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    Il campo di Fossoli


    Virginia Di Cicco

    (NPG 2001-05-2)


    Sulla strada che porta a Fossoli le distanze che scorrono sono segnate da lapidi.
    Il bianco del marmo non si capisce come abbia resistito e volti giovani, occhi per sempre neri e capelli corti e lisci, composti per sempre, così divisi sulla fronte. Nessun sorriso, labbra strette, il naso affilato e il mento morbido di una gioventù che non era il momento di vivere. Sguardo increspato di sdegno.
    Sono morti offrendo il petto perché uomini, donne e bambini non fossero condotti al mattatoio, lontano, immerso nella neve, dove le grida dei guardiani scuotevano vibranti la cenere nell’aria.
    Sono morti gettandosi dai convogli che li avrebbero portati verso l’orrore. Così il loro sguardo fiero non fu mai costretto a sopportare la vista dei forni e l’odore dolciastro della carne bruciata e i bambini che ingoiavano tutto con gli occhi sgranati.
    Perché a Fossoli c’era un campo. Un campo di concentramento per gli ebrei. Un campo di transito estremamente comodo per lo snodo ferroviario. Un parcheggio insomma dove la gente attendeva di partire in convogli destinati ad Auschwitz e Bergen-Belsen, amene località di sterminio. Perché a Fossoli c’era un campo dove la Repubblica Sociale aveva deciso con un decreto feroce che gli italiani di religione ebraica aspettassero di passare all’inferno creato sulla terra.
    Gli uomini a Fossoli non venivano divisi dalle donne e dai bambini, anzi intere famiglie erano mantenute insieme dentro assurdi cubi in muratura. Certo nessuna difesa dal freddo e pochi rimedi per la fame che rosicava le forze e faceva cadere i denti, ma comunque insieme a farsi coraggio.
    Quando insieme salivano sui convogli si consolavano pensando al ritorno, quando sarebbe stato e come e quanta felicità. Tutto questo e altro sarebbe bruciato con loro.
    Perché a Fossoli c’era un campo, e per questo anche l’Italia può vantare giustamente la sua parte di vergogna.
    Fossoli non faceva eccezione, era ben organizzato e funzionale, costruito per bene, forse leggermente approssimativo come è proprio dell’indole italiana, ma per i Tedeschi, all’indomani dell’otto settembre, era già qualcosa.
    All’indomani della guerra, quando l’indicibile obbrobrio dei campi di sterminio fece il giro del mondo e ovunque seminò storie da non credere sui virtuosismi raggiunti dall’aberrazione umana, si cercò di dimenticare cosa era successo a Fossoli, si cercò di dimenticare che qualche schizzo di quei virtuosismi aveva imbrattato anche il bel volto del nostro paese. Si permise per questo che quanto restava del campo fosse usato come rifugio prima dalla Comunità di Nomadelfia, fondata da Don Zeno, poi da profughi giuliani e dalmati fino ai primi anni sessanta. Luogo di speranza e luogo di sofferenza, una continua altalena di giorni bui e luminosi. Una lunga storia quella del «campo di concentramento provinciale per gli ebrei», in Italia una storia interessante che varrebbe la pena di raccontare alla nostra gioventù.
    Abbandonata ad un sempre maggior degrado, forse nella speranza che la pioggia e il vento cancellassero insieme i mattoni e l’onta, nel 1984 fu donato dall’Intendenza di Finanza al Comune di Carpi che ha deciso di farne un luogo di memoria.
    Primo Levi che transitò a Fossoli, prima di essere spedito al lager dove sarebbe stato torturato, riassume così quella sensazione di sentirsi dannati nonostante tutto:
    «Io so cosa vuol dire non tornare. A traverso il filo spinato ho visto il sole scendere e morire ho sentito lacerarmi la carne le parole del vecchio poeta – Possono i soli cadere e tornare: a noi, quando la breve luce è spenta, una notte infinita è da dormire».



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