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    «Solidarietà». Tra giustizia e carità


    Giuseppe Morante

    (NPG 2002-02-69)

    Il problema

    Se i cristiani si vogliono impegnare a rendere questa società più giusta e più efficiente per il bene di tutti, anzitutto è necessario che ciascuno, per la sua parte, impari ad osservare le leggi della giustizia, e ad accettare anche rinunce e sacrifici allo scopo, se sono necessari. In tale direzione, l’impegno di educare gli adolescenti e i giovani alla trasformazione della società esige un’autentica «cultura dei diritti e dei doveri», veramente difficile da acquisire oggi, perché non trovano molti punti di riferimento positivi al riguardo.
    Esistono numerose situazioni umane che esigono dei cambiamenti radicali perché si possa realizzare il vero bene comune, che sia cioè a vantaggio di tutti. Sulla sua base, infatti, si sviluppa il senso della stessa identità di un popolo e trova un progressivo compimento anche la democrazia, come pure la riuscita vocazione cristiana: lievito nel contesto storico, per trasformare il mondo.
    In tale prospettiva, la riflessione sulla solidarietà deve portare ad una prassi capace di creare degli atteggiamenti, come modi di vivere la fede, orientati dal processo educativo alla testimonianza che consentano ai singoli e alla società di elaborare la cultura dei diritti e dei doveri, soprattutto di quelli concernenti la partecipazione alla vita civile, in tutte le sue espressioni.
    Questi atteggiamenti devono avere un solido fondamento nella trascendenza della dignità di ogni uomo, che sola rende possibile la costruzione di una nuova cultura, nella quale sia offerto in modo più vivo ad ogni cittadino il senso del vivere insieme agli altri, mediante una fitta trama di interazioni positive tra i vari livelli della convivenza civile: quelli personali, quelli di categorie e di gruppi in dimensione ecclesiale, quelli più ampi che investono la nazione, con interessi più generali.
    L’insegnamento della Chiesa insegna che è la cultura della solidarietà a dare concretezza alla «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia il bene di tutti» (Laborem exercens, 38). Ciò comporta un impegno personale per la giusta distribuzione dei pesi derivanti dalla conduzione della comunità; per una politica sociale dell’occupazione e un modello di sviluppo e di benessere umano che sappiano superare la logica del puro mercato… (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XLII Settimana Sociale dei cattolici italiani, nn. 4 5, 21.09.1993).

    La proposta: per una educazione alla solidarietà cristiana

    Il punto di partenza obbligato, appena i giovani si aprono con interesse ai problemi sociali che ci interpellano come uomini e come credenti, è quello di metterli con crudezza davanti alla crisi attuale della solidarietà, che colpisce la vita e la cultura del nostro tempo.
    Quali ambivalenze incontrano ragazzi e giovani davanti alle nuove forme di povertà e di emarginazione che tante persone, famiglie, popoli, incontrano, schiacciati da una economia globale che travolge ogni esigenza di giustizia?

    * Prima di tutto, infatti, c’è crisi di solidarietà a livello sociale, evidenziata da fatti che anche i ragazzi possono facilmente costatare, se solo sanno guardare nella nostra realtà storica:
    – ci si trova davanti a forme di benessere conquistato a tutti i costi, senza un minimo rispetto dei diritti e degli appelli che vengono dalla povertà e dalla miseria che attanaglia gran parte dei popoli, specie nei paesi della miseria più nera. Si tratta – è bene evidenziarlo – di una conquista che nasce dall’idolatria del benessere. E si trasforma in un impegno sociale che allontana da Dio. Madre Teresa dice: «Nel regno di Dio la contabilità è del tutto diversa da quella degli uomini. In questo mondo è mio quello che ho, nel mondo di Dio è mio quello che dono»;
    – quante lotte sociali (sindacali) si combattono con accanimento, anche con disprezzo degli altri, per mantenere quelli che vengono chiamati i «diritti acquisiti», senza rinunciare egoisticamente a nulla, pur constatando che tante altre persone non hanno neppure il minimo dei diritti che vengono accampati. Il cristianesimo è vita di comunione e non di competizione. La comunione esiste solo se si accettano dei limiti al proprio potere e al proprio avere. La competizione invece porta ad una forma di solitudine; e spesso degenera nella violenza e nella guerra. La consapevolezza di dover vivere nella solidarietà e nella comunione deve generare uno stile di vita più sobrio e più razionale;
    – è indubbio che oggi molti vivono in un consumismo senza freni, che porta poche persone a consumare molto e molti a vivere degli avanzi dei pochi. I cristiani non possono tollerare che l’82% del reddito mondiale sia in mano al 20% della popolazione mondiale e che i due terzi dell’umanità debbano accontentarsi di gestire il 20% del reddito mondiale. È un compito morale per i cristiani, ma anche un boomerang per i ricchi, perché spesso genera conflitti insanabili e nuove forme di povertà che riguardano l’essere più che l’avere; come anche immigrazioni di massa ed efferate forme di nuove schiavitù (come quella infantile e femminile);
    – a ben guardare, nei paesi occidentali si vive come dentro roccaforti di ricchezze ben difese, in cui piomba come un falco sulla preda il martellamento della pubblicità esasperata che aumenta a dismisura i bisogni indotti e spinge a strumentalizzare ogni ideale umano-cristiano pur di soddisfare le proprie voglie e i propri piaceri; mentre il bene comune si costruisce con l’impegno di ciascuno a vivere con sobrietà e a esercitare in modo responsabile il proprio potere di scelta economica;
    – non è difficile constatare che la vita sociale è dominata dal primato dell’economia; che non mira più a soddisfare i bisogni essenziali, ma primariamente il bisogno dei possessori di ricchezza a moltiplicare i beni posseduti. L’economia di mercato è regolata dal principio del profitto. I mali di questo tipo di economia sono ben sintetizzati sulla tomba di Gandhi, come condanna dei 7 peccati sociali più gravi: politica senza principi, ricchezza senza lavoro, piacere senza coscienza, sapienza senza carattere, commercio senza moralità, scienza senza umanità, culto senza sacrificio.

    * C’è crisi di solidarietà a livello personale, che si esprime in atteggiamenti visibili sotto forme che le organizzazioni giovanili medesime alimentano senza orientamenti a valori diversi:
    – in quante persone (singoli o gruppi di potere) si nota la volontà di mantenere le distanze, che per i cristiani costituisce un peccato di «mancato spirito di comunione». C’è perciò bisogno di impegno per la formazione di uomini nuovi, cioè l’investimento in una cultura nuova, capace di trafficare i valori della solidarietà e della sussidiarietà, della cultura del dare e del donarsi, nella coscienza che senza uomini nuovi non si cambiano né le strutture né la società;
    – rimane ancora molto presente, anche nel volontariato giovanile cristiano, il perpetuarsi di un assistenzialismo che non fa crescere i poveri, che non rispetta la dignità umana, che non insegna a prendere in mano la propria vita e a impegnarla in una difesa della propria dignità… quando ci si sostituisce semplicemente con una pura assistenza materiale;
    – esiste nella nostra cultura un vuoto profondo ed una assenza assoluta di grandi valori di riferimento, una volta profondamente radicati nella cultura del vangelo. Bisogna educarsi ad essere attenti a non farsi condizionare dai falsi messaggi di una pubblicità invasiva, privilegiando scelte intelligenti di consumo, per cui perdono il loro influsso i falsi modelli del consumismo moderno. Viene a mancare il plusvalore delle relazioni, delle attenzioni alla persona, delle finalità che vanno oltre la materia; si esalta invece l’individualismo dei comportamenti, la stimolazione competitiva al successo; e da un punto di vista degli impegni sociali, si dà la scalata al potere in una assenza totale di progetti politici, in una scuola che appare svuotata di ogni stimolazione pedagogica e culturale, in una famiglia che ha rinunciato al diritto-dovere di educare;
    – nell’educazione, che è accompagnamento verso una maggiore dignità della vita e una certa umanità, occorre coniugare autorità e libertà.
    La gioventù è una stagione difficile, ma è ancora più aspra se non si propongono valori e testimonianze, se varie forme di ingiustizia e indifferenza spingono a confondersi e a disperare; se parole approssimative, messaggi quotidiani numerosissimi ma senza sostanza e senza valori, rendono più ardua ogni proposta.

    * C’è crisi di solidarietà a livello ecclesiale. Non si vuole dire che i cristiani in generale non fanno solidarietà; però, da un certo punto di vista, anche nelle comunità ecclesiali non c’è molta trasparenza nell’amministrazione dei beni e nell’uso degli strumenti che servono più al consumo del sacro che alla crescita delle persone, dando occasioni a false e tendenziose interpretazioni;
    – non mancano anche tra i giovani idee distorte di Chiesa, come sono scarse le conoscenze su che cosa debba consistere la comunità cristiana soprattutto se chiamata a rendere testimonianza del servizio che la carità (le famose opere della misericordia) deve incarnare nella sua storia, per rendere visibile l’amore del Padre. È necessario quindi portare a condividere la missione della Chiesa nella dimensione del servizio all’uomo e nella difesa della sua dignità;
    – non si può nascondere che spesso «gli altri» (e tra di essi anche gli adolescenti ed i giovani) vedono l’evangelizzazione – nelle sue forme di catechesi e di predicazione – come una lunga «teoria» di principi che ai loro occhi non pare trovino uno sbocco operativo nelle forme della testimonianza concreta; bisognerà imparare a predicare coi fatti prima ancora che con le parole («eventi e parole intimamente connessi», direbbe il Concilio);
    – spesso i vari gruppi «caritas» funzionano al semplice livello della raccolta e distribuzione di generi di prima necessità a chi è immediatamente nel bisogno. È certamente una risposta a richieste immediati, ma non si può assolutamente limitare il suo compito, senza allargarlo alla formazione di una mentalità caritativa a tutti i membri della comunità cristiana. È necessario far comprendere che la «caritas» è prima di tutto servizio alla crescita dei cristiani in ordine al dono di sé, prima ancora che alle cose che si hanno da dare in dono;
    – si mostra abbastanza evidente una situazione comunitaria locale in cui le comunicazioni vengono distorte, per i diversi passaggi che le rendono ambivalenti e spesso contraddittorie; spesso manca anche una informazione di prima mano sulle realtà locali di bisogno, in cui la comunità è chiamata ad intervenire; così come non si fa molto per scuotere da uno stadio di indifferenza quei credenti che partecipano formalmente ad una certa ritualità, ma non si mettono in crisi di fronte a varie povertà, che pure passano sotto gli occhi di tutti;
    – esiste anche un certo numero di cristiani che sembrano attenti solo ai problemi personali, spesso ingigantiti e lamentati, e non alzano lo sguardo sulle realtà molto più tristi di tanti fratelli al cui confronto i propri non sono che delle pagliuzze… tanto per rovesciare la similitudine evangelica della trave e della pagliuzza;
    – ci sono anche persone che si mostrano, per fragilità e poca formazione, molto poco capaci di affrontare la complessità della situazione attuale; che si sentono stanchi prima ancora di sporcarsi le mani nei problemi della solidarietà; che non hanno il coraggio di distaccarsi da una ostentata opulenza; che sono incapaci di vincere il proprio arrivismo lavorativo e quindi incuranti della reale «miseria» degli altri. Si tratta di inventare degli elettrochoc per scuoterli e provocarli;
    – e c’è chi si preoccupa di affrontare il problema della qualità della vita, ma pensando solo e prima di tutto all’ambiente, ai prodotti umani del lavoro…, senza minimamente immaginarsi che la prima qualità della vita è quella che riguarda la «salvezza» della dignità personale di ogni uomo e di ogni popolo.

    * Come si vede, si tratta di situazione relative a persone che pure fanno parte del cerchio che gira attorno alla comunità parrocchiale, e verso cui bisognerebbe indirizzare l’attenzione pastorale, perché il vangelo non si riduca ad una semplice partecipazione rituale o al massimo a mettere mano al portafoglio, per collaborare a qualche iniziativa caritativa, quando si è stimolati emotivamente da qualche fatto straordinario, e passando in secondo piano la testimonianza primaria della solidarietà che evidenza il comandamento dell’amore fraterno, in tutte le sue espressioni più significative.
    In questa dimensione si muove anche una pastorale giovanile che voglia essere in sintonia con le aperture relazionali e sociali di adolescenti e giovani e che cammini in sintonia col vangelo delle beatitudini.
    I passaggi del processo educativo pastorale, nella direzione dell’acquisizione di atteggiamenti solidaristici e caritativi sono:
    – dall’attenzione alla condivisione;
    – dalla condivisione alla solidarietà;
    – dalla solidarietà alla carità.

    L’operatività

    Indichiamo alcuni esercizi per favorire una pratica acquisizione di atteggiamenti che aiutino ad entrare nell’ottica della solidarietà cristiana, a partire dalle esperienze degli adolescenti e dei giovani.
    È evidente che si tratta di esercizi di riflessione e di presa di coscienza dei problemi con l’immedesimarsi in fatti di vita. Senza l’arricchimento di nuove motivazioni e di nuove acquisizioni sperimentate in proprio, sarà difficile che certi messaggi possano essere interiorizzati e passare dai principi alla pratica. La mediazione della riflessione sull’esperienza farà sì che il processo educativo che favorisce atteggiamenti di solidarietà diventi il movente che porti ad interiorizzare le scelta della carità nella prassi quotidiana.

    * Un primo esercizio che porta a riflettere sui problemi della solidarietà, potrà consistere nel rispondere in gruppo alle seguenti provocazioni, espressi sotto forma di metafora della vita.
    – «Dove trovare le parole per dire che c’è gente povera a causa della malattia o di un altro incidente ed è abbandonato dagli altri»?
    – Come far capire che la zattera dei disperati dalla quale alcuni si sono salvati, continua a navigare alla deriva in balia dei pescecani?
    – Perché molti cristiani, pur cittadini del mondo, non hanno saputo inventare alternative sociali nell’uso dei beni? Non è evidente che dal loro uso dipende la vita di milioni di persone?
    – Che cosa dire di questa testimonianza? «In questi tempi vado pensando che è un crimine contro l’umanità impadronirsi delle cose escludendo gli altri. Non dico che è un peccato: questa è una categoria per soli credenti. Il crimine è una categoria che riguarda tutti i viventi. Se dall’uso e dal possesso dei beni dipende la vita o la morte degli altri, è evidente che si tratta di una questione di primaria importanza» (Marinetti F., in L’olocausto degli empobrecidos, Morcelliana).

    * Un esercizio di empatia può aiutare a comprendere emotivamente che cosa è condivisione, inventando e raccontando una storia «del gatto e del topo». Si tratta di riflettere su una specie di metafora della vita in cui ci si immedesima prima nel topo che sta per essere aggredito dal gatto, ma poi per miracolo si invertono le parti. Immedesimandosi alternativamente nei due animali che cosa si prova di volta in volta?
    – Si chiede al gruppo di chiudere gli occhi e di ascoltare la storia (che sarà prima preparata e scritta e poi letta). A lettura terminata, e dopo un attimo di riflessione in silenzio, si discute per verificare eventuali difficoltà, sensazioni, riflessioni, orientamenti operativi…
    – La capacità di condividere è solidarizzare con l’altro, è anche capacità di valorizzarlo. Non solo correzione fraterna, quindi, ma anche conferma amichevole.

    * Può essere utile per interiorizzare atteggiamenti positivi nei confronti dei valori, anche un esercizio che misuri l’ottimismo e il pessimismo. Può essere eseguito preparando un grande cartello a tre colonne, disposte su tre file di seguito: NEGATIVO – POSITIVO – IN CHE MODO?
    – Si invitano i membri del gruppo a scrivere sotto il termine negativo, in sequenza numerica, la denuncia del proprio maggior difetto… Terminata la confessione si dedica un congruo tempo alla riflessione e alla lettura silenziosa dei vari difetti…
    – In un secondo round ognuno avrà il compito di individuare il lato positivo del difetto e scriverla in corrispondenza del difetto, come il risvolto della medaglia… Terminata la seconda colonna, dopo una ulteriore pausa, si procede nello stesso modo a riempire la terza colonna.
    Esempio:

    2002-01-73


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