancora più chiaramente accentuato, si ritrova nel documento Ad Gentes sulle missioni. Vi si legge: «Tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una nascosta presenza di Dio, in mezzo alle genti, essa [la Chiesa] lo purifica dalle scorie del male e lo restituisce al suo autore, Cristo, che rovescia il regno del demonio ed allontana la multiforme malizia del peccato. Perciò quanto di bene si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti particolari e nelle culture dei popoli, non solo non va perduto, ma viene sanato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio» (n. 9).
Il testo, come è facile percepire, fa ancora un passo avanti nei confronti di quello precedente, poiché sostiene la presenza non solo di germi di bene in mezzo ai popoli non cristiani e alle loro religioni, ma anche della verità e della grazia. Dio stesso, dice, è presente, sia pur nascostamente, in mezzo ad essi. Ed è presente perfino con la sua grazia. Non sono, quindi, dei popoli esclusi dal suo amore e dalla sua benevolenza, non sono in preda solo al diavolo, ma viceversa sono oggetto della sua compiacenza, dal momento che sono, a modo loro, nella sua grazia. Quel modo di pensare il mondo spaccato in due, in cui da una parte c’era la Chiesa, ricettacolo esclusivo della grazia divina, e dall’altra il resto del mondo, dimora del diavolo e del peccato, resta così totalmente superato.
Tutto ciò trova una ancora maggior trasparenza nella dichiarazione Nostra Aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, un documento che appunto perché propone una novità difficilmente prevedibile qualche decennio fa, provocò delle riluttanze in alcuni ambiti ecclesiali. Si leggono in esso queste parole cariche di conseguenze, che fanno da principio-guida di tutto il breve ma denso documento: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni [quelle che si trovano nel mondo intero]. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (n. 2).
Similmente a come aveva fatto quello sulle missioni, il testo citato riconosce l’esistenza della verità nelle religioni non cristiane, ma va ancora oltre. Ammette, infatti, la presenza della santità in esse. Difficilmente si poteva dire qualcosa di più alto nei loro confronti: in esse c’è della santità, del giusto rapporto cioè con Dio, che è il solo Santo. Esse sono, quindi, delle strade che portano a Lui, e quindi sono degne di rispetto e di deferenza.
Interessanti sono, inoltre, il fondamento che il documento appone a tale affermazione, e la conseguenza che ne trae. Il fondamento è il fatto che tutti i popoli hanno la stessa origine, che è l’unico Dio, e tutti hanno anche lo stesso fine, che è la realizzazione del suo disegno universale di salvezza, al quale tutti senza eccezione sono chiamati (n. 1). La conseguenza è che non si può invocare questo unico Dio come Padre, se ci si rifiuta di comportarsi da fratelli verso gli altri, che sono creati a sua immagine (n. 5). L’unicità di Dio fonda, quindi, la fraternità universale, che scarta ogni discriminazione e ogni esclusione.

Dio degli atei

Il Vaticano II ha ribadito così un’idea in realtà già presente sin dalle prime pagine della Bibbia, e cioè che l’umanità è una sola famiglia, e che tutti gli uomini sono figli suoi. Egli li ama tutti, e li vuole tutti senza eccezioni partecipi della sua vita e della sua felicità. Perciò li ha chiamato all’esistenza. Essi, da parte loro, proprio perché nutrono nel loro cuore la nostalgia di Dio e hanno il cuore irrequieto finché non lo trovano (S. Agostino), cercano Dio «come a tentoni», secondo l’espressione di S. Paolo nel suo discorso all’areopago di Atene (At 17,27). Le diverse religioni del mondo sono fondamentalmente espressioni di tale ricerca, al di là delle deviazioni che possono comportare. Il cristianesimo è convinto di aver trovato la strada giusta per arrivare a Lui, grazie alla mediazione di Gesù Cristo, la Parola definitiva di Dio su Se stesso (DV 2.4), ma questo non lo porta a misconoscere la validità delle ricerche altrui. Se in qualche momento l’ha fatto, ora nel Vaticano II si ricrede.
Ma c’è ancora nelle riflessioni conciliari qualcosa in più che getta una luce sull’odierna situazione, così diversa da quella di altri tempi in cui tutta l’umanità era, pur nella vasta varietà dei modi, religiosa. Un’ondata di ateismo ha attraversato – e attraversa tuttora in parte – il mondo. Non sono pochi gli uomini e le donne che, per svariati motivi d’indole psicologica o sociologica, non arrivano all’accettazione di Dio, o l’abbandonano. Da tale ateismo deriva in alcuni casi una vita poco degna di un essere umano, poiché porta a disprezzare la vita e la dignità propria e degli altri; ma altre volte esso si accompagna invece con una condotta degna di ogni rispetto.
Il Vaticano II ha preso in considerazione tale situazione, e l’ha fatto in maniera anche particolarmente innovativa. Mentre, infatti, una linea tradizionale di pensiero non esentava gli atei dal peccato, e attribuiva la loro presa di posizione a fattori negativi di ordine morale, il Concilio sostiene invece che anch’essi possono essere nella retta via che conduce alla salvezza, ed essere accompagnati dalla grazia divina. Sono queste le sue parole nella Costituzione Lumen Gentium: «Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro, è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione al vangelo, e come dato da Colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita» (n. 16).
È chiaro che coloro a cui si fa riferimento sono i «senza Dio», ossia quelli che non sono arrivati, senza colpa personale, al riconoscimento della sua esistenza e, malgrado ciò, cercano di vivere una vita retta. Di essi il testo afferma diverse cose. La prima è che, pur essendo atei, possono condurre una vita retta. La seconda è che la grazia divina agisce nei loro cuori, dal momento che li sostiene nel loro sforzo per condurre quel tipo di vita. La terza, che essi si trovano sulla strada che li porta alla salvezza, una strada che, come si vede, non è il cristianesimo e neanche la religiosità, poiché sono atei. La quarta, che in essi c’è la presenza del bene e della verità, e che tale bene e tale vero sono come delle testate d’angolo alle quali si può allacciare il vangelo.
Ma è soprattutto la frase finale quella che dà fondamento a tutto quanto viene detto prima. Vi si afferma che Colui che illumina ogni uomo, cioè Cristo, secondo il prologo del vangelo di Giovanni (Gv 1,9), lo fa perché vuole la sua vita. Naturalmente, dietro a Cristo c’è Colui che lo ha inviato al mondo con questa missione, ossia Dio, il Padre suo e di tutti. In questo modo il Concilio, facendosi eco della rivelazione evangelica, rende manifesto il vero volto di Dio: Egli è Colui che vuole la vita di tutti e ognuno degli esseri umani, senza eccezione, e che a tale scopo ha indirizzato tutto ciò che fa sin dall’inizio della creazione.