Animatori della liturgia o dell’assemblea?

Un ruolo (alle prese) con tante sfide

Manlio Sodi

(NPG 2004-05-04)


Tra le numerose forme di animazione che coinvolgono i giovani come “destinatari” o che li chiamano in causa come “attori” si pone quella relativa alla preghiera e alla liturgia in particolare. La rivista NPG ha sempre avuto l’obiettivo di porsi nella specifica prospettiva di orientare alla formazione degli animatori nei più diversi ambiti. Quanto ora proposto viene a colmare sicuramente un’attesa.
Il fatto o l’evento liturgico costituisce di per sé un’esperienza unica rispetto a tante altre in ambito ecclesiale, in quanto ciò che si compie nella celebrazione attua la realtà del simbolo in modo preminente. La celebrazione, infatti, per sua natura ha la capacità di unire la realtà di vita di un gruppo o di una comunità in cammino, con la Trinità Ss.ma: dunque l’elemento umano con il divino, e viceversa. Questo dato di fatto impegna il formatore sul versante dell’animazione, domandandogli un insieme di competenze così vasto quanto variegato è l’ambito della esperienza della preghiera e soprattutto della liturgia.
Gli elementi che seguono pongono in evidenza una serie di puntualizzazioni finalizzate alla realizzazione di un’esperienza sempre più piena di vita “nello Spirito” attraverso l’animazione liturgica.

Dati di fatto

Nell’ambito della esperienza cristiana, il primo incontro con il contenuto della fede è assicurato, in genere, dal dato biblico. L’accoglienza di quei contenuti avviene nelle circostanze più diverse (si vedano tutti gli ambiti propri dell’apostolato biblico), anche se l’educatore ha ben presente che il primo e primordiale annuncio della Parola di Dio è quello che si attua nella celebrazione. Ecco perché il primo dato di fatto che chiama in causa l’animazione liturgica richiede il confronto con una conoscenza del mondo della Bibbia. Pastorale, catechesi, spiritualità biblica, conoscenza dei linguaggi della rivelazione cristiana... sono tutti aspetti che stanno alla base di un’azione liturgica.
Ed è proprio in stretta relazione con la pastorale biblica che si pone quella liturgica; i due momenti per tanti aspetti corrono paralleli e sono chiamati continuamente ad interagire in forza di quel dato comune che permette alla Parola di Dio di essere continuamente viva ed efficace nel contesto sacramentale, e alla liturgia di trovare nella Parola rivelata il contenuto del suo “fare memoria”.
A partire da questa base comune si diversificano poi gli ambiti e le strategie di attuazione di un percorso entro cui le singole comunità di fede si collocano per realizzare, nel tempo, il proprio itinerario di fede e di vita. Itinerario determinato, nello specifico del contesto liturgico, da ritmi particolari che possono essere individuati fondamentalmente nella logica di un cammino di educazione alla preghiera, sempre coniugato con l’esperienza sacramentale e con le parallele scelte di vita morale, oltre che in costante sinergia con quel ritmo pedagogico unico determinato e sorretto dall’anno liturgico.
La pastorale liturgica, pertanto, deve tener presenti questi grandi ambiti e far interagire tutte le potenzialità ivi racchiuse in vista di facilitare l’incontro del Dio della vita con la vita del credente.
In tempi recenti – a differenza di una lunga tradizione ecclesiale che abbraccia quasi tutto il secondo millennio – la vita liturgica della comunità cristiana è stata interpellata da numerosi fattori che si sono condensati in primo luogo nella riflessione del Concilio Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium e altri documenti, e in secondo luogo in una serie di proposte, documenti, sfide, attese, avvenimenti ecclesiali, prospettive... che dal Vaticano II in poi hanno avuto uno sviluppo prima impensabile. [1]

Il senso “liturgico” delle Costituzioni conciliari

La traccia sicura e più immediata per accostare in sintesi il progetto storico-salvifico del Dio dei cristiani (e quindi della Chiesa) è quella riproposta dalla Chiesa nell’avvenimento del Vaticano II principalmente nei quattro documenti costituzionali che, sia singolarmente che ancor più globalmente considerati, costituiscono “la chiave interpretativa degli altri decreti e dichiarazioni” (Sinodo 1985) dell’assise ecumenica e quindi dell’azione della Chiesa nel nostro tempo. Il Sinodo straordinario del 1985 non è che un’ulteriore conferma e più approfondita presa di coscienza da parte di tutta la Chiesa di questa realtà quando sintetizza l’intero percorso nel titolo del Documento finale: “La Chiesa, nella Parola di Dio celebra i santi misteri, per la salvezza del mondo”.

Un culto in spirito e verità (la Sacrosanctum Concilium)

Il Vaticano II ha dedicato al culto tutta la prima parte dei suoi lavori, nella consapevolezza che un rinnovamento adeguato della Chiesa non poteva che partire da quello che è il cuore stesso della Chiesa, la fonte da cui attinge energia e vita per ogni sua attività e insieme termine di confronto per ogni iniziativa che tenda a realizzare l’incontro tra l’uomo e Dio, e viceversa.
Dalla SC emerge in modo immediato come la riflessione conciliare si sia situata entro una prospettiva di storia di salvezza. Il discorso cultuale della SC considera infatti “il mistero nascosto da secoli in Dio” (Col 1,26) progressivamente preparato e finalmente rivelato e attuato da Dio Padre nella storia dell’uomo “quando venne la pienezza dei tempi” (Gal 4,4).
La missione che il Padre ha affidato al Cristo e che Cristo ha portato a compimento nella sua persona, questa stessa missione Cristo l’ha affidata alla Chiesa “mirabile sacramentum”: espressione che riafferma che Cristo è il primo e primordiale sacramentum da cui deriva il sacramentum generale che è la Chiesa la quale si esprime, si manifesta e vive attraverso i sacramenta; per questo – e in questo senso – la Chiesa è segno di salvezza (sacramentum) e segno efficace. E tutto ciò lo attua attraverso la sua missione che SC 6 sintetizza in due aspetti strettamente correlati: annuncio del regno di Dio e attuazione di tale annuncio “per mezzo del sacrificio e dei sacramenti”.
L’insieme della prospettiva cultuale manifesta dunque una linea di incarnazione del progetto di salvezza nel tempo: tale linea ha un inizio, ha un compimento radicale nel sacrificio di Cristo, e da allora ha cominciato un compimento nei singoli, sempre per Cristo nello Spirito. Il tempo pertanto si rivela, sia da parte di Dio come da parte dell’uomo, la categoria di confronto personale e comunitario con la realtà divino-umana della salvezza.

Un popolo santo in cammino verso il Regno (la Lumen Gentium)

Trattando del mistero della Chiesa, la LG la presenta come “un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). L’esplicitazione di ciò mette in evidenza la prospettiva storica di tale mistero, così felicemente sintetizzata in LG 2: “I credenti in Cristo [il Padre] li ha voluti chiamare nella santa Chiesa, la quale, già prefigurata sin dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica alleanza, e istituita “negli ultimi tempi”, è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora [...] tutti i giusti, a partire da Adamo, “dal giusto Abele fino all’ultimo eletto”, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale”. Si tratta di un traguardo preordinato dal Padre (cf LG 2), la cui realizzazione passa attraverso la missione e l’opera del Figlio (cf LG 3) e che lo Spirito, santificatore della Chiesa, porta a compimento nei singoli (cf LG 4).
Lungo il tempo la vita del Cristo si fa vita dei credenti “attraverso i sacramenti” in quanto questi permettono un’unione arcana e reale con Cristo sofferente e glorioso: è quel cammino di conformazione al Cristo che i fedeli sono chiamati a realizzare “fino a che Cristo non sia in essi formato” (cf LG 7).

Un Dio che si fa conoscere e che parla nella storia (la Dei Verbum)

La prospettiva della DV riprende quella della SC e della LG quando ricorda che l’“economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi”; le opere infatti manifestano tangibilmente l’azione di Dio nella storia, e le parole aiutano a comprendere il senso profondo delle opere (cf DV 2).
È in questa linea che va dunque vista sia la fase della preparazione alla rivelazione evangelica (cf DV 3), sia la fase del compimento di questa in Cristo (cf DV 4). Proseguendo nella sua particolare ottica, il documento conciliare illustra quella che sopra è stata indicata come terza fase della salvezza: quella cioè dell’accettazione della rivelazione attraverso l’obbedienza della fede da parte dei singoli (cf DV 5) nel tempo della Chiesa.

Una Chiesa incarnata nella storia (la Gaudium et Spes)

L’ampia e articolata visione della GS aiuta a leggere e stimola a realizzare questa presenza e azione della Chiesa nella storia: nella storia dei grandi eventi come nella piccola storia di ogni giorno in cui l’uomo è chiamato a realizzarsi all’interno delle singole vicende umane. L’obiettivo è quello di mettere “a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare la persona umana... di edificare l’umana società. È l’uomo dunque, ma l’uomo integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà...” (GS 3).
All’uomo pellegrino nel tempo, alle prese con tutte le tensioni, le istanze, gli squilibri e le contraddizioni della storia e con gli interrogativi più profondi che attraversano la sua vita, si ripropone la realtà della Chiesa consapevole di essere questo popolo continuamente in cammino con Cristo e verso Cristo l’uomo nuovo, perché “solo nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”; solo Cristo “rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo” (GS 22).
L’attività umana nell’infinita variegatezza delle sue forme riacquista il significato originario di prolungamento dell’opera del Creatore, di “contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (GS 34). Una storia però che risulta “pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno” (GS 37); ma una lotta che è già contrassegnata da una soluzione “pasquale” da quando Cristo è “venuto ad abitare sulla terra degli uomini”, da quando Cristo è entrato “nella storia del mondo come l’uomo perfetto” (GS 38).
In questo cammino, in quest’opera di “liberazione” e di proiezione “nel futuro”, la Chiesa ha un pegno di speranza e un viatico: ciò che il Signore stesso “ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono tramutati nel Corpo e nel Sangue glorioso di Lui, come banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo” (GS 38). Il termine ultimo di questo cammino cronologicamente ci sfugge, ma ontologicamente è già nelle mani di ogni persona che realizza il regno di Dio nel suo oggi, finché questo “oggi” “non giungerà a perfezione con la venuta del Signore” (GS 39).

Gli aspetti che interpellano in modo più determinante l’ambito della pastorale liturgica possono essere sintetizzati attorno a questi due nuclei:
– da una parte si pone la sfida che proviene dalla liturgia, vista non tanto e solo come un’espressione rituale ma prima di tutto come l’opera della Trinità Ss.ma (cf CCC 1082) che agisce nel tempo attraverso il sacramento; ciò comporta – in chi è chiamato a fare pastorale – la responsabilità di acquisire competenze che permettano all’operatore di educare secondo i criteri di un progetto imperniato su quella storia della salvezza che continua ad attuarsi nel tempo mediante l’azione liturgica;
– dall’altra, emerge una serie di sfide e di interpellanze che chiamano in causa l’animazione, la catechesi, il linguaggio dei testi eucologici, l’educazione alla dimensione simbolica, il ruolo e la diversificazione dei linguaggi verbali e non verbali, l’attenzione alle leggi della comunicazione...: tutti aspetti che interpellano in maniera seria chiunque si ponga a operare in contesto di pastorale liturgica.
Come muoversi di fronte a queste sfide? Se da una parte si dà per scontata l’acquisizione di tutti quegli elementi che in qualche modo assicurano una formazione biblico-teologica di base (acquisizione, però, da non dare troppo per scontata negli operatori pastorali, a giudicare da scelte non sempre opportune che talora vengono fatte nell’intento di rendere comprensibile un aspetto o l’altro dell’azione liturgica); dall’altra resta la grossa responsabilità della formazione degli operatori pastorali a livello liturgico-celebrativo. Se il responsabile della comunità non è guidato da contenuti e da una criteriologia corretti, il rischio di una proposta diseducativa è sempre dinanzi; di conseguenza non si facilita quell’incontro tra il fedele e il Dio della vita attraverso quella esperienza così unica qual è quella che si attua nel contesto sacramentale.
Qui si pone pertanto il ruolo della ministerialità che dovrebbe essere assicurata dall’animatore. Una ministerialità che si pone almeno a due livelli: quella imprescindibile perché il sacramento si possa realizzare (costituita dal ruolo del diacono, e soprattutto del presbitero e del vescovo), e quella quanto mai auspicata, costituita dalla sinergia di tutti quei ruoli che sono affidati, per competenza, a persone diverse (si pensi al lettore, al cantore solista, ai membri del coro, ecc.).
Ponendoci pertanto in una linea di “progettualità” educativa e formativa si possono delineare alcuni aspetti che facilitino la realizzazione del piano di Dio nel cuore dell’uomo attraverso l’esperienza liturgica. Si tratta di dimensioni che, collocandosi in un ordine progressivo, si muovono dall’educazione alla preghiera e alla liturgia, per cogliere il ruolo e il segreto della responsabilità pastorale, in vista di una “vita nello Spirito” che costituisce il traguardo di ogni impegno formativo.

Chiamati in causa solo... perché giovani?

Nel campo della pastorale l’attenzione alla dimensione liturgica occupa un settore strategico, in quanto – come sopra accennato – è nel contesto liturgico-sacramentale che è destinato a realizzarsi l’incontro tra il Dio della vita e la vita di tutti i giorni di chiunque intenda porsi al seguito di Cristo Signore.
Fanciulli, ragazzi, giovani, adulti, anziani... per tutti la pastorale liturgica ha un’attenzione specifica, in quanto ogni categoria di destinatari richiede attenzioni specifiche in modo che l’esperienza del mistero sia facilitata dall’attuazione e dalla comprensione dei più diversi linguaggi celebrativi. Un esempio eloquente, al riguardo, viene dalla esperienza che è stata tenuta presente in un’opera significativa e innovativa, quella del Dizionario di omiletica. Qui l’attenzione ai destinatari è stata risolta con l’elaborazione di contributi adeguati; il loro elenco è già significativo delle attenzioni che vanno rivolte alle categorie di persone destinatarie del messaggio religioso, ma prima ancora destinatarie dell’esperienza liturgica. [2]

Destinatari o soggetti di animazione?

L’educatore per primo sa che la scelta non si pone nell’alternativa tra destinatari o soggetti, ma nel tener presenti i due ambiti, a seconda delle situazioni. Come ogni fedele, infatti, anche il giovane è destinatario di un lavoro di animazione.
Ciò comporta, però, a differenza di altre categorie di persone, attenzioni specifiche nell’educatore, in modo che la proposta offerta possa rispondere alle più diverse attese e sensibilità.
Situazioni, linguaggi, luoghi, occasioni di incontri... sono tutti elementi che in certo modo chiamano in causa le metodologie relative alla partecipazione all’azione liturgica, sia – prima ancora – ad un’educazione al fatto liturgico.

Una vocazione all’animazione

Il contesto che qui è tenuto presente si riferisce soprattutto al giovane soggetto dell’animazione. Possiamo identificare questo ruolo come una vera e propria “vocazione”.
Se da una parte si constata la disponibilità; dall’altra non sempre la preparazione è all’altezza delle attese e delle sfide. Per questo emblematica, al riguardo, appare l’icona di Emmaus; ripercorrerla è un’occasione per puntualizzare stile, metodologie e contenuti.

Emmaus: una metodologia per l’animazione pastorale

Tra i vari paradigmi che possono essere assunti o mutuati dall’esperienza del NT, quello di Emmaus appare strategico per quanto riguarda i contenuti, il metodo e la forma dell’animazione. Il fatto è raccontato da Luca che lo colloca all’interno di un gran giorno, quello della Risurrezione, e prima dell’Ascensione.

• “Due di loro” (v. 13): sono una parte della comunità; un cammino non si fa da soli: l’esperienza di fede va vissuta e condivisa, anche quando la speranza sembra venire meno;
• “erano in cammino” (v. 13): sulla via, alla ricerca della verità i due troveranno la vita e torneranno indietro per annunciarla; il percorso è lungo, non si fa in un momento; è importante “uscire” per rientrare e ritrovare se stessi;
• “conversavano di tutto quello che era accaduto” (v. 14): l’esperienza di fede non lascia mai indifferenti; talvolta la conversazione riprende nei momenti più impensati (qui però il verbo greco omileo – presente nel v. 14 e 15 – ha una valenza particolare per il significato cui rinvia nel contesto specifico della liturgia);
• “Gesù in persona si accostò e camminava con loro” (v. 15): è la pedagogia tipica dell’animatore che non impone una visione ma che “cammina con” chi ha già avuto il coraggio di muoversi, di uscire da se stesso per coronare un’attesa o una speranza. Accostarsi e camminare insieme: è la pedagogia che va assunta anche nell’azione liturgica (la storia ha esempi preziosi che oggi sono indicati da termini come “adattamento” e “inculturazione”...); pedagogia, per esempio, da seguire con i fanciulli (cf il Direttorio per le messe con i fanciulli), con i giovani... con gli adulti, secondo le diverse situazioni e circostanze;
• “camminava con loro” (v. 15): in un itinerario di fede non sempre si può pensare subito all’esperienza sacramentale. Il cammino per giungere alla partecipazione piena ai segni della Pasqua talora può essere lungo; ma l’animatore deve trovare il modo di camminare con chi sente il bisogno di uscire dalla propria terra. Qui s’inserisce la logica degli itinerari diversificati: il loro ruolo è imprescindibile data la diversità di percorsi spirituali e vitali;
• “ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (v. 16): il cammino di fede è sempre nella penombra; riconoscere il Salvatore implica da una parte entrare nella logica dei simboli dell’antica e della nuova Alleanza e dall’altra accettare di camminare... nella fede (cf gli esempi elencati in Eb 12). Riconoscere i simboli della presenza del Salvatore nella comunità cristiana implica entrare nelle logiche di quel linguaggio cultuale che è prima di tutto un linguaggio biblico. L’incapacità può essere determinata da diverse altre variabili che connotano la personalità del singolo;
• “ed egli disse loro” (v. 17): è l’animatore che prende l’iniziativa! L’animatore che ha timore di fare il primo passo non può giocarsi questo ruolo impunemente... L’attuazione del progetto pastorale non può fare a meno di animatori che sappiano il fatto loro non solo in ordine ai contenuti da condividere ma anche alle tecniche da mettere in atto; la proposta dell’animatore è sempre un prolungamento e un’attualizzazione di quell’iniziativa divina che caratterizza l’intera storia della salvezza;
• “si fermarono, col volto triste” (v. 17): la domanda provocatoria costringe a mettere a nudo una realtà, a suscitare un’ulteriore domanda da parte degli interlocutori che proseguono nel racconto di una “storia di vita” (cf vv. 18-24) “che riguarda Gesù Nazareno”, e che coinvolge anche l’esperienza di “alcune donne” e di “alcuni dei nostri”... Sembra un’esperienza rimasta a metà e per questo ha creato tristezza; manca ancora un’esperienza più piena della Risurrezione nei simboli della Parola e del Pane di vita;
• “sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!” (v. 25): la “storia di vita” dei due discepoli è stata privata di qualche parametro la cui acquisizione avrebbe permesso di ottenere una lettura più unitaria dell’intera vicenda...
• “e cominciando da Mosè spiegò loro...” (v. 27): è il ritorno al ruolo della storia e della profezia narrate nella Scrittura. Ogni esperienza religiosa, prima ancora di essere condensata ed espressa in un momento rituale, ha bisogno di una conoscenza delle Scritture, ma ad un livello tale da comprenderle in tutto “ciò che si riferisce a lui” e provocare quell’ardore del cuore nel petto...: un’espressione che fotografa non un’esegesi – o meglio un’ermeneutica (diermeneusen) – della pagina biblica senza rapporto con la vita, ma unita a questa e aperta all’esperienza liturgica e sacramentale per eccellenza, simboleggiata nello spezzare il pane; è una narrazione che suscita meraviglia e ulteriore attesa di volerne sapere ancora di più;
• “resta con noi perché si fa sera...” (v. 29): quando la provocazione è forte crea ulteriore attesa e suscita il bisogno di colmare le più diverse forme di declino, di smarrimento, di assenza di luce...
• “quando fu a tavola...” (v. 30): l’annuncio e l’approfondimento della Parola, unitamente ad una condivisione di vita si aprono all’esperienza sacramentale: “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”;
• “allora si aprirono i loro occhi” (v. 31): la scoperta avviene alla fine; non è immediata. L’esperienza sacramentale si colloca al vertice di un cammino, quando – proprio in forza del dinamismo sacramentale – si ricuciono i fili della propria “storia di vita”;
• “e lo riconobbero” nello spezzare il pane (v. 31): dal compimento del mistero pasquale in poi, fino al ritorno ultimo del Signore nella gloria, l’esperienza di riconoscere il Signore avviene sempre attraverso i simboli: quelli sacramentali – in particolare l’Eucaristia – costituiscono il vertice dell’esperienza religiosa; è qui che gli occhi continuano ad aprirsi – è il segno della liberazione – per leggere la presenza del Risorto nella propria storia di vita e in quella degli altri – è il segno dell’alleanza –;
• “non ci ardeva forse il cuore nel petto...” (v. 32): un’esperienza sacramentale quando è vera non lascia indifferenti; l’animatore pastorale sa quanto arduo sia individuare strategie che valorizzino tutti quegli elementi propri dell’animazione (scelta dei testi, delle musiche, dei canti, dell’ambiente, della coreografia... tutto va tenuto presente in un progetto armonico e unitario; ma l’input viene sempre dalla Parola!) per far sì che l’incontro tra il Dio della vita e il fedele nei santi segni sia vero e vitale;
• “e partirono senz’indugio...” (v. 33): un’esperienza religiosa forte non chiude mai in se stessi, al contrario apre agli altri, diventa contagiosa... tanto che si può riprendere il cammino anche se è sera;
• “fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti...” (v. 33): un’esperienza religiosa può essere realizzata in qualunque condizione e circostanza; ma quando è vera essa riconduce sempre verso quella Gerusalemme misticamente e realmente simboleggiata dal contesto parrocchiale e diocesano, dove si concretizzano i simboli della presenza prolungata degli Undici e si realizza l’incontro con “gli altri che erano con loro”;
• “dicevano... riferirono...” (v. 35): da persone sconfitte diventano annunciatori e testimoni; a loro volta diventano narratori di un’esperienza che poi è l’esperienza cui tutti anelano...; dall’esperienza “liturgica” si riparte per il servizio dell’evangelizzazione, per la catechesi, per il servizio ai fratelli;
• “ciò che era accaduto lungo la via” (v. 35): la “via” era stata il segno iniziale; ritornano sulla “via” per annunciare che Cristo è la “Via”: è un paradigma che racchiude una pedagogia cristiana globale in cui annuncio, approfondimento della Parola ed esperienza sacramentale costituiscono il vertice di un cammino di ricerca e insieme la fonte per riprendere lo stesso cammino ma con occhi e cuore rinnovati;
• “come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35): il racconto termina ancora con il riferimento esplicito all’Eucaristia indicata con uno dei due termini tecnici del NT: klasis tou artou.

Nell’elaborare strategie di animazione, la dimensione liturgica costituisce il punto d’incontro esperienziale tra una Parola di vita che è all’origine di qualunque “storia di vita” e la simbolizzazione della propria storia nel contesto dei segni sacramentali. Il substrato pedagogico del paradigma di Emmaus fa emergere un insieme di elementi che hanno come punti essenziali di intreccio la Parola, l’Eucaristia e la situazione della vita come momento che precede, che accompagna e che prolunga l’evento dell’incontro con il Risorto; con la differenza che il ritorno alla vita è caratterizzato da occhi e cuore nuovi, radicalmente diversi dal “prima” di tale esperienza!
Il paradigma è quanto mai emblematico in ordine alla metodologia pastorale di sempre, sia con giovani che con l’insieme della comunità parrocchiale, in quanto ci dà quegli essenziali punti di riferimento che caratterizzano il percorso della Chiesa e insieme ci offre una metodologia di accompagnamento nel cammino di fede e di vita di chiunque si ponga alla ricerca di segni del Risorto, contro i numerosi segni tipici della cultura di morte che avvolgono l’esistenza del fedele.

DALLE ESPERIENZE DI PREGHIERA ALL’ESPERIENZA DEL SACRAMENTO, VERTICE DELLA PREGHIERA

Educare alla preghiera è il primo passo dell’educazione alla liturgia.
Non si può dare una esperienza adeguata del sacramento se non si compie un cammino di educazione alla preghiera vista come prima risposta ad una proposta che deriva dall’incontro con il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo.
Al di là delle numerose definizioni di preghiera che possono rispecchiare le diverse forme con cui la persona si rapporta con il soprannaturale, anche in ambito cristiano la preghiera assume connotazioni variegate secondo l’atteggiamento spirituale del fedele, le sue motivazioni, il rapporto tra preghiera e vita, la relazione che intercorre tra preghiera personale e preghiera comunitaria.
L’odierno contesto culturale, soprattutto se visto nell’ambito giovanile, mostra un rinnovato interesse, e quindi un reale bisogno, per forme diversificate di ricerca dell’assoluto che talvolta rientrano nelle modalità e nelle metodologie proprie della preghiera.
L’educatore cristiano che per primo ha già fatto svariate esperienze di preghiera, e che si trova a dover svolgere il compito di formare alla preghiera, deve tener presenti almeno i seguenti ambiti.

Un quadro di riferimento

Il cammino di educazione alla preghiera va visto in un contesto ampio che sappia valorizzare le varie tappe che iniziano già con il fanciullo e l’adolescente, per continuare poi con maggior impegno differenziato con i giovani e gli adulti. Ciò richiede un atteggiamento di continuità della proposta educativa.
La continuità ha senso quando si pone all’interno di un quadro di riferimento cui converge e da cui prende significato lo specifico cammino educativo: l’ascolto della Parola e la vita sacramentale.
La prima è la base per le iniziali esperienze di preghiera (lode, ringraziamento, benedizione, supplica...; esempi eloquenti si trovano specialmente nei Salmi), e per le numerose altre occasioni legate ai pii esercizi. [3]
La seconda è già un’esperienza più “raffinata” e impegnativa di preghiera cristiana, in quanto il sacramento, l’anno liturgico, la liturgia delle Ore e le diverse espressioni della pietà popolare costituiscono ambiti privilegiati di forme di preghiera che realizzano – a seconda del loro specifico – un contatto più profondo con il Dio dell’alleanza.

La preghiera cristiana

In seguito alla prime esperienze educative familiari ed ecclesiali la persona percepisce sempre meglio che la preghiera cristiana è ascolto di Dio che parla; è contemplazione dei segni della sua presenza nei fratelli e nelle più diverse realtà; è dialogo con Chi, per primo, si è già mosso per venire incontro; è progressiva comunione con il Tutt’Altro che già è presente nell’intimo.
Alla precisazione dell’essenza della preghiera cristiana si accompagnano poi cinque interrogativi finalizzati a precisare meglio tutti gli aspetti:
• Chi prega? Ogni fedele che ha realizzato un minimo di conoscenza del Dio di Gesù Cristo.
• Come pregare? Le modalità sono diversificate; la storia arricchisce l’oggi con una pluralità di forme che rispondono all’ampia gamma di attese spirituali del singolo.
• Dove pregare? I luoghi sono in rapporto con le situazioni personali e le occasioni comunitarie e ufficiali.
• Quando pregare? La preghiera cristiana ufficiale ha, sì, dei ritmi orari, ma il fedele prega sempre quando fa delle scelte ordinarie della propria vita una risposta totalizzante al Dio dell’alleanza.
• Perché pregare? La comprensione delle dimensioni della preghiera cristiana offre la risposta più convincente (ascolto, contemplazione, dialogo, comunione, cristificazione, divinizzazione).

Alcuni punti fermi

Nell’ambito cristiano, anzitutto, il culmine e insieme la fonte della preghiera è l’Eucaristia, perché lì la proposta divina e la risposta umana trovano il loro punto di incontro. Non per nulla la Preghiera eucaristica – che racchiude tutti i temi della preghiera cristiana – è chiamata da sempre la prex, la “preghiera” per eccellenza. La valorizzazione di un testo, o anche solo di una parte di esso, come traccia di educazione alla preghiera, ha almeno tre vantaggi:
• un contatto con un testo proveniente da un substrato biblico: esso infatti richiama temi che stanno alla base della rivelazione e della salvezza cristiana;
• un’educazione a partire da un linguaggio che in qualche misura fa già parte di una certa formazione spirituale;
• un’esperienza che permette di far riemergere i contenuti ogni volta che un simile testo viene valorizzato nella celebrazione dell’Eucaristia. A livello contenutistico e metodologico abbiamo pertanto una confluenza di elementi che trovano la loro sintesi esperienziale sia nell’educazione alla preghiera sia nell’attuazione della preghiera per eccellenza qual è la celebrazione dell’Eucaristia.

Un’esperienza di preghiera a partire dalla Preghiera eucaristica

In un cammino di educazione alla preghiera, il testo della Preghiera eucaristica può offrire una traccia significativa per la sua ricchezza di temi e per il ruolo pedagogico e contenutistico che essa offre.
I temi della preghiera eucaristica costituiscono una traccia preziosa per educare alla genuina preghiera cristiana. Essi si muovono da un atteggiamento di “grazie”; un grazie che si innesta nel ricordo di avvenimenti significativi per la fede, e che si concentrano nel mistero di passione e di gloria del Cristo; da quell’avvenimento pasquale scaturisce il dono dello Spirito per il cui tramite è possibile “celebrare il memoriale” della prima Pasqua e renderne presenti in ogni tempo e situazione gli effetti salvifici.
È su questa certezza che si innesta un’ulteriore invocazione dello Spirito perché chi lo invoca possa essere sempre più popolo di Dio. In questa ottica la preghiera si innalza al Padre in comunione con la Vergine e i santi, nel ricordo dei defunti; e tutto è posto in una linea di dossologia che riporta tutto al Padre per Cristo nello Spirito. Questa è la struttura della Preghiera eucaristica; ed è a partire da una simile struttura che si può attuare una esperienza di educazione alla preghiera.
Il Messale Romano contiene ben 13 Preghiere eucaristiche; esse costituiscono la fase ultima di uno sviluppo di testi elaborati per esprimere il rendimento di grazie al Dio creatore e redentore. Dai più antichi testi espressi in molti salmi fino alle preghiere di benedizione tipiche della ritualità ebraica si sono evolute le preghiere eucaristiche attuali. Come si presentano, e come possono essere valorizzate?
– La I corrisponde al Canone romano: è l’unica che è stata usata per circa 16 secoli nella Chiesa di rito romano; essa sviluppa soprattutto il tema dell’offerta, del sacrificio e del coinvolgimento dell’assemblea; ha un’articolazione tematica diversa da tutte le altre. Può essere valorizzata solo a partire da una conoscenza approfondita del linguaggio biblico e teologico del sacrificio cristiano.
– La più antica, ma rivalorizzata in tempi recenti, è la II. La più breve di tutte, e per questo anche la più usata; ma è una delle più difficili per i temi teologici che vi sono sottesi e concentrati. Può essere valorizzata, sulla linea della precedente, solo per qualche riferimento.
– Un testo di media lunghezza è quello offerto dalla III. Di composizione recente, contiene i temi di cui sopra. Il documento si presta per una conoscenza della struttura e dei temi teologici; il linguaggio è accessibile.
– La IV preghiera eucaristica è quella che meglio si presta come traccia per un cammino di educazione alla preghiera, in quanto dopo il rendimento di grazie iniziale sviluppa un’ampia sintesi di storia della salvezza. Il percorso è significativo sia per i temi che sono chiamati in causa, sia per il linguaggio profondamente biblico e insieme di quasi immediata percezione. È il testo che può essere valorizzato in modo immediato e senza troppe mediazioni linguistiche e di contenuto.
– C’è poi una preghiera per varie necessità. Essa ha una struttura centrale uniforme, ma con possibilità di quattro diverse articolazioni secondo questi temi: La Chiesa in cammino verso l’unità; Dio guida la sua Chiesa; Gesù via al Padre; Gesù modello di amore. La valorizzazione è condizionata dal bisogno di orientare la preghiera secondo uno dei temi indicati.
– Per occasioni penitenziali o di riconciliazione il Messale offre due Preghiere articolate attorno a questi temi: La riconciliazione come ritorno al Padre, e La riconciliazione con Dio fondamento di umana concordia. Anche in questo caso il testo si presta per essere valorizzato secondo i due temi indicati.
– Altre tre Preghiere, infine, per le messe con i fanciulli.
La struttura rispecchia fondamentalmente quella delle altre, ma il linguaggio e le possibilità di intervento dei fanciulli è tutto finalizzato ad una partecipazione più consona al tipo di assemblea per cui sono state elaborate. In un itinerario di educazione di fanciulli e ragazzi alla preghiera questi sono testi che possono facilitare un’esperienza significativa.

In secondo luogo, il nutrimento della preghiera è dato principalmente dalla Parola divina sia per l’esperienza particolare che essa offre, sia perché aiuta a leggere le situazioni della vita riportandole nella prospettiva del progetto originario dato da Dio ed espresso nelle condizioni dell’alleanza.
In terzo luogo, va evidenziato il ruolo del silenzio come condizione di incontro, come spazio di ascolto e di dialogo.
Nel contesto, non può essere trascurato l’aiuto offerto dal corpo (che può assumere le più diverse posizioni), dallo spazio (che deve avere anch’esso i suoi linguaggi), dalle cose che stanno intorno.
Nessuna lezione teorica, comunque, potrà mai esaurire tutta la problematica, le attese, i timori, le sconfitte... che si incontrano in questo itinerario. Saranno le esperienze più diversificate che porteranno ad una sintesi tra fede, preghiera e vita, in cui il singolo fedele troverà, pur dopo una non facile ricerca, quel modo tutto personale di rapportare le più diverse dimensioni e situazioni della propria esistenza nella “logica” del Dio Trinità.

Un itinerario progressivo?

Tentiamo di individuare i livelli essenziali di un percorso precisando subito, però, che la classificazione non vuol avallare l’impressione di passaggi progressivi: tutti si intersecano e si intrecciano tra di loro, secondo le situazioni e gli stati d’animo in cui viene a trovarsi chiunque compie un cammino di fede; tutti, comunque, sono orientati e ordinati al sacramento.
Un primo livello, più comune e immediato, di esperienza religiosa cristiana consiste in un’iniziale accoglienza dell’annuncio del mistero cristiano attraverso l’ascolto della Parola di vita, nell’accettazione di un Dio presente nella propria storia, e nella risposta orante al Dio della vita.
La preghiera cristiana, nelle sue diverse forme, è il segno di un’esperienza vitale di accoglienza e risposta di un “mistero”. Un secondo livello può essere individuato nei così detti pii esercizi. La pietas, cioè il rapporto vitale tra il singolo e Dio, ha “luoghi” particolari di manifestazione.
I pii esercizi costituiscono un capitolo interessante e importante di questo rapporto, in quanto se da una parte manifestano una gamma davvero ampia di realizzazione, dall’altra pongono in evidenza una risposta di fede inculturata che si pone a completamento di altre forme.
Ad un terzo livello è possibile individuare alcuni sacramentali che, per la loro forte incidenza nella vita di ogni giorno, possono costituire un momento forte di esperienza religiosa, soprattutto per coloro che vi partecipano casualmente, per curiosità, per motivi di affetto o di compassione.
La diversità delle circostanze attiva una varietà di esperienze che – se ben animate e condotte – portano a “passare oltre” il segno per cogliere il significato del mistero celebrato, lasciandosi portare dal linguaggio simbolico.
Finalmente, al vertice si colloca l’esperienza specifica dei sacramenti. Il mistero compiuto nella Pasqua del Cristo può essere oggetto di esperienza vitale solo se diluito nell’arco di sviluppo e di crescita dell’esistenza umana.
Ecco perché ci sono dei sacramenti che caratterizzano i momenti essenziali della vita, e altri che accompagnano lo sviluppo del singolo in comunità.
E tutti i segni sacramentali, nella loro reciproca interconnessione, non fanno altro che ripresentare un aspetto della Pasqua del Signore perché diventi realtà di vita del singolo.
Il vertice di questa esperienza sacramentale è, di solito, indicato con il termine mistica in quanto si tratta di un’esperienza religiosa che scaturisce dalla celebrazione del mistero e a questo continuamente riconduce come a sua fonte.

EDUCARE ALL’AZIONE LITURGICA PER CELEBRARE LA LITURGIA DELLA VITA

Il termine liturgia, divenuto comune anche in linguaggi ben distinti da quello cultuale, si trova per la prima volta nel greco classico, dove leitourgía indicava un’attività di pubblico servizio, svolta liberamente a vantaggio dei concittadini. Scomparsa con il tempo la connotazione di “libertà”, il termine indicò un qualunque servizio, più o meno obbligatorio, reso alla collettività o alla divinità. L’uso nella Bibbia dei LXX rinvierà sempre al “servizio religioso” reso a JHWH, mentre il NT userà altri termini per indicare la realtà del nuovo culto inaugurata dalla vicenda storico-salvifica di Gesù Cristo.
Le alterne vicende della storia del culto cristiano hanno fatto sì che il termine liturgia collezionasse una serie di definizioni, corrette e non corrette, fino a quella più autorevole presente in SC 7. Al termine di un’ampia pagina biblico-teologica (cf SC 5-6), il testo del Concilio Vaticano II presenta la liturgia come “l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo”: l’azione rituale, con il linguaggio tipico dei segni e dei simboli, diventa luogo di annuncio e di realizzazione dell’opera santificatrice del Padre, per Cristo, nello Spirito. Liturgia non equivale dunque a rito, ma a tutta l’azione della Trinità che si manifesta attraverso il linguaggio rituale.
È da questa precisazione che hanno preso rinnovato sviluppo sia la riforma liturgica nella Chiesa di rito romano e ambrosiano, sia il rinnovamento della catechesi.
Tanto la ricca documentazione liturgica, quanto la variegata produzione catechistica che hanno pervaso le Chiese locali dal Vaticano II in poi mostrano – talvolta più a livello teorico che di acquisizione riflessa – quanto sia urgente continuare nell’impegno di comprensione della liturgia in modo da educare ad essa.

Comprendere la liturgia

Dal momento in cui è risuonato il comando di Cristo: “Fate questo in memoria di me” la Chiesa di ogni tempo e luogo celebra il memoriale della Pasqua del suo Signore non ripetendo dei riti quasi fine a se stessi, ma elevando al Padre il culto spirituale, celebrato nei diversi segmenti del quotidiano (cf Rm 12,1-2), attraverso il linguaggio simbolico e rituale, l’unico che permetta, in un contesto di fede, una comunicazione reale divino-umana, e viceversa.
La mediazione sacerdotale di Cristo continua nel tempo a realizzare quella comunione-comunicazione che egli ha portato a compimento una volta per tutte, perché ogni persona che si apre all’annuncio del vangelo possa vivere la più profonda liberazione interiore nell’incontro reale ed efficace con il Dio della vita attraverso la celebrazione sacramentale.
I sacramenti, pertanto, operano questo incontro effettivo, a condizione che siano realmente simboli di quel desiderio di incontro con il fratello e volontà di liberazione da ogni forma di male, quali si attuano nel tessuto del più ordinario quotidiano. Sacramentali e pii esercizi, che hanno tutti alla base e come presupposto una vita di preghiera, costituiscono ulteriori segmenti e diversificate modalità per fermentare le più svariate occasioni della vita in modo che questa diventi un’autentica liturgia.

Un itinerario nel tempo

L’esperienza del Dio della vita non può mai essere ridotta ad un momento; essa si dipana nel tempo secondo i ritmi particolari che la pedagogia liturgica ha condensato nella progressiva strutturazione dell’anno liturgico. La sua struttura – che non segue l’alternarsi delle stagioni o lo scorrere dei mesi del calendario civile – non è in sé un assoluto; essa è tuttavia il mezzo per far vivere al fedele, nel tempo, l’esperienza misterica della Pasqua di Gesù Cristo.
L’alternarsi di “tempi forti” (tempo natalizio e tempo pasquale) e di “tempo ordinario”, di solennità, feste e memorie costituisce l’occasione per una conformazione sempre più piena e totalizzante a Cristo l’Uomo nuovo e perfetto. Per questo, ciò che dà significato alla dimensione tempo non è tanto l’alternarsi dei giorni e delle stagioni, quanto la certezza di vivere l’opera della salvezza all’interno di un ciclo naturale, in cui gli elementi “sole” e “luce” sono assunti come segni di Cristo “sole di giustizia” e “luce che non conosce tramonto”.
Dal momento che l’esperienza del mistero passa attraverso il rito, anche l’anno liturgico diventa una esperienza educativa che permette al singolo un autentico itinerario di fede. L’abbondanza di Parola di Dio proposta secondo una precisa progettualità nei singoli giorni, soprattutto festivi, le occasioni diversificate offerte dall’annuale riproposta dei modelli (Vergine Maria e Santi) e gli appuntamenti propri del calendario liturgico, unitamente alla più diversificata ritualità costituiscono il locus di un’esperienza unica che terminerà solo quando tutti saranno in pienezza “figli nel Figlio”.

Educare alla liturgia della vita

Dal momento in cui il Cristo ha inviato i suoi con il compito di evangelizzare e celebrare il memoriale della sua Pasqua, il ministero della Parola come quello del Sacramento sono sempre stati accompagnati dall’impegno della comunità ecclesiale nell’educare all’esperienza viva e vivificante della Pasqua di Cristo.
Come l’annuncio della Parola si realizza attraverso forme diverse, così la celebrazione del Sacramento richiede il supporto della catechesi e dell’animazione. In tal modo Parola e Sacramento aiutano a realizzare quella liturgia della vita o quel culto spirituale che non sono altro che la libera accettazione della proposta divina per una risposta che il rito condensa, in verità, quando è già stata ritualizzata nella vita.
Nella stessa prospettiva bisogna anche aggiungere che la liturgia, nel suo insieme, ha la capacità innata di educare a se stessa. Infatti, la Chiesa mentre celebra, educa l’assemblea celebrante a fare della propria vita un culto; tutti i testi eucologici, alla luce della Parola rivelata, diventano una memoria impegnativa e profetica per chi partecipa all’azione liturgica con le necessarie disposizioni interiori. L’insieme dei linguaggi della liturgia contribuisce, inoltre, a coinvolgere la persona nella sua totalità: tutti i sensi sono chiamati in azione, secondo il tipo di celebrazione e secondo i tempi liturgici.
Linguaggio verbale e non verbale, unitamente alla ministerialità e al livello di fede dell’assemblea che celebra, contribuiscono non solo alla percezione esperienziale del mistero, ma anche alla sua vera e propria immedesimazione, in modo che il mistero celebrato e vissuto diventi una mistica.

UN METODO ALL’INSEGNA DELLA PROGETTUALITÀ

Le provocazioni che interpellano la liturgia non sono poche. Pur con i limiti propri della sintesi, è possibile tuttavia delineare una mappa di interventi che l’operatore pastorale saprà valorizzare e attualizzare accentuando di più o di meno le singole strategie secondo la diversità delle urgenze.
La lettura della prassi pastorale fa emergere un frazionamento di situazioni, una parcellizzazione di esperienze che richiedono un loro riassorbimento in un progetto più organico di sintesi.
Per questo, quanto sarà evidenziato va letto come contributo ad una prospettiva di sintesi più ampia qual è possibile attuare all’interno di un discorso organico di pastorale ecclesiale in cui metodo e contenuti richiedono una sinergia dialettica orientata alla globalità della proposta educativa.
La presentazione della proposta qui si concentra sugli elementi più impegnativi e del resto più qualificanti la singola esperienza religiosa cristiana.

La dimensione liturgica nel progetto pastorale

La riforma liturgica nella Chiesa di rito romano è stata voluta dal Concilio Vaticano II; negli anni immediatamente successivi è iniziata ed è proseguita attraverso la elaborazione di nuovi strumenti per rinnovare il volto, lo stile e i contenuti della celebrazione cristiana. Terminata ormai la fase della riforma, la comunità ecclesiale vive quella del rinnovamento liturgico.
L’insieme dei “materiali” frutto della riforma (= i libri liturgici, con tutto il linguaggio ivi racchiuso) è in mano agli animatori; ma l’attuazione del loro contenuto presuppone nella mens dell’operatore pastorale l’acquisizione di un dato di fatto prima poco percepibile: la liturgia racchiude in sé una progettualità che non le viene assicurata dall’aver rispolverato qualche linguaggio più accattivante per l’oggi della vita della Chiesa, ma dall’aver collocato al centro di tutto la Parola di Dio annunciata secondo una particolare logica.
Entrare all’interno di questa dimensione – del resto ancora da far ben recepire in ambito pastorale – implica assumere un modo di agire pastorale che tenga conto di una progettualità: sia quella che è già costitutiva della natura della liturgia, sia quella da stabilirsi secondo lo specifico degli itinerari di fede.

Una strategia che contempla modalità diverse di annuncio

Non rientra in questo ambito individuare percorsi formativi, in quanto le situazioni sono così diverse e così parcellizzate che ogni persona richiede la messa a punto di una propria strategia. Nel cammino di fede l’itinerario personale è così diversificato che è impossibile stabilire processi formativi generali. Ma in un discorso di pastorale ecclesiale va tenuto presente il cammino della comunità; in questa linea è possibile approntare strategie particolari.
Nel progetto globale della parrocchia si collocano svariati mini-progetti relativi all’impegno delle varie associazioni, dei diversi gruppi... Ogni settore si muove all’interno di un certo itinerario che, chiaramente, non sarà in rotta di collisione con quello generale della parrocchia dove le più diverse sensibilità sono invitate a trovare posto e a dare il proprio contributo. Gli itinerari diversificati diventano perciò imprescindibili proprio in vista di una pluralità di proposte pastorali che l’ambiente parrocchiale è chiamato ad offrire.
Il rischio evidente di necrosi emerge quando s’impone un solo modello che non è quello dell’intera comunità ecclesiale, ma quello mutuato da un’esperienza che, pur riconosciuta valida per chi vi si lascia coinvolgere, non rispecchia tuttavia quelle caratteristiche di apertura, di accoglienza e di accettazione di chiunque cerchi un minimo di accoglienza.
Il nucleo strategico di un progetto pastorale trova per tutte le componenti parrocchiali il punto di riferimento e di confronto nella linea pedagogica del Lezionario (cf articolo seguente).
La sequenza dei temi proposti domenica dopo domenica, secondo la logica dei diversi tempi liturgici, costituisce una linea unitaria di annuncio della vicenda storico-salvifica di Gesù Cristo. Il percorso tematico offerto nei tempi così detti “forti” unitamente a quello del tempo “ordinario”, costituisce un itinerario strategico ancora poco conosciuto – e dunque ben poco valorizzato – nell’ambito di una progettazione pastorale. Quando poi l’impostazione del progetto segue il ritmo triennale, allora la sintonia tra le diverse attività e impegni parrocchiali può trovare proprio nell’ambito liturgico quella sintesi da molti ricercata ma ancora da pochi scoperta! Non è che con questo si voglia cadere in un fatuo panliturgismo; al contrario questo è un modo – forse il più sicuro e il meglio garantito? – per giungere progressivamente al superamento di quelle forme di frastagliamento che spesso vengono rimproverate alla pastorale, e per superare sincretismi sempre più invadenti e conseguenti soggettivizzazioni del Credo. In definitiva, è la percezione esperienziale del Dio che cerca l’uomo e non tanto della persona che vuol afferrare in qualche modo il divino come accade nella magia.
Su questa via ideale, tracciata dalla Parola di Dio, si modulano poi i diversi percorsi: da quelli specifici delle varie forme di associazionismo, a quelli propri del cammino di preghiera, a quelli saltuari degli incontri formativi, dei ritiri o altro. Ci troviamo così di fronte ad una strategia globale che contempla modalità diverse di annuncio, ma che comunque vengono ricondotte ad unitarietà quando l’intera comunità ecclesiale si ritrova nella celebrazione dei simboli della propria fede, all’interno dell’unico itinerario di vita.

La mistagogia del tempo

I giovani colgono lo scorrere del tempo in modo contrapposto e talora contraddittorio; ma al di là del modo con cui la categoria “tempo” è percepita e vissuta, c’è un punto di riferimento per ogni forma di esperienza religiosa cristiana, ed è l’anno liturgico. Preso in alcuni appuntamenti più tradizionali, o vissuto in modo sistematico, l’anno liturgico offre gli elementi per una identificazione personale con l’esperienza di Gesù Cristo, anzi per una conformazione piena a Lui.
Possiamo allora recuperare l’anno liturgico come traccia per una mistagogia? E come è possibile ripercorrere nei singoli tre anni l’intera storia della salvezza secondo una linea narrativa che si apra all’invocazione e alla domanda? Gli interrogativi hanno già una risposta nella prassi, ma è proprio questa risposta che ha bisogno di essere risignificata nei modi, nei linguaggi usati, negli stili e nei contenuti. L’anno liturgico non è un assoluto ideale da “fotocopiare” in ogni itinerario di fede e di vita, ma una traccia per una mistagogia: un parametro per suscitare il desiderio di incontrare Gesù Cristo a partire dai bisogni o dalle esperienze più vitali. Un’esemplificazione può essere significativa: seguendo i vari periodi dell’anno liturgico al ritmo della vita, è possibile ripercorrere tali esperienze e rivederle in trasparenza, illuminate dalla Parola di Gesù Cristo.

• Tempo di Avvento – La vita è un’attesa: l’avvento è il periodo in cui trova senso e inveramento ogni più diversa attesa dell’animo umano; Cristo, l’atteso delle genti, ne è il compimento.
• Tempo di Natale – La venuta è il compimento dell’attesa: con il tempo di natale il Figlio di Dio dà un senso nuovo alla storia, e la sua annuale venuta nel mistero può ridare senso ad ogni “storia di vita”.
• Tempo ordinario (I parte) – L’accoglienza di una persona o del suo messaggio è la risposta vera, al di là di ogni parola: la prima e la seconda parte del tempo ordinario indicano le tappe e le modalità per accogliere nella vita Colui che è stato accettato nella fede.
• Tempo di Quaresima – Il cammino è la dimensione costitutiva della persona: in quaresima si ripropone ogni anno un percorso per abbandonare ciò che limita o impedisce una piena realizzazione.
• Triduo sacro e Tempo di Pasqua – Il passaggio è il segno concreto di una volontà di cambiare vita: triduo pasquale e tempo di pasqua danno il senso a quel costante passaggio che è l’esistenza di ogni persona.
• Tempo ordinario (II parte) – L’incontro è il traguardo ultimo: l’ultima parte dell’anno liturgico è orientata all’incontro ultimo con il Signore; ma ogni celebrazione sacramentale è un’anticipazione e insieme una garanzia di tale incontro ultimo!

Nella diversità di itinerari programmati dal progetto pastorale, questo modo di far percepire lo scorrere del tempo trova nella Parola di Dio il nucleo che dà senso, e nell’esperienza sacramentale il luogo della percezione che il tempo è la categoria entro cui l’esperienza del Risorto si attua nelle più diverse forme simboliche. Da non dimenticare in questa prospettiva il ruolo di altri aspetti legati allo scorrere dei diversi appuntamenti propri della vita della Comunità o del singolo e spesso identificati nelle più diverse forme della pietà popolare (cf al riguardo tutta la seconda parte del Direttorio su pietà popolare e liturgia). Si tratta dunque di “risignificare” i diversi tempi liturgici per dare senso all’intero scorrere del tempo nell’ottica di Colui che ne è l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine!
Senza dubbio è in questo contesto che interagiscono le diverse concezioni del tempo proprie dei giovani, in quanto nella liturgia si compie la sintesi delle tre dimensioni costitutive: passato, presente e futuro. In un contesto culturale in cui presentismo e immediatezza sono spesso alla base dell’“usa e getta”, la liturgia immette la persona in una dimensione che radica l’oggi nell’evento fondante salvifico del passato, per proiettarlo verso un compimento futuro. Educare a vivere la singola celebrazione nell’insieme delle celebrazioni dell’anno liturgico è aiutare a collocare ogni segmento dell’esistenza in quell’arco unitario di storia della salvezza simboleggiato dai linguaggi propri dell’anno liturgico.

L’esperienza dei sacramenti

Educare a vedere l’insieme dei sacramenti come un tutto organico aiuta a fare della propria esistenza una risposta al Dio della vita. I diversi “appuntamenti” caratterizzano un cammino: alcuni sono unici, altri si possono ripetere. Ma ciò che più importa in una progettazione è il superamento della “cosificazione” del sacramento in vista di una sua esperienza intesa come simbolizzazione del cammino di fede e di vita. Tentiamo una esplicitazione:
* I sacramenti dell’Iniziazione cristiana hanno una logica intrinseca orientata al vertice che è costituito dall’Eucaristia (in questo la prassi pastorale attuale è notevolmente ambivalente e può creare confusione se non è ben presentata). Resta comunque come elemento ordinario proprio lo “spezzare il Pane”: ma quante volte questo momento non è occasione per “riconoscere” il Risorto? Se il percorso dell’iniziazione è quello che apre e corrobora la realtà del sacerdozio comune, non è forse questa una dimensione da aiutare a riscoprire e ad approfondire proprio perché costituisce il fondamento di ogni forma cultuale e dunque della vita nello Spirito?
– Immersi per risorgere “alla vita immortale” – L’inizio dell’esperienza cristiana ha la sua origine e fondamento nella rigenerazione battesimale. Battezzato nel nome della Trinità Ss.ma, attraverso il “lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito” (Tt 3,5) il fedele, inserito come membro vivo nel popolo sacerdotale, inizia il suo cammino di configurazione a Cristo; una configurazione che raggiungerà, di mistero in mistero, il suo compimento nell’essere “concittadini dei santi nel convito eterno”. “Il dono nuziale del Battesimo, prima Pasqua dei credenti, porta della... salvezza” segna l’“inizio della vita in Cristo, fonte dell’umanità nuova”: un inizio che è apertura e insieme garanzia di quella “pienezza del corpo di Cristo” il cui conseguimento può essere garantito, sorretto e accompagnato solo da un’esperienza costante del mistero celebrato.
– “Consacrati con l’unzione dello Spirito” – Nella Confermazione il mistero della Pasqua diventa attualizzazione dell’opera dello Spirito che trasforma il fedele “in tempio della... gloria” di Dio. È questo che permette di portare a pienezza la realtà battesimale, di perfezionare nel cristiano “la somiglianza a Cristo” e di garantire la “piena conoscenza di tutta la verità”. “Il sigillo dell’unzione crismale (!)” è l’espressione di quell’esperienza misterica che apre ad una vita di testimonianza del Signore risorto, ad un’offerta di sé come risposta totale al Dio dell’alleanza, ad una “santità della vita” che rispecchi “il carisma profetico del... popolo” di Dio.
– Invitati al “convito nuziale” – Il culmine dell’esperienza misterica cristiana si compie nella partecipazione alla Pasqua annuale, settimanale, quotidiana. Una sintesi eloquente di quanto si compie attraverso la celebrazione dell’Eucaristia è espressa in un embolismo prefaziale: “In questo grande mistero tu [Padre] nutri e santifichi i tuoi fedeli, perché una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra. E noi ci accostiamo a questo sacro convito, perché l’effusione del tuo Spirito ci trasformi a immagine della tua gloria”. Si intravede in questa prospettiva eucaristica quanto Paolo cerca di esprimere a proposito della comunione sempre più perfetta con il mistero di Cristo quando accenna al cristiano “con-sofferente” (Rm 8,19), “con-crocifisso” (Rm 6,6), “con-morto” (Rm 6,8), “con-sepolto” (Rm 6,4), “syn-phytos” (Rm 6,5), “syn-koinonós” (Rm 11,17), “con-risuscitato” (Ef 2,6), “con-vivificato” (Ef 2,5), “con-vivente” (Rm 6,8), “con-glorificato” (Rm 8,17), “co-erede” (Rm 8,17), “con-sedente” (Ef 2,6), “con-cittadino” (Ef 2,9), “con-regnante” (2 Tm 2,12): sono come altrettante tessere che strutturano il grande mosaico della vita mistica.
* La Penitenza ha lo scopo di portare al superamento dell’esperienza del limite in vista di una vita penitente e riconciliata; non è la celebrazione dello sforzo umano (!) ma dell’iniziativa libera e gratuita della misericordia di Dio in attiva collaborazione con la Chiesa.
Riconciliati “nella morte e risurrezione” – L’esperienza di una vita penitente e riconciliata è garantita dall’incontro con Cristo morto e risorto nel segno sacramentale della conversione. La liberazione “dalle seduzioni del male” e l’esperienza della “gioia della... misericordia” sono le condizioni per essere trasformati in sacrificio gradito al Padre, dopo aver ricomposto “nell’unità ciò che la colpa ha disgregato”. Occasioni “di riconciliazione e di pace” offerte dal sacramento permettono di ritrovare “la via del ritorno” al Padre e insieme costituiscono l’occasione per un’ulteriore apertura “all’azione dello Spirito Santo” in modo da vivere “in Cristo la vita nuova”.
* L’unione coniugale trova nel sacramento del Matrimonio il simbolo di un amore oblativo di Dio nei confronti della creatura perché l’uomo e la donna realizzino il proprio cammino “spirituale” nell’oblatività reciproca.
Uniti per “una comunione senza fine” – Il mistero dell’alleanza nuziale nel sacramento del Matrimonio diventa quotidiano “simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa”. “Esprimere nella vita il sacramento che celebrano nella fede” per gli sposi diventa un progetto di azione dalle più ampie articolazioni. In definitiva, però, tutto si concentra e trova senso in quella dimensione cultica e comunionale dell’esistenza in Cristo che fa dei coniugi i sacerdoti-celebranti della loro totale comunione di vita.
Ogni attività, pertanto, e ogni espressione di comunione trova nei più diversi linguaggi dell’essere e dell’agire cristiano quasi la “forma rituale” della risposta al Dio dell’Alleanza. La visione mistica della vita matrimoniale assurge così a realtà attualizzante in una particolare scelta e condizione di una risposta di fede che ha inizio nel Battesimo e continuamente si ristabilisce e si sostiene nei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
* Il sacramento dell’Ordine costituisce il prolungamento visibile del ministero di Cristo Pastore che genera e unifica la vita del popolo di Dio principalmente attraverso il ministero della Parola e la celebrazione del sacramento.
Scelti come “dispensatori dei santi misteri” – La donazione completa alla comunità ecclesiale sulla linea degli apostoli che “hanno fondato la Chiesa come... santuario” di Dio “a gloria e lode perenne del [suo] nome” fa della vita del vescovo una conformazione speciale al mistero di Cristo Pastore. Ed è nell’esplicitazione di questo mandato che il vescovo realizza la mistica del servizio alla comunità a lui affidata e all’intera Chiesa di Cristo.
La continuazione dell’“opera santificatrice di Cristo” è affidata al ministero presbiterale. Attraverso questo servizio “il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto, perché congiunto al sacrificio di Cristo”; ma la stessa realizzazione di tale servizio diventa per il presbitero locus del proprio sacrificio spirituale.
La vita in Cristo che continuamente cresce nella celebrazione dei santi misteri acquisisce ogni giorno più i connotati di un’autentica vita mistica, in quanto espressione e prolungamento del mistero che celebrano.
* L’Unzione degli infermi, infine, celebra la vittoria sui limiti della malattia nella configurazione al Cristo sofferente che giunge alla gloria attraverso la via della Croce.
Unti per essere “partecipi della vittoria pasquale” – Celebrare il sacramento dell’Unzione costituisce il traguardo di una vita mistica. La trasformazione progressiva e costante della realtà battesimale verso una sempre più piena conformazione a Cristo trova nella celebrazione dei santi misteri non un appuntamento qualunque, ma la garanzia certa e ineludibile di una “trasfigurazione” totale – superati i limiti dell’umana natura – della personalità cristiana nella Persona divina del Cristo nel suo mistero pasquale.
Unire le proprie “sofferenze alla Pasqua del Cristo crocifisso e risorto” è toccare il culmine della vita mistica; qui tutti i termini di Paolo che iniziano con syn- diventano inveramento e condizione di inserimento pieno nel Mystérion.
È su questa linea che i sacramenti – come pure i numerosi sacramentali – possono essere recuperati nel loro senso unitario, alla luce della Chiesa “sacramento universale di salvezza”, per un cammino di fede e quindi per un’esperienza religiosa integrale e totalizzante. Ogni percorso sacramentale, però, ha bisogno di itinerari specifici che non solo conducano al momento sacramentale e lo facciano vivere nell’ambito celebrativo, ma che soprattutto aiutino a trasformarlo in una “spiritualità” o – come si suol dire – nella “liturgia della vita”.

Il ruolo del linguaggio simbolico

La maggior parte delle difficoltà che sembrano provenire dall’esperienza liturgica spesso vengono attribuite al suo linguaggio. Per alcuni aspetti non c’è da sottovalutare questo rilievo. La soluzione però non è univoca.
L’operatore pastorale, infatti, sa che quasi tutti i simboli liturgici provengono dallo specifico linguaggio biblico che continua ad essere ancora abbastanza sconosciuto. Il problema del linguaggio liturgico è essenzialmente e principalmente legato alla poca familiarità con il linguaggio biblico. Nonostante la presenza della Parola di Dio nella vita della Chiesa – soprattutto dal Vaticano II in poi –, l’operatore pastorale constata quanto cammino resti ancora da percorrere perché tale Parola sia ancora di più “parola” di e per questa particolare assemblea. Il Lezionario, i Catechismi, l’opera dell’Apostolato biblico, le scuole di preghiera, la lectio divina... sono tutte occasioni per continuare a fare esperienza di quel particolare linguaggio simbolico – qual è quello della Scrittura sacra – entro cui è racchiuso il parametro dell’intera e di ciascuna vicenda umana.
Il motivo per cui le assemblee liturgiche fanno difficoltà ad assimilare in pieno il linguaggio biblico è abbastanza articolato, ma fondamentalmente riconducibile ad alcuni dati: anzitutto, la poca conoscenza del Libro sacro, rimasto sigillato per secoli; inoltre, il modo di farne fare esperienza nelle stesse assemblee attraverso forme penose di comunicazione (e senza previe presentazioni); infine, una predicazione che troppo spesso ha continuato (e continua?) a perseguire sentieri e tematiche divergenti dal parametro di Emmaus e dalla più genuina tradizione ecclesiale. Il riflesso lo si constata proprio nella difficoltà circa l’uso del linguaggio verbale e non verbale.
Si tratta, pertanto di risignificare i simboli a partire dalla Bibbia, che poi in definitiva è come dire: a partire dalla vita. Il percorso che l’operatore deve affrontare è quello di muoversi da una metodologia che educhi con i simboli iniziando da quella ritualità che è propria dei giovani o comunque delle persone che desiderano realizzare un’esperienza religiosa.
Il simbolico non è come il “virtuale”; la sua funzione è quella di far sperimentare una dimensione reale – un evento di salvezza – attraverso i segni di quell’interlingua qual è appunto la liturgia, opera divina e umana. In questa linea, qualunque simbolismo liturgico non potrà mai discostarsi da quello biblico che, a sua volta, rispecchia la parabola della vita orientata verso la sua fonte.

Un decalogo per l’animatore

Nella celebrazione conclusiva del Grande Giubileo dell’anno Duemila, Giovanni Paolo II ha firmato una Lettera apostolica molto significativa, dal titolo: Novo millennio ineunte. Riprendendo alcune prospettive in essa racchiuse, è possibile individuare alcune linee per un’azione – anzi, un’anim-azione – immediata.
È un dato pacificamente acquisito che l’esperienza del mistero cristiano passa attraverso il rito; un rito letto e compiuto nell’ottica di un linguaggio di fede che ha la sua radice in una Parola annunciata perché sia celebrata nella vita del credente.
Ma quel “rito” così particolare costituito dall’Eucaristia “cuore della domenica” (n. 36) offre una complessità di elementi che hanno bisogno di essere compresi e fatti comprendere. Qui entra in gioco la grossa responsabilità affidata al ministero dell’animazione. Le competenze che sono chiamate in causa sono diversificate.
La NMI ne lascia intravedere alcune; in particolare quando accenna alla programmazione, e poi all’annuncio e all’ascolto della Parola. In questa linea, riprendendo e sviluppando alcuni aspetti dell’animazione – proprio in vista di quel “massimo impegno” da porre nella liturgia e in particolare nell’Eucaristia domenicale (n. 35) – ci sembra di poter evidenziare almeno dieci attenzioni, da osservare e da verificare con quel “rinnovato coraggio pastorale” cui fa riferimento lo stesso Giovanni Paolo II (n. 37).
Educare a celebrare interpella sia chi deve presiedere un’assemblea, sia chi vi partecipa. Per tutti rimane la sfida di una partecipazione al mistero: questo è il traguardo da raggiungere! Ed è in questa ottica, pertanto, che si possono individuare alcuni percorsi per facilitare l’incontro con il Dio della Vita attraverso la pluralità dei linguaggi presenti nella celebrazione cristiana. Può essere utile sintetizzare l’insieme di queste attenzioni anche per rispondere all’esplicito invito a “porre mano ad un’efficace programmazione pastorale post-giubilare” (n. 15), con “orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità” (n. 29).

Un decalogo per l’animatore

1. Accogliere con un sorriso – Nella celebrazione l’esperienza della Trinità Santa può essere positivamente introdotta e condizionata anche da un gesto di accoglienza. Entrare in una casa e non sentirsi accolti è come un invito ad uscire immediatamente; e l’accoglienza nella casa del Signore?
Tale gesto – da collocare nell’ottica di quei linguaggi liturgici che costituiscono un “antidoto più naturale alla dispersione” (n. 36) e a “un grigio quotidiano” (n. 59) – non si limita ad un saluto alla porta di un edificio o a porgere un sussidio, ma si prolunga nell’insieme della celebrazione. Un’accoglienza che permette a ciascuno di sentirsi a proprio agio e come a casa propria è già la garanzia per dare vita al clima della famiglia cristiana che si ritrova nella casa del Padre per rinnovare la propria fedeltà a Dio.

2. Comunicare anche con i simboli – Viviamo di simboli; comunichiamo con un linguaggio simbolico, anche quando meno ce ne accorgiamo. Da mattina a sera la giornata di ogni persona è all’insegna di una costante simbolica!
Anche la liturgia si esprime con un insieme di linguaggi; il “simbolico” è l’unico che può “unire” (syn-ballo) il quotidiano con il soprannaturale e viceversa; e tutto questo per realizzare una “comunione costantemente annunciata e coltivata” (n. 36). L’operatore pastorale deve però rispondere alla domanda: qual è il percorso da realizzare per una riappropriazione o per una comprensione più piena del linguaggio simbolico? Dai simboli del quotidiano a quelli della liturgia, per tornare al quotidiano: non è un circolo vizioso, ma una linea pedagogica per leggere più in profondità lo stesso quotidiano e soprattutto per rileggerlo in un’ottica storico-salvifica.

3. Arredare con gusto – Il fedele ha bisogno di trovarsi nell’edificio sacro come a casa propria, per sperimentare la sacralità di esperienze spirituali, al di là del frastuono quotidiano. In questa linea è doveroso porre l’interrogativo: si può dire che in ogni comunità ecclesiale l’arredo sia gestito in modo da contribuire alla unitarietà del linguaggio iconografico? Fiori, tappeti, colori, vasi, candelieri, immagini, statue, abiti liturgici... giocano un ruolo non trascurabile nell’insieme dell’esperienza religiosa. Quando mancano queste attenzioni si nota che il discorso iconografico rimane parziale, incerto o interrotto; e questo non facilita un clima di partecipazione. Quando si entra in un edificio in cui tutto risponde ad una logica di unitarietà, allora ci si sente subito immersi in un clima di preghiera, in una dimensione simbolica! Anche questa “armonia” ha bisogno di rientrare nell’ottica di tutti quegli elementi che fanno parte della “quotidiana pedagogia delle comunità cristiane “ (n. 37).

4. Animare con competenza – Il ruolo dell’animazione non s’improvvisa. Esso richiede in chi lo gestisce di avere un’anima (= competenza!) per dare anima (= vitalità espressiva) a una ritualità la cui routine rischia di livellare anche i momenti più grandiosi. Questo il motivo per cui nella liturgia è contemplata la figura dell’animatore, perché la celebrazione del mistero risulti esperienza vissuta del fedele. Ma l’animazione non si può affidare a chiunque. Un’animazione sbagliata nei modi, nelle forme, nei contenuti può rischiare di dare un tono o uno stile estraneo all’obiettivo della celebrazione. Al contrario, un’animazione ben gestita nei contenuti, nel modo di presentarsi, nel tono della voce, nell’atteggiamento del volto e nello sguardo contribuisce a realizzare quell’esperienza spirituale che lascia trasparire la gioia del Signore sul volto di chi lo loda e lo invoca. L’obiettivo è sempre costituito dal “primato della vita interiore e della santità”: quando tutto questo non è rispettato, “c’è da meravigliarsi se i progetti pastorali – animazione compresa! – vanno incontro al fallimento e lasciano nell’animo un avvilente senso di frustrazione?” (n. 38).

5. Ascoltare con disponibilità – “Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell’ascolto assiduo e nella lettura attenta della Sacra Scrittura. Ad essa si è assicurato l’onore che merita nella preghiera pubblica della Chiesa” (n. 39). La constatazione è in vista di “un rinnovato ascolto della parola di Dio” (ib.); ma più ancora in vista di una maggiore autoconsapevolezza dell’importanza strategica di una partecipazione piena alla Liturgia della Parola nell’Eucaristia domenicale.
È qui infatti che si attua la prima e autentica “lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza” (ib); è qui che il fedele attua la sua prima e permanente esperienza di preghiera con i salmi (= ruolo del salmo responsoriale!); è qui che si compie un approfondimento unico dei due Testamenti. E tutto questo per illuminare e sostenere quella “comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del Pane eucaristico e della Parola di vita” (n. 58).

6. Valorizzare i diversi linguaggi – Luci, colori, profumi interagiscono nella celebrazione facendo leva su tutte le dimensioni della personalità del fedele, sempre tenendo conto degli “specifici valori di ogni popolo” (n. 40).
Le luci, i colori e i profumi evidenziano messaggi. Si pensi al ruolo della luce che filtra all’interno dello spazio sacro e che rende il luogo più accogliente. L’attenzione al colore, in contesto liturgico, è sempre desta, e risponde al bisogno di caratterizzare un determinato momento o periodo liturgico con un elemento che, nel comune sentire, richiama contenuti e valori specifici.
Profumo di incenso, infine, per caratterizzare due realtà: il segno di una preghiera che sale gradita al Padre, e il segno di venerazione al corpo dei fedeli, tempio vivente dello Spirito del Signore. Profumo di fiori, di aromi, di incenso: la liturgia è anche questo; e anche qui, come in tutti gli altri contesti evidenziati, deve riflettersi quell’“esigenza di inculturazione” (n. 40) tipica dell’annuncio del vangelo e, di conseguenza, della liturgia.

7. Cantare con gioia – Nella celebrazione il canto è parte della celebrazione perché “segno della gioia del cuore”, come ricorda il n. 39 dell’Introduzione al Messale. Se è abbastanza pacifico il constatarlo, non altrettanto pacifico è rilevare quanto il canto sia a servizio della celebrazione e insieme all’altezza della dignità che gli compete.
Cantare la fede implica sottolineare i vari momenti rituali con linguaggio adeguato, e far sì che ciò che si canta sia a servizio della celebrazione e non della musica. Di solito, non è il genere musicale che fa problema; è il testo che molto spesso non ha rapporto con la parola di Dio né con il mistero che si celebra! Il recupero di questa sintesi sarà raggiungibile man mano che i compositori torneranno ad elaborare testi che affondano il loro contenuto nella Scrittura. Del resto l’esperienza di oltre un millennio di musica “gregoriana” è quanto mai emblematica per testimoniare che questa sintesi è raggiungibile ed è capace di fare storia!

8. Presiedere con dignità – Il livello di partecipazione dell’assemblea dipende in larga misura dal ministero della presidenza; se si continuano a rilevare problemi di vario genere attorno alla celebrazione il motivo va ricercato anche nella responsabilità di chi presiede. Una simile competenza non si improvvisa né deriva dal solo studio della teologia: questo costituisce un aspetto; ma ce ne sono diversi altri che possono essere sintetizzati fondamentalmente nella conoscenza delle leggi della comunicazione. C’è chi ha affermato – e con piena ragione – che per essere buoni presidenti di assemblea bisogna essere ottimi registi!
Prepararsi a svolgere il ruolo della presidenza implica un bagno di profonda umiltà. Non è la propria persona che è chiamata a dare spettacolo; ma ad essere strumento perché l’assemblea faccia esperienza di Dio anche attraverso l’aspetto, l’atteggiamento, il tono di voce, la compostezza, l’abbigliamento di chi presiede. Preziose, al riguardo, sono le parole che leggiamo nel n. 93 dell’Introduzione al Messale: quando il sacerdote “celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo”. Anche su questo punto c’è da continuare a “interrogarsi sulla ricezione del Concilio” (n. 57).

9. Pregare con fede – Il fine di ogni strategia educativa attraverso l’animazione è quello di fare in modo che il fedele riesca a realizzare un dialogo con Dio. A questo tende ogni forma di preghiera, e in particolare l’Eucaristia. Raggiunto l’obiettivo della partecipazione interiore è raggiunto tutto. La sottolineatura allora diventa quanto mai urgente in ogni fase del ministero dell’animazione. L’animatore non può disattendere un interrogativo che risulta quanto mai prezioso se formulato ogni volta che viene elaborata una proposta: questo suggerimento, questa scelta... aiuta a pregare nella logica di questa particolare celebrazione? Se al centro dell’attenzione di ogni responsabile è ben presente il fatto che un’assemblea liturgica è radunata essenzialmente per un’esperienza di fede, allora le singole scelte saranno davvero illuminate e illuminanti. Anche per questo ambito è necessaria una programmazione e una progettazione, più volte ricordata nella NMI. A partire dalla logica dell’anno liturgico è indispensabile rispondere con piani concreti all’interrogativo: in questo nuovo anno (o periodo) liturgico, quale proposta di itinerario di fede la nostra comunità parrocchiale avrà davanti? con quali strategie potremo sorreggere un simile itinerario?

10. Predicare con semplicità – L’esperienza di Gesù Cristo è sempre un momento atteso durante la settimana; può riecheggiare nei giorni successivi alla domenica a condizione che lo spazio dell’omelia sia gestito in modo adeguato, all’insegna dell’“ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste” (n. 40).
Contenuti e metodo rientrano in quelle competenze che non si acquisiscono automaticamente con l’imposizione delle mani al momento dell’ordinazione! Metodo (= organizzazione delle idee da comunicare), contenuto (= sintesi del messaggio delle letture e dell’insieme della celebrazione, e dunque non solo vangelo!), forma (= stile colloquiale, ma dignitoso), tempo (= superati gli otto-nove minuti, tutto il resto è … del maligno!), verifica (= sapersi riascoltare o rivedere per perfezionare le modalità comunicative): sono gli elementi essenziali da tener presenti nell’esplicitazione di questo servizio alla Parola, alla celebrazione, all’assemblea; servizio a cui la Novo millennio ineunte dedica in particolare i nn. 40-41.

Per una vita “nello Spirito”

Il raggiungimento di una vita vissuta come “culto spirituale” costituisce il traguardo di ogni esperienza sacramentale quando questa è assunta come sintesi di un impegno di vita che precede quanto si celebra nel sacramento, e che prolunga nuovamente nel tessuto quotidiano quanto espresso nei simboli cultuali.
Al termine di un lungo percorso l’operatore pastorale può rendersi conto che animare il cammino dell’esperienza religiosa dei giovani non è né facile né immediato. I tempi di attuazione non possono essere quelli che si usano nella comunicazione odierna; non si può dire di educare “in tempo reale”. In questo caso il “tempo reale” dell’educazione è quello dell’intera vicenda umana della singola persona che in ogni segmento della propria esistenza è provocata a compiere scelte per la vita. È in questo itinerario, in cui interagiscono le più svariate componenti, che il confronto con la Parola di Dio e l’esperienza simbolica del Dio della vita trovano spazio per contribuire a dare senso alle più diverse scelte.
L’esperienza pastorale conferma che tutti i giovani hanno un qualche rapporto con Dio: appartenenti e non appartenenti rivelano in modo esplicito o implicito un “collegamento” con il soprannaturale (talvolta non ben definito o identificato). Inserirsi in questo dato di fatto è per l’educatore trovare già un terreno prezioso su cui innestarsi per accompagnare la ricerca personale attraverso la enucleazione di un progetto pastorale. Quali saranno le linee prioritarie di azione? Definirle a priori è fuori luogo; si può solo garantire che il punto di costante riferimento sarà l’esperienza della Parola rivelata – secondo le diverse modalità di approccio – come base di qualunque rapporto orante con Dio e come garanzia di una comprensione più piena della simbolica liturgica. Tutto questo impegna l’operatore pastorale a tracciare mini-itinerari che rispondano alle prime attese e predispongano soprattutto ad un inserimento personalizzato in quell’itinerario generale che la Chiesa propone in ogni anno liturgico e nei sacramenti.
Prendendo la liturgia come imprescindibile punto di riferimento, di accompagnamento e di sintesi, allora si recupera anche, in linea con il dato biblico, l’esperienza della “salvezza in comunità”. Questa resta il locus in cui interagiscono le diverse competenze, in cui si incontrano tutte le generazioni, in cui i contributi delle singole componenti convergono verso una sintesi che dai tempi della prima Pentecoste è assicurata e garantita dall’annuncio e dall’accettazione – nell’intimo della persona – della Parola e del Sacramento. È da qui, infine, che prende forma quella spiritualità intesa come elemento vitale di rapporto tra vita e Dio attraverso la mediazione sacramentale in cui l’epiclesi (= invocazione e dono dello Spirito) costituisce l’esperienza determinante per una vita nello Spirito, in quanto abilita continuamente il fedele – in forza del proprio sacerdozio comune – a “offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2,5).


NOTE

[1] L’animatore che voglia valorizzare o anche solo consultare Documenti che meglio lo possono aiutare nel proprio servizio, deve tener presenti anzitutto le Introduzioni ai singoli libri liturgici, come il Messale e il Lezionario. È in questi testi che si trova la linea più sicura per compiere un’animazione ecclesiale, ma insieme anche una serie di indicazioni per rendere la celebrazione sempre variegata, nonostante a prima vista appaia standardizzata o di routine.
Quasi tutto, comunque, è racchiuso nella già lunga serie di volumi dell’Enchiridion Vaticanum che dovrebbe essere a disposizione in ogni Comunità parrocchiale.
Altri documenti possono essere costituiti o da Lettere apostoliche come quella sulla domenica (Dies Domini), o da documenti di Conferenze episcopali (si vedano i volumi dell’Enchiridion della Conferenza episcopale italiana) o di Vescovi diocesani.
[2] L’attenzione che il Dizionario di Omiletica riserva ai “destinatari” dell’annuncio racchiude elementi di contenuto e di metodo che possono risultare quanto mai opportuni anche per un servizio di animazione che sia sempre più all’altezza delle sfide e delle attese.
A seconda delle circostanze, ci si può confrontare con i seguenti contributi: Adulti; Aids; Anziani; Atei; Carcerati; Emarginati; Famiglia; Fanciulli; Fidanzati; Giovani; Handicappati; Lavoratori; Malati; Marittimi; Migranti; Militari; Monaci e monache; Movimenti ecclesiali; Pellegrini; Ragazzi; Religiosi e religiose; Rifugiati; Sport; Studenti; Studenti esteri in Italia; Tossicodipendenti; Turisti; Vita coniugale; Volontariato; Zingari. L’elenco non abbraccia tutti i possibili “destinatari”. La gamma selezionata è comunque esemplificativa ed eloquente anche per altri qui non contemplati.
[3] Il primo documento del Concilio Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium al n. 13 offriva delle indicazioni generali per far sì che le forme della pietà popolare si ispirassero il più possibile alla liturgia e da essa traessero linfa.
L’attuazione del dettato conciliare si è realizzata con la pubblicazione del Direttorio su pietà popolare e liturgia (ed. Lev, Città del Vaticano 2002). Si tratta di uno strumento indispensabile sia a livello di formazione che di animazione; si veda al riguardo il fascicolo monografico di Rivista Liturgica (89/6 [2002]) dal titolo: Facciamo il punto sulla pietà popolare?
Il contenuto del Direttorio, distribuito in 288 paragrafi, è articolato in due parti: nella prima si danno le linee emergenti dalla storia, dal magistero e dalla teologia per comprendere la realtà della pietà popolare; nella seconda, invece, si offrono gli orientamenti per armonizzare la pietà popolare con la liturgia (anno liturgico, la Madre del Signore, i Santi e beati, i Defunti, santuari e pellegrinaggi).
Nella parte introduttiva l’animatore trova precisazioni terminologiche che gli permettono di distinguere tra pio esercizio e devozioni, tra pietà e religiosità popolare, insieme all’esplicitazione degli aspetti tipici del linguaggio della pietà popolare (gesti, testi, musica, luoghi, tempi...). Un Indice analitico permette a chiunque si trovi a lavorare in questi ambiti un prezioso strumento per rilevare i contenuti che arricchiscono il Documento.

Per approfondire le competenze

A livello di sintesi dei contenuti biblico-teologici si tenga presente il Catechismo della Chiesa Cattolica, soprattutto nella parte II per la dimensione sacramentale, e nella parte IV per ciò che concerne la preghiera cristiana e la sua educazione. Questo ultimo aspetto della preghiera va integrato con la Introduzione alla Liturgia delle Ore: un testo completo – è il primo nella storia! – per formare sotto l’aspetto biblico, teologico, spirituale e celebrativo alla preghiera ufficiale cristiana.
I due principali strumenti di consultazione sono:
– Il Dizionario di Liturgia, edito dalla San Paolo a cura di D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien nel 2001; i contributi, ricchi di documentazione, costituiscono la base per una seria formazione liturgica di chiunque sia chiamato a svolgere animazione a qualunque livello di responsabilità; le pagine introduttive racchiudono percorsi per approfondimenti specifici a seconda delle esigenze personali o delle attese della comunità.
– Il Dizionario di Omiletica, edito dalla Elledici – Velar a cura di M. Sodi – A.M. Triacca nel 1998; i 398 contributi sono tutti finalizzati a comunicare bene in contesto religioso e soprattutto liturgico; per la pastorale liturgica quasi tutti gli ambiti ivi presenti sono chiamati in causa, data la molteplicità di attenzioni da tener presenti.
Per una conoscenza adeguata degli strumenti essenziali per l’animazione liturgica costituiti dai Libri liturgici, si può fare riferimento, a seconda delle attese, o al Dizionario di Liturgia, o a quello di Omiletica, o a quello di Pastorale giovanile.
I principali periodici a servizio dell’animazione e della pastorale liturgica in Italia sono: Rivista Liturgica (per la formazione dei formatori; ed. Messaggero, Padova); Rivista di pastorale liturgica (per l’animazione parrocchiale; ed. Queriniana, Brescia); Liturgia (notiziario di informazione; ed. Cal, Roma); La vita in Cristo e nella Chiesa (per l’animazione immediata e la formazione degli animatori; ed. Pie Discepole del Divin Maestro, Roma); Armonia di voci (per la formazione degli animatori musicali e i cori parrocchiali, ed. Elledici, Torino).