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    Il vissuto giovanile nell’eucaristia


    Mario Pollo

    (NPG 2002-08-4)


    Questa relazione affronta il vissuto delle celebrazioni eucaristiche e il significato dell’eucaristia tra gli adolescenti e i giovani. La fonte di questa analisi è costituita dalle 140 storie di vita che hanno costituito la base della ricerca promossa e condotta dall’Istituto di Teologia Pastorale nel 1995. [1]
    Per quanto riguarda il breve accenno ai dati quantitativi inerenti la frequenza alla messa, è stata privilegiata la fonte costituita dalle ricerche condotte dallo IARD di Milano a partire dal 1983.
    Al di là degli scarni dati sulla frequenza alle celebrazioni eucaristiche che sono generalizzabili, la descrizione e l’analisi dei vissuti di queste stesse celebrazioni appartiene alla ricerca di tipo qualitativo che, pur consentendo un’analisi in profondità del fenomeno, non permette la misura della loro frequenza tra gli adolescenti e i giovani.

    La frequenza alla messa

    I dati che lo IARD [2] ha rilevato riguardo alla partecipazione dei giovani alla messa indicano che negli anni ’90 si è verificata una leggera riduzione della percentuale di coloro che vanno a messa almeno due o tre volte al mese che dal 36/37 % si è assestata intorno al 33%.

    2002-08 0001

    Anche sulla base dei dati forniti da altre ricerche si può dire che i giovani che hanno una frequenza regolare alla messa sono stimabili intorno al 30% circa.
    La diminuzione di coloro che affermano di non aver mai partecipato alle celebrazioni eucaristiche è dovuta al fatto che dal 1992 è cambiata la domanda del questionario dello IARD che invece di chiedere se aveva mai partecipato alle messe negli ultimi tre mesi ha chiesto se aveva mai partecipato negli ultimi sei mesi. Come si vede nella tabella la stessa modifica è stata fatta per la domanda se aveva partecipato una o due volte alla messa negli ultimi sei mesi, invece dei tre dei questionari precedenti. Questo ha portato a un aumento di coloro che hanno riposto affermativamente a questa domanda.
    Le femmine normalmente hanno una frequenza alla messa superiore a quella dei loro coetanei maschi.
    La differenza è molto forte: infatti la frequenza regolare passa dal 25,9% dei maschi a ben il 38% delle femmine, mentre la non partecipazione scende dal 33% dei maschi al 20% delle femmine.

    2002-08 0002a

    Anche se in modo un po’ grossolano, si può individuare nell’universo giovanile una tripartizione di comportamenti relativamente alla partecipazione alle celebrazioni eucaristiche. Che riduce la non frequenza assoluta all’eucaristia a poco più di un quarto dei giovani e degli adolescenti.

    2002-08 0002b

    Come si può osservare nelle due tabelle sottostanti con il passaggio dall’adolescenza alla gioventù si ha un forte calo della frequenza regolare e un forte aumento di quella irregolare e saltuaria.
    Mentre sia il calo della partecipazione regolare che l’aumento di quella irregolare seguono un andamento lineare, quello della non partecipazione assoluta vede un brusco aumento nella tarda adolescenza e una stabilizzazione.
    Questo significa che dopo la fine dell’adolescenza non si hanno più modificazioni sostanziali dell’atteggiamento nei confronti della religione ma solo una modifica del livello di intensità della pratica religiosa.

    2002-08 0002c

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    Infine occorre segnalare che l’area geografica in cui è più bassa la frequenza regolare alla messa e più alta la non frequenza assoluta è il centro Italia. Il sud è, invece, l’area con la più alta frequenza regolare e la minor assenza di frequenza.
    Il nord non si distacca molto dal sud, anche se ha valori lievemente più bassi nella frequenza regolare.

    2002-08 0003

    Il vissuto delle celebrazioni eucaristiche

    Il vissuto delle celebrazioni eucaristiche così come il loro significato appare fortemente legato a tre variabili.
    La prima, che traccia il discrimine più radicale, è costituita dall’appartenenza o dalla non appartenenza a gruppi o associazioni ecclesiali. Per questo motivo la descrizione di questi due gruppi sarà fatta separatamente.
    La seconda variabile, per ordine di significatività, è costituita dall’età, essendo molto diverso il senso che l’eucaristia assume per gli adolescenti e i giovani.
    La terza variabile è data dal genere. Infatti le differenze dei vissuti tra i maschi e le femmine, come si vedrà, sono molto nette e significative.

    SCHEDA /1. APPARTENENTI AI GRUPPI/ASSOCIAZIONI ECCLESIALI

    L’appartenenza ai gruppi e alle associazioni ecclesiali è alla base di un atteggiamento fortemente positivo nei riguardi della partecipazione alle celebrazioni eucaristiche, ma non di un modo comune di vivere e di dare significato a questa esperienza. Infatti compaiono una pluralità complessa di vissuti, che indicano come l’esperienza dell’eucaristia è interpretata a partire da categorie teologiche e orientamenti esistenziali molto diversificati e talmente estesi da dare origine a una vera e propria frammentazione soggettiva di questa esperienza.
    Questo fatto rende impossibile individuare un vissuto comune dell’eucaristia sia tra gli adolescenti sia tra i giovani. Ciò indica la presenza della deriva della soggettivizzazione, che, come è noto, è costitutiva della complessità che caratterizza l’attuale cultura sociale, anche all’interno di un’esperienza che è fortemente connotata dall’insegnamento e dalla tradizione ecclesiale nel cui alveo si sviluppa l’appartenenza ecclesiale di questi giovani.
    L’esistenza della soggettivizzazione segnala che l’interpretazione della propria esperienza dell’eucaristia non è solo il frutto della catechesi e della tradizione che questi giovani hanno ricevuto, ma dell’interazione di questa con quei fenomeni culturali, sociali e psicologico esistenziali che sono all’origine dell’attuale, particolare fase della modernità.
    Il primo di questi fenomeni è costituito dalla cosiddetta complessità sociale che attraverso il suo policentrismo di valori, di idee, di concezioni del mondo e della vita, oltre che di poteri, il suo relativismo e la sua posizione fragile verso il “reale” – ha prodotto la frammentazione della cultura sociale in un arcipelago in cui non trovano posto né la verità né l’oggettività.
    Il secondo fenomeno è costituito dalla crisi delle grandi narrazioni, ovvero dei grandi sistemi ideologici e di pensiero attraverso cui le persone interpretavano se stesse, la loro vita e il mondo facendo riferimento ad un punto di vista a loro esterno. Questo significa che esiste nei giovani una effettiva difficoltà ad assumere come normativo del loro vissuto il fondamento dottrinario ecclesiale.
    Il terzo fenomeno è costituito dalla perdita della capacità delle persone di interpretare il fluire del tempo lungo l’asse lineare della storia e, quindi, di dare alla propria vita la coerenza e l’unitarietà di un progetto capace di dare un senso al frammento di tempo i cui confini sono la nascita e la morte, all’interno del frammento di tempo più grande i cui confini sono, invece, l’inizio e la fine della storia umana.
    Una espressione di questa perdita è data dalla difficoltà dei giovani di vivere la memoria ecclesiale nel loro presente, di sentire cioè che il loro presente, pur nella sua irriducibile autonomia, è comunque e sempre figlio della storia e del patrimonio culturale della comunità credente.
    L’intreccio di questi tre fenomeni culturali nella vita di questi giovani ha prodotto in gran parte la deriva del soggettivismo e la loro conseguente chiusura in quell’orizzonte di senso costituito principalmente dai bisogni personali, dalle argomentazioni del desiderio, dai sentimenti, espressi o non, e dai sistemi simbolici interiorizzati.
    Questa chiusura è attenuata solo dalle microaperture disegnate dalla relazionalità primaria con cui questi giovani condividono, in un clima di solidarietà affettiva, il piccolo mondo vitale quotidiano. Da questo punto di vista il gruppo ecclesiale rappresenta una grande opportunità di avvio del processo di uscita dalla soggettività, verso un’interpretazione condivisa, oggettiva, della propria esperienza.
    L’analisi dei vissuti indica che, per una gran parte di questi giovani, questa “uscita” non è avvenuta e che, quindi, questa opportunità non è stata colta nell’azione catechetica e pastorale.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche delle adolescenti

    Tra le adolescenti appartenenti a gruppi o associazioni ecclesiali vi è una ampia gamma di vissuti dell’esperienza della celebrazione eucaristica.
    Vi sono quelle in cui la Messa è percepita come un momento forte della propria esperienza di fede, all’interno della celebrazione della festa nel suo autentico significato di giorno in cui la persona può sviluppare con più pienezza il proprio rapporto personale con Dio.
    In queste adolescenti è ancora presente, nonostante l’omologazione del tempo presente nella cultura sociale moderna globalizzata, il senso della festa che appartiene alla tradizione ebraico-cristiana e che testimonia la loro capacità di vivere il tempo della loro vita come storia e di collocare la loro esperienza religiosa nella storia della salvezza.
    Questo senso nasce dalla loro percezione della festa come di un tempo diverso perché sacro, in cui esse possono con più coerenza amare se stesse, gli altri, la vita e, quindi, Dio. La festa è il giorno in cui possono lasciare in un canto i compromessi, le piccole viltà, gli abituali tradimenti del proprio essere se stesse, in accordo al progetto che hanno di sé, per poter sopravvivere materialmente e psicologicamente nella non sempre rispettosa, per l’uomo, vita sociale del mondo.
    La domenica possono ritrovare se stesse, chiedere perdono dell’infedeltà e cercare di essere se stesse nella felicità e nella gioia. Questo consentirà loro, l’indomani, di essere un po’ più forti, un po’ più coerenti e quindi più fedeli alla verità.
    La festa è la celebrazione dell’essere se stessi all’interno dell’Amore di Dio. Fare festa è anche “viaggiare nel tempo”, perché il tempo della festa consente di viaggiare al suo interno, a differenza del tempo profano. Viaggiare nel tempo significa, ad esempio, rivivere, attraverso la possibilità offerta dal rito della Messa, l’esperienza storica del sacrificio di Gesù.
    Le storie di queste, poche adolescenti, evidenziano poi un altro motivo della festa: che essa ha bisogno di essere strutturata dal rito. Senza rito la festa non riesce ad ospitare sino in fondo il dono della menuchà. La festa va vissuta all’interno del disegno del tempo realizzato dal rito. Il rito non ridotto solo alla celebrazione del precetto festivo, ma che inizia, ad esempio, il sabato al calar della sera.
    L’adolescente che apre la festività domenicale con la preghiera del sabato sera manifesta questa sapienza della festa.
    “Di domenica lo sento senz’altro più vivo che negli altri giorni. Negli altri giorni faccio la preghierina classica alla sera, però non faccio nient’altro, mentre durante la messa dopo la comunione ho un rapporto con Dio o volendo ci può essere. Al sabato alcune volte vado a degli incontri di preghiera a Treviso e anche quello bene o male è sempre un rapporto con Dio. Allora il sabato e la domenica li vedo come momenti di riposo, ma anche di avvicinamento a Dio e dopo...”.
    Vicino a questi vissuti vi sono quelli delle ragazze che vivono la celebrazione eucaristica come centro della vita della comunità ecclesiale, perché essa è la sorgente dei legami di solidarietà e di fraternità.
    Questo vissuto evidenzia chiaramente l’avvenuta interiorizzazione del significato del gesto di Gesù nell’ultima cena, quando con la condivisione di un unico pane e un unico calice indica che la ripetizione di quel gesto nella chiesa è un momento fondamentale nella costruzione della comunità come suo corpo, nel suo Spirito e nella sua imitazione. Esso è perciò anche un invito alla fraternità:
    “… cioè in fin dei conti la Messa l’ha istituita Cristo stesso, nell’ultima Cena. E quindi, penso che non solo sia il ringraziamento mio, ma di una comunità che si ritrova alla fine di una giornata, che si ritrova all’inizio di una giornata. Penso che sia il momento più alto in cui si non solo si unisce la preghiera personale, ma la preghiera di comunità, in cui proprio materialmente si riceve Cristo e tutto. Penso che sia il momento più alto”
    “La frequenza domenicale all’eucaristia è un’esigenza per tutte le cose che faccio ed è il momento di incontro con mio Padre e dà motivo a tutto ciò che faccio e ancor di più perché l‘eucaristia è la sorgente della fraternità”.
    Di tipo apparentemente più individualistico sono i vissuti dell’eucaristia come momento essenziale per il mantenimento della propria fede, oppure semplicemente come il momento più intenso del proprio rapporto con Dio.
    Comunque anche qui vi è la percezione, magari non sufficientemente riflessa, che l’eucaristia apre la persona alla rivelazione salvifica perché essa apre a questa rivelazione la comunità.
    “Mi è capitato di assistere a celebrazioni liturgiche molto sentite e molto forti che mi hanno molto segnata, e magari è proprio per questo che continuo ad andare, quando ci riesco, a Messa, ho l’idea di queste celebrazioni e se non avessi avuto l’opportunità di parteciparvi, adesso magari non ci crederei neanche più”.
    Per qualche adolescente essa è il momento della verifica interiore che la conduce a verificare, in un clima emozionalmente forte, la propria coerenza di vita e, quindi, la propria fedeltà a Dio e al sacrificio del suo figlio unigenito Cristo.
    “Mi capita tantissimo di piangere durante la messa... cioè, non è che piango... mi commuovo, no? ... dopo che prendo l’eucaristia io ringrazio Dio per tutto quello che ho. Però... io ringrazio, chiedo... però... in concreto non è che faccio più di tanto! Allora insomma mi viene da piangere pure per questo […] perché magari Dio mi ha creato, m’ha fatto, ha mandato il figlio, l’ha fatto ammazzà, ha fatto un casino e io più di tanto non so fa’. Allora mi sento pure un po’ in colpa... che ne so...”.
    In altri casi la messa, specialmente da parte di chi la frequenta tutti i giorni, è o il viatico che apre la giornata al mattino o che la conclude nel ringraziamento alla sera.
    In questi vissuti è espressa la consapevolezza che Dio solo può redimere la fragilità dell’uomo frantumando le barriere del suo egoismo e dell’angoscia della morte e che questo si realizza nella presenza dell’amore creativo e salvatore di Gesù nel banchetto eucaristico:
    “Forse è una mia impressione, però noto che quando vado a Messa la mattina e poi torno a casa e fare i compiti o fare altre cose, non lo so, mi sembra che la giornata inizi meglio. La messa alla sera penso che sia quasi la Messa del ringraziamento della giornata, che non sempre è una giornata a volte piacevole… E quindi, magari, andando a Messa riesci a ringraziarlo per quell’atto buono, oppure riesci a dirgli: Sì, ma che giornata mi hai dato? Potevi anche evitarmela!”.
    C’è anche però chi riconosce il valore della celebrazione eucaristica solo se la sua partecipazione è frutto di un autentico bisogno e non di una sorta di sistematica abitudine. Anche perché per queste ragazze ci sono altri momenti, di solito durante preghiera personale, di rapporto profondo e autentico con Dio.
    In questa posizione vi è, evidente, un riflesso debole ma chiaro dell’atteggiamento prometeico, ovvero di un’altra variante della soggettivizzazione, tipica dell’uomo contemporaneo che si concepisce come unico agente della propria vita, anche del rapporto con Dio.
    “Il fatto sempre di venire a Messa, il fatto che ci siano non dico delle regole precise per un cristiano comunque insomma che ci siano dei doveri da parte di un cristiano, vabbeh su questo sono d’accordo, però il rapporto con Dio io l’ho sempre visto come qualcosa di più interiore. Non lo so perché. Ad esempio … ci sono stati periodi in cui non ho frequentato la parrocchia, periodi in cui magari non venivo mai a Messa, eppure, anzi io lo sentivo ancora più forte, era magari maggiore la voglia di comunicare con Lui, proprio di pregare, ma di pregare proprio come dialogo al di fuori delle preghiere, proprio come se fossimo faccia a faccia e io parlassi con un amico, comunque con una persona che è lì vicino a me”.
    In pochi casi vi è, infine, l’esperienza della celebrazione eucaristica come “momento sacro”, ovvero come momento in cui si vive un’esperienza ai bordi del mistero che si sottrae totalmente alla ragione e che si presenta come ineffabile.
    Si può dire che nei vissuti di queste adolescenti è presente il senso profondo del mistero eucaristico, con il suo fascino ma anche con la sua capacità di inquietare, come è caratteristico di ogni realtà autenticamente sacra.
    “Quando era appena diventato prete, da pochissimo tempo, e allora mi ricordo che quando alzava il calice durante la Messa gli tremavano le mani, allora mi ricordo che questa cosa mi aveva colpito”.
    “Le cose che mi colpiscono sono... un momento che mi piace tantissimo … quando prima dell’eucaristia, il prete dice quelle cose a bassa voce, mi piace tanto”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche degli adolescenti

    Tra gli adolescenti maschi appartenenti il vissuto dell’eucaristia è descritto con minor profondità, oltre ad apparire meno ricco e variegato.
    La loro attenzione sembra essere più concentrata sul comportamento e sul dovere, in senso positivo, che sul significato della partecipazione alla celebrazione eucaristica.
    In questa sottolineatura della necessità della frequentazione assidua vi è comunque implicita la condivisione della centralità dell’eucaristia come luogo del dialogo salvifico, della costruzione della comunità e del memoriale che rende contemporanea tutta la storia della salvezza.
    “Almeno, cioè andando a Messa posso leggere il Vangelo. Va bene, potrei anche leggerlo a casa, però leggendolo in Chiesa mi attira un po’ di più, no? Mi attira ancora di più verso Dio ed anche sentendo la predica cerco di ascoltarla, anche se tante volte mi annoio perché magari le fanno un po’ lunghe. Però io cerco di ascoltarla, di capirla e cerco di capire il vero senso di andare a Messa, il vero senso della Messa. Ed allora... qualche volta, cerco di andare anche durante la settimana anche per capire cosa vuol dire andare a Messa, questo impegno di andare Messa, perché può essere anche un impegno di tutti i giorni andare a Messa e non soltanto della domenica”.
    Pur essendo appartenenti a gruppi o associazioni ecclesiali, una parte consistente di questi adolescenti non frequenta regolarmente la messa, anche se attribuisce alla partecipazione alla celebrazione eucaristica la capacità di donare valori e senso di pienezza.
    In questo tipo di vissuto è evidente la difficoltà per questi adolescenti di integrare nei loro comportamenti la dimensione cognitiva con quella esistenziale, la fede con la vita.
    “Non vado spesso a messa, quindi... un po’... non posso... diciamo capire il senso vero della messa. Sì l’ho capito, cioè andare tutte le domeniche a messa e vivere la messa... diciamo riempie, riempie di tante cose, riempie... di tutti quei valori che... che appunto il Signore cerca di farci acquisire attraverso l’esperienza...”.
    Per molti che frequentano assiduamente la messa questo loro modo di agire è semplicemente la risposta a un bisogno profondo, importante, che avvertono con molta spontaneità.
    Vi è in questo tipo di esperienze la rivelazione del vissuto della messa come luogo in cui è presente una forma di comunicazione che tocca le dimensioni più profonde delle persona e in cui la parola si fa vita più che astratta conoscenza.
    “A messa ci sono sempre andato sin da quando ero piccolino. All’inizio era quasi un divertimento poi, incominciando ad andare a catechismo così, ho capito che, era importante, poi ho sentito il bisogno di continuarci ad andare”.
    “Dopo non so come spiegarlo venivo a messa non solo per venire ad un impegno ma è una cosa che ti senti, ci si sente di andare a messa, almeno io, personalmente”.
    Ciò che caratterizza maggiormente gli adolescenti maschi rispetto alle femmine è il valore che la messa ha per molti di loro come modo di stare insieme con gli amici e come momento di conoscenza e interpersonale.
    Questi vissuti esprimono in una forma più banale la funzione della messa come fondamento della comunità e della fraternità.
    “Non è che uno va a Messa perché è obbligato! Per me uno quando deve andare a Messa, cioè in chiesa, deve andare perché è convinto di andarci e perché ci va per imparare anche qualcosa. Si impara, cioè impara più nell’avvicinarsi verso Dio e più impara ad avvicinarsi anche verso gli altri”.
    “Perché andandoci tutti, vabbè, andando a Messa tutti insieme ci si ritrova, e poi dopo è anche, si sta anche un po’ insieme così”.
    Infine c’è da sottolineare che l’impegno di frequentare la messa è vissuto in positivo da molti di essi perché offre la possibilità dell’ascolto della parola e della sua comprensione, in quanto nel corso della celebrazione eucaristica si ricevono segni, messaggi anche grazie al contenuto simbolico di cui è intessuta la sua liturgia e per la presenza reale di Cristo.
    Vi è qui forse l’espressione della consapevolezza del gesto eucaristico come rivelatore della proposta divina portata avanti dalla voce dei profeti, degli apostoli e di Cristo.
    Rivelazione che avviene nei segni, nei simboli e nella esperienza della comunità che si costruisce come corpo mistico di Gesù.
    Tuttavia spesso a questi adolescenti sembrano mancare i giusti concetti e il linguaggio appropriato per esprimere la loro esperienza religiosa.
    “La celebrazione liturgica è sempre un segnale, perché prima di tutto durante la Messa si leggono delle letture e già questo è un messaggio. Poi, anche il momento dell’eucaristia è un messaggio che ci lascia Cristo, che ci ha lasciato Cristo perché lui è sempre presente con noi, anche se è morto. Secondo me, questo è sempre un segnale”.
    “La Messa sì, perché si ricordano alcuni valori attraverso la messa, ma l’eucaristia è un simbolo che è rimasto”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche delle giovani

    Tra le giovani appartenenti i vissuti relativi alla partecipazione alla celebrazione eucaristica variano dalla semplice interiorizzazione del bisogno di frequenza settimanale, addirittura giornaliera, come modo per mettere realmente Dio al centro della propria vita, ad altri più complessi e teologicamente più evoluti, come, ad esempio, quello della messa come momento centrale dell’esperienza della presenza di Gesù nella comunità. Esperienza che fortifica e che fa crescere.
    È interessante osservare come questo vissuto, già presente in una parte delle adolescenti, indichi che tra le femmine esiste una capacità di interpretazione dell’esperienza eucaristica più evoluta, dal punto di vista teologico, di quella dei maschi.
    “Allora, io cerco e tento in ogni modo di mettere Dio al primo posto nella mia vita, questo, lo strumento che ho diciamo approntato e riconosciuto come il più valido innanzitutto come quello della preghiera, cioè attraverso la preghiera, la messa quotidiana, la lettura della Parola...”.
    “... Poi il giorno di festa partecipo alla messa e sento che quelle volte che non vado mi pesa.”.
    “Per il fatto che condivido la mia preghiera insieme agli altri, è un momento di affermazione perché io prego il mio Dio, anche tu preghi lo stesso Dio, siamo forti perché siamo in due e la nostra forza si unisce insieme e il nostro, la nostra fede si fortifica ancora e poi è anche come scambio di fede, perché anche la messa secondo me è un’esperienza che ci fa crescere, perché ci aiuta a riflettere su tante cose e poi ci fa venire incontro a delle realtà a cui non pensiamo tanto”.
    Un vissuto particolare è quello della partecipazione alla messa come esperienza di comunione con persone che vivono la celebrazione eucaristica in un altro continente, in cui la protagonista ha vissuto un periodo di volontariato internazionale. La celebrazione eucaristica annulla il tempo e lo spazio. Si è qui in presenza dell’esperienza assai concreta del memoriale di salvezza che mette in relazione spirituale questa giovane con l’intera storia di salvezza, che precede e trascende la persona singola e, quindi, le fa percepire la comunione mistica con tutti coloro che vivono, hanno vissuto e vivranno la storia di salvezza.
    “Forse l’esperienza del Brasile mi ha insegnato proprio questo: che noi siamo soltanto una piccola cellula… di tante altre persone che vivono la loro vita... spesso mi capita di pensare... a mezzogiorno della messa coincide alla messa delle sette a cui io andavo con tutti i bambini la domenica. Quindi quando io vado a messa a mezzogiorno è come se in parte stessi anche lì. E mi piace molto anche questa relativizzazione della nostra vita, rispetto alla vita di miliardi di altri esseri umani”.
    Accanto a questi compaiono vissuti della messa, che possono essere definiti di tipo mistico, legati alla bellezza della liturgia, in cui il canto gioca un ruolo fondamentale.
    “E un’altra cosa che è stata importante, è stato qualche anno fa, quando con Dino abbiamo fatto, abbiamo preparato la messa della Madonna di Lourdes, siamo andati là a cantare, questo è stato molto importante per me, quando cantavo mi sembrava di aleggiare, di volare, era una dimensione superiore insomma, non mi sentivo più attaccata a niente, mi sentivo leggera, è stata una bella esperienza proprio a livello interiore e va beh, sì è stata una bella esperienza, l’ho vissuta bene”.
    Tra le esperienze più profonde della messa vi è anche quella della percezione del mistero di Gesù che è presente nel pane e nel vino consacrati. Pane e vino che non sono, quindi, percepiti come segni indicativi ma come comunicanti la reale presenza del Risorto nell’unica comunità della nuova alleanza.
    “Lì secondo me è Gesù che si fa in quel pane che diventa Gesù, questo è il mistero della fede, non è facile crederci. A me tante volte è capitato di dire: come è possibile, cioè di pormi, perché non è che uno dice ci credo punto, credo che il cristiano è anche giusto che si ponga degli interrogativi e non essere un po’ credulone. Quindi io molte volte me lo sono chiesto perché poi magari tante volte ti metti lì e non senti niente, allora dici: ma dov’è questo Signore come è possibile? È invece dopo, vivendo tante Messe in modo profondo che tu lo senti, che ricevi Gesù, lo senti che è un Gesù vivo che quel pezzo di pane non era pane, ma Gesù che ti cresce dentro, che si manifesta in questo modo”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche dei giovani

    Anche i vissuti delle celebrazioni eucaristiche dei giovani appartenenti sono molto ricchi e variegati.
    Per la maggioranza di essi, la messa, e non solo quella domenicale, costituisce un momento importante che innerva e dà senso alla loro esperienza religiosa e manifesta la loro fedeltà a Dio.
    Quando per motivi di lavoro o seri impedimenti non possono partecipare all’eucaristia, questo provoca in alcuni un vero e proprio stato di sofferenza in cui vi è anche la presenza, seppur solo accennata, di un sentimento di colpa.
    “Io, per me una delle grosse sofferenze è il dover saltare la messa la domenica, una cosa che in questi anni in cui faccio parte di questo ambiente ho cercato sempre di evitare e se l’ho fatto è sempre per motivi di forze maggiori. Per esempio quest’estate che ero in Sardegna, lavoravo, uscivo con il motoscafo per cui mi era impossibile poter andare a Messa. Però penso che questo dispiacere, questa volontà di andare a Messa, magari la sostituivo con il Rosario, magari cercavo di mettere anche come offerta al Signore penso che non abbia avuto delle ripercussioni negative nel mio curriculum peccatorum”.
    Anche tra una parte di questi giovani maschi, è molto forte la fede nella presenza reale di Gesù nell’eucaristia che origina la profonda convinzione che nella messa essi incontrano il Risorto che viene proprio per ognuno di loro, oltre che per la comunità.
    In questo vissuto forte spesso vi è anche il riconoscimento di quel mistero che fa sì che il cristiano incontri Gesù, nonostante le debolezze umane che si esprimono nella celebrazione del rito e che fanno sì, come alcuni giovani sostengono, che spesso le messe siano vissute dai fedeli come pallose.
    È interessante osservare come questo vissuto, fondamentale, dell’eucaristia sia presente più tra i giovani, sia maschi che femmine, che tra gli adolescenti.
    Non è possibile stabilire se questo è frutto di una crescita religiosa personale o di una differente catechesi.
    “Una scelta psicologica che ho sempre preso è quella di mettere Gesù al centro di tutte le cose, per cui anche durante la Messa il momento più importante è il momento della consacrazione perché è un momento in cui veramente Gesù viene in mezzo a noi anche se poi nel tabernacolo già c’era per così dire, però mi piace sempre quel momento perché è il momento in cui Gesù viene su quell’altare e viene per ognuno di noi, in quel momento io me lo sento che viene direttamente per me, per cui c’è un rapporto proprio diretto”.
    Presenti sono anche il vissuto, già incontrato tra le adolescenti, della messa domenicale come il culmine della festa, creata da Dio come un giorno diverso dagli altri, in cui si può vivere con più autenticità il rapporto con Lui, così come quello della messa come luogo di condivisione comunitaria.
    “I giorni festivi il culmine di tutto il giorno festivo è la Messa, i giorni feriali invece, a parte che ultimamente non riesco più a conciliare il lavoro con la Messa quotidiana, però esiste la differenza perché se il Signore ha messo un giorno diverso dagli altri in cui deve essere dedicato al culto esiste la differenza”.
    Anche tra questi giovani vi è qualche caso in cui alla celebrazione eucaristica viene preferito il dialogo personale e solitario con Dio e, soprattutto, l’azione della carità.
    Questo atteggiamento sembra essere il frutto, da un lato, di una razionalizzazione tesa a giustificare la propria non partecipazione regolare all’eucaristia e, dall’altro lato, la mancata maturazione della comprensione autentica di questa celebrazione.
    “Io nel mio piccolo vado in chiesa solo ed esclusivamente quando ne sento l’esigenza di parlare al Signore. Molte volte, a dire la verità, sentire la messa per me è quasi un una tantum, è molto raro che vado in chiesa. Preferisco reputarmi cristiano e comportarmi da tale quando in realtà posso fare qualcosa per gli altri, in questo vedo il cristianesimo; vedo l’insegnamento di Dio come aiuto agli altri quando si ha la possibilità. Questi sono i veri insegnamenti di Cristo, non certo obbligarti ad andare la domenica mattina”.
    Infine compare il caso di un giovane che andava a messa solo per vedere una ragazza e pian piano questa esperienza lo ha convertito e riportato a una pratica religiosa piena e autentica. È bello sentire la gioia che questo giovane comunica parlando della scoperta di come Dio abbia operato per la sua salvezza utilizzando la sua finitudine.
    “Io, quasi senza accorgermene, piano piano mi sono inserito nell’ambiente dell’azione cattolica e di conseguenza anche di quello della Chiesa, per vedere lei andavo tutte le domeniche a Messa anche se non nella mia parrocchia, perché lei era di un’altra parrocchia, però ho incominciato così piano piano ad avvicinarmi e quasi senza volerlo poi mi sono trovato dentro, immischiato si può dire in questo gioco bellissimo che è quello che Gesù, che Dio ci crea per noi insomma. È proprio vero che insomma, che Dio crea delle, ha mille modi per farci avvicinare a Lui, e io mi ritengo una persona fortunata perché ho incontrato Dio in questo modo”.

    SCHEDA /2. NON APPARTENENTI AI GRUPPI/ASSOCIAZIONI ECCLESIALI

    Se l’appartenenza ha prodotto un’ampia gamma di vissuti dell’eucaristia, la non appartenenza sembra, invece, averne notevolmente ridotto l’ampiezza.
    Questo perché, di solito, questi adolescenti e giovani manifestano, salvo un’esigua minoranza, o una scarsissima frequenza alle celebrazioni eucaristiche o un rifiuto delle stesse.
    Le giustificazioni che producono per giustificare l’uno o l’altro atteggiamento sono molto “tradizionali” e, di solito, o appartengono al repertorio consolidato o della non credenza o sono evidenti razionalizzazioni.
    Quest’ultimo caso si verifica in particolare tra le femmine, mentre tra i maschi prevalgono o il rifiuto netto o il ricorso a giustificazioni empiriche che appaiono sincere nella loro banalità.
    Tuttavia anche tra i non appartenenti la deriva della soggettivizzazione è chiaramente presente, pur all’interno di una minor diversità individuale.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche delle adolescenti

    La maggioranza delle adolescenti che non fanno parte di associazioni e di gruppi ecclesiali vive la celebrazione eucaristica come una esperienza non significativa della propria vita religiosa. I motivi di questa non significatività sono vari. I più diffusi sembrano essere legati alla percezione della partecipazione dei fedeli a questa celebrazione come un qualcosa di ripetitivo e meccanico.
    “Per quanto riguarda appunto la Messa mi irritava... Lo so, non è l’atteggiamento giusto di uno che sta a Messa perché al posto di seguire la Messa guardavo la gente attorno e mi irritava parecchio perché pensavo che molte di quelle persone andavano lì perché era un’abitudine tutte le domeniche, tutte le settimane andare in Chiesa, ripetevano tutte le preghiere perché ormai era diventata una cosa meccanica ripeterle, mi sembravano tante marionette, tanti attori che recitavano la loro parte compreso il prete e quindi la cosa mi disgustava, mi dava fastidio, mi irritava, li trovavo molto falsi”.
    Una variante di questo atteggiamento, peraltro comune con alcune appartenenti, è quello di chi afferma che è più autentico andare a messa quando se ne sente il bisogno piuttosto che in modo sistematico, abitudinario.
    “Va bè, vado a Pasqua, a Natale perché mi sembra giusto andare, o se no quando me la sento di andare, ma non perché tutti vanno alla domenica a messa devo andare anch’io: non mi sembra giusto, anche perché forse vale di più la mia ora trascorsa a messa ascoltandola che quelle che vanno tutte le domeniche ma vanno là solo per scaldare la panchina. Anche sabato sera, che sono andata alla vigilia, dietro di me quattro oche praticamente, che ridevano e scherzavano: secondo me non è giusto”.
    Una parte consistente di queste adolescenti ritiene poi che per la loro vita religiosa sia più importante il rapporto di dialogo personale con Dio che la partecipazione alla celebrazione eucaristica.
    In questi casi l’affermazione del rapporto personale e soggettivo con Dio come fondamento della propria esperienza religiosa raggiunge la sua pienezza perché elimina ogni forma di esperienza comunitaria.
    “Mi sento più cristiana a casa che non in chiesa. Preferisco stare a casa se devo parlare con Dio, preferisco andare a messa dentro me stessa che andare a quelle cerimonie”
    “Vado a Messa, però non credo che basti, ogni tanto fare quattro chiacchiere con il Signore, penso che a volte sia più efficace che a andare a Messa”.
    Lo stesso si può dire dell’affermazione, che alcuni adolescenti fanno, che per il cristiano dovrebbe essere più importante dedicare il tempo della messa a opere di bene, di giustizia sociale.
    Questi due casi sono esempi chiari di quella forma che è stata definita da alcuni sociologici “come religione senza chiesa”, e che è uno dei frutti più radicali della modernità e della secolarizzazione e che rende possibile il mercato di quelle forme di religiosità, dette del “fai da te” di cui la new age è quella maggiormente nota.
    “Penso che sia più importante, invece, del tempo che viene dedicato per recarsi a Messa, per dire le preghiere, per stare insieme, per leggere il Vangelo ecc., penso che sia più importante fare qualche opera di bene nel mondo sociale”.
    Per una minoranza di queste adolescenti non appartenenti, invece, la celebrazione eucaristica è un momento importante della loro vita in quanto essa rappresenta o il momento del loro affidarsi al Signore, oppure il momento di rinsaldamento della loro appartenenza e della loro identità cristiana.
    E questo evidenzia come l’appartenenza reale alla chiesa sia assicurata, primariamente, dall’eucaristia.
    “Io mi affido al Signore per qualsiasi cosa, dalle fesserie alle cose più grandi, sono convinta che è sempre il mio migliore interlocutore, vado sempre a Messa”.
    “No, una abitudine no, non so, mi sento sempre che devo andarci, non so, forse anche quello è un modo di partecipare per non restare fuori. Dico che sono cattolica, sono cristiana, però me ne resto qui nel mio angolino senza far niente, no... andare a messa è partecipare”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche degli adolescenti

    Tra gli adolescenti maschi non appartenenti sono assolutamente dominanti le esperienze di abbandono della partecipazione all’eucaristia dovute o a perdita di fede, o semplicemente al fatto che in concorrenza con la messa domenicale ci sono altri interessi come lo sport, gli amici o il recuperare il sonno perso nelle ore notturne in discoteca.
    Questi ultimi motivi, nella loro sconsolante banalità, indicano come nella gerarchia delle cose che contano per un gran numero di adolescenti la dimensione religiosa dell’esistenza occupi uno degli ultimi posti nella graduatoria.
    D’altronde molte ricerche sulla cosiddetta condizione giovanile hanno evidenziato questa gerarchia di valori.
    “Il mio distacco dalla chiesa non è stato più per fatti scolastici ma per fatti, ecco per lo sport, ho sacrificato la Chiesa allo sport e all’amicizia”.
    “Il fatto pure di pensare di andare a sentire la messa, che magari non ascolto, di sprecare magari un’ora di tempo. Anche se magari non studio in quell’ora, però, che ne so, mi posso vedere la televisione… Non è che mi sforzo più di tanto”.
    Tra i motivi dell’abbandono vi è sia la semplice perdita di interesse per la vita religiosa, sia una crisi di fede profonda, in qualche caso fatta precipitare o dalla perdita di un persona cara o dalla perdita di un punto di riferimento, di una guida, magari in seguito al trasferimento del sacerdote con cui avevano un rapporto.
    “Mi sono distaccato completamente, cioè non sono andato più a Messa e non credevo…e poi, quando è venuto a mancare anche mio nonno c’è stato il distacco completo, anzi rifiuto contro la religione e tutto quanto, … non andavo a messa la domenica, anzi a volte prendevo in giro quelli che ci andavano e... chiedevo: ma com’è se tu non l’hai mai visto, se non c’è mai stato eh, cioè non ti puoi basare solo sulla fede”..
    “Alle medie avevamo un professore che era un prete giovanissimo. Questo.. attirava parecchia.. proprio tanta gente.. noi andavamo a messa.. in quel periodo avevo ricominciato ad andarci perché c’era sto prete che faceva la messa nella parrocchia.. qua, vicino la scuola. Andavamo tipo il sabato pomeriggio a giocare a pallavolo, a pallone.. là, che c’erano i campi e poi la domenica andavamo a messa da lui, perché c’era lui, era simpatico, era bravo. Solo così. Poi lui l’hanno mandato via .. e arrivederci messa...”
    Ci sono poi anche diversi casi di adolescenti che dicono di aver sempre subito l’obbligo di andare a messa e appena hanno potuto se ne sono liberati.
    Qui si rilevano nella loro pienezza i guasti prodotti da una educazione religiosa precettistica, che non ha saputo proporre dimensione relazionale e, quindi, di amore dell’esperienza religiosa.
    “Mia madre è molto cattolica, ha sempre rotto le balle, mi mandava a Messa ogni domenica e a catechismo, però a catechismo non ci andavo e giocavo a calcio, a Messa andavo via con gli altri, perché avevo tutti amici più grandi, quando io avevo 6 anni, i miei amici ne avevano 12 e 13 anni, loro erano in un’età che si stavano già staccando e io mi sono lasciato trascinare perché mi piaceva”.
    “Io ho fatto l’asilo dalle suore, in un convento di suore francescane; alle elementari ho fatto religione a scuola; c’era poi il catechismo il sabato e la Messa; così fino alle medie. Lo vedevo più come un obbligo, non era per me un qualcosa di piacevole, per cui appena ho potuto mi sono allontanato”.
    Infine, vi è solo una piccola minoranza che ha una frequenza regolare alle celebrazioni eucaristiche. Anche in questo caso vale il discorso dell’eucaristia come legame fondamentale alla chiesa.
    “A Messa vado e penso di andarci sempre, perché la Messa mi piace... Sì, anche se qualche volta l’ho persa, però sono sempre andato. Alla domenica mattina no, perché sei un po’ frastornato... io vado al sabato sera perché è più tranquilla: almeno dopo alla domenica dormo”.
    “Perché molte persone vanno alla messa così per andarci: allora non andare. Cioè a far presenza così è come non andare. Cioè non mi sembra leale nei confronti del sacerdote e di... Sei vai a messa così per andarci, per far presenza, allora... stai a casa. A me piace andare a messa per quello, perché mi piace la predica”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche delle giovani

    Tra le giovani non appartenenti non compaiono esperienze di frequenza regolare alla celebrazione eucaristica domenicale.
    Il motivo di questo non è da ricercarsi nell’assenza di fede, ma nel già incontrato rifiuto di vivere la messa come un precetto da assolvere e nella affermazione del principio che si deve andare a messa solo quando ci si sente predisposti a farlo e, quindi, a partecipare pienamente al suo svolgimento.
    Anche in questo caso si può rilevare come la soggettivizzazione abbia completamente oscurato sia la dimensione comunitaria, sia il significato autentico e la realtà dell’eucaristia nell’esperienza cristiana.
    “Quando esco vado in chiesa però andare ad una messa, stare lì un’ora...non me la sento , poi vedo tanta gente impacciata in chiesa che ne combinano di cotte e di crude allora penso che sono meglio io di loro...se ci vai devi sentirlo oppure avere la gioia di andarci. Devi fare qualcosa perché ti va, ma se devi fare qualcosa per faccia lavata non serve a niente. Stai a casa guardo un film, studio”.
    Il risultato è che la maggioranza di esse va a messa solo in occasione delle grandi festività.
    C’è anche però chi, molto sinceramente, confessa di non andare a messa la domenica perché il sabato sera va a ballare in discoteca e la domenica mattina deve dormire.
    Anche per le giovani vale il discorso già fatto per gli adolescenti relativamente alla posizione gerarchica tra le cose che contano occupata dalla religione.
    “Però quando arriva il momento che ne so, Natale, Pasqua, sento di più di andare in chiesa, se non ci vado, ci sto male ecco”.
    “Poi dal fatto che si va a ballare tutti i sabati, allora la mattina proprio non ci si alza proprio fino a mezzogiorno, l’una, per modo di dire ah, queste cose le ho perse proprio”.
    “Andiamo alla messa, andarci tutti, tutte le domeniche, anche dai miei amici è una cosa sprecata ecco, pure loro non la sentono, non la sento neanche io, però ecco,vedo che sono religiosi, quando ci avviciniamo alle feste”.
    Tra i vissuti più curiosi della celebrazione eucaristica vi è quello di una ragazza che afferma il valore estetico profondo di questa liturgia, rovinato però dalle omelie. Sono queste ultime che la tengono lontana da una frequenza regolare.
    Anche qui un motivo reale, il basso livello qualitativo di molte omelie, è utilizzato per velare, o rivelare, la mancata comprensione del significato dell’eucaristia.
    “Sono cristiana ho tutti i sacramenti, sono stata battezzata, però non frequento la chiesa, probabilmente ho avuto delle esperienze sbagliate per cui non è che non mi piace andare a messa, l’idea del rituale di massa mi piace, è bello è proprio bello e ricco di atmosfere è proprio bello artisticamente. Però mi ritrovo, per esempio al momento della predica e lì incomincio ad innervosirmi, non lo so perché, forse quei preti molto anziani, molto vecchi, per cui la predica è proprio la predica dei preti. Cioè le cose che senti andando nei negozi, andando dal barbiere, andando a fare la spesa. Forse dipende dagli incontri sbagliati che io ho avuto con i preti”.
    Anche tra le giovani, e non poteva essere diversamente, compaiono i casi in cui alla celebrazione della messa vengono preferite forme di preghiera e dialogo solitario con Dio.
    “Sento il bisogno di stare un po’ con me stessa e con Lui, infatti mi capita di andare in chiesa molto spesso quando non c’è nessuno e stare lì a parlare... perché io non prego ma parlo e basta. Sì, quello che non riesco a trovare durante la messa, lo trovo quando sono sola; preferisco il silenzio e la solitudine, non avere nessuno vicino e non dover stare attenta alla messa. Libero la mente, lascio tutto fuori e do libero sfogo a tutto quello che ho dentro, cosa che magari a casa non riesco a fare, perché anche in camera mia potrei parlare con Dio; preferisco la solitudine e la lontananza dal caos, anche la campagna, il mare vanno bene”.

    I vissuti delle celebrazioni eucaristiche dei giovani

    La maggioranza dei giovani maschi non appartenenti non partecipa alla messa, né regolarmente né saltuariamente. I motivi che vengono addotti per motivare questa non frequenza vanno dall’aver vissuto delle controtestimonianze al ritenere che la religione sia una cosa per gli anziani, passando per la scelta di un rapporto personale, solitario, con Dio.
    “Sinceramente penso che i ragazzi a vent’anni che stanno in parrocchia all’età che ho io, secondo me è sbagliato, lo dico perché credo la fede ce l’ha una persona di una certa età, ma non ci credo che un ragazzo di venti anni va a messa a pregare perché deve salvarsi l’anima, se si può dire di questo argomento. A venti anni per vivere, gli stimoli non li cerco in chiesa, cioè non trovo la necessità di credere in qualcosa ancora. Ciò non significa che in futuro io non possa avere il richiamo della chiesa. Cioè a una certa età, io ho vissuto la mia vita ho avuto le mie soddisfazioni, mi è rimasto davanti la morte. Allora cerchiamo di prepararci a questa morte”.
    “Io poi, pian pianino ho maturato interiormente questo rapporto con Dio, queste riflessioni che si svincolava; io avevo lo stesso dei momenti di riflessione in gruppo, di preghiera insieme, però pian pianino è cominciato a diventare prevalente un rapporto individuale e che è un rapporto un po’ particolare che però mi ha portato fin qui dal modo di comportarsi tradizionale”.
    È interessante entrare nel merito delle esperienze di controtestimonianza, da quelle gravi, come quella del cappellano militare che durante la celebrazione della messa si mette a imprecare contro il soldato che gli fa da chierichetto, a quelle più usuali dei genitori che imponevano ai figli di andare a messa e poi loro non ci andavano.
    “Ho mollato tutto anche causa militare perché a militare ci sono stati dei momenti in cui... cioè mi sono trovato in una messa con il nostro cappellano militare che ha cominciato a imprecare, a bestemmiare, una cosa e l’altra durante la messa e allora un po’ mi sono sentito... sono rimasto perché purtroppo era un mio superiore per cui non potevo alzarmi in piena messa e andarmene perché sennò venivo punito, sono rimasto fino alla fine però mi ha un po’ deluso il fatto che delle persone, soprattutto delle persone consacrate possano arrivare a questi punti, cioè incominciare a insultare il proprio chierichetto, il ragazzo che gli serviva messa e incominciare a ... poi era un ragazzo di venti anni, diciannove, venti anni”.
    C’è anche chi rifiuta la celebrazione eucaristica perché, secondo lui, la liturgia offuscherebbe i contenuti religiosi della messa.
    “Perché la messa è un rito liturgico, quasi una forma, e ormai la forma è così accentuata che prevarica la sostanza. Nella messa c’è il gloria, il salmo responsoriale, l’omelia, la consacrazione ecc. ed è un rito che praticamente i contenuti sono affogati nelle varie forme nei quali li fanno. Cioè, ad anche le letture, sono queste pagine di Vangelo, delle lettere di san Paolo che tante volte non si capisce niente e non si capisce neanche che cosa vogliono dire e che messaggio vogliono mandare. Per me la messa è proprio fuori dal mondo”.


    EUCARISTIA E VITA QUOTIDIANA

    Come si è visto, l’appartenenza ecclesiale influenza in modo evidente il vissuto e il significato dell’eucaristia. Infatti, per la minoranza che vive l’appartenenza ecclesiale essa è un momento forte nel percorso di maturazione della fede, mentre per la stragrande maggioranza di chi non vive questa appartenenza l’eucaristia, oltre a non essere percepita nella sua realtà e ricchezza spirituale, sembra non incidere in modo significativo né sulla qualità della fede, né, tantomeno, sulla qualità della vita.
    Al di là di questa constatazione, scontata nella sua evidenza, emerge all’interno del processo di soggettivizzazione, nel versante che riguarda la relazione tra il mondo mentale dei significati simbolici e quello concreto della vita quotidiana, l’esistenza, nella vita della grande maggioranza degli adolescenti e dei giovani, di una cesura tra queste due dimensioni della persona.
    Questa cesura indica sia l’esistenza di una tendenza implosiva, sia l’assimilazione passiva da parte di questi stessi giovani dei modelli culturali socialmente dominanti.
    L’implosione è responsabile della tendenza da parte dei giovani, ma non solo loro, a imprigionare i significati nella propria soggettività, rendendo difficoltosa e impervia la loro comunicazione, ovvero la loro condivisione.
    L’assimilazione passiva, o opportunistica, dei modelli e degli stili di vita culturalmente dominanti fa sì che gli stessi giovani vivano adottando gli stili di vita che il loro ambiente socioculturale di riferimento propone, indipendentemente, o in assenza, di un progetto personale.
    Occorre dire che nella complessità sociale tipica della modernità questa cesura è in qualche modo istituzionalizzata dai fenomeni della frammentazione e della polidentità, sottostanti alla crisi della temporalità storica descritta all’inizio.
    Nella realtà sociale contemporanea, infatti, è del tutto legittimo vivere ognuna delle varie esperienze che compongono il mosaico della propria vita in modo autonomo, adottando i modelli e i valori che sono richiesti da quella particolare situazione, senza preoccuparsi della loro coerenza con i modelli e i valori presenti nelle altre situazioni di vita che la stessa persona incontra. Ogni situazione è vissuta come se fosse chiusa in sé e non in relazione con le altre, come se non fosse una parte di quel sistema unitario che è la persona ma un sistema a parte, dotato di una sua autonomia.
    Questo fa sì che la persona sia vista come un insieme composito, mobile, in continua ridefinizione, portatrice di una identità plurima e sfaccettata non governata, se non debolmente, dal paradigma della coerenza.
    Un’identità che consente alla persona di vivere secondo certi valori e certi modelli all’interno di particolari situazioni sociali, e di vivere secondo differenti modelli e valori quando è in altre situazioni, anche se questi ultimi valori o modelli sono contraddittori con quelli precedentemente vissuti.
    Chiaramente questo fenomeno sociale tende a favorire in molti giovani la scissione tra l’esperienza dell’eucaristia e quella di alcune parti della loro vita quotidiana.
    C’è anche una piccola minoranza che, invece, sembra riuscire a vivere in modo progettuale e coerente la propria vita, e allora in questo caso l’eucaristia manifesta i suoi effetti profondi sulla loro vita.
    Una pista per capire ciò che è alla base della capacità o della non capacità di vivere in modo unitario e coerente la propria vita e, quindi, il perché della cesura tra eucaristia e vita quotidiana, è quello del rapporto tra virtuale e reale nelle relazioni umane, così come esso si sta configurando nella modernità dell’eccesso.
    Per fare questo è necessario partire dalla constatazione che la vita delle persone è sempre più immersa nella “finzione”, ovvero nel mondo delle immagini prodotto dai mass media elettronici.
    Questa immersione sembra aver dilatato enormemente le conoscenze di cui sono in possesso le persone mentre in realtà ha solo reso astratti gli oggetti del loro conoscere. [3]
    Infatti sempre più oggi si è convinti di conoscere quando in realtà si è in grado solo di riconoscere. Solo perché una cosa la si è vista si pensa di conoscerla, come ad esempio accade nei confronti dei personaggi televisivi, che la gente crede di conoscere ma che in realtà riconosce solamente, perché vedere non significa necessariamente osservare, comprendere e interpretare.
    Questa immersione nel regime della finzione massmediatica fa sì che si produca un indebolimento della capacità di rapportarsi all’altro che è si visto, ma che contemporaneamente è privato della sua realtà complessa e reso astratto in una immagine.
    L’aver sostituito i media alle mediazioni simboliche ha, infatti, prodotto una interruzione o un rallentamento della dialettica identità/alterità. I media, infatti, consentono spesso solo di ri-conoscere, dando però l’illusione di conoscere. Questo indebolisce indubbiamente la possibilità di stabilire un contatto con l’altro reale offrendo in cambio la possibilità di un contatto esteso con il simulacro dell’altro. Se l’alterità è un simulacro, anche l’identità diviene un simulacro. Perdere il contatto con l’altro significa perdere il contatto con se stessi.
    Questa crisi della capacità di alterità mette in crisi anche l’identità delle persone che, come è noto, si nutre della dialettica identità/alterità.
    Questo significa che il giovane privato della sua identità profonda, di una relazione autentica con l’altro da sé, è un giovane che è in grado di sviluppare solo una “identità funzionariale”, ovvero un’identità funzionale a cogliere il massimo di gratificazione e di opportunità, minimizzando i possibili danni e svantaggi, dalle situazioni che si trova a vivere. Questo fa sì che egli non abbia in sé le risorse psicologiche necessarie al proporsi, al fine di essere coerente, in modo disfunzionale rispetto alla situazione.
    I giovani che, al contrario, riescono a vivere le disfunzionalità necessarie a garantire loro un comportamento coerente nella maggioranza delle situazioni di vita che attraversano, sono quelli che sono riusciti a stabilire un rapporto autentico con l’alterità e, quindi, con se stessi.
    Il movimento di apertura all’alterità consente, infatti, di rompere le sbarre della soggettivizzazione e di scoprire, attraverso l’altro da me costituito, ad un primo livello, dalle altre persone con cui si è in relazione e, a un secondo livello, dal Totalmente Altro la propria dimensione di creatura che raggiunge la sua autentica autonomia solo nel riconoscimento della propria finitudine e della propria radicale dipendenza dall’Altro.
    L’eucaristia diventa vita quando è causa ed effetto di questa alterità, il cui raggiungimento richiede però di essere accompagnata da adeguati processi educativi.


    NOTE

    [1] POLLO M., L’esperienza religiosa dei giovani. 2/1 e 2/2, Elledici, Leumann 1996.
    [2] BUZZI C. (a cura di), Giovani verso il Duemila. Quarto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1997.
    [3] AUGÉ M., La guerra dei sogni, Elèuthera, Milano 1998.


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