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    Il fanciullo dei pani e dei pesci


    Giovani di Vangelo /6

    Gioia Quattrini

    (NPG 2002-03-49)


    Giosuè cominciava a sentire le punte dei piedi indolenzite ma quello restava, per quanto scomodo, l’unico modo per scorgere almeno un pezzettino di Gesù.
    Una folla incredibile, alta alta, un muro di gente, gli rendeva difficilissima l’impresa, ma lui non si sarebbe mai arreso.
    Tornato sulla pianta dei piedi, cambiò tattica: piccolo com’era non sarebbe stato difficile guadagnare spazio intrufolandosi tra le persone, per quanto queste fossero oltre modo strette le une alle altre. Sembravano non esserci fessure ma lui ne avrebbe di certo trovate della sua misura. Lentamente cominciò a nuotare in quel mare senza luce. Agile e sfuggente, chi badava ad un monello che pestava i piedi, finalmente arrivò alla prima fila e riempì d’aria i polmoni. Davanti a lui finalmente solo i discepoli e Cristo che una volta l’aveva salvato.
    Giosuè ricordava ancora quel senso di malessere nauseante che si impadroniva di lui all’improvviso e il tremore che lo gettava in terra e la gola che sembrava chiudersi. Sua madre, disperata a tentare soltanto stringendolo a sé, di fermare quelle scosse che scuotevano il piccolo corpo e i denti che mordevano la lingua e il gorgoglio della saliva. Poi come era arrivato, così senza spiegazioni tutto passava. Solo la vergogna restava: di quali peccati dovevano essersi macchiati i genitori di Giosuè perché una simile punizione cadesse sul loro figliolo?
    Nessun bimbo per giocare e nessun vecchio che gli raccontasse una fiaba per allontanare la paura almeno fino al prossimo attacco. Il villaggio fingeva di non avercela con quella creatura, ma nelle case di nascosto circolava lo stesso sussurro: un demone di certo abitava in quell’esserino.
    Giosuè neppure capiva cosa volessero dire quelle voci, ma il terrore aumentava sempre di più e la notte era diventata una maledizione, così buia e silenziosa. E il male prima o poi avrebbe sicuramente approfittato della notte.
    Giocava da solo, con piccoli sassi e frammenti di legno, quando Gesù si era seduto accanto a lui. «Dicono che io abbia un demone dentro di me. Ma cos’è un demone, Signore?». Gesù aveva riso forte e ridendo lo aveva stretto a sé con delicatezza e mille baci erano piovuti sulla sua fronte. «Giosuè il regno dei cieli è tuo. Non farti intimorire da nessuno».
    Il male era scomparso e così pure l’astio del villaggio. Suo padre sorrideva di nuovo e accarezzava sua madre che sembrava di nuovo giovane.
    Per tutto questo e per molto altro, Giosuè quel giorno era lì e aveva cercato largo tra la folla alla ricerca di Cristo. E senza essere notato sentì: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Non sembrava preoccupato il Signore e Filippo, che invece preoccupato lo era, rispose: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
    Giosuè non ebbe bisogno di sentire altro e cominciò una corsa all’indietro senza fiato. Deve arrivare lì dove nella sua piccola bisaccia aveva stipato cinque pani e due pesci. Un pensiero della mamma, per paura che perdendosi in quella folla avesse avuto fame senza avere pane. Corse veloce Giosuè, rifacendo lo stesso percorso dell’andata, pestando gli stessi piedi e prendendosi gli stessi scappellotti, senza fermarsi. La bisaccia era ancora dove l’aveva lasciata perché non è vero che la miseria spinge sempre al furto, a volte è solo un alibi. Giosuè la strinse a sé, e strinse pure i lacci dei piccoli sandali, stretti stretti, fino quasi a ferire. Poi come in un gioco folle, di quelli che tornano sempre su stessi, e si ripetono ignorando una qualsiasi variante, rifece per la terza volta la stessa strada che aveva fatto per andare una prima volta e per tornare una seconda. A testa bassa, pensando solo a non perdere la bisaccia e il suo contenuto prezioso. Non lo sfiorava nemmeno lontanamente il pensiero che quello che possedeva non era nulla rispetto quella folla enorme e affamata. Qualcuno penserà all’ingenuità dell’infanzia per la quale tutto è possibile secondo una logica che non trova spazio nella vita reale. Invece è solo fede. Già fede, che sembra così complicato a dirla e a farla e poi arriva un piccoletto…
    E Andrea fece da muro a Giosuè che come un’onda stava per arrivare, superando gli Apostoli senza neanche alzare la testa per vederli, stringendo al petto quel suo carico prezioso e povero. Determinato, inarrestabile. Andrea insistette e fece muro, anche lui determinato ad evitare che problema si aggiungesse a problema e la folla eccitata, con le sue intemperanze, aggravasse pure la mancanza del pane. C’è altro a cui pensare in questo momento, possibile che non lo capissero. Vero era che fosse soltanto un ragazzo... ma i suoi genitori avrebbero potuto anche preoccuparsi di lui.
    Giosuè scalciava e agitava le braccia per liberarsi di Andrea, come un vitello che non vuole essere riportato nella stalla.
    L’attenzione di Gesù si concentrò finalmente su quel parapiglia e trattenne a stento la risata mentre il suo discepolo spettinato e con la tunica scomposta gli accennava una spiegazione: «Vi è un fanciullino qui che ha cinque pani di orzo e due pesciolini; ma queste cose che cosa sono per tanti?».
    Giosuè, trattenuto da Andrea, quasi sospeso a dare calci all’aria, faceva boccacce alle parole di quell’omaccione, così irriverenti verso il suo tesoro.
    E Gesù sorrise ancora all’idea di come le sue parole arrivassero al cuore degli uomini e fossero accolte in modo autentico ma così diverso, e di come Andrea e Giosuè volessero la stessa cosa e non se ne avvedessero. Si avvicinò, lasciò libero il bimbo che si ricompose con le mosse di un adulto, e prese quanto gli veniva offerto, ringraziando con lo sguardo, i baci e le carezze.
    Spiegò ad Andrea e a quanti lo guardavano stupito che il miracolo si era compiuto davanti ai loro occhi, ma che in molti non se ne erano accorti perché distratti dall’intenzione di risolvere una mancanza enorme con le misure della matematica e non dell’amore. Alla povertà, alla disparità della divisione reale delle risorse si risponde soltanto con il miracolo della condivisione.
    È la condivisione che moltiplica pani e pesci; quando qualcuno che ha per sé pensa sinceramente che questo non sia sufficiente alla felicità e mette il suo a disposizione degli altri. Se i cuori di tutti si aprissero a questo richiamo, se ognuno mettesse del suo non temendo di restare senza, la quadratura del cerchio non avrebbe bisogno di scienze esatte e diventerebbe una questione da principianti.
    Giosuè apriva una piccola falla nel muro dell’ineguaglianza che divide gli esseri umani e rivelava che la gente, divisa dal particolare, è in realtà una sola e procede insieme verso un obiettivo comune. Questo è l’unico senso che si può dare alla parola globalizzazione. Tutti quelli che fingono di non vedere questa realtà e di credere a cammini alternativi, compromettono così un risultato che non vedrà vincitori parziali ma solo sconfitti. Ciechi che non vedono oltre.
    La gioventù smaschera senza pietà la logica del profitto e dei numeri, dove le persone non hanno nomi né volti, ma esigenze e bisogni che solo il mercato può soddisfare. Giosuè riscriveva la matematica e le sue leggi facendo corrispondere la divisione alla moltiplicazione, sostenendo che alla perdita corrisponde un acquisto e dietro un apparente povertà si nasconde la vera ricchezza.
    Andrea era in buona fede, ma Gesù gli ricorda che certe questioni non possono essere valutate in termini di misura e costo, ma soltanto con il gesto straordinario dell’amore che guarda ai vantaggi della sola propria vita e decide che il mondo migliore comincia un passo fuori di lì.
    Il giovanetto che appare tanto impertinente ha appena spiegato ad Andrea che l’imperatore, da tutti lodato per la bellezza e il lusso delle sue vesti, è miseramente nudo. La verità si impone nelle mani piene e non si nasconde mai nei discorsi e nei pensieri vuoti.



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