Un «esodo»

con i preadolescenti

Campo estivo vocazionale

a cura di Pierdante Giordano

(NPG 1986-03-67)


Offriamo in questo numero, per gli animatori con preadolescenti, un'esperienza sussidio incentrata attorno ad un originale campo estivo vocazionale, realizzato ripetutamente, e perciò anche sperimentato e verificato nella pratica, e che ha lasciato addirittura sorpresi gli animatori per la risonanza che ha avuto nella vita di gruppo dei ragazzi. Si tratta anzitutto, è necessario tenerlo presente, di una esperienza «particolare» che è collocata all'interno di un contesto annuale e si prolunga in un progetto pluriennale organico, perciò difficilmente isolabile dal suo contesto di formazione progressiva. Inoltre non è un campo-scuola per i gruppi oratoriani o di una stessa realtà locale. Ha invece i suoi specifici destinatari: i ragazzi e le ragazze più sensibili, rappresentativi di una pluralità di centri di provenienza, ai quali si vuole offrire l'esperienza straordinaria di un campo inter-regionale o inter-diocesano. Si caratterizza inoltre come realizzazione di uno specifico modello di animazione catechistica esperienziale coi preadolescenti, con forte accentuazione sui «contenuti», anche se inseriti in una globale esperienza vitale di riattualizzazione.
È però forte la dimensione di recupero della «memoria storica» (degli Ebrei dell'Esodo in particolare) e di riappropriazione del contenuto vitale quotidiano della vita del gruppo ( «tribù»), con marcata accentuazione della componente operativa e ritualistica insieme. Riconosciamo che tutto ciò può far sorgere interrogativi di diverso tipo più che legittimi. Ci piace evidenziare però alcuni indubitabili pregi.
* Il tentativo di interpretare l'esperienza del preadolescente attorno alla categoria dell'«esodo». Una categoria che esprime la molteplicità delle «uscite» e delle «entrate» che questi soggetti vivono sulla loro pelle ma in solidarietà, accompagnate dal fascino dell'avventura, del nuovo, del rischio, ma anche dalla paura e dall'insicurezza che spingono alla rinuncia del «grande sogno» (la preadolescenza è età dell'esodo!).
* L'invito a riscoprire la centralità e la fecondità del «rito» nella vita dell'individuo e del gruppo (ma anche per il preadolescente) come elemento capace di agganciare memoria e presente, azione e conoscenza, vita e significato celebrato nei linguaggi simbolici. Una prospettiva dunque assai ricca e affascinante, anche se presenta rischi e indubbi elementi problematici quali: il pericolo del ritualismo, il rischio di escludere la vita e il suo senso nel presente, la forzatura del clima «rovente» ed esaltante, che può anche esasperare l'emotività e oscurare la dimensione realistica a vantaggio di quella fantastico-ludica. Ma è una sfida che questo progetto ha accolto e superato.

PREMESSA

«Cerco l'estate tutto l'anno... », gorgheggiava Celentano nei suoi tempi migliori. E interpretava l'aspettativa di molti. «Estate»: simbolo di evasione, di disimpegno, di sconsiderata ricerca di rottura della seriosità quotidiana segnata dal lavoro, dalla scuola, dai ritmi di impegni ossessivi. Estate: finalmente «vacanza», andare via cambiare! Spesso senza sapere dove o come.
Da alcuni anni, mentre si infittisce la folla che cerca la fuga e si estendono i tempi della distensione, istituzioni educative, oratori, centri giovanili, parrocchie, associazioni e movimenti hanno concentrato le proprie energie per offrire, soprattutto ai giovanissimi, occasioni «forti» di formazione e di proposta cristiana. Tra le tante esperienze, sono stato invitato a presentarne una che sembra avere tratti caratteristici originali e, soprattutto, ha mostrato la sua validità formativa nell'arco dei sei-sette anni entro i quali si è andata precisando e definendo. Si tratta di una esperienza tuttora in corso, e questo crea una certa difficoltà ad analizzarla e descriverla, quasi standovi all'esterno e assumendo da essa una distanza che rischia di farla apparire arida, schematizzata. Quando, al contrario, è una ricca manifestazione di vivacità, di calore e di fantasia.
Tento, comunque, l'impresa nella speranza che partecipare le proprie esperienze possa essere ragione di diffusione di proposte utili, scambio e confronto di possibilità educative, stimolo e incoraggiamento a moltiplicare iniziative che possano rispondere, nel modo più ampio possibile, alla domanda dei ragazzi di «crescere»... anche in un tempo di vacanza.
L'esperienza è nata circa sette anni fa e sta continuando la sua crescita presso le opere salesiane della Liguria e della Toscana. Si presenta come «itinerario formativo a sfondo vocazionale» (nel senso più ampio del termine) e impegna diversi momenti che qui di seguito elenchiamo.
L'estate: attraverso una «serie» di campi-scuola, distribuiti secondo l'età dei partecipanti (si parla di Campi CCA - CCR - CBA: spiegheremo successivamente queste sigle).
Il corso dell'anno con due iniziative:
- gite mensili. I partecipanti al campo estivo si ritrovano per una giornata presso i centri giovanili/parrocchie/opere da cui provengono per continuare l'itinerario formativo avviato nel campo e per offrire anche momenti di animazione e di festa con gli amici che frequentano l'ambiente educativo;
- week-end. Riservati esclusivamente a chi ha partecipato ai campi estivi e collocati in momenti utili per una ricarica spirituale (avvento-natale e quaresima-pasqua).
In queste pagine l'attenzione si incentra esclusivamente sull'esperienza estiva e si limita alla presentazione di uno dei campi sopra indicati: il CCA.
Per chiarezza, tuttavia, faremo essenziali riferimenti agli altri momenti ed elementi del complesso piano formativo (inviando, per chi fosse interessato, alla pubblicazione, che è in preparazione, e che comprenderà tutto l'arco delle esperienze con i relativi numerosi sussidi pratici).

LA DIVISIONE DEI CAMPI-SCUOLA

La proposta formativa che tracciamo prevede una serie di «passaggi» graduali e progressivi attraverso campi-scuola che si caratterizzano in base ai destinatari, agli obiettivi specifici e alle modalità di svolgimento .
La scaletta educativa, nei suoi passaggi, è la seguente:
- CCA: significa campo comunità amicizia.
È riservato a ragazzi/ragazze di 12 e 13 anni (prima e seconda media).
- CCR: significa campo comunità ricerca. È suddiviso in tre momenti:
CCR 1: ragazzi/ragazze di 14 e 15 anni;
CCR 2: ragazzi/ragazze di 15 e 16 anni;
CCR 3: ragazzi/ragazze di 16 e 17 anni.
- CBA: significa campo base animatori. È suddiviso in tre momenti: CBA 1 - CBA 2 - CBA 3, non legati all'età, ma al livello di «preparazione» nell'ambito dell'animazione; come si vedrà, in seguito, questi tre campi CBA sono riservati a ragazzi/ragazze dai 17 anni in poi, che abbiano fatto la scelta di diventare «animatori nei gruppi» di preadolescenti o adolescenti.
Delle esperienze CCR e CBA si parlerà in successivi articoli della rivista.
Qui l'attenzione è esclusivamente portata sul campo CCA. Ma è necessario presentare il quadro nel suo complesso, perché queste esperienze sono legate e dipendenti l'una dall'altra e diventano realmente produttive solo quando i partecipanti vivono l'arco complessivo dell'itinerario formativo. L'esperienza di 67 anni ci conferma ampiamente la ricca positività ed efficacia dell'iniziativa. Per inciso diciamo che è facile il «ritorno» dei ragazzi al campo successivo (anche se potrebbe sembrare strano). L'elemento che favorisce la «ricerca» e l'attesa che campo è dato dagli incontri nel corso dell'anno (gite e week-end) che hanno un forte potere di suscitare e rafforzare l'aspettativa.

MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE AI CAMPI-SCUOLA

Ancora un'annotazione generale prima di addentrarci nell'esperienza del CCA. Riguarda ciò che è richiesto per un'adeguata partecipazione alle esperienze estive.
Trattandosi di «campi-scuola», quindi di momenti formativi (chiaramente orientati a obiettivi vocazionali) inseriti in un progetto educativo più ampio che accompagna l'attività pastorale di comunità ecclesiali di un determinato contesto a favore dei ragazzi e dei giovani, si sono tenute presenti alcune situazioni concrete di vita e, insieme, il bisogno di creare una dinamica che collegasse le varie comunità locali delle due regioni. Ciò ha comportato:
- divisione dei campi CCA e CCR per regioni (la Toscana fa i propri campi e così la Liguria);
- solo i campi CBA sono comuni (si vuole che la metodologia e le motivazioni dell'animazione siano più unitarie possibili);
- ogni campo estivo è, così come progettato, strutturalmente «selettivo»: ogni centro giovanile o parrocchia manda un certo numero di ragazzi o giovani - normalmente un massimo di dieci - in modo da non sottrarre ad altri la possibilità di partecipazione; ma anche perché, essendo esperienze formative «vocazionali», si fa invito a una scelta qualitativa, legata alle possibilità, potenzialità, prospettive che gli animatori o educatori individuano nei ragazzi e, quindi, li incoraggiano a una qualificazione ulteriore che avrà riflessi positivi sul loro ambiente);
- i ragazzi che partecipano ai campi devono essere accompagnati e seguiti dal proprio animatore locale. Per quale ragione si insiste su questa presenza? Constatiamo che il clima «rovente» del campo spesso si stempera e si raffredda all'impatto con la grigia realtà quotidiana, dove normalmente i ragazzi si ritrovano per le attività di gruppo. Avere accanto i propri animatori serve, soprattutto a questi ultimi, a fare da tessuto connettivo tra l'esperienza esaltante estiva e quella più feriale dell'anno, serve a garantire la possibilità di un recupero e di una continuità dei valori condivisi nel campo;
- la provenienza dei ragazzi è assai varia. Ogni centro può organizzare i propri campi-scuola per i propri ragazzi! Questa serie di campi, invece, richiede soggetti caratterizzati da diversità di ambienti, città, opere di provenienza, per favorire lo scambio di esperienze, per arricchire le comunicazioni, per creare nuove possibilità di contatti e legami tra centri diversi; e questo dialogo inoltre continuerà tutto l'anno attraverso gli incontri mensili delle gite, quando ogni centro o parrocchia, a turno, curerà l'ospitalità per tutti gli altri e l'organizzazione esterna e festosa della giornata. Abbiamo trovato molto produttivo questo elemento, perché ha fatto sorgere e sta alimentando vivacemente il senso di appartenenza a una comunità giovanile più vasta, crea la sensibilità al movimento, caratterizza stili e toni di festa, di spiritualità, di incontri, di accorpamento attorno a ideali e progetti condivisi;
- possono partecipare ragazzi e ragazze che siano già inseriti attivamente in gruppi (o, nel caso del CCA, che abbiano chiaro desiderio di farlo una volta rientrati nel proprio ambiente). Il gruppo come luogo educativo è il criterio di fondo di tutto l'itinerario formativo. Per gruppo intendiamo quello spontaneo che nasce attorno a determinati interessi (possono essere i più vari: musica, sport, attività sociali, canto, turismo, assistenza, ecc.) e con la presenza di un animatore.
Non intendiamo, quindi, il gruppo di catechismo o della scuola.
Fatte queste doverose premesse ci addentriamo nella prima esperienza dei cammino formativo: il campo CCA.

IL CAMPO COMUNITÀ AMICIZIA SULL'«ESODO»

Durata: non più di una settimana (è bene che queste esperienze siano brevi per non stancare troppo, per non bruciare le possibilità migliori, e per lasciare il desiderio di ritornare).
Partecipanti: ragazzi e ragazze di prima e seconda media (età: 12-13 anni).
Animatori: almeno uno ogni 10 ragazzi. Titolo del CCA: «Esodo».
Obiettivi: creare il gusto dell'appartenenza al gruppo sentito e compreso come un'occasione privilegiata per la propria formazione. Decidersi per il gruppo significa:
- scoprire e valorizzare le proprie qualità;
- capire la necessità e la gioia di metterle a servizio.
In questa età i ragazzi, in genere, frequentano ancora il catechismo per la cresima; il CCA li introduce a passare dal gruppo di catechismo (spesso subìto in vista dell'arrivo al sacramento) al gruppo visto come l'ambiente caldo e ideale per incontrare amici, creare relazioni positive, soddisfare il bisogno di «fare».
Modalità di svolgimento:
- incontri di riflessione;
- lavoro a gruppi (lavoro di approfondimento teorico, ma soprattutto lavoro manuale);
- «esperienze forti» (veglia/deserto/ messa);
- servizi comunitari (pulizie/falò/mensa/ ecc.);
- «riti» (gesti simbolici ricchi di vari elementi collocati in particolari momenti celebrativi.
Dimensione religiosa: attinge dal titolo del campo: «esodo». Si assumono dalla spiritualità dell'esodo alcuni elementi di religiosità che si intendono «far vivere», perché possano diventare gli atteggiamenti religiosi di chi fa vita di gruppo e, nel gruppo, è sollecitato a «condividere» con altri.
È dalla preoccupazione di educazione religiosa dei ragazzi e dal desiderio di fare animazione catechistica che scaturisce la dinamica del CCA.
Non è, dunque, un campo-scuola a finalità terapeutica (educare a stare in gruppo) per il recupero di chi soffre la tendenza all'isolamento o di chi è aggressivo, asociale, emarginato. L'obiettivo ultimo è far capire ai ragazzi che nell'esperienza di gruppo essi possono sperimentare e riconoscere il modo più congeniale e naturale di «essere chiesa», di «far parte di un popolo» che Dio si sta costruendo. Nel «gruppo» il preadolescente vive le sue concrete possibilità di appartenenza alla chiesa. Questa consapevolezza non è spontanea: è risultato di esperienze concrete di appartenenza nuova al gruppo e ad una realtà comunitaria che va «oltre il gruppo» (fino alla appartenenza alla «chiesa locale»), ma anche di momenti di riflessione e interiorizzazione dell'esperienza vissuta, anche attraverso il confronto e l'elaborazione di contenuti conoscitivi.
Il campo CCA intende focalizzare l'aspetto di rapporto gruppo-chiesa, recuperando la dimensione «catechistica» (riflessione, ricerca, confronto con la Scrittura e con la storia della comunità cristiana), ma soprattutto marcando la dimensione «esistenziale» dei ragazzi. Si tende (con opportuna metodologia) a far gustare l'aspetto religioso come realtà che appartiene alla vita stessa del preadolescente, facendogli comprendere che è una dimensione quotidiana della sua esistenza da scoprire, e non un surplus posticcio al quale dedicare qualche stralcio di tempo per imposizione dei genitori o dei preti, ma di cui non si sente il bisogno e, spesso, se ne farebbe volentieri a meno! È l'incrociarsi continuo di fede e vita che domina la metodologia educativa del CCA.
La possibilità di tale incrocio è offerta dall'esperienza dell'esodo.

L'ESPERIENZA DELL'ESODO: ESPERIENZA Dl UN VIAGGIO

I ragazzi, nel corso della settimana, sono stimolati a capire l'avventura storica e spirituale degli Ebrei quando lasciarono l'Egitto per incamminarsi verso la terra promessa.
È un grande gioco in cui i ragazzi entrano per rivivere fasi e situazioni di quel lungo «viaggio».
Lo fanno attraverso la ricostruzione dei vestiti, del linguaggio, della coreografia, dell'ambiente, delle usanze di vita... Il tutto, documentandosi sui libri della Scrittura (Esodo e Numeri in particolare).
Ma non è arbitraria questa «ricostruzione». È legata alla psicologia del preadolescente e alle sue concrete esperienze di vita. Abbiamo così cercato di individuare i momenti caratteristici dell'Esodo per riproporli come analogia con i momenti caratteristici della crescita nel preadolescente. Sarà indicato meglio nella logica interna all'impostazione delle singole giornate del campo. Qui riassumiamo la filosofia generale che sottostà all'esperienza CCA nella sua dinamica complessiva.
I ragazzi sono spinti a immaginare (per comprendere meglio!) tutto ciò che potevano sperimentare gli Ebrei quando furono invitati a «uscire» da un territorio in cui stavano a disagio (anche se era familiare, conosciuto) per avventurarsi verso un paese nuovo che non conoscevano, ma che era legato alla memoria dei loro antenati e che a loro, come schiavi, richiamava l'idea di libertà, di gioia, di felicità. Questa fortissima aspettativa li decise a partire, a «lasciare» la vita che facevano, per affrontare il «rischio» di un cammino che li portava al cuore dei loro sogni. Così iniziò un lungo viaggio. Tutto il CCA è la «storia» di questo viaggio. Il campo è tutto impostato sull'esperienza ebraica del «camminare», dello «spostarsi lungo un sentiero», dell'«uscire da... per andare verso...». È il momento «dinamico» dell'Esodo che è preso in particolare considerazione. Nei suoi eventi reali e nei suoi significati religiosi.
Già nella fase di preparazione al CCA (si invia comunicazione ai vari centri perché gli animatori introducano opportunamente i ragazzi nell'esperienza che faranno) e lungo tutta la durata del campo si fa emergere quanto c'è di simile tra il «cammino» degli Ebrei e la «vita normale» dei ragazzi.
Durante l'«uscita» gli Ebrei hanno cominciato a incontrarsi tra loro, anche con persone che non conoscevano e con cui non avevano molta familiarità, hanno incontrato difficoltà, spesso paure, rimpianti, dubbi. Ognuno, nel camminare, ha trovato accanto a sé compagni di viaggio scomodi, noiosi o forse generosi, incoraggianti.
Il viaggio era lungo e le giornate felici si alternavano a giornate tristi che facevano
perdere la speranza. Ma, stando insieme, sentivano uomini più coraggiosi che distribuivano fiducia, aiutavano a sfidare le paure e le resistenze di chi si accasciava e rinunciava a continuare. Queste infinite situazioni verificatesi con probabilità nell'evento storico dell'esodo ebraico diventano le mille situazioni quotidiane da saper leggere e «dentro» le quali costruire il proprio «cammino di liberazione».
Il campo propone tutte queste esperienze in modo graduale, evidenziandole opportunamente, per favorirne una lettura critica, che rimanga nei ragazzi come strumento e metodo nella loro formazione.
Sono soprattutto i «riti» che focalizzano questo aspetto educativo. Ne parleremo; sarà anche facile intuire come i vari elementi formativi si sovrappongono, si incrociano, quasi si confondono l'uno nell'altro: la «memoria» degli Ebrei (quello che è loro accaduto e che conosciamo dalla bibbia) si mescola con la fatica di interpretazione del «significato religioso» della loro avventura (è il momento dell'approfondimento del «senso» della storia di salvezza) e con l'attualizzazione dei valori di quell'avventura (è il significato educativo religioso-morale quasi spontaneamente «indotto» nei ragazzi che stanno rivivendo la stessa avventura), che ha i tratti caratteristici della situazione esperienziale tipica dei preadolescenti. I tratti che definiscono la loro psicologia trovano analogia con elementi dell'«esodo»: bisogno di «uscire» dalla fanciullezza e dalla dipendenza dagli altri, bisogno di avventura, bisogno di aggregazione, bisogno di terra promessa.
È l'incrocio e la simultanea composizione di questi elementi che costituisce la fisionomia caratteristica del CCA e la dinamica più interessante e educativamente più produttiva del campo. Dovendo farne una analisi (quindi: sezionando, schematizzando, isolando...) per una presentazione scritta, questo aspetto di coinvolgente «unità» necessariamente si perde o non affiora con la stessa intensità di come, invece, si afferma nell'esperienza viva.
Presentiamo ora l'arco educativo di tutto il campo così come è distribuito attraverso le singole giornate. Lo facciamo precedere dalla pagina di invito e presentazione che viene mandata (prima dell'inizio del CCA) ai ragazzi, nelle loro sedi. Ragazzi e animatori si predispongono all'esperienza, riflettendo su questo «manifesto» dell'esodo.

EDUCARE E COMUNICARE

«Esodo»: parola che richiama un libro della bibbia in cui è descritto uno dei momenti più importanti della storia del popolo ebraico, quel popolo da cui è nata, secoli dopo, la nostra chiesa cristiana.
«Esodo»: ricorda «uscire» da un paese di schiavitù, un paese infelice per affrontare un lungo, faticoso cammino verso una terra dove poter vivere nella libertà e in quella gioia che Dio aveva assicurato.
Pensiamo a questo CCA come Esodo: come tempo di «uscita» dalle nostre abitudini, da un ambiente troppo consumato e protettivo che soffoca tante nostre voglie di libertà, da una cerchia ristretta di amicizie per gustare l'avventura di un richiamo a qualcosa di nuovo, di insolito, di grande.
Qualcosa che per noi ha il sapore della libertà.
Come gli Ebrei, anche noi affronteremo un cammino arduo, impegnativo, ma carico di speranza. È su questo camminare che fermeremo riflessioni ed esperienze per convincerci che insieme è bello quando Dio guida il nostro cammino.
Cammineremo scoprendo che, ad ogni passo, ci sarà per noi una domanda di «novità»:
- tutto potrebbe essere bello o brutto;
- tutto potrebbe essere strano o normale;
- tutto potrebbe essere insopportabile o affascinante.
Scopriremo: compagni di viaggio (simpatici, coraggiosi, scomodi, esemplari, fastidiosi), ma saranno i «nostri» compagni di viaggio.
Scopriremo: l'ambiente, in cui spesso viviamo con disattenzione (l'acqua, il fuoco, il buio, i monti, il freddo, la salita, i pericoli...).
Scopriremo: gli eventi, le «cose che capitano» (gesti vuoti o carichi di senso, esperienze emozionanti o difficili da accettare, ma tutte realtà che saranno per noi il «luogo», le occasioni attraverso cui Dio dialoga con noi e noi con lui).
Scopriremo: adulti e grandi, nostri compagni di viaggio che ci fanno da guida, ci sostengono; persone di cui scopriremo che «possiamo fidarci», perché sono qui «per noi».
Saremo capaci di ascoltare (senza chiuderci nella presunzione, disposti al «nuovo»), perché solo ascoltando saremo arricchiti di ciò che non sappiamo o non abbiamo già.
E sarà festa.

LE GIORNATE DEL CAMPO CCA E LA SUA STRUTTURA

Schematicamente indicheremo l'orario standard di ogni giornata, i «contenuti» e le proposte educative vissuti in ogni singolo giorno.
Salvo varianti dovute a particolari attività (escursioni, «deserto», ecc.) la giornata si svolgeva secondo la struttura che presentiamo.
Ore 8: sveglia - pulizie personali - breve momento di preghiera.
Ore 9: colazione e «servizi di competenza delle tribù» (rigovernare - spazzare camere e ambienti - preparare il falò - preparare i momenti liturgici della giornata -; ogni tribù, a turno, svolge una mansione a utilità di tutto il campo).
Ore 10: rivelazione. È la presentazione del «tema» della giornata; una specie di conferenzina che spiega e aiuta a capire in profondità tutto ciò che si farà nel corso della giornata.
Ore 11,30: qahal, riunione delle tribù. Le tribù si trovano con i propri capi-tribù per discutere quanto hanno ascoltato nella «rivelazione» o per svolgere determinate attività.
NB: tra le ore 10 e le ore 11,30 spesso vengono inseriti i «riti».
Ore 12,30: conclusione dei lavori - intervallo (la tribù incaricata prepara la mensa, gli altri sono liberi o preparano i materiali per il falò).
Ore 13: pranzo.
Ore 14: tempo libero (salvo la tribù che, per quel giorno, ha l'incarico di rigovernare)
Ore 14,30-15: grande gioco di tutte le tribù.
Ore 16: haggadah. È l'assemblea delle tribù; si riprende il tema della giornata secondo le indicazioni di lavoro pratico suggerite dalla «rivelazione» e sotto la guida dei capi-tribù.
Ore 17,30: intervallo e merenda.
Ore 18: ripresa della qahal (a tribù) o dell'haggadah, per la presentazione dei lavori realizzati all'interno di ogni tribù.
Ore 19,30: tempo libero (una tribù prepara la mensa).
Ore 20: cena (tribù che rigoverna, altre tribù preparano il falò).
Ore 21,30: falò e revisione comunitaria della giornata - breve preghiera.
Nella presentazione seguiremo lo schema che segue.
Introdurremo il tema della giornata: l'idea di fondo che accompagna tutte le iniziative ed esperienze del giorno.
Distingueremo tre elementi significativi:
1. Il rito del giorno. È l'esperienza forte che i ragazzi vivono in un gesto comunitario e che traduce la ricerca tematica della giornata.
2. I1 riferimento alla «storia» degli ebrei. Conoscenza della Scrittura e comprensione degli eventi storici del passato.
3. Il riferimento all'attualizzazione. Nella vita del «gruppo», la storia dei gruppi come analoga alla storia degli Ebrei.
Nella vita della «chiesa», come attualizzazione di «senso» in ordine alla salvezza di quanto scoperto nel passato, nel gruppo, nell'esperienza del campo.

PRIMA GIORNATA: CHIAMATI A CRESCERE INSIEME

Idea tematica

Ogni uomo sente il bisogno di muoversi, di andare verso le cose nuove, di ricercare la vita. I ragazzi in particolare vogliono «crescere».
È la spinta alla vita che Dio ci fa cogliere dentro di noi.
Dio crea l'uomo per fargli gustare la gioia di raggiungere la sua piena realizzazione. Dio «chiama» a vivere.

Vita del campo

I ragazzi si incontrano per iniziare il campo-scuola. Non c'è un «rito» vero e proprio. Ma c'è la dinamica propria dell'accoglienza, della conoscenza reciproca e dell'organizzazione.
L'inizio del CCA viene fatto con una riunione di tutti in una sala ampia e adatta ad ospitare un numero consistente di ragazzi. Ci si introduce con bans e danze utili all'abreazione e all'impatto fisico. Dopo venti minuti i ragazzi devono aver l'impressione di conoscersi già da tempo (è importante la tecnica dell'animazione ed è importante che questo primo momento sia gestito tutto dal coordinatore del campo).
A cerchio, ci si presenta spontaneamente. Alcuni giochi per imparare i nomi. Canto comunitario per «amplificare» i nomi.
Il coordinatore interviene a presentare il CCA. In forma drammatizzata si spiega che ci si trova coinvolti in una strana avventura che Dio ha pensato per noi. Non sappiamo come andrà a finire, ma sappiamo che Dio ci ha quasi forzati a entrare dentro una insolita vicenda. Così come accadde migliaia di anni fa a un popolo, ormai diventato famoso per questa avventura che ebbe con Dio. Immaginiamo di essere noi nei panni di quel popolo.
Saremo, come gli Ebrei, divisi in tribù, avremo un nome per distinguerci, avremo dei responsabili che ci faranno da guida, ma saremo sempre un unico grande gruppo, un popolo, che vuole mettersi in viaggio, vuole provare una grande avventura.
I ragazzi poi sono divisi per gruppi di provenienza presso alcuni animatori, danno il loro nome e avranno qualche momento di libertà. Gli animatori si radunano e formano i gruppi che, da ora in poi, sono chiamati tribù. In ogni tribù sono riuniti 10-12 ragazzi (è bene che i gruppi siano piuttosto nutriti di presenze perché per il CCA è importante percepire la dimensione del gruppo: l'ideale quindi è tra 10-12 ragazzi).
Nuova riunione. Si dà lettura della formazione delle tribù. Si legge l'inizio del libro dell'esodo che riporta i nomi della tribù ebraiche.
I ragazzi, divisi per tribù e raccolti attorno al proprio capo-tribù, scelgono uno dei nomi letti che resterà il nome della propria tribù.
Altra riunione: si comunica a tutti il nome scelto. Da questo momento si chiameranno solo con il nome della tribù.
Il coordinatore (che assume il nome di Mosè, come guida dei capi-tribù e delle tribù) dà due impegni alle tribù: costruire una pergamena, decorarla con un simbolo biblico e scrivervi su il nome della propria tribù (servirà per il rito del giorno successivo) e, inoltre, preparare qualche intervento (ban, danza, canto, ecc.) per il falò serale come saluto e conoscenza delle diverse tribù.
La giornata conclude con il falò.
Si spiega come le tribù ebraiche, al tramonto del sole, tendessero a ritrovarsi insieme dopo le snervanti fatiche della giornata per comunicarsi allegria, per vincere la tentazione di chiudersi nella tristezza e nella disperazione provocata dalla situazione di disagio in cui vivevano, per ripensare alla propria storia. I bambini continuavano nei loro giochi, ma a tratti seguivano i racconti degli anziani e imparavano da loro tante vicende del loro passato. Su questa cornice si sviluppa il falò (la prima serata è particolarmente animata dai capi-tribù per essere di esempio per i falò successivi che, invece, devono avere come protagonisti i ragazzi).

Vita degli ebrei

Sia nella presentazione del CCA, sia nel dialogo degli animatori all'interno del proprio gruppo si lega quanto si sta facendo nel campo con quanto il popolo ebraico visse nel suo passato.
In questo primo giorno si indica:
- chi erano gli Ebrei, dove e come erano prima di avviare l'esodo;
- perché Dio li spinse a «uscire» dall'Egitto e come lo fecero;
- l'organizzazione interna degli Ebrei (tribù, capi, profeti, ecc.): questa ultima presentazione sottolinea un elemento importante: gli Ebrei erano divisi in «tribù», ma si sentivano un «unico popolo» (anche nel CCA deve avvertirsi la stessa dinamica).

Attualizzazione

Nel gruppo: il CCA favorirà la scoperta, attraverso l'esperienza che i ragazzi non amano vivere soli, isolati gli uni dagli altri, anche se ci sono tantissimi ragazzi in giro. I ragazzi amano trovarsi insieme, formare gruppi. Nel gruppo ci si sente meglio, si ha più fiducia, le cose tristi non pesano più, ci si aiuta, si fa qualcosa che è utile a sé e agli altri. Il gruppo ha una guida, trova un proprio nome, si distingue, ma cerca anche il collegamento con altri gruppi per costruire insieme.
Nella chiesa: Gesù ha chiamato degli uomini a stare con lui, li ha voluti amici. Ha creato un gruppo. Ma non ha dimenticato tutti gli altri. Anzi, proprio per tutti gli altri ha voluto che questo suo gruppo fosse veramente in gamba. Oggi, tra coloro che seguono il vangelo di Gesù, c'è tanta differenza: gruppi uno diverso dall'altro, ma si sentono tutti «in comunione» come le tribù ebraiche si sentivano l'unico «popolo di Dio».

SECONDA GIORNATA: L'APPARTENENZA

Idea tematica

Ogni uomo cerca la vita e la felicità, vuole essere libero. Ma non realizza questo desiderio da solo. Ha altri accanto a sé e si rende conto che soltanto camminando con gli altri il suo sogno si realizza e ha vero significato.
Per questo ci si incontra, si fa amicizia, si lavora insieme. Si sente il bisogno di essere «legati» a qualcuno, di «appartenere» a qualcosa di più grande e di più significativo.

Vita del campo

Sono previsti due «riti».
Il rito delle pergamene. Si tratta di una celebrazione fatta di primo mattino in sostituzione delle lodi. Il gesto centrale è dato dalle firme dei singoli ragazzi sulla pergamena della propria tribù.
Il rito delle filatterie. Anche questo un gesto simbolico, inserito nel contesto di una sorta di liturgia, durante la quale il capo-tribù consegna ad ogni membro della propria tribù una filatteria (di colore diverso per distinguere le tribù) per indicare l'appartenenza alla tribù.

Vita degli ebrei

La pergamena era il supporto materiale sul quale, nell'antichità si scrivevano le cose importanti. Anche la Scrittura sacra fu conservata, all'inizio, grazie alle pergamene.
Le filatterie erano strisce di cuoio su cui gli Ebrei riportavano frasi o lunghi brani della bibbia e che annodavano attorno alla mano o legavano sulla fronte per avere la parola di Dio «davanti agli occhi», o scendeva, come pendaglio, sul petto (per avere la legge «nel cuore»). Era, comunque, segno della preoccupazione del credente ebraico di avere la legge di Dio incisa nella propria vita.

Attualizzazione

Nel gruppo: il rito delle pergamene richiama l'idea di firmare la propria appartenenza a un gruppo, così come le filatterie indicano la personale adesione ad entrare nel gruppo e a riconoscersi responsabili nell'attività che vi si svolge.
Anche nei gruppi che conosciamo accade allo stesso modo: si è invitati a frequentarli, ci sono dei capi che regolano la vita del gruppo, ci sono dei segni che distinguono un gruppo dall'altro e quando uno decide di appartenere a un gruppo deve capire che la scelta è sua, è lui «responsabile» (non può «scaricare» le responsabilità sul gruppo).
NB: nella qahal-tribù i ragazzi svolgono un lavoro di ricerca: devono individuare e trascrivere su un cartellone le caratteristiche di «appartenenza» che scorgono nei gruppi di loro conoscenza (es. i «distintivi», gli slogan, la «sede» del gruppo, le bandiere, i modi di comportarsi degli appartenenti al gruppo, le «tessere», le «norme», ecc.).
Nella chiesa: ogni credente sa di non salvarsi da solo, Dio salva attraverso l'appartenenza a un popolo. Il progetto di Dio è che tra gli uomini ci sia «comunione» e questa si esprime attraverso le «comunità».
Tante «comunità » formano la «grande chiesa» di Dio.
Ognuno è invitato, è chiamato da qualcuno. Noi possiamo mettere la nostra firma: accettare di essere in questa comunità. Ci sono grandi «firme» per il cristiano: il battesimo, la confermazione. Sono firme che portano, poi, a vivere tutto il resto della vita del suo «gruppo» (l'eucaristia, la riconciliazione, la carità, l'ascolto...). E anche per il cristiano ci sono dei «segni » (come il colore delle filatterie) che lo distinguono: atteggiamenti, gesti comunitari, celebrazioni, segni di riconoscimento (es. il segno della croce) e di appartenenza.
NB: anche nel riferimento alla chiesa i ragazzi sono invitati a elencare simboli, gesti, segni, usanze che indicano appartenenza e distinzione.

TERZA GIORNATA: LA SCOPERTA DELLA LEGGE

Idea tematica

Quando si vive comunitariamente o quando si svolge attività insieme con altri, perché l'intervento di ciascuno sia corretto e sia a beneficio di tutti c'è bisogno di «punti di riferimento». Nel vivere sociale è indispensabile una legge, una norma. Anche Dio, quando ha aperto per l'umanità il suo grande progetto di salvezza, ha suggerito all'uomo quanto poteva facilitare il suo cammino. Lo ha fatto donandoci i «comandamenti», cioè la sua «parola». Non è imposizione, non è un carico di costrizioni insopportabili e fastidiose; sono indicazioni perché - come dice un libro sacro (Deuteronomio) - possiamo «scegliere la vita».

Vita del campo

Anche per questa giornata sono previsti due riti.
Il rito della legge. Consiste in un lungo percorso intersecato da tappe nelle quali si proclamano brani della bibbia che fanno riferimento a momenti significativi della vita del popolo ebraico o della vita di Gesù in cui la «legge» (la Torah) o la «parola» di Gesù hanno avuto particolare importanza. Il cammino si avvia da un monte che è chiamato «Sinai» (è stato «battezzato» così durante uno di questi campi estivi) e si conclude presso la «tenda » (una grande tenda militare adattata con decorazioni e disegni per questi campi) con la collocazione al suo interno delle «tavole della legge» e della bibbia.
Il rito della tenda. Prevede due momenti distanziati: il primo è l'installazione della tenda (è un montaggio fatto «coralmente» come gioco e come attività manuale), il secondo è legato alla conclusione del rito della legge con la consegna, dentro la tenda, di una piccola pergamena contenente una frase del vangelo (durante la Qahal i ragazzi devono discutere e interpretare la frase e trovare il modo concreto per realizzarne, durante la giornata, il significato di impegno).

Vita degli ebrei

La legge. Per gli Ebrei è stato essenziale il riferimento alla legge di Dio (la Torah). Senza di essa perdevano perfino il valore di unità nazionale e non solo religiosa. Per questa ragione ricorrevano a gesti e tradizioni che oggi ci stupiscono (le filatterie per avere davanti a sé la legge; gli edifici per conservare la legge, le celebrazioni religiose per onorare le tavole della legge, l'esagerata e formalistica osservanza ecc.). La parola di Dio era riassunta e concentrata nella legge. È stata la grande ricchezza di fede della comunità ebraica. È per questa ragione che gli Ebrei hanno reagito male nei confronti di Gesù, perché, alla prima impressione, sembrava che volesse smantellare questo saldo riferimento della loro fede. Gesù ha spiegato: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare perfezione ». E ha insegnato che la legge non deve essere soltanto osservata nelle pratiche esteriori, deve, invece, diventare la ragione profonda, l'intenzione, la coscienza di cui si caricano i gesti esterni nei confronti di Dio e degli altri uomini.
La tenda. Per gli Ebrei era il luogo normale di abitazione (popolo nomade). Una tenda speciale fu sempre riservata a Dio. In essa era conservata la custodia (arca) che conteneva il rotolo della legge. Quindi, la tenda era il luogo della presenza di Dio: quella abitazione che ricordava agli Ebrei che Dio «stava sempre con loro», era «in mezzo» a loro. Così come per noi oggi potrebbe esserci ricordato dalla chiesa (il tempio). È un luogo «sacro», è il luogo umano riservato a Dio.

Attualizzazione

Nel gruppo: quando più persone si trovano stabilmente insieme, formano una società o un gruppo, si danno delle norme: non per sacrificarsi, per togliersi delle libertà, ma per costruire meglio insieme, per fare meglio.
Ogni gruppo ha una sua norma; a volte è chiara, scritta, resa pubblica; altre volte è implicita, è data da un consenso inespresso .
Ma sempre, dove c'è gruppo, c'è un punto di riferimento per i comportamenti, per gli orientamenti, per il come agire.
Il gruppo funziona quando tutti i membri si attengono alle norme. Il gruppo cresce e matura quanto più le norme esterne svaniscono e perdono di importanza in favore della responsabilità e della coscienza.
Come applicazione nel momento di «qahal» delle tribù, i ragazzi devono: elencare le «norme» che vedono osservate nella vita di un gruppo (es. puntualità, rispetto dell'ambiente, comportamento, attenzione a chi parla, orari...); costruire una «pergamena» con una legge per la propria tribù; una legge «interna» da osservare nel corso del campo.
In un angolo della pergamena, riassumere tutto con un breve slogan.
Nella chiesa: anche la comunità cristiana, derivando da quella ebraica, ha accolto la stessa profonda attenzione per la legge, comunemente chiamata la parola di Dio e contenuta nel «vangelo» di Gesù. Proprio grazie alla predicazione di Gesù i cristiani hanno capito che Dio ha suggerito una legge all'uomo per aiutarlo a realizzarsi, a sentirsi felice. La più grande e chiara sintesi della legge di Dio, per il cristiano, è contenuta nel cosiddetto «discorso della montagna» o le beatitudini. Gesù ci rivela una cosa che mai avremmo immaginato: che per essere felici, per riuscire nella nostra vita, dobbiamo assumere un atteggiamento nuovo: quello dei poveri, dei miti, di chi è perseguitato...
Anche la chiesa, essendo formata da un insieme di tanti uomini, si dà delle norme interne per lavorare bene insieme, per rispondere correttamente alla propria missione, per coordinare l'impegno attivo e la testimonianza di tutti.
Anche qui, i ragazzi possono elencare le «leggi» che vedono caratteristiche nella vita della Chiesa.

QUARTA GIORNATA: L'ATTESA E IL PASSAGGIO

Idea tematica

Se ci capita di essere attirati da cose importanti e belle, siamo disposti a lasciarne altre (che pure ci piacciono) per quelle affascinanti. Quando, nella vita, ci dovesse capitare di comprendere la straordinaria ricchezza e grandezza che è offerta a chi vive la legge del Signore, faremmo pazzie pur di fare nostra la felicità che Dio ci fa scoprire. Il guaio è che spesso non ce ne accorgiamo, siamo distratti e superficiali. È quanto è capitato a quelle ragazze di cui parla Gesù che, anziché attendere lo sposo per fare festa con lui, hanno lasciato senz'olio le loro lampade e così si sono dovute preoccupare dell'olio perdendo la possibilità della festa. O come quei servi che dormono mentre i ladri rubano le ricchezze del loro padrone.
Di fronte a grandi eventi o a realtà importanti che devono accadere non si può stare distratti, assenti o dormire. Bisogna essere svegli e preparati.

Vita del campo

La veglia. È tra le esperienze che i ragazzi ricordano con maggiore interesse e incisività. Ha inizio la sera precedente, come conclusione del falò, e con un breve rito comunitario. Poi, a turno, per tutta la notte fino all'alba, i ragazzi si succedono (secondo un apposito orario indicato su un cartellone) in una esperienza di solitudine, di riflessione, di preghiera.
L'ambiente è adattato in modo da creare una atmosfera suggestiva. Si è presso un camino con un grande fuoco che viene alimentato dai ragazzi durante la notte. L'unica luce è data dalle fiamme del focolare e da pochi lumini disposti a cerchio attorno ad un leggio che sorregge la bibbia. A terra un tappeto su cui i ragazzi potranno inginocchiarsi o stendersi per leggere o per scrivere le loro riflessioni su pergamene che, alla chiusura della veglia, saranno distrutte nel fuoco. Sulle pergamene c'è una pista di riflessione e uno spazio per chi desidera scrivere i propri pensieri.
Il «mar Rosso». Conclusa la veglia si parte per una escursione che si conclude presso una località amena, ricca di torrenti e di acque. A metà mattinata si celebra il rito del «passaggio del mar Rosso». Il gesto centrale è l'attraversamento di un largo torrente a piedi nudi per richiamare l'esperienza ebraica della «pasqua» del mar Rosso.

Vita del ebrei

È ovvio il riferimento e ci fa risparmiare tanti commenti. Nel ricordare lo storico evento, con i ragazzi si insiste sui probabili atteggiamenti della gente ebrea in Egitto (chi è entusiasta, chi ha sospetti sulla non riuscita dell'impresa, chi dice che è solo pazzia...). In ogni caso, la gente in quella notte non ha dormito: era troppo forte l'ansia attorno a ciò che stava per accadere. L'«attesa», come ogni attesa, è carica di paura, speranza, preghiera, ricordo di ciò che è stato, desiderio di cose nuove... (sono realtà interiori da sottolineare perché costituiscono l'atteggiamento interiore con il quale i ragazzi devono vivere la loro «veglia»).
Si sottolinea anche un aspetto legato alla veglia. Presso l'accampamento ebraico qualcuno vegliava per difendere gli altri. La sentinella è uno che è responsabile di tutta la comunità, rappresenta tutti gli altri, tutti quelli per i quali egli soffre paura o freddo o pericoli. È in un servizio «per» gli altri.
Anche la veglia è per ogni ragazzo l'impegno a «sentire» tutta la sua comunità.
Il passaggio del mar Rosso è da ricordare come l'avvenimento cruciale della vita del popolo ebraico; l'evento in cui gli Ebrei hanno saputo vedere l'azione di Dio per loro: il suo «passaggio» nella loro storia.

Attualizzazione

Nel gruppo: il gruppo è funzionante quando ciascuno gioca le sue responsabilità. Bisogna essere svegli e attivi, solidali e capaci di collaborazione. Stare in un gruppo spesso richiede scelte severe: superare le proprie vedute, rompere con le proprie abitudini ed entrare nel nuovo che, spesso, è ragione di apprensione e timore. La solidarietà degli altri è di aiuto nei momenti di incertezza o quando si devono fare scelte importanti.
Nella chiesa: Gesù ci ha lasciato una consegna: «stare svegli», essere sempre pronti perché non sappiamo né il giorno né l'ora della venuta del Signore.
Il regno è già, ma la sua manifestazione è compito di attesa costruttiva.
Attendere, oggi, nella chiesa è mettersi in atteggiamento di ascolto per riconoscere colui che viene. Tutta la vita della chiesa è la preparazione di questo ritorno.
I cristiani celebrano la pasqua, facendo memoria della pasqua ebraica e di quella celebrata e realizzata da Gesù, per confermare se stessi della grande speranza che cieli nuovi e terra nuova sono vicini.
Qualcuno dorme, qualcuno è distratto da altre occupazioni e potrebbe correre il rischio di star fuori quando sarà festa; per questo la chiesa ha uomini generosi che vegliano su tutti, anche i lontani, perché per tutti ci possa essere la gioia di partecipare alla grande festa di Dio.

QUINTA GIORNATA: LA CELEBRAZIONE DEL GRAZIE

Idea tematica

Non si può fare a meno di esprimere il proprio «grazie» a Dio quando ci riconosciamo salvati. Entrare in una terra nuova dove la meta non è ancora raggiunta, ma si sa che non è lontana e il cammino diventa più sicuro, porta ad affrontare la fatica con più ottimismo e con più coraggio. Ma si ha sempre bisogno di risorse e di energie. È il richiamo alla «manna» del deserto e al «pane di vita» offerto da Gesù. Qualsiasi gruppo che è in crescita trova particolare energia nei doni (parola e eucaristia) che Dio ci ha regalato.
Presentiamo la vita del campo e gli altri aspetti.

Vita del campo

Tutta la giornata è consacrata a comprendere, preparare, celebrare l'eucaristia. Si procede attraverso le seguenti tappe.
- Presentazione del tema della giornata, collegato con la storia ebraica e attualizzato nella vita religiosa della comunità cristiana. Si richiama la messa come la celebrazione più grande che ancora la chiesa fa per ricordare e rendere permanente la salvezza di Dio all'uomo. Si commentano le parti che oggi costituiscono l'eucaristia: significato e collegamenti reciproci.
- Ad ogni tribù è assegnata una parte della messa (es. accoglienza, richiesta di perdono, liturgia della parola). Le tribù devono approfondire i significati della parte loro assegnata e «inventare» un modo nuovo di ricelebrarla-esprimerla perché sia maggiormente evidenziato il suo contenuto religioso e perché coinvolga di più la partecipazione di tutte le tribù durante la celebrazione. Le tribù si radunano con il proprio capo-tribù e svolgono il lavoro di approfondimento e pensano a un «progetto» per riesprimere la parte assegnata.
- Ci si incontra in assemblea. Ogni tribù riferisce il proprio «progetto».
È il momento in cui si legano le varie iniziative suggerite in modo che diventino un unico momento celebrativo, senza stacchi disorientati e senza ridondanze. Si fa comprendere che il risultato finale sarà frutto di un lavoro comunitario anche se distribuito con impegni e responsabilità diverse.
- Ogni tribù avvia la preparazione materiale del proprio progetto, con le eventuali osservazioni raccolte in assemblea.
- Seconda assemblea: si verifica a che punto è il lavoro e se sono intervenute modifiche per esigenze materiali. Questo secondo incontro ha soprattutto la funzione di far memorizzare il quadro complessivo della celebrazione per evitare distrazioni, preoccupazioni, ecc. Si richiama anche la motivazione di ogni singolo intervento.
Tempo per eventuali ritocchi o ritardi di qualche tribù.
- Celebrazione vera e propria, preceduta da qualche momento di silenzio per introdurre al «grazie» della comunità che riassume tutta la fatica di una giornata.
In genere la celebrazione occupa quasi tutto il pomeriggio. Spesso, per la ricchezza e varietà dei gesti si è arrivati a sera tarda.
È, quindi, opportuno un calcolo attento dei tempi di lavoro.
Possiamo anche aggiungere che si tratta di una giornata molto laboriosa e a tempi strettissimi. Non esiste possibilità di distensione o di intervallo. Il lavoro è febbrile per tutti. Ma, si nota che i ragazzi non si stancano e restano fortemente suggestionati da questa esperienza perché sentono di essere loro a «costruire la celebrazione».
Dal punto di vista «didattico», in questa esperienza, insistiamo soprattutto su un elemento: è la sottolineatura di una dimensione della preghiera. La preghiera vista non come una «cosa» (da dire o da fare) ma come un «atteggiamento», una attitudine interiore con cui si fanno tutte le cose, compreso il lavoro, il gioco, lo stare con gli altri, l'ascoltare la parola di Dio...
Ecco perché i ragazzi già nella fase di progettazione dell'eucaristia o nella fase di preparazione di ciò che materialmente servirà per tutti, sanno che stanno celebrando messa (perché vi stanno pensando e vi stanno «lavorando») e quando il «rito» comunitario sarà concluso (e si fa invito alla tribù incaricata di questa parte conclusiva a «lasciar aperta» la messa!) i ragazzi sanno che la messa non finisce, ma si fa prolungamento in tutti gli altri momenti della loro vita al campo. Questo aspetto è difficile da intuire nella sua realizzazione concreta sarà immediatamente percepibile attraverso la lettura delle diverse esperienze che riporteremo nei sussidi di prossima pubblicazione .

Attualizzazione

Nel gruppo: anche nella vita di un gruppo si sente il bisogno di esprimere festa e gratitudine per chi ne sostiene la crescita positiva. E il grazie è tanto più bello e sincero quanto più è partecipato da tutti, è condiviso con gioia. Fare festa quando manca qualcuno è sempre un po' triste.
Nella chiesa: il riferimento alla vita della comunità è già esplicito nel momento di impostazione del lavoro della giornata. L'eucaristia è il grande sogno di una comunità che sente il dono della vita, che lo condivide e grida il suo grazie a Dio con la forza e la voce stessa di Gesù (è la sua preghiera che è diventata nostra).

SESTA GIORNATA: VIVERE FEDELI A UN PATTO

La tematica

Si è sentito l bisogno di celebrare un grande «grazie» per un evento di liberazione e di salvezza straordinario: la pasqua. Ma non avrebbe molto significato se la sostanza di questo evento andasse perduta. Che significa aver gustato l'ebbrezza della libertà quando subito dopo si ricade schiavi? C'è bisogno che la salvezza e la libertà rimangano realtà permanente, durevoli.
È ciò che ha fatto Dio per noi. Ha reso «continuativa», permanente, la sua salvezza. Lo ha fatto con una alleanza. Si è impegnato per noi.
Il monte Sinai e la pentecoste sono i punti di riferimento di questa continuità della pasqua di Dio per noi.

Vita del campo

I momenti significativi, illustrati dalla «rivelazione» alle tribù, sono condensati in due «riti».
Il rito dell'alleanza. Ci si alza al mattino, molto presto e si raggiunge la vetta di un monte in modo da osservare l'alba. Il monte è stato battezzato «Sinai» perché qui si rievoca quando il popolo ebraico accolse la legge per mezzo di Mosè. Al sorgere del sole inizia il rito, incentrato soprattutto sull'ascolto della scrittura (Esodo) che narra l'incontro tra Dio e Mosè per il dono della legge. Ad indicare che il popolo aveva dato il suo assenso al patto di Dio e Mosè, la bibbia dice che fu costruito una specie di altare di pietre (dodici stele, tante quante erano la tribù di Israele). Durante il rito i ragazzi costruiranno una stele con pietre sulle quali hanno scritto precedentemente il proprio nome.
Il rito dei polsini. Si svolge presso la tenda. Nel corso del rito ogni ragazzo riceve un «polsino» su cui è scritta una qualità morale (es. generosità, pazienza, disponibilità, fede...). Il polsino richiama l'idea di dipendenza e di legame verso una persona e verso un impegno. Nel corso della giornata ogni ragazzo dovrà «cercare» la situazione che gli consentirà di realizzare quanto è indicato dal polsino. Si insiste sul fatto che bisogna cercare le occasioni e non aspettare che capiti il momento, per abituare i ragazzi a progettare e saper leggere i momenti di opportunità. Con il rito del polsino si traduce concretamente il significato che emerge nel rito dell'alleanza. L'uomo che dà il suo «amen» a Dio attraverso i fatti concreti della vita.

Vita degli ebrei

Per gli Ebrei è stato fondamentale il momento del Sinai. Nella lettura che i rabbini riproponevano di quel fatto, si insisteva sull'idea di «continuità» e «permanenza» dell'evento pasquale attraverso la stabilità di un popolo che da disgregato ritrova la propria unità e diventa punto di riferimento per altri popoli. La legge di Dio, segno della sua volontà di essere alleato del suo popolo, diventa la consegna concreta di un patto che durerà sempre.
La coscienza religiosa degli Ebrei, nel Sinai, raggiunge uno dei suoi vertici più alti, documentati anche dal rifiuto ormai definitivo degli idoli stranieri. Ora il popolo riconosce la propria identità: è il «popolo del Dio unico». È la coscienza dell'amen (adesione totale della comunità) che attraverserà la storia successiva degli Ebrei soprattutto nella ricerca di mantenimento dell'alleanza con Dio, nella ricerca di «fedeltà».

Attualizzazione

Nel gruppo: si insiste che appartenere a un gruppo non significa starci quando fa comodo, saltuariamente. Far parte di un gruppo significa «fare alleanza», compromettersi, impegnarsi con gli altri. L'impegno è reciproco. C'è un terreno morbido su cui nasce questa decisione seria: è il terreno dell'amicizia. Ma è il punto di partenza per assumere gradualmente una responsabilità che non nasce solo dal gusto di stare bene insieme, ma che scaturisce dalla coscienza di «dover fare qualcosa» per mantenere unità, conservare rapporti e rafforzarli con la presenza e l'impegno personale. E il gruppo tiene quando ciascuno vive la sua misura generosa di impegno (come suggerito nel «polsino»).
Nella chiesa: Dio non ci lascia soli nell'impegno di realizzare comunione e di costruire «cieli e terra nuovi», non ci lascia senza forze, non si è interessato a noi una volta sola e poi ci ha dimenticato. Dio «segue» il cammino di sviluppo della sua «chiesa» e della storia umana. Con la presenza e il dono dello Spirito Santo. Dal Sinai alla pentecoste della nuova «comunità» ricostruita dall'azione di Gesù e rafforzata dal dono dello Spirito che proprio Lui ha consegnato a noi. E lo Spirito è il segno della continuità della pasqua di Gesù («sarò sempre con voi»).
Per i ragazzi è facile il riferimento al significato e alla attualità della pentecoste cristiana, perché nel corso di catechesi, proprio in questa loro età affrontano la preparazione alla confermazione. Si tratta, quindi, di richiamare quanto conoscono e approfondiscono durante l'anno con il catechismo.

SETTIMA GIORNATA: DESERTO: INCONTRO CON

Idea tematica

La persona intelligente controlla e verifica quanto si accumula nella sua vita per valutare realisticamente la propria situazione, per distinguere ciò che è bene e ciò che è male. Il controllo consente un eventuale ritocco nella direzione del proprio cammino o anche una spinta a proseguire perché ci si è accorti che si è sulla direzione giusta. Non è sempre facile autocontrollarsi e non si è sempre favoriti dalle circostanze esterne. Soprattutto oggi: la vita si è fatta intensa, a ritmi incalzanti, a suggestioni infinite. Quasi ci si «lascia vivere», ma non «si vive»; rischiamo di cedere ad altri la nostra esistenza. Trovare momenti di silenzio e solitudine ci aiuta a capire che abbiamo bisogno di rientrare in noi stessi per riscoprire chi siamo, dove siamo orientati, che senso ha ciò che facciamo.

Vita del campo

A metà mattinata, dopo la «rivelazione» un rito introduce una breve esperienza di «deserto» (ha la durata di un'ora) che si concluderà con un rito a carattere «penitenziale».
Una pergamena contiene alcuni punti di verifica non solo del campo, ma più in generale della propria vita (es. rapporto con gli adulti, con i genitori; rapporto con i propri amici; modo di partecipazione alla messa; abitudini di preghiera; ecc.) .
Nel pomeriggio: una haggadah per la verifica complessiva di tutto il campo. In questa assemblea ogni ragazzo, a turno, interviene per comunicare le sue impressioni su tutti gli elementi del campo. Qui intervengono anche i capi-tribù e Mosè.

Vita degli ebrei

Si presenta soprattutto il significato del «deserto», per mettere nel clima adeguato all'esperienza. Il deserto è inteso dagli Ebrei come il luogo privilegiato del «dialogo» con Dio. Il deserto, nella sua realtà fisica, richiama mistero, immensità, coscienza del limite dell'uomo, paura, solitudine, sensazione della morte, ecc. Tanti episodi della bibbia sono ambientati nel deserto; in questi episodi emerge l'esperienza dell'incontro e del dialogo con Dio. Anche Gesù, iniziando la sua vita pubblica e quindi dando il via alla ragione della sua presenza nella storia umana, fa esperienza di deserto: incontra Dio e si decide per Lui, rinunciando alle aspettative solo umane. È una direzione precisa che, nel deserto, viene data alla vita di Gesù.
«Fare deserto» significa, quindi, dialogare con Dio per avere la luce più sicura e credibile per vedere nell'orientamento della propria vita e trovare la forza per affrontare l'itinerario vero della propria esistenza.

Attualizzazione

Nel gruppo: anche nella vita di un gruppo occorre, periodicamente, collocare momenti di verifica. Spesso esistono tensioni o incomprensioni sommerse, disagi non sempre dichiarati o sicurezze eccessive. Verificare significa controllare insieme, con un dialogo aperto e sereno, lo stato di salute del gruppo e anche il modo con cui ognuno vi si colloca.
Nella chiesa: lo Spirito di Dio accompagna la vita della comunità cristiana, ma non sempre la chiesa come tale e nei suoi membri vive di totale fedeltà e di entusiastica ricerca di giustizia, di bene, di verità. La chiesa ascolta spesso la parola di Dio che l'aiuta a valutarsi, a giudicarsi non per vivere nell'umiliazione e nello sconforto, ma per ricercare continuamente purezza e pienezza di vita. E Dio ci ha lasciato anche grandi occasioni per recuperare la nostra santità quando venisse a mancare per nostre incoerenze, incertezze o tradimenti. Sono le occasioni di perdono e di riconciliazione. Primo fra tutti: il sacramento della riconciliazione. Poi, altri momenti o occasioni di esperienza di perdono soprattutto presenti nell'eucaristia o negli autentici gesti di perdono che si fanno all'interno della comunità cristiana.

OTTAVA GIORNATA: LA FESTA E IL DOPO

Idea tematica

Ciò che si è scoperto bello e affascinante richiede di essere «partecipato». La gioia è contagiosa. Ma oltre l'aspetto spontaneo, dobbiamo sentire l'impegno di trasmettere ad altri quanto Dio, in questa significativa esperienza, ha regalato a noi. In famiglia, nel gruppo dei nostri amici dobbiamo diventare «presenze nuove», dobbiamo prolungare e mantenere vivo quel clima di «pasqua» che abbiamo avvertito in modo intenso con i nostri amici. Da soli sarà difficile essere sempre capaci di questo impegno. Sarà, quindi, importante pensare come potremo farci aiutare da altri e come riuscire meglio «stando in gruppo».
Un gruppo di amici ci darà più forza, ci sosterrà nei momenti di incertezza e di stanchezza, ci chiederà aiuto nelle qualità che sono in noi e che metteremo con gioia a servizio degli altri.
Vediamo più da vicino come è stata organizzata questa giornata.

Vita del campo

Siamo alla conclusione e la giornata prevede l'incontro con i genitori e gli amici che vengono a riprendere i propri ragazzi. In questo incontro con i familiari sono previsti due momenti significativi: l'eucaristia di conclusione del campo e il pranzo tutti insieme, rallegrato dalla festa dei ragazzi che con canti, bans, danze, scenette, ecc. presentano agli ospiti momenti caratteristici e curiosi dell'esperienza vissuta. È un momento in cui pubblicamente si riconosce il servizio che molti adulti e giovani hanno volontariamente reso (il personale della cucina, gli animatori) per aiutare i ragazzi a comprendere che c'è sempre chi, senza interesse, lavora e dà il proprio tempo ed energie per gli altri. Poi il saluto e l'arrivederci agli incontri previsti nel corso dell'anno.
NB: concluso il campo ai ragazzi verrà tempestivamente inviato un fascicolo ciclostilato con l'elenco dei partecipanti e relativi indirizzi per mantenere i contatti. Le altre pagine riportano impressioni, rievocazioni su fatti caratteristici, alcune suggestioni per ricordare il significato educativo.

Vita degli ebrei

Al momento delle lodi si fa breve cenno alla esperienza gioiosa degli Ebrei quando rientrarono nella terra tanto attesa e ricercata. L'incontro con i loro antichi parenti, con i posti conosciuti. Ma insieme anche il pensiero che ora dovevano ricostruire tutto, stabilizzandosi nella nuova terra. Si richiedeva impegno e grande volontà. Ma non è mancato l'aiuto di chi si trovava già da tempo in quella terra; aiuto che si è rivelato importante quando qualcuno intendeva contrastare e ostacolare i nuovi arrivati.

Attualizzazione

Nel gruppo: per i ragazzi è importante far percepire alcuni aspetti dell'impatto con la realtà che incontreranno:
- per chi già fa esperienza di gruppo: può essere facile la tentazione di imporsi con una carica di entusiasmo tale da provocare reazione in chi non è stato al campo (e allora si è rifiutati); occorre essere controllati e misurati, continuando ad «ascoltare» e comunicando la propria esperienza con gradualità e modestia;
- può essere anche forte la tentazione di «abbandonare» perché si avverte la vita del proprio gruppo non così entusiasmante come l'esperienza fatta al campo-scuola;
- per chi non apparteneva già a qualche gruppo può essere problematico trovare la porta d'ingresso... Per questo si chiede, nel campo, la presenza degli animatori: possono aiutare molto. Da solo un ragazzo non ha sempre la capacità di introdursi, di accettare l'aggregazione o addirittura di costruirla attorno a sé partendo da iniziative o interessi.
È, comunque, importante il riferimento a qualche realtà aggregativa già avviata, ma soprattutto il riferimento ai giovani che fanno da animatori.
Nella chiesa: si accenna brevemente a quanto si è avuto occasione di riflettere nel corso di tutto il campo. Abbiamo capito meglio che siano stati invitati da Dio ad essere parte viva della sua «comunità », di quel gruppo di persone che ama e con cui vuole stare bene. Per questi suoi amici Dio continuerà sempre a offrire occasioni di vita (in questa settimana è stato un campo, da ora saranno altre cose ancora, diverse, ma tutte utili e «segno» di un Dio che ci vuole bene e ci sta vicino). Anche noi facciamo la stessa cosa per gli altri. La «chiesa» si fa vicinissima a noi negli amici del nostro gruppo, nei parenti, nei compagni del quartiere... Non sempre saranno persone simpatiche o gradite, a volte ci faranno dei torti. Ma, ricordiamolo, saranno sempre una «parte del mio popolo», amici da accogliere e amare.

ELEMENTI PORTANTI DEL CCA

Abbiamo riportato, in termini necessariamente schematici, la proposta educativa così come è distribuita nel seguito delle varie giornate. È opportuno, ora, sottolineare quali elementi ci sembrano particolarmente significativi nell'esperienza per comprendere quale pregnanza educativa e quale incisività formativa ci sembra contengano. Fra i tanti, ne isoliamo due: la divisione in «tribù» e i cosiddetti «riti».

Le «tribù»

Nell'idea-esperienza delle «tribù» è la forza educativa del campo. Essa nasce proprio come proposta educativa al gruppo, facendone fare concreta esperienza (nelle mille dimensioni che lo caratterizzano: lavoro, fatica, contrasto, amicizia, collaborazione, avventura...) per far decidere i ragazzi ad aderirvi quando rientreranno nel proprio ambiente.
La tribù è il luogo dove si fa esperienza di gruppo. È nella tribù-gruppo che si spingono le proposte più significative e si concentrano i momenti di maggiore interesse di partecipazione. Nel CCA (rispetto agli altri campi successivi) ha meno interesse l'attenzione educativa al singolo o all'argomento; tutto l'impianto educativo è prioritariamente orientato al «gruppo», cioè la tribù.
Come abbiamo indicato, il termine «tribù» fa riferimento alla storia degli Ebrei che si assume come sottofondo scenografico perché sembra favorire meglio il bisogno di gioco e fantasia dei ragazzi.
Gioco e fantasia, però, che aggrediscono la storia e la ripropongono esperienzialmente. I ragazzi vivono molto intensamente questa ricostruzione drammatizzata quasi a confonderla, a volte, con la realtà. Un aneddoto: volendo recarci al paese - è a circa due km dal soggiorno - per visitarlo, abbiamo detto che era bello per le nostre tribù conoscerne altre vicine, anche se non fanno la nostra stessa vita, anche se hanno abitudini diverse che però è giusto conoscere e rispettare... Al termine della lunga morale, un ragazzino domanda: «Ma queste tribù sanno che noi non siamo loro nemici?».
L'eccesso di gioco-finzione è comunque controllato nel lavoro di tribù: la qahàl, che ha funzione fondamentalmente critica.
Elemento essenziale nella dinamica educativa della tribù-gruppo è l'animatore. Ogni tribù ne ha uno o anche più. Sono preparati attraverso precedenti esperienze: i CBA (per quanto riguarda le motivazioni e le tecniche del loro ruolo) e in riunioni (e quando non sia possibile, tramite spedizione di programmi, schede, materiali) per la loro attività specifica in vista del CCA. È attorno all'animatore che ruota la dinamica educativa del gruppo. Il coordinatore del campo ha solo la funzione di stimolo, di indicazione di direzione, ma ha un ruolo meno importante rispetto a quello incisivo e determinante degli animatori.
Il ruolo dell'animatore è di «far funzionare» la propria tribù secondo le regole della dinamica educativa dei gruppi (partecipazione di tutti, responsabilizzazione, collaborazione, emergenza dei ruoli). L'animatore è identificato con la propria tribù, e in qualche momento addirittura la interpreta e la rappresenta, così come si danno circostanze in cui si fa scattare una specie di dialettica tra gli animatori (soprattutto in alcuni falò) per far percepire meglio ai ragazzi l'identificazione nel «proprio» capo-tribù. Questa insistenza è per far percepire ai ragazzi il ruolo e l'importanza dell'animatore nel gruppo.
Come già detto, le tribù assumono il nome attingendolo dalle storiche tribù di Israele. Le prime esperienze delle tribù (i riti iniziali) tendono a evidenziare l'identità del gruppo che si differenzia dagli altri, anche se svolge attività comuni. Solo in un secondo momento le esperienze del CCA aprono ad una coscienza di appartenenza più ampia (appartenere al «popolo» ebraico) attraverso passaggi graduali che spingono a riscoprire così la dimensione chiesa.
Le tribù autogestiscono la propria vita e svolgono servizi per tutta la comunità. Pur avendo possibilità di personale volontario (come è, invece, per la cucina) si vuole che siano le tribù a svolgere giorno per giorno, a turno, le varie mansioni utili al bene della comunità (apparecchiare e sparecchiare la mensa, rigovernare, pulire camere e bagni, mantenere in ordine ambienti e strutture, cercare la legna e preparare il falò, allestire il programma delle serate o dei giochi, preparare la liturgia del mattino, dei pasti e della chiusura della giornata). Sono impegni dati per accrescere il senso di «corresponsabilità» e di collaborazione.
Tra i tanti elementi attorno a cui ruotava il campo-scuola è importante evidenziarne in particolare uno: i riti e lo stile con cui erano vissuti.

I «riti»

Con questo termine indichiamo esperienze abbastanza complesse in cui confluiscono contemporaneamente più elementi: preghiera, gioco, espressività, conoscenza, manualità. Nei «riti» è prevalente l'aspetto simbolico, allusivo. E mentre è molto accentuato l'aspetto ludico-espressivo (aspetto che sembrerebbe toccare solo la superficie della adesione interiore dei ragazzi), hanno una forte componente emotiva che aggredisce vivacemente l'interiorità dei ragazzi. Ci siamo interrogati spesso sull'opportunità ed efficacia di questi «riti». Il sospetto era che rimanessero mortificati dentro l'elemento ludico, che coinvolgessero per l'aspetto di novità, bizzarria e diversità rispetto a ciò che si fa normalmente, ma, in definitiva, non veicolassero messaggi.
Spinti da questa perplessità abbiamo voluto verificare l'efficacia dei riti, attraverso un dialogo personale (con quanti avevano fatto campi negli anni precedenti) e attraverso una indagine (una scheda con 26 domande inviata ad ogni partecipante, alla distanza di alcuni mesi dal campo estivo. La risposta è stata pressoché totale, fornendo ricco materiale riflessione).
La verifica ci dà ragione della validità e delle possibilità educative dei «riti». Per questo è utile indicare alcune caratteristiche positive.

La forza educativa ed espressiva del rito

Presentiamo il rito della pergamena.
È un esempio di rito. Lo schema e i materiali che lo compongono si ritrovano più o meno allo stesso modo anche negli altri riti: canti, preghiere, letture, gesti simbolici, interventi di commento.
Evidenziamo gli elementi che costituiscono la forza educativa del rito.
- La partecipazione al rito è molto intensa perché il ragazzo si sente protagonista, «fa» qualcosa, interviene in prima persona. È molto stimolato l'interesse soggettivo.
- Nel rito è accentuata la dimensione «emotiva» dovuta alla particolare atmosfera che si crea, all'ambiente in cui si svolge, alla suggestione sostenuta attraverso particolari tecniche (alcune preghiere accompagnate da sottofondo musicale adeguato, i ritmi e le cadenze impostati adeguatamente, i tempi di silenzio al momento opportuno, l'ambiente esterno preparato in particolare maniera).
- L'intensità emotiva e la partecipazione attiva favoriscono la registrazione in memoria del rito nei suoi gesti e anche nei suoi significati (è emerso dall'indagine).
- Il rito educa all'esperienza di preghiera, vista come dimensione totalizzante della vita (prende tutto: il gioco, il lavoro, i gesti collettivi) e non soltanto come «spazio di riserva» strappato faticosamente al vortice delle attività quotidiane.
- Nel rito è preminente l'aspetto della «catechesi» come riferimento agli eventi del passato, alla Scrittura, ai personaggi e insieme come occasione di comprensione di queste realtà. Una comprensione che non è solo di tipo intellettuale, ma esperienziale (della vita, della sensibilità), e quindi più profonda e incisiva. Il fatto di «recitare» e «interpretare» nel rito eventi sacri del passato con una intensità drammatica che riporta all'oggi, offre una dinamica nuova e originale alla funzione stessa della catechesi.
Proprio perché il rito esalta il tono realistico degli eventi interpretati, ciò che è raccolto non appare più come qualcosa di probabile, molto prossimo alla favola o al mito suggerito a scopo moralistico, ma viene interiorizzato con uno spessore di accentuata credibilità e se ne comprende meglio il valore esistenziale di situazione di salvezza.
- Un altro aspetto positivo dei riti è dato dallo stimolo alla partecipazione e comprensione del linguaggio simbolico-liturgico. La gestualità, l'espressione corale della celebrazione, il ricorso ai simboli, i movimenti comuni, portano a entrare meglio nel contesto delle attuali celebrazioni liturgiche che i ragazzi vivono normalmente nelle comunità parrocchiali.
- Ma l'aspetto più interessante dei riti è quello della conoscenza profonda di usanze, abitudini del passato biblico che sono oggetto della catechesi o dell'insegnamento religioso nella scuola, ma che i ragazzi sentono spesso in termini molto lontani dalla loro esperienza e che facilmente travisano. Nel rito, invece, il «fatto» biblico (un evento, un episodio, una situazione della Scrittura) diventa elemento vitale, sperimentato e quindi ha una forza di incisività straordinaria che spinge a comprendere, con immediatezza, tutti i corollari e le conseguenze che spesso, nella catechesi, sembrano solo frutto di aggiunte moraleggianti. Citiamo, ad esempio, i riti del «mar Rosso» o del «Sinai». I ragazzi hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significa lasciare la vita a cui si erano abituati, rischiare su percorsi difficili o faticosi, «sentire» vicino a sé altri compagni di viaggio, «scoprire» un paesaggio insolito conquistato con fatica, fidarsi di chi guida, ecc.

RITO DELLE PERGAMENE

Ci si trova nella sala dell'haggadah, disposti in cerchio. Nel centro, su tavoli addobbati, sono sistemate le grandi pergamene su cui è già scritto, in grande, il nome della tribù.
Si inizia con un canto (esprime la gioia di sentirci chiamati a «stare insieme»).
Mosè introduce il rito: spiega i momenti essenziali e il loro significato. Commenta brevemente la scelta del brano di Geremia che viene proposto per dare significato religioso al gesto che si vivrà.

Lettore: Dalle profezie di Geremia

Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo. Prima che tu venissi alla luce, io ti avevo consacrato; ti ho stabilito «profeta» delle nazioni. Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Oggi ti costituisco sopra i popoli per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare.
Verrà il tempo in cui io sarò Dio per tutte le tribù di Israele ed esse saranno il mio popolo.
Ascoltate, popoli, la parola del Signore: «Chi ha disperso Israele e lo raduna e le custodisce come fa un pastore per il suo gregge.
Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò, li renderò felici. Verranno giorni nei quali renderò feconda la casa di Israele, e come un tempo ho vegliato sulla casa di Giuda per demolire e sradicare, così veglierò per edificare e piantare.
Verranno giorni in cui concluderò con Israele e Giuda una nuova alleanza. Questa sarà l'alleanza: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Se venissero meno queste leggi, allora Israele non sarà più un popolo davanti a me» (libera rielaborazione del cap. 31 di Geremia).

Breve pausa, preceduta da una indicazione di «attualizzazione» di questa parola al gesto che stiamo per compiere e attraverso il quale decidiamo di essere quel popolo che Dio ha desiderio di costruire.
Guida: Il Signore ci ha scelti per essere «suo popolo privilegiato» (Deut 7,6). L'invito che in questi giorni riceviamo è di entrare anche noi nell'alleanza. Per essere suoi, per essere «di Dio», per sentirci vivi. Non da soli, non isolati, ma insieme, come «popolo», radunato fra tante tribù, raccolto dalla disgregazione.
La firma della pergamena significa che vogliamo accogliere questo invito di Dio e che vogliamo cominciare ad essere la «sua» comunità.
Il capo-tribù fa cenno ad ognuno dei propri ragazzi di presentarsi per firmare la pergamena, mentre vengono eseguiti canti su temi vocazionali. Concluse le firme, Mosè introduce molto rapidamente il richiamo al «nome», alla individualità singola che, nel rito, richiama la propria importanza; poi, la preghiera comunitaria.

Preghiera comunitaria

Tu, Dio, ci conosci tutti per nome. Per te, tutti e ciascuno di noi diventiamo importanti. Siamo scritti nel tuo cuore, nei tuoi pensieri.
Ti preghiamo perché ci possiamo ricordare sempre che apparteniamo a te, che tu sei il nostro Dio, che noi siamo tuoi figli.
Aiutaci a conoscere il tuo nome e ad averlo scritto sempre nel nostro cuore.
Ti ringraziamo perché Gesù ci ha dato la possibilità di conoscerti e di amarti come padre, un padre che vuole aver cura di tutti i suoi figli.
Noi sappiamo di essere tuoi. Tu non ci sei estraneo e nessuno di noi è lontano dal tuo amore.
Le nostre firme sulle pergamene ci fanno comprendere che, tutti insieme, facciamo parte della tua famiglia; che non possiamo più essere divisi tra di noi, ora che sappiamo che tu ci ami e ci chiami per nome. Noi abbiamo risposto al tuo invito e intendiamo ascoltarti come il «nostro Dio». Per questo ti preghiamo ancora una volta con la voce e le parole stesse di Gesù: «Padre nostro».
Segue un breve momento di riflessione personale.

Lettura: Dal Vangelo di Giovanni.

Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Io conosco le mie pecore ed esse conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre. E per queste pecore io do la vita. Ho anche altre pecore, che non sono di questo recinto. Ma anche di quelle io devo diventare pastore. Udranno la mia voce e diventeranno un unico gregge con un solo pastore» (Gv 10,14-16).
Mosè commenta brevemente il brano evangelico insistendo sul ruolo del pastore della guida. Dopo di che anche i singoli animatori si avvicinano a mettere la firma nella pergamena della propria tribù. Ogni animatore esprime, in poche parole, perché fa quella scelta e perché vuole mettersi a servizio dei ragazzi della sua tribù. Segue breve riflessione personale, in silenzio e, quindi, la preghiera conclusiva.

Preghiera comunitaria

È giusto renderti grazie, è bello cantare la tua lode, unico Dio, nostro padre e pastore. Ti lodiamo perché hai fatto ogni cosa con amore e con sapienza. Perché hai formato noi uomini a tua immagine, a immagine del tuo amore.
Perché, nonostante le nostre mancanze, hai voluto mantenere un'alleanza stretta con noi.
Ti ringraziamo perché ci hai chiamati a far parte del tuo gregge, del tuo popolo, della tua famiglia. Perché sei tu a tenerci uniti, a difenderci, a raccoglierci insieme per darci sicurezza, gioia, pace.
Attraverso i tuoi profeti e attraverso coloro che ci hai dato come guide e pastori hai insegnato a noi a sperare nella salvezza.
Padre santo, ci hai amato in modo così grande che hai mandato a noi il tuo unico Figlio, Gesù Cristo, perché incontrassimo in lui il vero pastore e il vero capo della nostra umanità.
Noi abbiamo udito la sua voce e ci siamo raccolti attorno a lui. Ti ringraziamo, Padre, per averci fatto incontrare e accogliere Gesù.
Ti ringraziamo anche perché è grande gioia per noi sapere di essere conosciuti da lui, ciascuno individualmente, ciascuno chiamato per nome, come nel giorno del nostro battesimo.
Per noi, soffrendo, ha offerto la vita. E non si è ritirato di fronte a una morte ingiusta; non si è sottratto al dolore. E sappiamo che ha fatto questo per esprimere a ognuno di noi che ci vuole bene. Per tutto questo giorno, in tutto quello che oggi faremo, noi vogliamo ringraziarti e lodarti. Perché sappiamo che siamo tuoi, Signore. Amen.

Un canto conclude il rito.

Alcuni episodi sintomatici

A questo proposito potremmo citare aneddoti significativi su piccole esperienze accadute durante i campi e che ci confermano questo aspetto positivo dei riti. Citiamo solo due piccoli episodi, sintomatici della forza che hanno i riti di far «conoscere» in profondità, in esperienza viva, i fatti ai quali si fa riferimento.
Qualche anno fa durante il rito del «Sinai-alleanza» ci siamo avventurati verso la cima di un monte, partendo nel cuore della notte. Abbiamo celebrato la «cena pasquale» (fu fatta lettura dell'Esodo: le pagine relative all'episodio della fuga dall'Egitto; durante la lettura si fece una breve colazione, stando in piedi, pronti alla partenza, «drammatizzando» la partenza notturna degli Ebrei). Poi ci siamo messi in cammino per raggiungere la cima del monte. Si trattava di una escursione abbastanza impegnativa e faticosa per i ragazzi.
L'inizio del cammino è stato accolto normalmente e con il gusto della novità del viaggio notturno. Poi, la salita, soprattutto per qualcuno, si è fatta sentire in tutta la sua pesantezza. Dopo un'ora è scattata la reazione dei più deboli che si è espressa con una scarica continuata di lamentele, di proteste e di «maledizioni» all'indirizzo di chi aveva avuto l'idea di organizzare questa assurda impresa. Dopo due ore di cammino continuativo in salita, il coro era divenuto esasperante. Abbiamo fatto finta di nulla, proseguendo impassibili nel cammino. Raggiunta la cima, ci siamo raccolti a cerchio per la conclusione del rito, mentre già albeggiava. Il rito lo abbiamo avviato leggendo, senza commento (ma sottolineando con la voce alcune espressioni), il brano dell'Esodo dove si descrive la reazione del popolo ebraico contro Mosè, che fa mancare pane, acqua, che fa morire un popolo che, anche se schiavo, alla fine preferiva stare in Egitto! La reazione è stata un immediato senso di colpa di quanti si lamentavano nel corso del cammino (e si sono scusati pubblicamente per il loro comportamento) e, da parte di tutti i ragazzi, la presa di coscienza «realistica» delle ragioni per cui il popolo ebraico esprimeva la propria resistenza a Mosè. A tre anni di distanza i ragazzi ricordano ancora questo episodio.
Un altro piccolo fatto significativo, anch'esso relativo a una escursione notturna, complicata, in quella occasione, dallo smarrimento del sentiero. Erano le tre di notte e dovevamo incontrarci con un altro gruppo che ci aveva preceduto, nella località stabilita, per la preparazione di un falò utile alla celebrazione di un rito. A causa di alcuni lavori fatti lungo il percorso, ci siamo trovati sbalzati dal sentiero. Con gli animatori ci siamo dati da fare per rintracciare la direzione giusta. Ma nel frattempo un discreto numero di ragazzi fu preso dalla paura. È stata una esperienza interessante perché il recupero della serenità e della fiducia veniva motivato (dai discorsi che i ragazzi nel frattempo si facevano tra loro per incoraggiarsi a vicenda) dal fatto che i loro animatori non potevano non ritrovare la strada, che il sentiero lo avrebbero comunque ritrovato, che avevano delle «guide» e quindi non c'era ragione di spaventarsi. Stati d'animo che abbiamo ripreso e commentato per far comprendere come, anche nel popolo ebraico, accadevano avvenimenti che mettevano duramente alla prova la capacità di fiducia in Dio che li guidava attraverso Mosè e altri personaggi, secondo i vari momenti della sua storia. I ragazzi, cioè, hanno «provato» le situazioni (soffrendole, vivendole) che spesso sentono leggere nella bibbia, ma a cui non danno tanta attenzione proprio perché c'è distanza dalla loro esperienza concreta. I riti aiutano a superare questa distanza e quindi diventano, come si diceva, elementi di conoscenza più realistica e incisiva.
Come accennavamo nell'introduzione, questa schematica presentazione di una esperienza formativa per preadolescenti, si innesta in un arco educativo più complesso circa il quale intendiamo offrire ulteriori conoscenze.
Pubblicare e far confrontare questa iniziativa, come altre similari, è sforzo di partecipazione e scambio di esperienze per chi sente l'impegno formativo verso le nuove generazioni. Ci si augura che questa fatica possa realmente servire a sensibilizzarci di più e a renderci sempre meglio attenti alle domande dei ragazzi e sempre meglio competenti nelle proposte di formazione.