Giuseppe Morante

(NPG 1987-04-70)

 

L'analisi delle nostre realtà parrocchiali mostra in atto una varietà di gruppi, di movimenti, di associazioni, di esperienze consolidate di educazione cristiana dei preadolescenti (Acr, Ads, Agesci, Ragazzi nuovi, ecc.) insieme al pullulare di tante esperienze nuove. Esistono senza dubbio segni di vivacità e di vitalità emergenti da ricche esperienze che portano i ragazzi ad essere autentici protagonisti della propria crescita nella fede, sostenuta da itinerari appropriati riferiti a progetti piú o meno ampi.
Anzi non mancano teorie pedagogiche e pastorali soggiacenti la medesima prassi associativa, ed in alcuni casi esplicitate • in progetti articolati di pastorale e di catechesi. Basti riferirsi, per esempio, al progetto dell'Azione Cattolica Ragazzi, al piano unitario di catechesi per l'Agesci.
Una simile realtà, tuttavia, non si può generalizzare come offerta alla massa dei preadolescenti; essa anzi nell'ampio spazio della pastorale parrocchiale si presenta come un'oasi in una specie di deserto.

 

IL CATECHISMO DEI RAGAZZI: OCCASIONE PER UNA RIFLESSIONE PASTORALE

Almeno nelle intenzioni della chiesa italiana, il catechismo dei ragazzi vuole essere, per le comunità parrocchiali, «un'occasione forte per guardare ai preadolescenti che crescono, con attenta disponibilità, considerando la loro presenza e la loro partecipazione alla vita della comunità un dono dello Spirito, uno stimolo per il cambiamento e la conversione cristiana, un richiamo ad una sempre piú autentica testimonianza evangelica e missionaria» (CdR-I , p. 7).
Il catechismo Vi ho chiamato amici perciò, prima ancora di essere strumento di catechesi per i preadolescenti, è stimolo-richiamo alla comunità cristiana locale, perché si impegni in una pastorale in cui i ragazzi non siano solo i fruitori passivi di una proposta di fede, ma i protagonisti attivi di un cammino insieme ai fratelli di fede piú grandi.
Un'attenta analisi del testo, sia nell'itinerario catechistico tracciato, sia nei riferimenti alla comunità cristiana (cf le pagine dedicate agli educatori), mette in evidenza le autentiche caratteristiche.
È la comunità anzitutto in quanto tale che si fa carico del mondo dei ragazzi, e non alcuni animatori o catechisti o adulti assistenti se necessario. Questo principio comporta che la comunità parrocchiale:
- sappia fare spazio alle esperienze vitali del mondo dei ragazzi (interessi, bisogni, valori) aprendosi alle loro esigenze e mettendo a disposizione persone, strumenti, strutture, spazi operativi;
- sappia mettersi in ascolto delle loro richieste piú autentiche, espresse o sottintese, nonostante la loro incostanza ed ambivalenza. Per captare questi messaggi ci vogliono educatori adulti capaci di «stare con loro» nei vari ambiti della vita ecclesiale e sociale;
- sappia trattarli da protagonisti del loro itinerario di fede, e non da semplici destinatari di catechismo o di iniziative ricreative e pastorali.

Il primato della catechesi

È necessario che si affermi nella prassi il primato della catechesi (noi diremmo dell'«evangelizzazione») in ogni attività pastorale. Assistiamo ad un fenomeno di questo tipo: in molte parrocchie i ragazzi sono invitati a fare una molteplicità di iniziative (sport, recite, gite culturali, attività caritative...) perché cosí si risponde all'innato bisogno di fare. Manca però il sostegno che costituisce il tessuto connettivo di questo «fare»: la riflessione catechistica, la lettura credente, perciò in profondità, che risignifica il «fare».
I catechismi «per la vita cristiana» (di cui il CdR-1 costituisce la tappa preadolescenziale) vogliono essere il momento riflessivo sulla vita, espressa nelle sue molteplici attività, dall'ottica di fede.
L'organizzazione catechistica, sostenuta dalla pastorale, prevede una continuità che sola può assicurare la riuscita del cammino di fede fino alla maturità: se la proposta di fede ai ragazzi non è lo sviluppo della catechesi ai fanciulli, secondo la loro capacità di condivisione attuale, e non rende stabili le basi per la proposta successiva (adolescenza e giovinezza), difficilmente avremo nelle nostre comunità giovani formati e adulti nella fede. Anche se questi ragazzi ci accontentano oggi con il loro «fare».
L'esperienza dimostra che a questa discontinuità è legato l'abbandono di tanti ragazzi e giovani che pure hanno percorso in comunità la tappa dell'iniziazione cristiana. Diventa problematico un eventuale loro recupero nelle età successive, a meno che sorgano forti occasioni di richiamo alla, conversione. Ma anche in questo caso non si tratta di una massa, ma di pochi esemplari!

La catechesi dentro un processo globale

È necessario assicurare ai ragazzi che la loro crescita nella fede non avvenga al di fuori del processo globale della loro crescita umana.
Esiste in molta prassi. catechistica una certa mentalità dualistica, per cui si tenta di portare a maturare la fede con un processo parallelo e non integrato alle loro esperienze attuali.
In un'età in cui incominciano ad avere valore personale alcune dimensioni «tipicamente umane» come l'affettività, la relazionalità, la operatività..., la proposta religiosa non può essere asettica nei confronti di questi aspetti della «vita». L'abbandono della pratica religiosa a partire da questa età (cf L'età negata) potrebbe essere una delle conseguenze di questa impostazione catechistica.
Il gruppo, ben guidato, può assolvere egregiamente a questo compito, soprattutto quando riesce ad equilibrare in un dosaggio armonico riflessione ed azione. La catechesi così farà scoprire valori di salvezza già in qualche modo operanti all'interno della vita: diventa luce che illumina l'esperienza, orientamento che rivela significati nuovi a ciò che si sta intensamente vivendo, motivazione che sostiene le scelte di ogni giorno in ordine alla fede, unità che lega tutte le varie dimensioni della crescita.

Il contesto del gruppo luogo educativo e esperienza di chiesa

La comunità cristiana offre ai ragazzi la possibilità di fare gruppo, favorendo le loro attuali esigenze aggregative e associative, e individua in esso un luogo privilegiato per l'itinerario di fede.
L'esperienza associativa è ritenuta importante per iniziare alla vita della chiesa ed interiorizzare la fede; naturalmente si deve avvalere di una pedagogia che sappia mettere in risalto le funzioni del gruppo nei confronti dei singoli.
- Anzitutto una funzione personalizzante: il gruppo è formato da persone che si ritrovano liberamente insieme con il desiderio di accettarsi e di soddisfare le proprie esigenze di relazione, per mettere insieme, in un confronto proficuo, le proprie esperienze.
Il gruppo, prima ancora che a bisogni di iniziative e di attivismo, soddisfa all'esigenza di essere se stessi per confrontarsi, confermarsi, correggersi; è un modo per favorire positivamente il passaggio dalla identificazione alla identità.
Nella vita di gruppo i ragazzi si sentono gratificati perché vivono spontaneamente in un clima di familiarità, realizzano rapporti di amicizia, si sentono vicendevolmente compresi ed accettati, assorbono facilmente a livello di atteggiamenti i valori.
- Una funzione formativa. La vita di gruppo, equilibratamente vissuta nella riflessione e nell'azione, può orientare i ragazzi ad interiorizzare i valori della fede, sempre se il gruppo vive, anche se a dimensione di ragazzi, le stesse esperienze della comunità cristiana: la riflessione e l'ascolto della Parola di Dio e la partecipazione ai momenti celebrativi della vita di fede; la riflessione e l'ascolto della Parola nella catechesi; la riflessione e l'azione che si esprime nelle opere molteplici della carità cristiana; la riflessione e l'ascolto della voce degli uomini ed il bisogno di aprirsi ai grandi problemi della vita e della storia.
- Una funzione mediatrice. La funzione formativa del gruppo matura i ragazzi a fare una prima significativa esperienza di chiesa. La comunione che si realizza nella vita di gruppo è prima di tutto un incontrarsi di persone concrete che si conoscono, che si parlano e si ascoltano, che si comunicano esperienze di vita, che si confrontano sul proprio essere credenti...

Una catechesi agganciata alla vita vissuta

I ragazzi avvertono l'urgenza di veder chiaro nella propria vita in un momento in cui sono chiamati a dare un orientamento al proprio futuro; è un filone fortemente emergente nella dimensione antropologica del catechismo.
Il preadolescente assiste al crescere della vita attorno a sé (p. 9) in termini di avventura, di scoperta di un mondo meraviglioso in evoluzione, ma percepisce anche il crescere del proprio mondo interiore, denso di attese, misteri, desideri (p. 10), voglia di vivere (p. 13), aspirazione a migliorare via via che passa il tempo (p. 13).
È alla ricerca di esperienze piú particolari e personalizzate, quasi in uno sforzo di auto-affermazione, auto-decisione, auto-progettazione (p. 11), anche con atteggiamenti e scelte rinnovate rispetto al passato e al contesto ambientale in cui vive (p. 11).
Entrano così in crisi i modelli tradizionali di vita, anche quelli religiosi, e si registra un abbandono della vita di preghiera, della pratica sacramentale (p. 11).
Avverte in modo particolare tutta l'esplosione fisica del corpo (p. 94). Il catechismo si sforza di sviluppare questo tema in tutte le sue implicanze, vissuto in prima persona dal ragazzo.
Una catechesi che non resta aderente a questa vita vissuta, ai problemi che pone, agli orientamenti che presenta, non sarà una catechesi significativa, anche se può essere superficialmente accettata dai ragazzi.
Non si tratta solo di aprire a risposte di fedele domande emergenti, ma di approfondire la domanda di senso, di stimolare la ricerca, di aprire gli occhi su tutta la realtà uana. Perciò il contenuto della catechesi sarà la vita stessa dei ragazzi, le situazioni storiche in cui si trovano a vivere, i problemi e le attese, le sofferenze umane... lette ed interpretate alla luce di Cristo e di tutta la storia salvifica.
Infine si impone la necessità di un coordinamento educativo che si faccia carico di portare ad unità le molteplici esperienze ambientali dei ragazzi. Il pluralismo degli ambienti, l'ambivalenza e la instabilità dell'età, che si manifesta soprattutto nella fragilità delle scelte, esigono questo coordinamento.
Il catechismo lo tiene presente sia a livello interiore, nella unità spirituale della persona quando comanda una catechesi che rifletta i problemi vitali; sia a livello esteriore quando chiama a raccolta tutte le forze educative preposte alla educazione cristiana dei ragazzi: genitori-famiglia, insegnanti-scuola, catechisti-parrocchia, educatori-gruppi.

 

QUALE PASTORALE DEI RAGAllI OFFRONO LE COMUNITÀ ECCLESIALI?

Se il catechismo dei ragazzi ipotizza, munitaria a dimensione di ragazzi e con anche se a grandi linee, una pastorale con determinate caratteristiche, si deve forse pensare ad una occasione mancata?
La nostra analisi, pur registrando lo sforzo di qualcuno in questa direzione, è costretta a richiamare l'attenzione su determinati «problemi» che impediscono il decollo di una piú significativa proposta.

Elite o massa?

Si può fare una prima affermazione: le esperienze di vita cristiana che si vivono qua e là coi preadolescenti, a macchia di leopardo, anche se catechisticamente impegnate e pastoralmente valide, interessano solo una piccola aliquota di ragazzi. Un'altra buona percentuale è saltuariamente parcheggiata nelle aree parrocchiali per iniziative sporadiche. Non raggiungono certamente quella massa di ex-fanciulli, pure iniziati con tanti precedenti sforzi ai sacramenti, ed ora in situazione di abbandono o di rigetto.
Si assiste inoltre ad un poco edificante senso missionario: spesso, all'interno delle nostre comunità, ci si contendono i pochi ragazzi che ruotano intorno ai centri parrocchiali ed oratoriani, senza che ci si ponga il problema di come raggiungere quelli che rimangono al margine o sono lontani da ogni proposta educativa e quindi tagliati fuori, non per colpa loro, da ogni seria esperienza di educazione cristiana.
La comunità evangelizzatrice non può interessarsi solo di questo gregge che è chiuso nell /ovile, ma deve andare alla ricerca di chi si è perso, lontano dalle cure del pastore.
Ma forse questo problema ne maschera un altro: la mancanza di animatori e catechisti dei ragazzi, in quantità e qualità. Mentre si assiste ad una certa sufficienza dei catechisti dei fanciulli.
È ovvio che non si può fare una pastorale senza operatori pastorali qualificati.
Nonostante le scelte della chiesa italiana ed ancora in sintonia con una certa pastorale di mantenimento, anche la pastorale dei ragazzi risente di questo limite: è ancora fortemente centripeta.
Ci si preoccupa di mettersi come «centro» in un territorio e si fa lo sforzo di organizzare strutture pastorali offerte ai ragazzi che ivi si dirigano spontaneamente. Perciò ci si accontenta di chi è disponibileall'invito e non si esce dal «centro» per fare qualcosa per chi è tagliato fuori per tanti motivi.
Ma anche dove c'è il deserto delle aggregazioni, perché ai ragazzi l'ambiente non offre nulla, pastoralmente non è lecito accontentarsi di questa offerta risolutoria.
La chiesa oggi invita ad uscire dal proprio centro, a raggiungere i ragazzi là dove vivono, ad interessarsi dei preadolescenti negli ambienti delle loro attuali esperienze: famiglia, scuola, strada, spazi ludici, centri ricreativi, ecc. Solo un'ansia missionaria può far mettere in moto una pastorale che non si consumi al chiuso di ambienti ristretti.

Quale specifico nella pastorale dei ragazzi?

Si dice che l'arte della pastorale sa commisurare ogni intervento sulle esigenze dei soggetti; in realtà la stessa Parola di Dio è efficace perché ha la capacità di «adattarsi» alle diverse condizioni dei fedeli, senza esserne sminuita o menomata: è il principio d'Incarnazione.
Volendo verificare questo principio nella esistente pastorale dei preadolescenti, troviamo difficoltà e fatica nell'adattamento ai dinamismi di crescita di questa età. Anzi da piú parti si avverte l'equivoco di un tiro fuori segno; le conseguenze sembrano essere, quando non l'infantilizzazione, l'adolescentizzazione o addirittura l'adultizzazione della età. Si trattano i ragazzi per quel che essi non sono piú o ancora; spesso come se fossero degli adolescenti o degli adulti, con il risultato evidente di una scarsa comunicazione e di un parlare a vuoto.
Partendo dalle emergenze piú significative della ricerca sui preadolescenti a cui le nostre comunità intendono guardare con attenzione e simpatia, sembra necessaria una ridefinizione praticabile per i ragazzi delle dimensioni fondamentali della evangelizzazione: qual è il loro senso di appartenenza ed il ruolo attuale dei ragazzi di questa età nella comunità cristiana? Che tipo di partecipazione ai sacramenti e qual è il loro modo di celebrare la liturgia? Quale maturità di fede si può richiedere dalla loro giovane età ed in base a quali criteri verificarla? Quali risposte cristiane possibili sono da richiedere alle loro forze in crescita?

Una pastorale dell'occasione

L'interesse pastorale verso i preadolescenti in generale è presente nelle comunità parrocchiali, perché legato al sacramento della Cresima; un sacramento che la CEI ha stabilito che debba essere amministrato attorno al dodicesimo anno di età. La prassi attuale della celebrazione di questo sacramento è quella di collocarlo nella maggior parte dei casi tra i dodici ed i quattordici anni.
Diversi educatori approfittano di questo arretramento della cresima come di una occasione da sfruttare nel migliore dei modi, dal momento che in vista del sacramento i ragazzi vengono ancora in parrocchia.
Ed è una occasione che si sfrutta con catechesi concentrate di tipo dottrinale, come si trattasse della trentunesima ora scolastica settimanale, nella preoccupazione di riempire al massimo il recipiente fino a quando il ragazzo è disponibile al nostro contenuto.
Questo tipo di intervento, oggi ancor prevalente, non inserito in una pastorale sistematica ed in una catechesi esperienziale, da cammino catecumenale, porta esattamente ad effetti non voluti ed a cui ineluttabilmente ci si rassegna; è ciò che produce l'effetto elastico, l'allontanamento tanto piú rapido quanto piú intensivo è stato l'indottrinamento.
Sono proprio i ragazzi a non gradire questo modello impositivo di far pastorale, di essere riempiti di pillole catechistiche non digeribili forse neppure dagli adulti...; ingolfati fino al rigetto, pocostimolati nei loro interessi associativi e vitali, abbandonano perché soddisfatti di aver pagato lo scotto richiesto per la recezione del sacramento.
Non si tratta di anticipare o di posticipare il sacramento, ma di inquadrare la sua celebrazione in una prassi pastorale che sia piú rispettosa dell'età e che tenga conto di un cammino di fede che non si arresti con la recezione del sacramento. Non per nulla il problema piú impellente per molti pastori è proprio quello del cosiddetto post-cresima.

Una pastorale dell'abbandono?

Verifichiamo in modo particolare che la famiglia è istituzionalmente spiazzata per entrare in dialogo coi figli che crescono, e quindi ci troviamo davanti genitori che, pur volendolo, fanno fatica a divenire guide e accompagnatori nella fede nelle esperienze dei propri figli preadolescenti; la comunità parrocchiale appare impreparata e stenta ad andare al di là del momento della iniziazione alla cresima, che diventa per molti ragazzi il sacramento dell'addio.
Perché? C'è ancora un lungo cammino da fare nell'impostare la catechesi sistematica come itinerario di fede permanente. Le risorse e gli sforzi vengono però oggi sempre piú giocati in una direzione promettente: per la preparazione di catechisti-animatori capaci di essere autentici educatori di esperienze di fede, anche se manca una scuola per genitori desiderosi di essere veri educatori dei propri figli; l'associazionismo parrocchiale a volte è piú spontaneo che organizzato anche se sempre meno concesso per captatio benevolentiae, e sempre piú ricercato per rispondere a vere esigenze di età.

 

EVANGELIZZAZIONE O SACRAMENTALIZZAZIONE?

Una pastorale autentica non necessita di traguardi sacramentali per giustificarsi ed impostarsi.
Eppure, nonostante che la chiesa abbia fatto la scelta missionaria - perché anchein Italia ci troviamo in tempi di evangelizzazione e di rievangelizzazione - si colgono ancora molte resistenze ad uscire dalla logica del sacramento da conferire a tutti i costi. Questo naturalmente vale non solo per i ragazzi ed il sacramento della cresima.
Anche i preadolescenti vivono in un mondo secolarizzato ed indifferente dal punto di vista religioso, anche se sono ancora legati affettivamente ad una certa tradizione cristiana.
Per motivi culturali, se non è cambiata la tradizione è certamente diverso il valore e la motivazione di fondo di certe scelte.
Anche la pastorale dei ragazzi non può misconoscere il clima culturale del nostro tempo; oggi non si può essere cristiani per appartenenza tradizionale ma per scelta personale; ed i ragazzi devono essere educati a compiere queste scelte.
Approdare con troppa accondiscendenza alla offerta del sacramento senza la fatica preparatoria ed implicante del cammino di fede significa vanificare il sacramento ed atrofizzare il germe della stessa fede.
Acquista il valore di un itinerario permanente verso la maturità cristiana anche il sacramento della cresima se lo si sostiene con naturalezza attraverso la catechesi sistematica e progressiva.
A conclusione di questa analisi, forse piú descrivibile che dimostrabile scientificamente, ma certamente sufficientemente verace, sembra di poter dire che la pastorale dei preadolescenti si presti un poco inconsciamente alla strumentalizzazione:
- si può strumentalizzare la Parola di Dio quando non la si trasmetta con i canali adeguati e non la si adatti alle diverse situazioni personali dei fedeli;
- si può strumentalizzare il sacramento della cresima quando lo si usi come ricatto per la catechesi o come strumento per trattenere il ragazzo piú a lungo possibile nella comunità parrocchiale;
- si può strumentalizzare la persona del ragazzo quando si fa pastorale su di lui considerandolo destinatario piú o meno passivo, perché ritenuto ancora «bambino»;
- si può strumentalizzare la catechesi quando la si intenda come mezzo per comunicare determinate verità, senza preoccuparsi di coltivare autentici atteggiamenti di fede.
Una pastorale dei ragazzi che voglia essere rispettosa del messaggio rivelato e delle esigenze piú autentiche dei soggetti ha una strada obbligata: ripensare il tutto alla luce della nuova autocomprensione che la pastorale ha di se stessa oggi e nell'ascolto delle esigenze piú autentiche dei ragazzi di oggi.