Riesprimiamo l'obiettivo

della pastorale

dei preadolescenti

Una pastorale a misura dei preadolescenti /2. Il progetto

A cura di Mario Delpiano

(NPG 1988-8-15)


Abbiamo offerto ai nostri lettori un primo contributo organico intorno alla pastorale dei preadolescenti (cf NPG 3/88).
Si trattava del momento analitico del progetto.
A partire dalla lettura della domanda educativa e della domanda di vita, che attraversa la religiosità stessa, abbiamo individuato la qualità religiosa di questa domanda e i tentativi molteplici delle comunità ecclesiali nell'assumere questa domanda dentro offerte educative differenti.
Nel pluralismo dei modelli di pastorale giovanile e perciò di offerte ecclesiali, abbiamo individuato nella «logica del seme» e nell'educativo il nodo e il punto discriminante per prendere le distanze dalle tante offerte e collocarci con coraggio all'interno del pluralismo.
Il presente dossier vuole continuare su questa strada, per offrire un modello di pastorale dei preadolescenti capace di camminare con la compagnia di tutti e di far camminare tutti verso l'unico grande obiettivo.
Il primo contributo richiama le coordinate teologiche del modello, e ci colloca sul cammino post-conciliare delle comunità ecclesiali che approfondiscono sempre più la prospettiva dell'Incarnazione e le sue gravide conseguenze a livello pastorale. È un terreno condiviso, crediamo, dai nostri amici.
Gli altri contributi che seguono intendono riesprimere l'obiettivo «integrazione fede-vita» nella situazione concreta dei nuovi destinatari del progetto, i preadolescenti attuali che vivono l'avventura del cambio.
Prendere sul serio la situazione dell'uomo, quale destinatario dell'evangelizzazione, implica riconoscere ad essa un peso determinante nella riespressione dell'obiettivo stesso.

Riesprimiamo l'obiettivo della pastorale dei preadolescenti

La definizione dell'obiettivo appare come uno dei compiti prioritari di chi vuol mettersi a progettare oggi la pastorale dei preadolescenti; ciò risulta tanto più necessario e urgente nel momento in cui le comunità ecclesiali appaiono assorbite più dai problemi del «come?», della caccia ai sortilegi e alle formule metodologiche vincenti, che non intente a focalizzare con precisione il «dove?» esse intendono andare con i preadolescenti, quale meta cioè ci si propone di raggiungere in loro compagnia.
Eppure la definizione dell'obiettivo ha un peso notevole anche nella definizione del processo metodologico, nella selezione cioè delle risorse educative e nella loro organizzazione in vista del suo raggiungimento.
 
L'OBIETTIVO COME PROBLEMA

Il «dove?» sembra venire dato per scontato, perché definito una volta per tutte, racchiuso spesso in formulazioni asettiche, valide per tutte le età e le stagioni, per le preadolescenze di tutti i tempi; si tratta di formulazioni che rimangono forme linguistiche vuote, prive cioè del sapore della vita e della novità che i preadolescenti stanno vivendo.
Il riferimento al modello ermeneutico è appunto un tentativo di riempire di vita e di quotidianità quello che apparirebbe come «già dato, già definito, già fatto», ma che in tale prospettiva viene ricompreso come «mai compiutamente e definitivamente formulato».
Collocandoci all'interno di detto modello tenteremo l'operazione di riformulazione.
Nel definire l'obiettivo la comunità ecclesiale, soggetto della pastorale, sente di essere chiamata in causa con tutta la sua storia passata, si sente coinvolta nella responsabilità del presente, e sbilanciata nella scommessa del futuro che la supera e sta oltre se stessa. Un futuro perciò che va anche «detto» con le parole cariche di fantasia.
 
L'obiettivo: un dono accolto do riconsegnare

L'obiettivo viene da lontano, riformulato e incarnato da una catena ininterrotta di testimoni e di comunità testimonianti: è anzitutto radicato nel passato.
Rappresenta il punto di arrivo della ricerca di tanti testimoni, che hanno vissuto la loro esperienza di vita in una pienezza di senso e l'hanno interpretata nella fede come esperienza di salvezza offerta loro da Dio in Gesù di Nazareth.
È il suggerimento dunque (anche se mai pienamente compiuto) di una esperienza/meta inaspettata, vissuta come «dono» accolto, che impegna e interpella la responsabilità di colui che lo accoglie a «ricrearlo» nuovamente, perché si moltiplichi ancora in dono per quelli che verranno dopo.
L'obiettivo cioè contiene un indubitabile aspetto di continuità con il passato, e rappresenta, per le comunità ecclesiali odierne, la meta verso cui esse tendono nel presente momento storico, in parte conseguita e in parte ancora da realizzare.
Riformulare l'obiettivo per i preadolescenti nella comunità ecclesiale significa dunque «far rivivere» ai preadolescenti di oggi il cammino e l'avventura di un «incontro felice», del suo imprevedibile esito, con il Signore della vita, che essa ha incontrato nella fede, mentre continua ad attenderne la venuta in pienezza e «senza veli».
In questo tentativo di offrire un dono sperimentato (magari anche solo come promessa) alle nuove generazioni, l'obiettivo è tutto sbilanciato anche nella apertura verso il futuro da costruire.
Tale dono, perché risulti offerta vitale, non può essere ridotto a «cosa», a passiva ripetizione del passato, quasi un rigido riproporre percorsi rassicuranti, perché garantiti da un esito felice.
Il dono è rivolto verso «soggetti nuovi», con aspirazioni, desideri, domande di vita espresse in forme culturali nuove e diverse dalle forme in cui la comunità ecclesiale ha vissuto e vive il dono.
È nella logica del dono modellarsi sulle attese e sulle domande delle persone che esso vuole raggiungere. Agire diversamente, è come condannare la proposta-dono all'insignificanza per il destinatario; è non proporgli alcun cammino, non sapergli indicare alcuna meta affascinante, capace di scatenare la voglia di darsi all'avventura, di lanciarsi nel liberare la vita nella sua novità.
E questo è un problema serio per l'obiettivo.

L'obiettivo e i compagni di viaggio

Decidere il «dove?» condiziona anche la scelta del «con chi?», dei compagni di viaggio.
E questo non è cosa da poco.
Una pastorale dei preadolescenti che intende camminare con tutti, senza attivare processi selettivi ed emarginanti, e che non vuole ridursi a pastorale di élites, una pastorale giovanile che intende essere popolare, attenta a camminare al passo di chi zoppica, di chi cammina a rilento, o di chi non possiede altro che le gambe degli altri per camminare, è attenta perciò anche a stabilire una meta praticabile per tutti.
Non si tratta certo di «adattare», sforbiciando e accorciando la meta di tutti; si tratta di ripensarla insieme in termini di globalità (essenzialità) e di progressività (fuori della logica del tutto e subito).
Anche questa sarà una attenzione e un problema di cui dovremo tener conto.
Ancora un interrogativo: dove andiamo a cercare, chi interroghiamo per un primo inventario dell'obiettivo della pastorale?
La risposta non può essere che quella dell'interrogare l'autocomprensione in divenire della comunità ecclesiale, in quella che è la sua espressione più autorevole del nostro contesto pastorale: quello che la chiesa italiana ha espresso come obiettivo della evangelizzazione e della catechesi per tutte le età, in una delle sue espressioni più lucide e autorevoli (perché nata da una più ampia condivisione intersoggettiva tra le comunità ecclesiali e di viva attenzione profetica e solidale con la cultura sociale) e perciò dotata di maggior carica di oggettività e di normatività.
A questa autocomprensione ecclesiale e alle sue formulazioni ricorreremo dunque al momento opportuno.
Ma prima dobbiamo ancora dire alcune parole sul modello e sui livelli dell'obiettivo.

DUE PREMESSE Dl METODO

Prima di avviarci ad un tentativo di formulazione dell'obiettivo, sembra opportuno ancora un riferimento a due elementi di metodo: l'assunzione del modello ermeneutico nella operazione di riformulazione dell'obiettivo generale, la distinzione dei suoi livelli.

Dentro il modello ermeneutico

Assumiamo, nella definizione dell'obiettivo generale, la logica propria del modello ermeneutico. È questa una precisa collocazione di campo della nostra proposta.
In questa logica attiviamo quella circolarità feconda fatta di «dare e ricevere», di scambio reciproco tra soggettività collettive differenti, convergenti verso un terreno d'incontro e un'area di condivisione.
Queste due soggettività collettive sono: la comunità ecclesiale da un lato, con la propria autocomprensione della vita in termini di esperienza di salvezza e la sua intenzionalità evangelizzatrice, e quell'altra soggettività plurale che è il mondo dei destinatari, degli interlocutori che la comunità ecclesiale ricerca per essere compagnia lungo il loro cammino di appropriazione e scoperta della vita: il mondo dei preadolescenti attuali.
Ci sembra allora di dover ripensare i bisogni dei destinatari (come li abbiamo in precedenza descritti e interpretati) dalla prospettiva educativo-pastorale, cioè alla luce dell'obiettivo teologico-pastorale, così come la comunità lo comprende e lo ha riformulato riferito a se stessa.
In questa prospettiva i bisogni dei preadolescenti e la ricerca-progettazione di risposte a questi bisogni, diventano per noi «domanda globale di vita», cioè domanda educativa e comunicativa.
Affermiamo inoltre che tutta questa operazione si compie naturalmente all'interno di un dato modello culturale, ed è perciò relativa e mai definitiva.
Viceversa occorre far giudicare e interrogare l'obiettivo della pastorale, nella sua formulazione universale, a partire dalla concreta situazione dei preadolescenti-destinatari, per «riformularlo» sulla loro misura, senza cadere in riduzionismi o in posizioni integriste.
Cosa significa questo interrogarsi e mettersi in giudizio reciprocamente tra obiettivo universale e situazione?
Con questa operazione noi intendiamo procedere ad una «riscrittura» dell'obiettivo della pastorale per i preadolescenti, in modo da poter conservare quanto nelle attuali formulazioni generali vi è di «assoluto», perché esprime l'indisponibile dell'esperienza di fede di cui la comunità ecclesiale non intende essere espropriata, e svincolarci da quanto in queste formulazioni vi è di «relativo» alla cultura, a determinati modelli e concezioni evolutive, di caduco e perciò ridefinibile in termini nuovi, con il linguaggio di chi parla la lingua dei preadolescenti attuali.
Occorre cioè ripercorrere l'operazione, mai definitivamente compiuta, di cogliere il nucleo vitale della fede e distinguerlo dal rivestimento culturale proprio di un'epoca e di un contesto. E questo tenendo ben presente che tale operazione non può mai essere «congelata» al momento della separazione dei due elementi; non esiste l'obiettivo allo stato puro!
L'operazione non può non completarsi (nella circolarità che la caratterizza) inevitabilmente in una nuova ricollocazione del nucleo dentro un rivestimento culturale, cioè dentro una nuova formulazione.
Ciò che garantirà la riuscita corretta di tutto il processo, sarà la sua forza e la capacità critico-profetica (e perciò «dinamicizzante», RdC 53) di risignificare in termini liberanti ogni obiettivo-meta di umanizzazione di qualsiasi progettazione educativa.
Diversamente la nostra operazione potrebbe cadere nelle forme del riduzionismo (ed è quello per cui soffriamo di più) e nello svuotamento dell'educazione alla fede a educazione tout court, privando la fede della sua anima e della sua funzione radicalizzante rispetto ad ogni processo educativo.
 
I diversi livelli dell'obiettivo

Una completa riformulazione dell'obiettivo implica una sua definizione a tre livelli, che ci riesce utile distinguere:
- il «primo livello» dell'obiettivo esprime l'orizzonte globale che costituisce la ragion d'essere di tutto il processo. Ha un carattere sintetico generale ed esprime l'autocomprensione di fede della comunità ecclesiale a partire dalla situazione e dai problemi pastorali: è dunque un obiettivo non solo scaturente da una considerazione teologica, ma di tipo teologico-pastorale; riflette cioè le urgenze della prassi e le sfide del contesto socio-culturale;
- il «secondo livello» dell'obiettivo nasce dal confronto dell'obiettivo di primo livello con la situazione dei destinatari, con i loro bisogni e le loro domande; esso esprime le grandi tappe che lo rendono praticabile nella gradualità;
- il terzo livello sarà quello della sua operazionalizzazione in termini di atteggiamenti-competenze per assicurarne la verificabilità.