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    Carmine Di Sante

    (NPG 2004-07-58)


    La quinta parola, relativa all’“onore” da rendere al padre e alla madre, conclude la prima tavola della legge che, come si è notato, nella tradizione ebraica riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio, a differenza della seconda che riguarda il rapporto tra l’uomo e il prossimo. Ma qui ci si trova subito di fronte ad una aporia che balza all’evidenza: il comandamento di “onorare” il padre e la madre non dovrebbe riguardare il prossimo e quel primo tra tutti i prossimi che sono il padre e la madre dai quali si è generati? Perché allora considerarlo parte della tavola che riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio?
    La risposta rabbinica è illuminante: “onorare” il padre e la madre rientra nella relazione tra l’uomo e Dio, perché di Dio i genitori sono i rappresentanti sulla terra, essendo attraverso di loro che il suo amore “si esprime” e “ si incarna” di generazione in generazione. Per cui onorarli è più che onorare il prossimo, essendo i genitori la condizione di possibilità di ogni prossimo, nel senso che solo in quanto generati possiamo incontrare e amare coloro che ci sono vicini, cioè prossimi.
    Prossimo diverso da ogni altro e condizione di possibilità per ogni altro, il padre e la madre occupano un posto privilegiato e per questo rientrano nella tavola che riguarda l’insieme delle relazioni con Dio stesso.
    Ma cosa vuol dire, per il testo biblico, “onorare” il padre e la madre?
    Nell’originale ebraico “onorare” è cabed, dal quale deriva il sostantivo cabod che vuol dire “peso” e “ricchezza” – il peso della ricchezza – e tutto ciò che al “peso della ricchezza”, ieri come oggi, è associato, la forza e il potere: ma non come dominio dell’altro e volontà di asservirlo, bensì come sollecitudine nei suoi confronti e promozione dei suoi bisogni. Per questo il cabod di Dio – il “peso” della sua “ricchezza” che ne fonda la forza e il potere – sono la creazione, con cui pone in essere il non essere per amore, e la redenzione, con cui richiama all’essere chi, a causa della colpa, vi si è negato. Se, per chi ne è portatore, il termine cabod traduce “il peso della ricchezza”, espressione di forza e di potenza che ne determina l’importanza, sulla bocca del destinatario che ne sperimenta i benefici lo stesso termine viene a significare soprattutto “onore”, “gloria”, “fama” o “splendore”, con cui il beneficiario riconosce la bontà del benefattore e lo loda. Nella frase del salmista, per il quale i cieli “narrano la gloria (cabod) di Dio”, si ritrovano annodati questi due significati: i cieli come testimonianza del “peso” di Dio, della sua potenza creatrice (il primo significato del termine) che, riconosciuta dall’uomo che ne è il destinatario, si trasforma, sulle sue labbra, in canto di gloria, onore, bellezza e splendore (il secondo significato del termine).
    “Onorare” il padre e la madre vuol dire allora, per il testo biblico, riconoscerne il “peso”, la “ricchezza” e l’“importanza”.
    Il senso di questo “peso” – ricchezza e importanza – può essere colto almeno a tre livelli.
    Il primo è quello del rispetto, per cui “onorare” il padre e la madre è rispettarli, secondo l’etimo del termine re-spicere, che vuol dire “guardare una seconda volta”, nel senso di avere nei loro confronti un “secondo sguardo”. Se il nostro primo sguardo sul reale è quello dell’appropriazione e del possesso, reduplicazione del gesto della mano che cattura il mondo per portarlo alla bocca e consumarlo, il rispetto – secondo sguardo – è quello che coglie il mondo non come oggetto di presa e, per l’io, di appagamento, ma come realtà in sé, altra dall’io anche se per l’io.
    Il rispetto – sguardo con il quale il mondo non è in funzione dell’io ma fine in sé – si estende soprattutto a quel mondo originario che, per ognuno, è la propria madre e il proprio padre. Il primo sguardo su di essi è di essere colti come “oggetti” da desiderare o ostacoli da allontanare: come vuole la tesi freudiana la quale, a proposito del rapporto figlio-madre, parla di amore oggettuale, mentre a proposito del rapporto figlio-padre, di legame edipico secondo il quale ogni figlio vorrebbe possedere la propria madre uccidendo il padre. L’esperienza di ogni nato di donna è l’intreccio lacerante di questi sentimenti contraddittori dove i genitori – e, sulla falsariga dei genitori ogni altro – sono contemporaneamente amati e odiati, oggetti contemporaneamente di desiderio e di ostilità.
    Rispettare i genitori vuol dire passare dal primo sguardo, dove sono visti solo per quello che egocentricamente ci hanno fatto, al secondo, dove sono visti per quello che realmente sono, al di là delle loro biografie personali, un insieme sempre di limiti e di condizionamenti, e al di là dei loro stessi errori, torti e violenze. Visti così, al di là della loro fattualità, essi sono la porta che introduce nel tempo e, essendo il tempo tempo sabbatico, dove si è definiti non per ciò che l’io fa ma per ciò che gli è fatto – secondo quanto stabilito dal quarto comandamento – essi sono la porta attraverso la quale si entra nel mondo come gratuità o grazia, dove vivere è vivere per ciò che è dato gratis.
    Oltre che secondo sguardo o rispetto, il quinto comandamento istituisce però, nei confronti dei genitori, soprattutto la riconoscenza: sia come nuova conoscenza, nel senso che nascere è prendere coscienza di un mondo dove si è stati introdotti gratis, sia come gratitudine, per cui, in un mondo dove si è stati posti gratis e dove tutto è dato gratis, la prima parola può e deve essere “grazie”.
    Qualche anno prima della sua morte, commentando sul Corriere della Sera la lettera con la quale il papa chiedeva al vescovo di Sarajevo di farsi promotore di un atteggiamento di accoglienza verso i figli delle donne bosniaco-musulmane stuprate, Sergio Quinzio scriveva: “In relazione ai bambini nati dagli stupri che le donne ebree subivano durante i pogrom nel secolo scorso – nel 1800 –, le comunità dell’Europa orientale sentirono il problema con profonda lacerazione. Anche lì gli stupri si legavano a una questione razziale. Che cosa ne sarebbe stato dell’identità ebraica se nelle già misere comunità ebraiche erano sempre più numerosi i bimbi biondi e dagli occhi chiari, figli di goim stupratori? I rabbini dettero una risposta straordinaria: la misericordia divina, rachamim, prende in noi dall’utero, rechem. L’utero, come la misericordia divina, accoglie ogni seme, non ne rifiuta nessuno, e lo trattiene fino a quando la vita che ha in sé matura” (in “Corriere della Sera” 28/2/1993).
    Onorare il padre e la madre coltivando sentimenti di riconoscenza nei loro confronti non vuol dire abbandonarsi alla idealizzazione delle loro figure, ignorando che la nascita avviene spesso casualmente o a volte anche violentemente, come nella drammatica testimonianza soprariportata. Vuol dire piuttosto non esaurire il reale con il fattuale e andare oltre intravedendo e cogliendo l’al di là della gratuità dalla quale si proviene e che quale grembo materno non esclude nessuno e accoglie tutti.
    Oltre il rispetto e oltre la riconoscenza, la quinta parola delle tavole della legge istituisce però, nei confronti della madre e del padre, soprattutto la responsabilità: che vuol dire prendersi cura di loro, nel tempo della vecchiaia, restituendo loro gratuitamente ciò che da loro gratuitamente si è ricevuto. Singolare inversione dove il bambino di ieri, bisognoso di tutto e capace di vivere solo in forza dell’amore donato della madre e del padre, è chiamato a prendersi cura dei genitori di oggi, resi impotenti dalla vecchiaia e impotenti come se fossero tornati bambini.
    A causa della riduzione delle forze e dell’autonomia, da sempre la vecchiaia è stata vissuta con angoscia, e in molte culture gli anziani, come ci insegnano gli antropologi culturali, spesso si lasciavano morire spontaneamente, in assenza di legami forti tribali o parentali.
    Ordinando di “onorare” il padre e la madre, il quinto comandamento istituisce la responsabilità nei confronti di chi da potente si è fatto impotente e da giovane – segno di forza ed espressione di vitalità ed energia – con il suo carico di anni e con le sue rughe è tornato fragile e vulnerabile come un bambino. “Onorare” il padre e la madre significa per la bibbia farsene carico rispondendovi con una responsabilità assoluta che restituisce gratuitamente ciò che gratuitamente si è ricevuto, allo stesso modo che ogni mattina il sole sorge gratuitamente sui buoni e sui cattivi. Così la vecchiaia, che i greci temevano come la peggiore delle maledizioni (“cupa di dolori avanza senilità, che svilisce e deturpa”, cantava amaramente Mimnermo), per il racconto biblico è svelamento dell’impossibile attaccamento dell’io a se stesso, e annuncio o kerigma che il senso dell’essere nel mondo non è nella volontà di persistenza o pulsione ad essere ad ogni costo, ma nella bontà o gratuità con cui l’uno si prende cura dell’altro nella reciprocità delle corresponsabilità.
    Ricordo di aver letto alcuni anni fa l’affermazione di un intellettuale francese il quale sosteneva che il vertice più alto della storia umana non va cercato nelle grandi letterature o nelle grandi opere architettoniche o artistiche, ma nella creazione dello stato sociale, frutto della maturazione etica delle coscienze e delle lotte operaie del XX secolo con cui, per la prima volta, nella storia umana, si è garantita agli anziani una vita non angosciata e abbandonata all’imminenza della morte.
    L’organizzazione statuale e sociale delle società occidentali che, con il suo sistema previdenziale e pensionistico, sottrae gli anziani all’incertezza e alla precarietà, deve essere perfezionata e estesa a tutti paesi e a tutte le culture. Ma questa, lungi dall’essere una forma di deresponsabilizzazione con cui affidare alle istituzioni i propri genitori, sono e devono essere un aiuto – anche se di un aiuto necessario e insostituibile in una società come la nostra dai nuclei familiari sempre più parcellizzati – perché la generazione dei figli si prenda a cuore realmente la generazione dei padri. Un aiuto necessario e insostituibile: ma sempre e solo aiuto, che non sostituisce la presenza e la relazione di riconoscenza e di affetto che nessuna istituzione può dare e garantire, e che solo un figlio – solo un cuore buono e disposto a ridare gratis ciò che ha ricevuto gratis – può testimoniare dentro e oltre le figure istituzionali dell’assistenza.
    Solo la relazione di amore liberamente ridonata è ciò che, per la bibbia, “onora” in sommo grado “il padre e la madre”.


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