Iniziazione: crisi

di un processo sociale  

e ripercussioni sulle

problematiche dei preadolescenti

Vincenzo Lucarini

(NPG 2001-01-23) 

Quando ci si sofferma sull’attuale società, focalizzandosi sulle sue caratteristiche di società complessa, si ricorre alla categoria della «crisi» per descrivere e dare un’adeguata cornice interpretativa a numerosi micro e macro processi di tipo socio-culturale oggi in atto.
All’interno di questi molteplici micro e macro processi in «crisi» si collocano anche quelli che si riferiscono alla trasmissione del patrimonio culturale alle nuove generazioni e ai percorsi che permettono ai giovani stessi di accedere ad un ruolo e ad uno spazio nella società degli adulti, processi entro i quali rientrano quelli più specifici dell’iniziazione.
C’è da dire che il termine iniziazione evoca scenari e contesti tipici di organizzazioni sociali e culture lontane nel tempo e nello spazio, se il punto di vista è quello dell’occidente evoluto. Fa pensare, infatti, a qualcosa non solo in crisi, ma già retaggio di un passato o di quelle realtà del presente troppo distanti in quanto appartenenti ad un mondo altro, alieno rispetto al nostro. In effetti, se ci si sofferma sulla superficie della questione, l’iniziazione rimanda a usi, costumi e consuetudini culturali assai carichi di suggestione e fascino, che trovano però adeguata collocazione nell’ambito dei resoconti etno-antropologici che descrivono le tradizioni di gruppi sociali caratterizzati da un’organizzazione economica, sociale e culturale elementare o tuttalpiù semplice.
Visto da questa angolatura il problema dell’iniziazione non si pone, in quanto risulterebbe del tutto inadeguato nel fornire spunti di riflessione e indicazioni spendibili all’interno delle modalità con cui si realizza e viene regolata nella nostra società l’entrata nel mondo degli adulti da parte dei membri delle nuove generazioni. Troppo complesso e diverso il mondo occidentale attuale per consentire confronti e possibilità di arricchimento dall’analisi di come avvengono o avvenivano i processi di iniziazione in società diverse dalla nostra.
Se spostiamo la prospettiva di osservazione dalle modalità concrete che i diversi gruppi sociali hanno man mano definito e successivamente sancito per ritmare e modulare il divenire grandi dei piccoli dentro una particolare cultura, a quella dei presupposti di fondo che animano il processo di iniziazione, allora si possono attivare utili confronti e far scaturire quanto meno possibilità di riflessione significative anche per gli «abitanti» della società complessa.

Cosa è iniziazione

L’iniziazione può essere inquadrata come un processo gestito e regolato dagli adulti, diretto a coloro che si trovano nella fase di uscita dalla condizione infantile e si avviano ad entrare in quella adulta. Questo processo è finalizzato all’acquisizione di quelle informazioni e conoscenze, e all’apprendimento e padroneggiamento di quelle abilità operative necessarie per poter esercitare con sufficiente competenza il proprio ruolo di persone adulte dentro il proprio gruppo sociale. Questo processo risulta intensificato e più serrato proprio in corrispondenza di questo passaggio evolutivo, e viene effettuato con maggior cura e attenzione dagli adulti proprio per garantire un esito positivo di tutto il processo. Vengono inoltre previste prove e dimostrazioni (i riti di iniziazione) che comprovino il possesso dei requisiti in questione. Alla fine viene sancito l’avvenuto passaggio di condizione e si viene ufficialmente riconosciuti membri adulti con diritti e doveri tipici di tale status.

Presupposti di base dell’iniziazione

L’iniziazione si basa su una serie di presupposti di base che risultano essere costanti nelle diverse culture, anche se le modalità concrete in cui si esprimono e realizzano possono variare in modo sensibile. Esaminiamo quelli che rappresentano il nucleo di tali presupposti di fondo.
1. La presa di responsabilità degli adulti del processo che gestisce e regola il percorso di crescita sociale, culturale e quindi personale delle nuove generazioni.
In questo senso gli adulti si assumono la funzione di trasmissione del patrimonio, elaborato da chi li ha preceduti, alle nuove generazioni. La trasmissione di tale patrimonio viene considerata indispensabile per permettere ai propri piccoli di potersi adattare in maniera sufficientemente adeguata alla propria realtà fisica e sociale. Tale compito risulta quindi prioritario e viene considerato, in maniera quasi scontata e naturale, uno dei doveri fondamentali che gli adulti hanno verso la vita del proprio gruppo, della propria cultura e dei propri membri.
2. Il giudicare un bene prezioso per il gruppo sociale l’entrata nel mondo degli adulti dei giovani, entrata che va modulata ma anche favorita e stimolata (riconoscimento e risposta al desiderio di diventare grande). Il diventare grande fisicamente, nella capacità di pensare, amare e lavorare viene, nell’ottica dell’iniziazione, considerato come un processo naturale che da una parte va incontro alla voglia del singolo di dimostrarsi capace ed essere riconosciuto all’altezza dei compiti e delle sfide che lo aspettano, e dall’altra va incontro alla necessità del gruppo sociale di avere nuovi membri competenti su cui contare. Il diventare grande va permesso e, per quanto possibile, accelerato.
3. Il prendersi cura del piccolo (nel suo bisogno di protezione) garantendogli la possibilità di imparare fin dall’inizio ciò che risulterà utile nella sua vita e esponendolo gradatamente, quando lo si riteneva pronto, a prove e richieste che comportano difficoltà e rischi particolari. L’entrata nel mondo degli adulti, anche se si intensifica e viene particolarmente curata a «ridosso» del passaggio, viene adeguatamente preparata fin dalla più tenera età. Quando il piccolo viene man mano ritenuto capace di poter svolgere qualche funzione o compito, viene sollecitato a farlo. In genere ciò avviene in maniera spontanea attraverso «l’aver visto come si fa», l’aver fatto la stessa cosa per gioco, il farlo sul serio in maniera limitata e protetta. La maggior parte delle conoscenze e abilità apprese hanno a che vedere con compiti vitali importanti per la vita personale e del gruppo e ciò avviene in modo impercettibile, giorno per giorno, rispettando quindi l’esigenza di protezione e di non esposizione a situazioni rischiose. È solo durante la fase adolescenziale che si verifica un «salto» che pone discontinuità nel cammino e chiede all’adolescente di dimostrare, contando sulle proprie forze, di saper fronteggiare alcune situazioni limite.
4. Senso di «sacralità» per il proprio patrimonio di conoscenze, convinzioni, «segreti» che rappresentano il cuore dell’identità culturale, che vanno quindi comunicati nei tempi e nei modi appropriati. Al di là delle implicazioni direttamente religiose, il patrimonio culturale di un gruppo sociale ha valore di sacralità in quanto rappresenta, con le sue conoscenze, la sua saggezza elaborata e confermata nel tempo, con i suoi valori e indicazioni pratiche, cioè che permette ad un gruppo di riconoscersi, di appartenere e in fin dei conti di sopravvivere. Va quindi comunicato e trasmesso nei tempi e nei modi giusti per cui venga adeguatamente acquisito ma anche valorizzato e rispettato.
5. Solennità dei riti di passaggio da una condizione di piccolo ad una di adulto. Il passaggio della linea che delimita il mondo dell’infanzia da quello adulto, dopo il breve periodo della moratoria adolescenziale, assume, dopo quanto abbiamo detto, un’importanza notevole che rappresenta un evento solenne non solo per il singolo individuo ma anche per tutto il gruppo. La possibilità di essere considerato grande va quindi sancita tramite riti e prove iniziatiche che consistono nel dimostrare il proprio coraggio e le proprie abilità in settori fondamentali (l’orientamento e la caccia, ad esempio), festeggiate e immediatamente rese esecutive (da quel momento si è grandi).
6. Momento di presa d’atto della propria crescita, del dover dimostrare da solo. Il passaggio di condizione viene gestito dagli adulti, preparato gradatamente, ma prevede anche il momento in cui la persona dimostra a se stesso e agli altri di essere diventato grande e di essere all’altezza del proprio ruolo affrontando le prove iniziatiche da solo, senza aiuti dei grandi. Dal punto di vista evolutivo tale evento assume la funzione di una sorta di esperienza fondante, che genera la possibilità di rappresentare se stesso, ai propri occhi e agli occhi degli altri, come una persona ormai adulta, affidabile e competente.
I processi di iniziazione si basano quindi sul riconoscimento della diversità tra i membri delle diverse generazioni e sulla necessità di una interazione costante che diventa più intensa, diretta ed esplicita nel momento in cui avviene il «salto» dall’infanzia all’età adulta. La preoccupazione di fondo è che la persona che possiede i requisiti (essenzialmente di tipo fisico riferiti allo sviluppo puberale avviato) arrivi a completare l’acquisizione degli «strumenti» culturali nel rispetto della tradizione del proprio gruppo, garantendo la sintonia con i presupposti di fondo che strutturano l’identità culturale del gruppo stesso, così da contribuire al suo mantenimento, rafforzamento e successivamente alla sua trasmissione alle generazioni successive.
Alla base dei processi di iniziazione troviamo dunque un’esigenza conservativa di tipo culturale (valori, usi, costumi e strategie adattive alla realtà) e sociale (l’organizzazione sociale con la sua architettura e con i ruoli previsti). La ricaduta soggettiva è che l’acquisizione di tali prospettive e strumenti possa favorire e facilitare il dispiegarsi dell’esistenza personale in quanto sorretta da quanto le generazioni precedenti, in un processo per tentativi ed errori, hanno trovato utile per garantire la propria sussistenza e sopravvivenza.
Se ci spostiamo decisamente dalla parte del soggetto a cui sono diretti i processi di iniziazione, questi rappresentano indubbiamente la trama che assieme all’ordito, rappresentato dall’esperienza soggettiva vissuta ed elaborata, permettono la costruzione dell’identità personale. La costruzione dell’identità personale proprio nel realizzarsi del «salto» dalla condizione di piccolo a quella di grande, si trova in un momento topico del suo realizzarsi.
Appare chiaro a questo punto che sia se vediamo le cose dalla prospettiva del mantenimento dell’identità sociale e culturale, sia se le vediamo da quella dell’acquisizione e del rafforzamento dell’identità personale, tutto il processo di iniziazione, che rappresenta l’interfaccia tra queste due realtà, risulta inevitabilmente più funzionale ed efficace, rispetto agli esiti, in società caratterizzate da livelli di organizzazione di tipo semplice.

Complessità sociale e crisi-scomparsa dell’iniziazione

Il progressivo e ormai sempre più avanzato livello di complessità che ha raggiunto la nostra società non solo ha reso inutilizzabili i vecchi modelli di iniziazione, quelli tipici di una società semplice o tradizionale, ma ha reso problematico il tentativo di elaborarne di nuovi e più funzionali. Ciò a causa di un cambiamento continuo che rappresenta la caratteristica stessa della società complessa e di una serie di fenomeni in vario modo ad essa collegati.
1. Innanzi tutto sembra essersi persa, da parte degli adulti, la funzione relativa al regolare il percorso di crescita sociale, culturale delle nuove generazioni. Risulta quindi smarrito il senso di responsabilità su cui si fondava la preoccupazione degli adulti di accompagnare, equipaggiare e orientare i piccoli nel loro cammino di inserimento alla vita sociale più ampia come, a loro volta, adulti responsabili.
2. L’allungarsi indefinito del momento in cui si fa l’ingresso nella condizione di adulto implica un rallentamento notevole che inchioda i giovani in una innaturale condizione di stagnazione e dipendenza. L’attuale organizzazione sociale sembra svolgere un ruolo di ostacolo a questo normale processo, piuttosto che sollecitarlo e favorirlo. Il desiderio di diventare grandi riceve risposte che tendono a soffocarlo invece che a canalizzarlo verso mete adeguate.
3. Gli adulti di oggi sembrano, nel complesso, aver perso il senso dei tempi e delle modalità giuste per esporre i piccoli alle diverse esperienze e stimoli. Per alcuni versi esiste la tendenza a ritardare alcune esperienze finalizzate all’acquisizione di autonomia e responsabilità, mentre per altri versi c’è la tendenza ad una esposizione precoce a situazioni e stimoli che risultano troppo forti o pesanti. Così vengono meno i criteri e i parametri che permettono di regolare il prendersi cura del piccolo (nel suo bisogno di protezione).
4. Uno dei punti su cui si batte molto oggi, e che assurge dunque a valore, è rappresentato dalla necessità di aggiornare continuamente le proprie conoscenze e competenze, di essere disposti velocemente a cambiare prospettiva, tipo di lavoro, luogo in cui si abita, in relazione alle esigenze di lavoro e del mercato. Viene quindi sottolineata come valore e virtù la capacità di non radicarsi e stabilirsi, ma di essere pronti al cambiamento e di essere sempre in cambiamento. Essere allenati al cambiamento significa non appesantire eccessivamente il proprio bagaglio di conoscenze e convinzioni. Il discorso formativo viene focalizzato sul know-how mentre viene bandito il discorso sui valori. Viene quindi cancellata l’idea di un patrimonio elaborato nel faticoso cammino delle generazioni precedenti, che acquisisce il senso di «sacralità» oltre che di fondamento dell’identità culturale. La trasmissione di questo patrimonio risulta inutile perché non contiene più possibilità di risposta ai problemi di oggi. Oltre che inutile rispetto alle informazioni che contiene, la trasmissione intergenerazionale, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, risulta di per sé ormai impraticabile, perché essendo le informazioni e le conoscenze più attuali ad essere quelle più significative, è proprio chi possiede queste ultime che acquisisce potere e rilevanza. In parole povere, gli adulti e gli anziani, oltre a non poter comunicare ciò che a suo tempo è risultato utile per loro in senso operativo-pratico e in senso esistenziale, sono in posizione di inferiorità verso i giovani, che possiedono gli strumenti conoscitivi e operativi per sapersi orientare nel mondo complesso e ipertecnologico di oggi. Paradossalmente si tratta di una situazione che si è rovesciata.
5. Il diventare grande nella nostra società avviene in modo poco lineare, per percorsi tortuosi, lunghi e labirintici. Mancano possibilità e momenti, per chi sta per spiccare il volo, per poter ufficialmente dimostrare, a se stesso e agli altri, di avere i requisiti per essere considerato adulto a pieno titolo ed essere messo in condizione di esercitare i propri diritti-doveri in quanto adulti.
Dalle considerazioni fin qui accumulate emerge chiaramente lo stato ormai problematico in cui versa nella nostra società tutto l’insieme dei processi di trasmissione del patrimonio culturale alle nuove generazioni. In particolare la crisi risulta più evidente ed ha maggiori implicazioni in soggetti che si trovano in una fase evolutiva di «passaggio» dalla condizione infantile a quella adulta, fase che tradizionalmente era fatta oggetto degli interventi di tipo «iniziatico».
Le ripercussioni di tale crisi si pongono non solo rispetto all’acquisizione del livello sociale e culturale dell’identità, ma anche e soprattutto alla elaborazione dell’identità personale, che rappresenta il compito con cui è alle prese tipicamente il soggetto che si trova in questa fase.
Parlare di soggetto che si trova in una fase di «passaggio» invece che di adolescente o di giovane (che spesso vengono usati indistintamente) è legato a due motivi. Risulta maggiormente assonante con la tematica che stiamo trattando e tiene in considerazione i mutamenti, nel frattempo avvenuti dentro questa fase di passaggio, cambiamenti che hanno modificato i caratteri e la fenomenologia con cui in passato si configurava la situazione di coloro che transitavano in questa fase. Così l’adolescenza o la gioventù del passato è diversa strutturalmente (a causa della sua durata e delle rappresentazioni sociali che la regolano) e nel vissuto soggettivo da quella di oggi. Già il fatto stesso che la fase di passaggio risulta oggi notevolmente più lunga, a causa di un inizio precoce della pubertà e di una fine sempre più spostata in avanti, per le esigenze formative e per i problemi di entrata nel mondo del lavoro, diluisce, quasi «spalma», le problematiche su un tempo più ampio rispetto al passato.

I tre tempi dell’iniziazione

Tenendo conto dell’arco temporale più ampio e delle problematiche che inevitabilmente tendono a sfilacciarsi e a differenziarsi in maniera più chiara rispetto all’idea di maggiore compattezza e unitarietà che davano in precedenza, appare riduttivo definire tale fase tout-court come adolescenza o gioventù. Non verrebbe colto l’insieme di sfumature e differenze che nella realtà vengono a manifestarsi e ad esprimersi. Appare chiaro che questa fase oggi, nella nostra cultura, si esprime orientativamente a tre tempi:
* un tempo di innesco della fase di passaggio che corrisponde all’inizio della pubertà fisiologica, caratterizzata dal vissuto quasi traumatico del cambiamento e della crescita con i processi che si focalizzano sulla dimensione corporea e sulla gestione e sull’allargamento del proprio territorio (preadolescenza);
* un tempo caratterizzato dal manifestarsi pieno di capacità mentali di tipo più raffinato, che permettono di cominciare a dare forma e direzione al mondo in frantumi e alle novità della preadolescenza, e di elaborare modalità di gestione del mondo affettivo, relazionale, pulsionale e ideale secondo linee personali (adolescenza vera e propria);
* un tempo caratterizzato dalla messa in pratica dei primi abbozzi di progettualità, con ampie possibilità di ripensamenti e cambiamenti, progressivamente indirizzato però ad una collocazione concreta nel mondo degli adulti attraverso un lavoro e la creazione di una propria famiglia (gioventù).
Pur considerando la varietà della durata di questi momenti in relazione alle opportunità offerte dal contesto in cui si vive e alle diversità esperienziali e biografiche, è ormai innegabile che la fase di passaggio si articoli oggi in «tranche» differenti. Si potrebbe prospettare la presenza di esigenze di iniziazione diverse che richiedono attenzioni e interventi diversi a seconda del momento del passaggio in cui il soggetto si trova.
Pur essendo venuto meno il processo tradizionale di iniziazione, permane l’esigenza di «interventi iniziatici» da parte di coloro che si trovano in questa fase. Il problema è che mancano le condizioni perché tutto il processo venga preso in gestione dalla società nel suo insieme da un punto di vista di trasmissione culturale in maniera consapevole e coerente. La sfida di dare risposte all’esigenza di questo tipo può però essere raccolta puntando più sul livello educativo, e può essere presa in gestione anche dalle connessioni che possono crearsi tra gli adulti del mondo vitale di questi soggetti raccolti in «rete» e sintonizzati sulla novità della realtà personale e sociale che queste persone stanno vivendo.

Pensare l’iniziazione sociale in preadolescenza

Da un punto di vista educativo ci interessa focalizzare il discorso sulla preadolescenza. Soffermarsi in termini educativi sulla preadolescenza tenendo dalla prospettiva dell’iniziazione, significa permettere al preadolescente di entrare a contatto con il primo manifestarsi del suo cominciare a diventare grande, senza bruciare questa novità o senza rimanerne schiacciato. L’obiettivo è di aiutarlo ad accogliere questa dimensione nuova che si manifesta nella sua vita e che lo spinge ad un salto qualitativo nel suo esistere. Occorre quindi che gli adulti che formano la sua rete vitale di riferimento sappiano manifestare un atteggiamento di simpatia e accettazione di tale cambiamento. Al di là delle dichiarazione verbali, tale atteggiamento arriva empaticamente al preadolescente manifestandogli il senso della positività di ciò che sta avvenendo, positività che permane ed è comunque maggiore dei fastidi e dei problemi che un soggetto in preadolescenza inevitabilmente pone a chi gli è intorno.
Il desiderio e la gioia di diventare grande è anche il risultato delle impressioni che il preadolescente registra dalle reazioni che i grandi hanno al primo impatto con la sua crescita. All’inizio la crescita per lui è un fatto da cui prende distanza, riservandosi gradatamente di prendere posizione verso di esso, anche alla luce del bilancio su ciò che tale cambiamento ha provocato nella rete relazionale.
L’iniziazione al cambiamento avviene innanzi tutto attraverso l’accettazione di questo fenomeno misterioso da parte degli adulti.
Successivamente prosegue attraverso un cambiamento dell’insieme di regole esplicite ed implicite su cui si articolavano in precedenza le relazioni.
Dare al preadolescente il permesso di ridefinire le regole nel senso di dargli più ascolto e spazio nel prendere decisioni che lo riguardano; riconoscere le abilità e le capacità che via via acquisisce concedendo così livelli maggiori di libertà; riconoscere i passi in avanti nella gestione autonoma e responsabile di piccoli frammenti della sua vita (anche se manifestata in modo saltuario e circoscritto); dare il senso di monitorare i piccoli germogli che si manifestano accettandoli, riconoscendoli, valorizzandoli; permettere al preadolescente di fare esperienze proprie accettando i rischi ragionevoli di lasciargli fare le cose da solo.
Questi, che potrebbero essere intesi come passaggi progressivi che da un’accoglienza protetta della novità permettono a questa di dispiegarsi negli ambiti della vita in espansione del preadolescente, rappresentano degli spunti, che andrebbero chiaramente approfonditi e motivati in maniera più puntuale, per ripensare in termini educativi l’iniziazione per i preadolescenti.