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    Geremia: l’alleanza


     

    Carmine Di Sante

    (NPG 2001-07-41)



    Per il Nuovo Testamento il futuro dischiuso dal profetismo si è realizzato «escatologicamente», cioè definitivamente e compiutamente, in Gesù di Nazareth, che sulla croce si è disarmato di ogni potenza ridischiudendo così, come potenza, la potenza dell’amore perdonante. Ma per capire perché, per il Nuovo Testamento, in Gesù di Nazareth si è realizzato il futuro profetico e soprattutto perché quest’ultimo continua ancora ad essere atteso (il mondo infatti attende ancora di essere redento, anche dopo la morte e la risurrezione di Gesù che è il «cristo», cioè il «messia») è necessario cogliere il tratto paradossale del futuro profetico che è di essere un momento costitutivo e necessario dell’alleanza.

    Al centro della bibbia e del racconto esodico che ne è il nucleo narrativo e rivelativo, l’alleanza è il patto d’amore con cui Dio stringe a sé Israele sul Monte Sinai chiedendogli fedeltà ed obbedienza:

    «Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra. Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti». Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto noi lo faremo» (Es 6-6).

    Ciò che Dio chiede ad Israele sul monte Sinai è di essere amato liberamente: «se vorrete»; e a tale richiesta Israele risponde positivamente promettendo: «Quanto il Signore ha detto, faremo». L’alleanza è l’istituzione del rapporto unico e straordinario tra Dio e Israele dove Dio consegna e affida il suo «sì» a Israele («se vorrete») e Israele consegna e affida il suo «sì» a Dio. Il «sì» che Dio chiede ad Israele è di essere ascoltato in ciò che chiede («se vorrete ascoltare la mia voce»), e ciò che egli chiede non è di essere amato ma di amare con la stessa gratuità con cui è stato amato: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me». Ciò che Israele ha sperimentato in Egitto è l’evento dell’amore gratuito e immeritato, e ciò che Dio chiede ad Israele è di fare di questo amore gratuito e immeritato, che trascende l’ordine del desiderio e l’ordine delle appartenenze, il metro del suo essere e del suo agire, amando allo stesso modo. La formula con la quale le scritture ebraiche esprimono il paradosso di questo amore straordinario, gratuito e immeritato, è di «amare lo straniero»: «Non molesterai lo straniero, né lo opprimerai, perché voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto» (Es 22, 20). Amato «da straniero», cioè gratuitamente e immeritatamente, Israele è chiamato ad amare «lo straniero»: ad amare allo stesso modo con cui è stato amato.
    È all’interno della categoria dell’alleanza così intesa – il patto d’amore tra Dio e l’uomo – che si comprende fino in fondo l’originalità del futuro biblico: non l’attesa di ciò che si iscrive nell’ordine della natura, come la spiga nel seme o l’alba nella notte; non l’attesa di ciò che si iscrive nell’ordine del desiderio, come l’acqua per la cerva assetata o l’amata per l’amante; e neppure l’attesa di ciò che si iscrive nell’ordine della razionalità, come per l’ingegnere la realizzazione dei suoi progetti; bensì l’attesa di ciò che viene da «altrove» ed è al di là dell’uomo e dei suoi mondi – «natura», «cuore», «desiderio», «razionalità» e «progetto» – e, per questo, più che attesa è arrivo di ciò che è altro da lui, non proveniente da lui, e irruzione nella storia di ciò che è al di là della storia. Il nome appropriato del futuro biblico per questo è avvento: il Dio che ad-viene all’uomo e che, nel suo venirgli incontro, si arresta di fronte a lui, costituendolo libertà alla quale egli – Dio! – si consegna; il Dio che «passa» e che, nel luogo dove passa, introduce la libertà, come nella notte della pasqua degli ebrei in Egitto: «È la pasqua del Signore! In quella notte io passerò per il Paese d’Egitto» (Es 12, 11-12).
    Avvento di Dio nella storia, se il futuro biblico non si realizza, la ragione, per il profetismo è da ricercare nel mancato sì dell’uomo che, come una finestra, rifiuta di aprirsi, impedendo alla luce del sole di penetrare nella stanza e di inondarla della sua luce. È quanto denuncia il profeta Geremia, cento anni circa dopo Isaia (nel 650 circa prima di Cristo), il quale, constatando il fallimento dell’alleanza e dei ripetuti no dei re d’Israele a Dio, annuncia la stipulazione di una nuova alleanza sulla quale fiorirà il futuro annunciato da Dio:

    «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato (Gr 31, 31-34).

    Di fronte al fallimento dell’alleanza per l’infedeltà d’Israele – disvelamento dell’infedeltà dell’uomo e di ogni uomo al «sì» di Dio – Geremia annuncia una «nuova alleanza». Nuova perché alla collera per le colpe commesse, Dio sostituirà ogni volta il suo perdono, autovincolando la sua libertà a rispondere ad ogni no dell’uomo con un suo nuovo sì: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore»; nuova perché questa autovincolazione, che è la legge del perdono, sarà come iscritta nell’animo e nel cuore e, resasi come organica alla soggettività umana dalla quale verrà continuamente risvegliata, renderà possibile finalmente la realizzazione dell’alleanza: «Allora io sarò il loro Dio e loro il mio popolo»; nuova infine perché, realizzandosi l’alleanza, si realizzerà quel futuro di felicità che è nell’immaginario di tutti i popoli e nel desiderio di tutti i cuori: «Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore». «Tutti mi conosceranno»: verbo che nella bibbia vuol dire l’instaurazione del mondo giusto e buono come sognato e voluto da Dio per l’uomo:

    Così dice il Signore: «Non si vanti il saggio della sua saggezza e non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco delle sue ricchezze. Ma chi vuol gloriarsi si vanti di questo, di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia sulla terra; di queste cose io mi compiaccio». Parola del Signore (Gr 9, 23-24).

    Il futuro biblico istituito dall’alleanza è il futuro dove «tutti conosceranno Dio dal più piccolo al più grande», dove si farà esperienza della sua misericordia, sia in senso recettivo, sentendosi oggetto di misericordia, che attivo, agendo con misericordia. Il futuro biblico è il futuro della misericordia sottesa al mondo della giustizia e del diritto.
    Riconoscendo in Gesù che muore sulla croce per amore degli uomini e in obbedienza al Padre la «nuova ed eterna alleanza», come si ripete in ogni celebrazione eucaristica, il Nuovo Testamento vede dischiudersi in lui il principio misericordia come condizione di possibilità per l’instaurazione del regno di Dio, cioè del mondo giusto e buono.


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