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    Gli immigrati


     

    Juan E. Vecchi

    (NPG 2002-01-5)



    Il Signore aveva raccomandato al suo popolo di trattare bene gli stranieri, perché anche i figli di Israele erano stati forestieri in terra d’altri: «Non lederai il diritto dello straniero… ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto». Migrare è una costante dell’animale uomo. Dall’Europa e dall’Italia il flusso migratorio è stato sostenuto, e non tutto fu grano pulito! Basti pensare allo sconcertante fenomeno della mafia negli Stati Uniti, che sembra abbia avuto origine proprio dagli immigrati di casa nostra.

    Questi movimenti umani verso territori bisognosi di mano d’opera e aperti all’immigrazione erano consentiti, dunque legali. L’accoglienza però è sempre stato un problema non tanto di legge quanto di cultura. Non poche sono state le difficoltà di inserimento e integrazione. Se non fosse scattata l’opera di assistenza della Chiesa, in alcuni contesti le sofferenze sarebbero state ben maggiori. Tra coloro che si sono dedicati con passione – e lo fanno tuttora – alla cura e all’assistenza degli immigrati in varie parti del mondo ci sono tanti religiosi: tra questi salesiani.
    Oggi però l’immigrazione legale si mescola con quella clandestina. Ci sono scafisti che trasportano persone come un «affare» e le sbarcano come merce, sfidando leggi e controlli. L’Europa è diventata punto di arrivo di immigrazione troppo spesso illegale. Molti disperati arrivano, sbarcano, e vivono in una terra straniera, come irregolari, diventando facile preda di organizzazioni malavitose.
    Ancora una volta le comunità cristiane sono in prima fila nel fornire assistenza, aiutare gli immigrati a inserirsi in contesti diversi dai loro, e trasformare lentamente i clandestini in cittadini. Qualcuno parla però della fortezza Europa: un castello che leva i ponti e sbarra le porte per proteggere il proprio benessere e i propri privilegi. Forse non mancano ragioni per questo. Ma la questione di fondo è che gli immigrati sono persone, figli di Dio, e non poche volte provengono da paesi precedentemente da noi sfruttati senza troppi pudori…
    Qualche calcolo deve far riflettere: nei prossimi trenta anni l’Europa avrà bisogno di centinaia di migliaia di immigranti per le urgenze di manovalanza e, contestualmente, per sostenere il sistema pensionistico in vigore. Gli immigrati in questo caso sono un «affare». C’è allora da pensare seriamente da parte delle comunità cristiane alle condizioni di inserimento. Essi saranno la nostra compagnia giornaliera: vivremo in una società interetnica, interculturale e anche interreligiosa. Sarà la coscienza cristiana piuttosto che la legislazione civile a trovare il modo di convivere con fedeli di altre religioni. La non discriminazione resta un punto d’arrivo obbligato in una società civile e pienamente cristiana.
    Nell’esperienza della Congregazione salesiana (ma anche per altre congregazioni ed esperienze missionarie), la prima spedizione missionaria aveva come finalità di raggiungere gli indigeni, e curare gli italiani che erano emigrati alla ricerca di migliori condizioni di vita. La prima parrocchia «missionaria» nacque tra gli immigrati. Anche dopo, nelle missioni, si è data assistenza a ondate migratorie. Oggi se ne rilegge la storia con ammirazione. Don Bosco non rimase cieco di fronte ai grandi fenomeni del suo secolo, né sordo ai clamori che da essi venivano. Oggi la storia si ripete, con presenze presso minoranze locali.
    Quali potrebbero essere gli aspetti ai quali dare il contributo della nostra attenzione, della nostra collaborazione, della nostra preghiera? L’emigrante di diverso colore, di differenti abitudini di vita e religiosità, ormai mescolato nella nostra società, ha bisogno di accoglienza, stima, amicizia, sostegno umano, riconoscimento della sua onestà. Preoccupa di meno la fortezza Europa dal punto di vista legale; molto più dura e impenetrabile è la fortezza che si forma nella mentalità comune per cui i sentimenti, i pregiudizi, le generalizzazioni alzano un muro tra i locali e nuovi arrivati. C’è molto da fare su questo terreno.


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