Franco Floris

(NPG 1988-06-49)


Il tema della riconciliazione e dell'impegno per la pace appare sempre più uno dei «temi generatori» della cultura attuale, e il cammino verso la riappropriazione della vita come «dono e perdono» appare come la strada maestra della spiritualità del cristiano del nostro tempo.
Sollecitazioni autorevoli poi ci invitano a riscoprire e ricollegare al centro della nostra vita e della vita delle comunità i simboli della riconciliazione.
In questa linea si colloca il tentativo, qui offerto, di riformulare una spiritualità del perdono e della sua festa per i preadolescenti.
Il Centro Salesiano di Pastorale Giovanile sta curando la pubblicazione di uno strumento, un libro, per la riscoperta (gruppale, comunitaria e personale) della riconciliazione per ragazzi e ragazze.
Ne anticipiamo alcune parti sulla rivista, per due motivi: vogliamo anzitutto avviare, partendo da un punto ben definito, il ripensamento intorno a una spiritualità dei ragazzi; in secondo luogo intendiamo offrire modelli e proposte operative per riformulare, dentro la vita quotidiana, gesti, simboli, riti, capaci di esprimere, nel linguaggio e nell'orizzonte culturale dell'oggi dei ragazzi, il «mistero» contenuto, riconosciuto e accolto che attraversa la vita stessa. Un mistero illuminato dalla storia di Gesù di Nazareth accolta con fiducia e passione.
In questo numero della rivista viene presentato il quadro globale della proposta. Nel numero seguente offriremo alcuni modelli di celebrazione.
Una osservazione va anzitutto in riferimento allo stile e al linguaggio. E quello narrativo e dialogico di chi si rivolge direttamente ai destinatari. E un parlare della vita dei ragazzi, ma avendo come interlocutore il ragazzo stesso. Vuole essere un tentativo di offrire un modello di narrazione, di racconto e interpretazione insieme della vita del preadolescente.
Un raccontare in cui la storia dell'animatore e della comunità s'incontra con la storia del cambio dei preadolescenti sul terreno di una storia comune, posseduta da nessuno in esclusiva, ma a tutti offerta: la storia di Gesù di Nazareth e del perdono di Dio che attraverso lui raggiunge ogni uomo. Una storia di perdono che rivela e libera il senso profondo della vita, anche di quella del ragazzo: la vita come dono della felicità all'uomo.
Un dono, quello di Dio, che è impegnativo e interpellante.
Una felicità perciò che è tutta anche frutto dell'impegno laborioso dell'uomo.
Questo ci sembra il terreno sul quale riformulare, con le parole dei preadolescenti, il progetto di spiritualità dei ragazzi. Un progetto di esistenza cristiana per ragazzi e ragazze felici di vivere e di diventare «nuovi», felici perché, nel riappropriarsi della vita, si sono incontrati e hanno accolto «un compagno importante» sul loro cammino, colui che rivela il «segreto della felicità».
Una ulteriore puntualizzazione merita infine la considerazione sulla centralità del cammino (meglio ancora del sentiero) di riconciliazione per i preadolescenti.
Vivere da preadolescente oggi è vivere continuamente il conflitto e la frattura, in se stessi, tra ciò che si fa fatica ad abbandonare e ciò che si vorrebbe ma non si riesce a conseguire, liberando il sogno.
Il preadolescente vive come soggetto in ricerca continua di pacificazione e di integrazione.
L'esperienza della separazione, della frattura, della disintegrazione è la sua esperienza quotidiana che chiede di essere elaborata. Insieme alla fame autentica di armonia, di totalità, di sicurezza fiduciosa, di lenimento della ferita narcisistica.
In questo senso, il cammino di appropriazione dell'esperienza di riconciliazione e di acquisizione di atteggiamenti nuovi riconciliati, appare come un sentiero tutto da privilegiare.
Dono e perdono, gratuità e accoglienza incondizionata e rigenerante la fiducia, delineano il clima educativo irrinunciabile per liberare la crisalide dell'adolescenza e per riscrivere una vita di preadolescente nell'oggi che sia la vita di una persona felice e fiduciosa, appassionata alla vita da conseguire a caro prezzo.
Ma il cammino della riconciliazione si rivela anche capace di liberare qualcosa di nuovo e di ulteriore, in una età della vita trattata troppo a lungo secondo i modi di una infanzia protratta. È il percorso che conduce alla scoperta della responsabilità soggettiva, alla presa di coscienza del proprio agire e delle proprie catene, alla sperimentazione consapevole del limite e della fragilità: una buona strada dunque di educazione alla realtà, senza smarrire però la necessità irrinunciabile del sogno della felicità che è anche il sogno fattivo di Dio.

 

1. Preadolescenti alla scoperta della riconciliazione

Di tanto in tanto capita che sei invitato a riconoscere i tuoi peccati e chiedere perdono a Dio e ai fratelli. Magari è vicina una festa, come verso Natale e Pasqua, e tutti sentono il bisogno di «dare il bianco» alla loro casa e arrivare a quel giorno con il cuore in pace, ricolmo del perdono e della felicità di Dio.
Altre volte, senza che alcuno ti solleciti, sei tu stesso che senti il bisogno interiore di riconoscere i tuoi peccati e accostarti al sacerdote per ricevere il perdono di Dio.
A volte, a chiedere perdono, si è in tanti nella stessa chiesa, e lo si fa insieme. Altre volte ti ritrovi solo, a tu per tu con il sacerdote. In ogni caso si tratta di un gesto coraggioso, che richiede molta fede in Dio e in Gesù, in se stessi e nel sacerdote che offre il perdono.
Non sempre questo coraggio e questa fede i cristiani ce l'hanno. Molti, di conseguenza, non si accostano più a ricevere il perdono di Dio dal sacerdote. E tu?
Facilmente, dopo un periodo in cui ti accostavi con frequenza al perdono di Dio, sei un poco in crisi. Forse ci vai raramente; e poi... anche se ci vai, ti rimane un groviglio, dentro il quale non riesci ad orientarti.
Non è migliore, tuttavia, la situazione di chi, alla tua età, non sente disagio alcuno e continua ad andare dal sacerdote come un bambino, per il piacere di «dire» i peccati e farli cancellare mettendo una pietra sul passato.
Mi rendo conto delle tue difficoltà. Voglio aiutarti a ripensare quanto stai vivendo, in modo che tu possa ritrovare la gioia di ricevere il perdono di Dio, convinto, come sono, che alla tua età può diventare per te un gesto particolarmente importante.
Non voglio convincerti con discorsi ingannevoli. Provo a ragionare seriamente, tenendo conto dei tuoi interrogativi, di quanto insegna Gesù nel vangelo e dell'esperienza dei cristiani in duemila anni di storia.
Tocca a te, al termine di queste pagine, decidere se partecipare alla «festa del perdono». Ti parlo di «festa del perdono» (o celebrazione della riconciliazione), più che «confessione» o «penitenza». Ho buoni motivi per farlo, come ti spiegherò.
Per ora corri con la tua fantasia alla festa che il padre, secondo la parabola, di Gesù, organizza per il figlio tornato a casa e al lavoro nella sua «azienda», dopo aver cercato invano altrove la felicità.

UN'ETÀ Dl GRANDI CAMBIAMENTI E Dl SCELTE DIFFICILI

La tua è un'età di grandi cambiamenti. In pochi anni ti trasformi al punto che qualcuno faticherà a riconoscerti. Non ti basteranno più i vestiti o le scarpe da bambino. Mamma e papà non fanno in tempo a comprarti abiti nuovi.
Prima dei vestiti, ovviamente, cambia il tuo corpo, il quale, anche se a volte un poco impacciato e scoordinato, si allunga e rinforza. Cambia il tuo modo di pensare e giudicare, di amare i genitori e voler bene agli amici, di organizzare lo studio e il tempo libero.
Per usare un'immagine, la tua è l'età del «passaggio» da una sponda all'altra di un fiume, da un mondo ad un altro. Non più bambino, non ancora giovane, attraversi un'età delicata e fragile, ma decisiva. Molte decisioni sul futuro vengono prese proprio alla tua età.

Cosa prendere e cosa lasciare?

Guardi pensoso il fiume da attraversare e ti chiedi cosa portarti dietro. Vorresti portare te stesso, ma lasciare tante cose sulla riva. Ecco la tua impresa avventurosa: portare te stesso e lasciare tutto sulla riva, in modo da cominciare al di là del fiume una nuova vita.
E facile capire quel che ti passa per la testa. In fondo devi «lasciare» cose a cui sei affezionato: una mamma premurosa (che però, a tuo parere, ti protegge troppo e ti tratta da bambino), degli amici a cui vuoi bene (ma con i quali, forse, non c'è più gusto a stare), delle preghiere che forse ti piacciono (ma dici con ansia: «chissà cosa succede se non le dico?»).
Forse, più che per le cose da lasciare, soffri perché ti attira ciò che è sconosciuto, ciò che sta sull'altra riva e ancora non conosci, anche se hai visto ragazzi e ragazze più alti e grandi di te e hai sognato di diventare come loro.
Vorresti due cose insieme: mantenere i vantaggi della vita di bambino e intanto attraversare il fiume, spinto da una necessità profonda, che richiama quella degli uccelli migratori, i quali, arrivata la stagione buona, sentono urgente il bisogno di fare il pieno di energie per levarsi in volo verso terre sconosciute.
Come l'uccello migratore, anche tu hai un programma di volo che è «prima» di te stesso, e puoi far «tuo» e modificare. In esso vi è scritto un ordine preciso: diventare uomo, rifiutare di rimanere bambino, e avventurarti verso il bello di essere ragazzo.
Questa è la tua impresa: fare la sepoltura, come ragazzo, a quel bambino che sei stato, dando vita a qualcosa di nuovo, ma che si nutre della tua storia, della storia di quel bambino che è morto in te. Dal vecchio mondo o dalla riva del fiume che abbandoni prendi tutte le energie possibili da utilizzare lungo la traversata.
Non si tratta di dire addio ai genitori, ma di lasciarsi amare da loro e fare il pieno del loro affetto, sottraendosi, allo stesso tempo, al tuo e loro desiderio di rimanere bambino. Non si tratta di lasciare gli amici, ma «un certo modo» di stare con loro.
Basta con le vecchie amicizie; ne occorrono delle nuove. Se i vecchi amici sono disposti a cambiare il «patto di amicizia» e stabilire nuove leggi, bene; se no, li abbandoni per cercarne altri, in nome di una amicizia nuova.
Non si tratta di lasciare lo studio e la scuola (ti piacerebbe, eh?), ma di assegnare allo studio e alla scuola una diversa importanza. Se prima studiavi per far contenti papà e mamma (o per le mance adeguate e i regali a fine anno) al punto che prendere bei voti era tutto o quasi, ora senti che sono ugualmente importanti molte altre attività, e ad esse ti dedichi. A volte anche lo studio è tra queste. In ogni caso studiare ha ormai un altro gusto e sapore.

Cosa portare della tua fede cristiana?

Nell'abbandonare il vecchio mondo di bambino, forse ti chiederai anche cosa salvare e portarti dietro della tua fede di cristiano. Sarà solo un vecchio abito o qualcosa di te stesso? Sei stato battezzato ed educato alla fede cristiana dai tuoi genitori, hai fatto la prima comunione, forse la cresima; sei cresciuto (spero liberamente e con gioia) da cristiano. Ma ora t'accorgi che devi abbandonare qualcosa e diventare daccapo cristiano, visto che tutto in te cambia. Per non rimanere «bambino cristiano», mentre cresci in tutto il resto. Quella fede cristiana, ricevuta in regalo da altri, e scelta da te la prima volta da bambino, ora sei chiamato a sceglierla da ragazzo.
Tocchi con mano alcune sfide.

Fare i conti con Dio.
Così, ad esempio, forse eri cristiano perché tutti, in famiglia o nel gruppo, lo erano. Andavi a messa per far piacere ai genitori o perché ci andavano gli amici. Ora che ti rendi indipendente dai genitori, ti chiedi perché andare a messa e pregare. Da bambino, a parte i capricci, eri ben disposto ad ubbidire a tutto ciò che si presentava come «adulto», più grande di te. Ubbidivi ai genitori, agli insegnanti. Ubbidivi a Dio, il più grande di tutti e a Gesù, l'amico e il fratello maggiore.
Ora cominci a ragionare e decidere con la tua testa. Non sopporti che altri ti dicano che fare. L'uomo che cresce dentro di te chiede di diventare padrone della sua esistenza.
Ma, come metterla con ciò che è più grande di te? Non basta più ubbidire ai genitori, come un bambino, senza ascoltare la tua coscienza; ma neppure decidere di testa tua, opponendoti a quel che dicono i genitori. Allo stesso modo: che fare con Dio? Ubbidirgli come un bambino, oppure fargli presente i tuoi diritti e tirar dritto per la tua strada, tanto più che forse le cose che piacciono a Dio non piacciono a te e viceversa?

L'amicizia con Gesù.
Vuoi rompere anche con le amicizie del passato. I vecchi amici ti stanno bene, se non si comportano più come una volta. Con loro ti piace non solo giocare, ma inventare e fare. Vuoi essere trattato alla pari e prendere insieme le decisioni. Non ti va che uno comandi e tu obbedisca. Forse, Gesù lo trovi un amico d'infanzia con il quale decidere se firmare un nuovo patto di amicizia. Quello precedente è scaduto, perché troppo infantile da parte tua. Ti chiedi a che serve essere amico di Gesù. Forse lo trovi un amico inutile. Oppure un amico scomodo che pretende di comandare e insegnarti a vivere. Vale la pena firmare un nuovo patto, o non è forse meglio lasciarsi da «buoni amici»?
Al di là dell'amicizia con Gesù e con Dio, è facile che senta disagio e ti affascinino poco le attività religiose nella Chiesa: pregare, andare a messa la domenica, confessare i tuoi peccati e ricevere il perdono, leggere il vangelo, far parte di un gruppo cristiano, frequentare la parrocchia o l'oratorio. Che fare di queste attività a cui sei stato abituato da bambino? Abbandonare tutto e «uscire dalla Chiesa»?


2. Gesù un amico che conosce il segreto della felicità

Ti trovi in una situazione difficile ma affascinante.
Man mano che procedi verso il nuovo mondo, non puoi fare a mano di scegliere. Non permettere che scelga il caso, che scelgano gli altri. Scegli tu; ne va di mezzo la tua dignità e felicità. In questo periodo della vita devi «attrezzarti» per scegliere: esercitarti, nel tuo piccolo, a scegliere.
Abituati a pensare, riflettere, giudicare. Cercati alcuni compagni di viaggio piuttosto che altri, gli amici giusti che ti aiutino.

SCELTE Dl VITA E COMPAGNI Dl VIAGGIO

Ma in che cosa consiste la grande scelta alla tua età? Essa rimanda a due grandi «battaglie» tra loro collegate: «credere alla felicità» e «fare il bene per essere felice».

Due grandi battaglie da affrontare

La prima battaglia alla tua età è credere o no alla felicità. Dov'è la felicità? Cos'è la felicità?
C'è felicità dove c'è vita, gioia, entusiasmo, passione per le cose da fare, coraggio nell'affrontare le difficoltà. Davvero tu credi alla possibilità di essere felice alla tua età? Davvero tu sei felice? Ho i miei dubbi.
Alcuni confondono la felicità con i divertimenti, con le gioie che nascono dal sentirsi belli, dall'essere i primi o avere più cose degli altri, dall'indossare vestiti di marca.
Altri sono felici perché sono bambini e non hanno ancora aperto gli occhi sulla vita e sulla sofferenza di tanti uomini e donne, sulle malattie e sulla stessa morte. Altri ancora sono proprio tristi e infelici. Hanno paura del futuro e, di conseguenza, coltivano il segreto desiderio, forse mai detto a nessuno, di voler rimanere o ritornare bambini. In fondo il passato, con il suo caldo amichevole e protettivo, non era brutto. E poi, è così complicato vivere: ci si sente impacciati, indecisi, pasticcioni. Si è scoraggiati, soli, abbandonati a se stessi. Così ci si lascia andare a vivere, tanto non si capisce niente. Si vive come viene.
Ecco allora la prima scelta: credere alla possibilità di essere felice. Credi o no che la vita è bella anche alla tua età, anche se attraversi un momento delicato, dove basta un niente per ferirti a morte? Devi prendere una decisione: trovare il coraggio di dire sì alla vita ora, e trovare il «segreto» della felicità.
La seconda battaglia, legata alla prima, è la scelta fra bene e male, tra ciò che va fatto e ciò che va evitato. Incontri continuamente forze di male e forze di bene. Del resto, le conosci già: esse vivono anche dentro di te. Nel mondo intero, bene e male si fronteggiano, schierati con le loro forze.
Tu non puoi far finta di niente. Sei ogni giorno invitato a prendere parte alla battaglia. Anzi, ti senti trascinato a forza nella mischia.
Da che parte ti schieri? Non ti succede che, mentre vorresti stare con le forze di bene, ti ritrovi tra quelle del male? Non ti accade di fare il male pur volendo il bene? E come riconoscere le forze di bene e quelle di male? Ti basta ascoltare la tua coscienza e quel che dicono i compagni di viaggio?
Ecco la seconda scelta o decisione: schierarti tra le forze di bene contro quelle del male. Ma chi ti aiuterà a far questo, se le forze di male sono così forti attorno e dentro di te?
È troppo facile denunciare le vittorie delle forze del male. Quando nel mondo d'oggi, così ricco, milioni di bambini muoiono di fame, come non sentire il peso di una sconfitta? Basta dare uno sguardo al giornale o alla Tv. Ma basta anche che ognuno dia uno sguardo al suo cuore.

Gesù vuole la felicità dell'uomo a nome di Dio

Cerchi compagni di viaggio? Te ne propongo uno, capace non solo di farti compagnia, ma anche di aiutarti a trovare la strada: Gesù di Nazaret. Fin da quando ha dodici anni e nel tempio discute con i saggi, sa cosa vuole, e a Maria e Giuseppe osserva: «Ma non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Quali sono queste cose del Padre?
Gesù ha nella mente e nel cuore un «progetto» da realizzare, ma dichiara che non è suo: è il «progetto di Dio». Gesù ha fatto molte cose nella vita, ma sempre alla luce della volontà di Colui che chiama «Padre».
Per capire il progetto di Gesù, estendi all'umanità intera quel che tu soffri: la ricerca della felicità contro la voglia di arrendersi, il ritrovarsi a scegliere tra il bene ed il male, al punto che non si sa più cosa è giusto fare o, pur sapendo cosa è bene, si fa il male. Gesù ha a cuore proprio questi problemi e ha un «progetto».
Provo a spiegarti, partendo dalla affermazione di Gesù: (Voglio che) «la mia gioia sia anche la vostra e la vostra gioia sia perfetta» (Gv 15, 19). Un grande santo, sant'Ireneo, traduceva queste parole dicendo che «Dio è felice quando l'uomo è felice e, a sua volta, l'uomo è felice quando è in 'comunione' con Dio».
Gesù è il volto visibile di Dio che prende a cuore la nostra felicità: vuole aiutare a trovarla. Niente lo rende più felice e niente rende più felice Dio che lo ha mandato. Ma raggiungere la felicità non è facile, costa troppo.
Il motivo lo vedi anche tu e Gesù lo conferma: l'uomo è attraversato da forze di vita e di morte. Esse sono presenti dentro l'uomo e lo circondano. Ognuno si trova in un grande campo di battaglia dove si fronteggiano le forze di bene e di male. Chi vincerà?.
C'è il rischio che le forze di male vincano e le forze di morte occupino l'intero campo di battaglia. Quando questo avviene, l'uomo uccide l'uomo, distrugge la natura e odia se stesso. In questo caso, addio felicità vera e profonda!
Gesù con tutta la sua vita, con le sue parole e con i miracoli, proclama che Dio, suo Padre, non guarda in modo indifferente a quanto succede sulla terra, ma ha a cuore che vincano le forze di vita e l'uomo realizzi così la sua felicità. Dio vuole l'uomo felice, ma di una felicità vera, che nasca dall'amore dell'uomo per l'uomo, in un mondo di pace e giustizia per tutti.
Solo in un mondo in cui ogni uomo viene amato e ha accesso ai beni necessari per vivere, c'è la felicità sognata da Dio e proclamata da Gesù.
A questa felicità si può dare un nome: la pace o «riconciliazione» tra uomo e uomo, tra uomo e natura, tra uomo e Dio creatore. Gesù la chiama il «regno di Dio» e la considera la sua impresa, anzi l'impresa di Dio.

La grande lotta e la vittoria di Gesù

Ma Dio non si limita a fare dei sogni. Facendosi uomo in Gesù, Dio è sceso direttamente sul campo di battaglia.
Ricordi come inizia la vita pubblica di Gesù?
Si reca per quaranta giorni e notti nel deserto e qui viene tentato: si trova a dover scegliere se schierarsi tra le forze di bene oppure far parte delle forze di morte. Sai anche che Gesù vince le tentazioni e rimane fedele a Dio e alle forze di bene.
La vittoria nel deserto delle tentazioni è annunzio di quella che ogni giorno Gesù realizza per le strade della Palestina, dove continuamente trova davanti a sé il bene e il male, e sceglie di schierarsi dalla parte del bene. Ne nasce la più grande battaglia della storia fra forze di bene e forze di male.
Gesù lotta contro ogni forma di male: contro le malattie facendo i miracoli, contro i prepotenti difendendo i poveri, contro i preti del tempo difendendo il vero Dio. Ma finisce per pagare il suo coraggio: le forze di male si organizzano e lo condannano a morte. E così Gesù muore sulla croce, abbandonato da tutti, anche dai suoi amici, quelli che aveva scelto ed amato e, almeno a prima vista, abbandonato anche di Dio.
È il momento più triste della storia del mondo e dell'uomo. Le forze di male sembrano vincere proprio contro l'uomo che con più coraggio le aveva combattute.
Con Gesù morto in croce sembra finire ogni speranza di vittoria del bene. Ma tu sai che, secondo i cristiani, non finisce così.
Accade qualcosa di sorprendente: per dono di Dio, Gesù risorge dalla morte. Non torna in vita, ma entra in una vita nuova ed insperata.
Se Gesù di Nazareth è risorto, non è vero che le forze di male e di morte abbiano vinto. Se Cristo è risorto, non è vero che l'uomo più uomo che ci sia stato al mondo sia stato sconfitto. Dio, invece, lo ha reso vittorioso contro le forze di morte.

Il segreto della felicità

Gesù vince per tutti noi. La sua morte e la sua risurrezione conquistano per tutti il segreto della felicità: la felicità è anzitutto un «dono» di Dio che si fa vicino ad ogni uomo della terra e gli regala forza, coraggio, energie per affrontare la vita; ma la felicità è un regalo di Dio che l'uomo fa suo solo lottando, sull'esempio di Gesù e di tutti quelli che, come lui, vi lottano con fantasia e coraggio contro le forze del male. L'uomo diventa felice collaborando con Dio e con gli altri a fare un mondo felice.
Provi fatica e sperimenti la lotta tra il bene ed il male. Sperimenti che, per raggiungere la terra della felicità, occorre stare ben svegli, agire con intelligenza e schierarsi dalla parte delle forze di bene.
Ma chi ti assicura che saprai lottare e vincere? Chi ti assicura che il bene trionferà nella tua vita e sarai felice di una felicità intima e indiscutibile? Ecco, Dio, vedendo le nostre sofferenze e lotte, ha mandato a noi Gesù per dare la svolta definitiva alla battaglia. Gesù fa vincere dentro di sé le forze di bene e lotta perché nel mondo intero avvenga altrettanto.
Messo a morte dalle forze del male, per dono di Dio risorge e dona ad ogni uomo le energie per far vincere il bene dentro e attorno a sé. Dopo di lui, diventa possibile anche a noi, anche a te.
Come usare alla tua età queste energie? In altre parole, verso «dove» puoi metterti in cammino, con le energie che Dio ti dona, tu, che stai lasciando il mondo della fanciullezza e ti avventuri nel mondo degli adolescenti?
Verso dove incamminarti, tu che, mentre progetti il tuo futuro, vuoi diventare uomo come Gesù lo è stato, amare come lui, pensare come lui, agire come lui, fare «sogni» come lui?

I SENTIERI DELLA FELICITÀ SEGUENDO GESÙ

Ti presento sei «sentieri» da percorrere in questi anni. Non sono per gente anziana o adulta, e neppure per giovani. Sono i sentieri che è chiamato a percorrere un ragazzo consapevole che Dio lo vuole felice e che cammina felice, seguendo i passi di Gesù. Sono i sentieri per diventare cristiano diventando pienamente ragazzo. Cosa ti attende quando essi volgeranno al termine? Ti attende l'adolescenza, un'età in cui, finito di emigrare, vorrai «tirar su casa» utilizzando i mattoni che pazientemente avrai preparato. Allora ti porrai altri interrogativi e sfide: la sfida di elaborare un progetto, un vero «progetto di vita», ispirato alla tua personalità e ai grandi «valori» predicati e vissuti da Gesù. L'età del progetto per te deve ancora venire. Per ora, se vuoi diventare un ragazzo cristiano pienamente felice, sei chiamato a percorrere questi sentieri.

Primo sentiero: accetta che stai cambiando

Il primo sentiero è accettare con entusiasmo che stai cambiando. Gesù ti ama e ti invita a seguirlo per raggiungere la tua felicità di uomo che anche Dio vuole per te.
Seguire Gesù di Nazaret è affrontare con coraggio e fiducia, vincendo le ansie e le paure, questo periodo della vita: ti stai staccando dalla tua fanciullezza e lanciando verso il mondo dei ragazzi e degli adolescenti. Diventare cristiano è vincere la tentazione di rimanere bambino e accettare che quanto ti succede è bello e affascinante, anche se comporta sofferenza, fatica, disagio.
Devi avere il coraggio e l'entusiasmo di cambiare, di fare cose nuove, cercare nuove amicizie, uscire di più da casa, stabilire un rapporto alla pari con gli amici e anche con gli adulti.
Non avere paura di tutto questo, ma va avanti con fiducia. Pronuncia un tuo «sì» entusiasta, ma non ingenuo, alla tua vita di adesso. Ma cosa vuol dire il «sì alla vita»?
Dire sì alla vita implica quattro azioni.
- Dici sì alla vita, anzitutto, se apprendi a conoscerti con cura e sai riconoscere i tuoi pregi e anche i difetti e limiti. Devi dire sì alla vita che è in te: se non ti conosci, come farai?
- Dici sì alla vita, poi, se hai il coraggio di fare «sogni» che ti permettano di andare oltre i tuoi difetti e quelli degli altri. Se non sai sognare un poco, non avrai entusiasmo, coraggio, passione per le cose nuove. Senza la fantasia, come puoi sognare la felicità per te e per tutti?
- Dici sì alla vita, inoltre, se paghi il prezzo di sofferenza necessario per realizzare i sogni. Sì alla vita è coraggio delle tue idee, passione per il lavoro e lo studio, fedeltà alle promesse e agli amici. Senza tutto questo i sogni non diventeranno mai realtà, felicità grande, che nasce dalle cose che fai e affonda le radici in Dio che vuole la tua felicità. Ti senti in compagnia di Gesù, uomo pienamente felice che, prima di morire, ai suoi amici dichiara: «Voglio che la mia gioia sia anche vostra, e la vostra gioia sia grande».

Secondo sentiero: buttati con gli amici nell'avventura

Il secondo sentiero per diventare cristiano è percorrere con gli amici l'avventura della vita.
Per Gesù il grande male da combattere è l'egoismo, un amore sbagliato per se stessi, che porta a pestare i piedi agli altri, fino a disprezzarli, a farli soffrire. Così gli altri diventano nemici. Agli altri si diventa indifferenti, anche se si cammina a fianco per anni. Per Gesù l'amore verso se stessi è inscindibile dall'amore verso gli altri, anzi il vero amore di sé è donarsi agli altri e provare in questo una grande gioia. Ma amare gli altri è una conquista, una vittoria contro le barriere del nostro egoismo e contro le difese che gli altri innalzano per paura. Occorre esercitarsi, e la palestra in cui farlo è il giro dei tuoi amici.
Diventare cristiano è metterti con i tuoi amici e lavorare insieme ad una impresa: cercare il «tesoro» che è nascosto nel profondo di ognuno di voi. Nessuno da solo può scavare e arrivare al proprio tesoro. Ognuno lo può fare solo se gli altri lo aiutano, e quindi se anche lui è di aiuto agli altri.
La sai la diversità tra inferno e paradiso, secondo i giapponesi? In entrambi i casi tutti mangiano con dei bastoncini così lunghi, che tenendoli con le mani, non riescono a raggiungere la propria bocca. La differenza è che, mentre all'inferno ognuno cerca inutilmente di mangiare da solo, in paradiso astutamente ognuno imbocca l'altro. Questo sentiero è un coraggioso «sì» alla compagnia degli amici, ben sapendo che essere amici fedeli e servizievoli, uniti e pazienti, richiede il coraggio di affrontare sacrifici anche grandi.
Se vuoi diventare cristiano, non venir mai meno all'amicizia, vista come il luogo in cui tu vinci il tuo egoismo per amare, in cui dai da mangiare e bere a Dio dando da mangiare e bere ad un amico, in cui cominci a toccare con mano che la gioia più grande è davvero dare se stessi per gli amici. Ma attento, si è davvero amici, come insegna Gesù, se ognuno aiuta l'altro a trovare il suo «tesoro», e dunque a conoscersi per davvero, ad essere contento delle proprie qualità positive, a sopportare i limiti e i difetti, a sentirsi sostenuto dagli altri nel fare il bene. Altrimenti l'amicizia non fa che moltiplicare l'egoismo di ognuno.
Vuoi essere cristiano e cercare Dio ed amarlo? Cerca gli amici e amali, sapendo che nel tuo «sì» agli amici c'è già un «sì» a quel Dio che si nasconde dentro ogni amico.

Terzo sentiero: diventa signore della tua vita

Il terzo sentiero è diventare padrone della tua vita. Sei in un'età in cui cominci a diventare geloso della tua vita e ami testardamente avere ragione e decidere tutto da solo. Bene, continua e non arrenderti! Può darsi che ogni tanto esageri e sbagli, ma quello che cerchi è davvero importante. Non smettere dunque.
Per diventare uomo, come Gesù, diventa tu il vero padrone della tua vita, il comandante della tua nave o pilota di aereo, come preferisci.
Quando sei nato, eri ancora una cosa sola con tua madre e subito ti hanno separato da lei. Tuttavia, in questi anni sei rimasto nel caldo del nido di casa e dell'affetto dei tuoi cari. Ragionavi come papà e pensavi come la mamma, a parte i piccoli bisticci. Ora senti che devi ragionare e decidere con la tua testa, ascoltando la tua coscienza. Sei padrone della tua vita, in realtà, solo quando ascolti la tua coscienza e le ubbidisci, consapevole che essa è per te «voce di Dio». Dio ti parla nell'intimo della tua coscienza, per sollecitarti a diventare felice facendo il bene.
Non confondere, però, la tua coscienza con il capriccio. La coscienza va aiutata, anzitutto, con il confronto tra te e Gesù. In ogni occasione, dopo aver individuato le diverse scelte, chiediti cosa sceglierebbe Gesù al tuo posto.
Non uscire, poi, dal sentiero dell'amicizia, con la scusa di ubbidire alla coscienza. Decidi quel che ti sembra giusto, ma non «contro» gli amici e quanti ti amano, bensì «con» gli amici e quanti senti importanti per te.
Pensa con la tua testa, ma confrontati lealmente con gli altri. Giudica con la tua testa, ma prima ascolta attentamente il parere degli altri. Progetta con la tua testa e decidi con la tua testa, ma lascia che gli altri ti espongano il loro punto di vista, le loro ragioni. Solo così pensi e decidi davvero con la tua testa e diventi padrone della tua vita.
Altrimenti, lo sai no?, è facile vendere o affittare la propria testa a qualcuno: alla Tv, ad un amico che conta, ad un insegnante abile. Si diventa amico-dipendenti, Tv-dipendenti, adulto-dipendenti.
Non diventare neppure schiavo delle cose tenendole per te stesso in modo egoista: tutto quel che esiste è fatto per essere regalato. Non sentirti padrone di niente, ma solo uno che riceve e fa regali. Se avrai il coraggio di diventare padrone della tua vita, quel Dio che ti ha creato diverso da ogni altro uomo e ti ha dato una testa e un cuore diverso da ogni altro, sarà felice di chiamarti per nome. Sarai diventato quello che Dio ha sognato prima che tu nascessi.

Quarto sentiero: scava i fatti in profondità

Il quarto sentiero è esercitarsi a vedere i fatti in profondità, fino a cogliere che in tutti Dio viene a te, e in tutto pronunci il tuo sì o il tuo no a Dio.
Un amico ti sta chiedendo un favore. Puoi pensare: «Ecco, un amico mi chiede un favore». Ma puoi anche pensare: «Ecco, attraverso questo amico, Dio mi chiede un favore». Nel primo caso ti fermi alla superficie delle cose, nel secondo scendi in profondità e diventi, come si dice, un «contemplativo» .
Senti in te una forte voglia di vivere. Puoi dire: «Ecco, io ho voglia di vivere». Oppure dire: «È bello: Dio mi dona le energie per vivere». Nel primo caso ti fermi alla superficie, nel secondo scendi in profondità e sei un contemplativo.
Hai offeso un amico. Ti dici: «Ecco, ho offeso un amico». È vero. Ma puoi anche dire: «Già, nell'offendere l'amico ha detto no a Dio che mi chiedeva di amarlo». Nel primo caso rimani in superficie, nel secondo scendi in profondità.
Diventare cristiano è esercitarsi a cogliere la parte profonda delle cose, dei fatti, delle persone. Questa parte profonda è Dio, il quale, stando a quel che ha detto Gesù, ha deciso di «nascondersi» dentro i fatti e le persone.
Ricorda quel che ha detto Gesù: «Chi accoglie questo bambino, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie Dio». E ancora: «Hai dato da mangiare a un povero? Bene, sappi che hai dato da mangiare a Dio».
Ecco allora il sentiero della contemplazione cristiana: vedere in tutto la presenza di Dio. Anche se un amico non è Dio. Dio infatti è diverso da ogni realtà umana, ma si nasconde «dentro» tutto.
Vivere i fatti di ogni giorno e gli incontri con le persone cercandovi Dio, è vivere da contemplativo. Non sei contemplativo anzitutto perché «dici» le preghiere ogni giorno, ma perché ogni giorno cerchi Dio nascosto in tutte le persone e azioni.
Cerca Dio nel volto di un amico o nel povero che tende la mano. Cerca Dio nella bellezza dei boschi e nell'orrore della fame nel mondo. Cerca Dio nell'amore di tuo padre e di tua madre. Cerca Dio nella tua decisione di fare spazio alle forze di vita, sconfiggendo in te e attorno le forze di morte.
Per «vivere contemplando» ci vuole «fede» o, se preferisci, «fantasia». La fantasia di Gesù che dice: «Ti ringrazio, o Padre, perché hai rivelato queste cose agli umili e non ai grandi della terra». La fantasia di Gesù quando afferma che offri da mangiare a Dio se sfami il povero o vai a trovare un anziano solo nel suo appartamento o all'ospizio. Hai la fantasia di Gesù?

Quinto sentiero: partecipa alla gioia di fare chiesa

Un quinto sentiero, se vuoi diventare cristiano, ti conduce a non aver paura di... uscire di chiesa da bambino ormai cresciuto (magari in punta di piedi, per non disturbare) per avere la gioia di rientrarvi da ragazzo (magari facendo un po' di caos in parrocchia). Forse non ora, ma entro poco tempo, ti annoierai di andare in chiesa e pregare, frequentare il catechismo («ma quando finisce?»), confessarti, parlare con il prete o la suora, partecipare alle riunioni di gruppo. Per molti versi hai ragione a essere stanco di tutto questo. Stai abbandonando la fanciullezza. È giusto lasciare quanto ti fa rimanere bambino, compreso l'andare a catechismo e a messa per paura di Dio o dei genitori, per abitudine o solo per uscire di casa e incontrare gli amici.
Non è un'attività religiosa da bambino ciò che Dio chiede a te. Ti incoraggia invece ad abbandonare la chiesa, se vieni trattato da bambino, per avere la possibilità (te lo auguro) di scoprire un nuovo modo di fare chiesa, in cui tu decidi di farne parte, andare a messa e fare gruppo, pregare e voler bene a Dio mettendoti a servizio degli altri.
Una cosa importante, però, va detta con chiarezza.
È difficile diventare e rimanere cristiani oggi, se non trovi il tempo per frequentare altri cristiani e «imparare in gruppo» ad essere felici come Dio si attende da te.
«Rientrare in chiesa» dopo esserne usciti da bambini è indispensabile per diventare cristiani, soprattutto alla tua età. Non lo diventi se non fai parte di un gruppo di ragazzi in parrocchia o all'oratorio, nell'Azione Cattolica o con gli Scout o altra associazione per ragazzi.
Non apprendi a dire «sì alla vita» come Gesù, nel chiuso della tua stanza, anche se è importante che trovi il tempo per stare da solo. Da solo non è neppure facile metterti a servizio degli altri, per incontrare Dio dove egli ha preferito nascondersi. È in gruppo che si apprende il servizio.
Il modo più sicuro e divertente per diventare cristiano è fare gruppo con quelli della tua età. Ma far parte di un gruppo, pur essendo bello e appassionante, richiede di pagare un prezzo. Sei disposto?

Sesto sentiero: confrontati con Dio e con Gesù

Un ultimo sentiero da percorrere abbandonare la preghiera da bambino per imparare a pregare in modo nuovo.
Da bambino forse pregavi perché era un obbligo e avevi paura a non farlo. Forse te lo imponevano i tuoi genitori. Al catechismo avevano insegnato così. Pregavi soprattutto quando avevi bisogno di un favore (magari per un compito e o per un amico ammalato) e pregavi dicendo le parole che ti avevano insegnato.
Preghi ancora? Non lo so. Però ti posso dire una cosa: fra qualche anno o mese non pregherai più, se non ti inventi un nuovo modo di pregare. Un modo in cui, anzitutto, preghi perché è bello (anche se faticoso) pregare. Non si prega per dovere, ma perché c'è gusto e perché si vuole incontrare qualcuno.
Cerca un modo di pregare in cui non ti limiti a dire le preghiere o a fare la tua telefonata a Dio (parlando sempre tu) per chiedere favori. Prega, invece, raccontando a Dio la tua giornata, quel che ti fa gioire e soffrire. Chiedi aiuto, ma soprattutto di imparare a vedere le cose come Gesù, giudicare i fatti come Gesù, amare gli altri come Gesù. Fa' il confronto tra la tua vita e quella di Gesù, per ritrovare quella gioia di vivere che Gesù ti propone e ti affida.
Non ti basteranno più le preghiere tradizionali (come dimenticare, tuttavia, il «Padre nostro» e l'«Ave Maria»?). Discuti, parla, invoca, ringrazia, racconta e chiedi perdono, ma con tue parole, magari semplici. Dio non aspetta preghiere lunghe e noiose o preghiere troppo poetiche in cui fai più attenzione a quel che dici che a lui. La preghiera più bella è quella in cui ripeti a Dio che vuoi davvero amare la vita come Gesù. Ora, a dire questo, non ci vuole molto.
Prega nel chiuso della tua stanza (come raccomanda Gesù), ma anche con gli amici del gruppo e (perché no?) in famiglia, la sera, soprattutto al sabato e nei grandi periodi di Avvento e di Quaresima.
Prega con gli altri alla domenica nella celebrazione della «cena del Signore»: abbi il coraggio di dire «grazie» per le cose buone che Dio ti offre e per le energie che Gesù ha conquistato per te, affinché possa vincere contro le forze del male.
E prega prendendo parte alla festa del perdono, senza vergognarti dei tuoi peccati. Abbi il coraggio e la gioia di buttarti, come il figlio prodigo, ai piedi del Padre e sentirai rinascere la festa dentro il tuo cuore e energie nuove per affrontare la vita.
Se pregherai così, non sentirai più la preghiera come un obbligo, un peso, una noia. Pregare, anche se faticoso e impegnativo (ma c'è qualcosa al mondo di bello che non costi fatica?), ti aiuterà a far crescere in te e negli altri la gioia di vivere.

 

3. Il peccato e la festa del perdono

Non basta aver da percorrere alcuni «sentieri» per fare il bene e toccare con mano la felicità.
Man mano che percorri i vari sentieri vedi vincere, attorno a te e dentro di te, le forze di male e di morte.
Capita a te, ai tuoi amici, ai tuoi genitori, a tutti, di fare il male anche quando si vorrebbe fare il bene. Ogni giorno si commettono errori, piccoli o grandi che siano.
Ogni giorno si commettono ingiustizie, si tradisce e si uccide l'uomo, si distrugge la natura, si lasciano morire di fame i bambini, si vendono armi e si fa la guerra.

PERCHÉ PARLARE Dl PECCATO?

Tutto questo sono gli errori dell'uomo, i suoi sbagli, i suoi delitti.
Tutto questo - per il cristiano - sono «i peccati dell'uomo».
È raro oggi sentire parlare di peccato. Si preferisce parlare appunto di sbagli, errori, delitti, come ho appena fatto.
Ma al cristiano questo non basta.
Egli parla di peccato.
Cosa è il peccato? Te lo dico con una frase e poi ti spiego: peccato è lasciar vincere, dentro e attorno a te, le forze di morte e di odio, sapendo che per questo anche Dio ci soffre: egli che vuole la felicità dell'uomo e che in Gesù, per tale felicità, ha lottato fino alla morte.

Il rifiuto di lavorare per il grande «sogno» di Dio e dell'uomo

Ricordi la parabola del figlio che si allontana dal padre, raccontata da Gesù? Il figlio compie un peccato nel momento in cui abbandona non solo il padre come persona, ma i suoi progetti, l'«impresa» a cui padre e figli lavorano, sognando felicità per tutti. Questo padre è Dio, e la sua impresa è rendere felice ogni uomo. Il peccato non è solo rifiuto di Dio e del suo amore, ma anche la scelta di non lavorare più alla sua impresa. A questa impresa il vangelo dà un nome: «il regno di Dio».
È l'impresa iniziata da Gesù a nome del Padre. Per condurla avanti egli ha affrontato ogni difficoltà e la stessa morte. Nella risurrezione il Padre ha donato a Gesù e, attraverso di lui, a tutti noi, la forza per portarla a termine. Ogni uomo è chiamato a lavorare a questa impresa. In qualunque angolo della terra egli si trovi e a qualunque razza o religione appartenga. Ma i cristiani vi sono chiamati a titolo particolare, consapevoli appunto della lotta e della vittoria di Gesù.
Peccato è rifiutare di lavorare a fare del mondo il regno di Dio: un mondo di pace e di giustizia, di pane e amicizia per tutti, un mondo felice.
Cosa è peccato viene spiegato in modo ancora più chiaro in un'altra pagina di vangelo, il racconto del giudizio universale, quando il grande giudice raccoglie tutti gli uomini del mondo per giudicarli e separa i buoni dai cattivi.
Ricorda quello che il giudice rimprovera ai cattivi: «Andate all'inferno, perché non mi avete dato da mangiare, non siete venuti a trovarmi in carcere, non mi avete consolato...». Ricorda la replica dei cattivi: «Ma come, Signore, lo sai bene che se ti avessimo visto, ti avremmo dato da mangiare... Ci mancherebbe altro ! ». Ricorda infine la dura conclusione di Gesù: «Quando non avete dato da mangiare al povero, non avete dato da mangiare a me!».
Anche i buoni si meravigliano di essere invitati dal giudice a entrare nella sua casa, anche se non lo hanno mai visto. Anche a loro risponde: «Quando avete dato da mangiare a un povero, voi l'avete fatto a me, anche se non lo sapevate, anche se non ci pensavate».

Il volto del peccato

Le due pagine del vangelo chiariscono il vero volto del peccato.
Chiariscono, anzitutto, cosa è peccato. L'uomo fa peccato, fa soffrire Dio, quando non dà da mangiare a chi ha fame, non consola chi è triste, non assiste chi è ammalato. Nel tuo piccolo mondo, peccato è disprezzare e prendere in giro un ragazzo della tua età, perché magari è più povero, meno bravo a scuola o anche soltanto un poco noioso.
Il peccato è la rottura del legame tra te e questo ragazzo, in quanto il sogno di Dio e di Gesù è che ci sia «comunione» fra te e ogni compagno. Allo stesso modo, ed in forma ben più grave, fa peccato un uomo che uccide un altro uomo, togliendogli la vita, perché Dio vuole che gli uomini vivano invece dandosi la vita l'un l'altro. Il peccato è la rottura del legame tra due uomini, in quanto fa soffrire Dio e non realizza il suo progetto di pace e felicità.
Il peccato non è mai una scelta solo personale. Secondo Gesù il mondo è campo di una grande battaglia fra forze del bene e forze del male, ed ognuno vi è coinvolto. Ognuno è così influenzato dal bene o dal male che fanno gli altri, al punto che è difficile scoprire le colpe dei singoli. Nel commettere un peccato ognuno dà una mano a far vincere le forze di male. Il peccato di uno influisce su tutti, indebolendo il coraggio di lottare. Il peccato è una dura realtà per ogni uomo. «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», afferma Gesù davanti a quanti vogliono lapidare una donna che pure aveva commesso un grave peccato. A suo parere, tutti gli uomini sono peccatori, nessuno escluso. In altre parole, tutti, almeno in certi momenti, cedono alle forze di male.
Gesù è buono e tenero con tutti, soprattutto con coloro che sbagliano e riconoscono di essere peccatori, e con il loro modo di fare distruggono se stessi, l'amicizia con gli altri.
Per Gesù, un uomo, quando riconosce di essere peccatore, è già sulla buona strada.

GESÙ INAUGURA LA FESTA DEL PERDONO

Gesù non si limita a rimproverare all'uomo il suo peccato: egli inventa e inaugura la festa del perdono.
Ripensa, per un attimo, ad un racconto molto bello del vangelo, l'incontro tra Gesù e Zaccheo. Ti aiuterà a comprendere cosa c'entra Gesù con il peccato e come la vittoria sul peccato abbia origine da un momento di festa.
Forse non ricordi chi era Zaccheo. Faceva lo strozzino, cioè prestava soldi a chi ne aveva bisogno facendogli pagare interessi tali che lo rovinavano per sempre.
Dunque Zaccheo era un poco di buono. Ma neppure lui Dio aveva abbandonato alle forze del male. E così, un giorno, sentendo dire che stava passando Gesù, Zaccheo sente un'improvvisa curiosità e non riesce a controllarla. Poteva starsene a casa a contare i soldi e guadagnarne altri, ed invece sospende il lavoro e va incontro a Gesù. Era piccolo di statura e poi c'era una siepe di persone. Impossibile vedere Gesù. Non gli resta che salire su un albero, un sicomoro. Cosa cerca Zaccheo su quell'albero, mentre si rende ridicolo agli occhi dei suoi compaesani («Guarda un po' dove s'è messo! Forse ha intenzione di farsi notare e fare un prestito anche a Gesù!»), se non un poco di felicità?
Ed ecco Gesù, attorniato da una grande folla, si avvicina e improvvisamente si ferma, guarda quell'omino appollaiato sulla pianta e, ben sapendo a chi rivolge la parola, esclama: «Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
Come va a finire lo sai già. Zaccheo si lascia scendere velocemente dalla pianta, si fa strada fra la gente e si butta davanti a Gesù. Non capisce più nulla, o forse - finalmente - ha capito tutto della vita e in un solo fiato soggiunge: «Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri, e se ho rubato a qualcuno gli rendo quello che gli ho preso quattro volte tanto».
Pensa bene a quel che succede. Fino a poco prima Zaccheo aveva cercato la felicità, e credeva di averla trovata nell'ammucchiare soldi a spese dei poveri (il trionfo delle forze del male). Poi improvvisamente, provocato dalla vicinanza di Gesù, si sente deluso dai soldi e finisce su una pianta alla ricerca di qualcosa di nuovo nella sua vita (desiderio di far vincere il bene). Infine, amato da Gesù al punto che decide di fermarsi a casa sua, amato da Gesù così come è, sente che la sua felicità è così grande, che ha il coraggio di fare un gesto che gli distrugge le finanze! Ecco, Zaccheo ha finalmente fatto vincere le forze di bene dentro di sé e attorno a sé: ha vinto il peccato.

Una festa che e dono di Dio e impegno dell'uomo

Questo racconto evangelico ha due insegnamenti per noi.
Il principale è che la vittoria sul peccato e sulle forze del male è contemporaneamente «dono di Dio» attraverso Gesù e «impegno dell'uomo». Questo è il vero segreto della felicità che Gesù è venuto a portarci. Quando un uomo sente nausea del male e nostalgia del bene, è dono di Dio. Quando sente il bisogno di dare una svolta alla sua vita e dedicarsi al bene, è dono di Dio. Quando il cuore di chi ha sbagliato si riempie di festa e di felicità, è dono di Dio. Ma contemporaneamente tutto questo è impegno dell'uomo, frutto della sua libertà e lavoro. Dio ammira la buona volontà dell'uomo e gli offre la felicità che nasce dal «collaborare» insieme contro le forze del male.
Il secondo insegnamento è l'indicazione delle tappe di quello che d'ora in poi chiamiamo «cammino di riconciliazione». Il dono di Dio e l'impegno dell'uomo portano ad una decisione: convertirsi, cambiare strada e vita.
Ma la conversione non è anzitutto ritorno a Dio, quanto «restituzione» di quanto dobbiamo agli altri e inizio di una vita dove non vale più la legge dell'interesse e del guadagno, ma la legge del dono e della condivisione dei beni.
Solo a questo punto l'uomo si sente inondato pienamente da quella felicità che pure lo ha già conquistato quando, nel suo peccato, percepisce di essere gratuitamente amato da Dio.

IL CAMMINO VERSO LA RICONCILIAZIONE

Come uscire dal peccato?
Verrebbe voglia di dire: chiedendo perdono a Dio. Non è questo il parere di Gesù, come abbiamo visto.
Uscire del peccato è invece «collaborare» con Dio che perdona il peccatore e gli offre le forze per ri-conciliarsi con il fratello che si è offeso o al quale si è negato il pane o l'amore.
Ecco una parola centrale nelle nostre riflessioni: ri-conciliazione. In latino vuol dire: «ri-chiamarsi», chiamarsi nuovamente per nome. Dopo aver bisticciato e essersi separati, riconciliarsi è tornare verso l'altro, incontrarsi e chiamarsi nuovamente per nome mentre ci si abbraccia e si fa pace.
Non pensare però alla riconciliazione soltanto come far pace tra amici. La riconciliazione abbraccia anche i grandi peccati del mondo, come la fame e la guerra, l'odio tra popoli e razze, la distruzione della natura e l'inquinamento della terra e del cielo, l'oppressione di interi popoli e le tante forme di schiavitù.
La riconciliazione, come vedi, è la risposta a quei fatti in cui le forze del male hanno sconfitto quelle di bene, seminando odio, morte, sofferenza, infelicità.
Ma la riconciliazione non è solo far trionfare la giustizia e fare pace tra noi. Alla radice della riconciliazione sta Dio che, attraverso Gesù, chiama per nome il peccatore: «Zaccheo, scendi in fretta perché devo fermarmi a casa tua». Commossi da questo gesto anche noi «chiamiamo» Dio per nome, riconoscendo che ci ama e perdona, ma soprattutto obbedendo al suo invito a riconciliarci tra noi per renderlo felice. Cosa comporta riconciliarsi?
La riconciliazione cristiana può essere raccolta attorno a tre azioni principali:
- fare la riconciliazione attraverso gesti concreti;
- contemplare la riconciliazione con lo sguardo e il cuore di Dio;
- celebrare la riconciliazione nella «festa del perdono».
Solo l'insieme di queste tre azioni è la riconciliazione cristiana, quella che anche tu sei chiamato a vivere, quando la tua coscienza ti rimprovera di essere peccatore.

Fare la riconciliazione

Mi permetto di spiegarti il «fare la riconciliazione», ricorrendo ad un esempio di vita familiare.
Immagina che bisticcino papà e mamma. Può capitare, no? Per comprendere la gravità del fatto, richiama alla memoria il patto di amore che papà e mamma hanno firmato. Da anni hanno deciso di amarsi, cioè volersi bene e aiutarsi «nella buona e nella cattiva sorte», affinché ognuno dei due sia felice.
Ora bisticciare è rompere questo patto di amore, o per lo meno metterlo in crisi. Siamo in una situazione di male, di sofferenza, di infelicità per entrambi, e non solo per loro.
La loro riconciliazione comincia quando, dopo essersi allontanati, si fermano, prendono coscienza di aver tradito (magari per una stupidaggine!) il loro patto di amore e decidono di ritornare l'uno verso l'altro. Questa è la conversione: un sentimento profondo che spinge a cambiare senso di marcia.
Il ritorno inizia così con una conversione di direzione del cammino ed è un momento delicato e faticoso, ma insieme appassionante. Pensa a quanto succede in famiglia dopo una litigata. Non basta la buona volontà. Uno può capire che ha sbagliato e ha torto marcio, ma non per questo si muove. Ci vuol del coraggio a riconoscere i propri torti e a essere disposti a cambiare, a lasciarsi perdonare.
Di qui inizia il cammino verso la riconciliazione, che è il punto di arrivo del cammino.
Riconciliarsi è sorridersi e non aver paura o vergogna di chiamarsi nuovamente per nome in modo affettuoso. Ma perché questo sia possibile, non basta dire: «Dimentichiamo il passato!». No, molte volte si bisticcia e litiga per cose serie. Riconciliarsi non è dimenticare i motivi dei conflitti, ma cercare insieme una via d'uscita che sia giusta, rispettosa dei diritti degli uni e degli altri.
Non sempre questa ricerca della giustizia è tutto: nel litigare ognuno dei due fa una brutta esperienza: proprio lei che è innamorata di quell'uomo, lo offende; proprio lui che la ama, la fa piangere. Ecco un dramma: voler fare il bene e invece fare il male. Non basta cercare come uscirne. È in gioco qualcosa di più grande: il perdono, come aiuto all'altro per sconfiggere le forze del male. Il perdono tra uomo e donna quando ancora si è lontani l'uno dall'altro, scioglie dalle funi del male, dalle quali da soli non si riesce a liberarsi, e restituisce alle forze del bene.
C'è un ultimo momento da sottolineare, quello della festa, quando si fanno un sorriso e una risata o commossi si abbracciano e dicono: «Che stupidi siamo stati a rovinare così il nostro progetto di amore!». È il momento degli abbracci e dei baci, delle carezze e degli sguardi di profonda tenerezza, dei nomi pronunciati con rinnovato amore. È il momento in cui, con coraggio e simpatia, raccontare ai figli quanto è successo, perché ne gioiscano e apprendano a riconciliarsi. Se poi le cose sono state gravi davvero, ci vuol un bel pranzo e un regalino.
L'esempio permette di chiarire cosa è «fare» la riconciliazione. Essa è una attività complessa, un vero cammino, che include le seguenti «tappe»:
- la presenza di un «patto d'amore» e di un progetto di felicità;
- la rottura del patto e la sofferenza che ne deriva
- la presa di coscienza del proprio sbaglio e la decisione di convertirsi, cioè di tornare verso l'altro;
- il cammino verso la riconciliazione, cioè l'impegno per eliminare le cause di conflitto e ristabilire la giustizia e la pace;
- il perdono reciproco che libera dalle catene del peccato e offre le energie per ristabilire la giustizia;
- la festa finale con l'abbraccio di riconciliazione e il racconto del cammino percorso.

Contemplare la riconciliazione

La riconciliazione è compito di ogni uomo sulla terra. In ogni angolo del mondo, l'uomo e la donna si riconciliano percorrendo il cammino descritto.
Questo cammino, ovviamente, è anche il cammino percorso dai cristiani per «fare» la riconciliazione.
Ma i cristiani non sono chiamati solo a fare la riconciliazione. Essi sono chiamati a contemplare il cammino verso la riconciliazione e a celebrare la «festa del perdono».
Il cristiano sente la gioia di vivere da contemplativo il cammino verso la riconciliazione.
Il contemplativo, di fronte ad un fatto, non si accontenta di vederlo in superficie, ma vuol comprenderlo nella sua profondità, sapendo che in tutto è coinvolto quel Dio che si è fatto uomo in Gesù per partecipare da vicino alle vicende umane. Il cristiano pertanto, mentre lavora alla riconciliazione, prova a vedere quanto succede con gli occhi e il cuore di Dio. Per così dire, vuol vedere dall'alto seduto a fianco di Gesù che gli racconta la verità umana intima di quanto succede. Da lì, infatti, si vede bene quanto la confusione della vita quotidiana molte volte fa sfuggire.
Cosa contempla il cristiano, mentre percorre il cammino verso la riconciliazione?
Contempla, anzitutto, che davvero un mondo riconciliato, un mondo di pace e di felicità, è possibile: non perché Dio lo comanda, ma perché Dio lo desidera e in Gesù lo ha reso effettivamente possibile.
Il cristiano crede che nel mondo si sta realizzando, per dono di Dio e impegno della buona volontà dell'uomo il regno di Dio. L'umanità vive dentro un grande «patto di amore» tra Dio e l'uomo: Dio si impegna a rendere l'uomo felice e gli dona la forza per realizzare la felicità; l'uomo si impegna a collaborare in questa impresa.
Il cristiano è contemplativo, poi, quando riesce a comprendere che ogni rottura di comunione dell'uomo con se stesso, con il fratello o con la natura e con la comunità, tradisce la felicità dell'uomo, mentre fa soffrire indirettamente ma intimamente Dio. Egli vede nel tradimento verso l'amico un «peccato» verso Dio.
Il cristiano riconosce il bene nel mondo, ma non si nasconde la presenza dura del peccato. Pertanto, mentre soffre con gli altri uomini per le situazioni di ingiustizia, soffre anche perché queste tradiscono il «sogno» di Dio e rendono viva la morte di Gesù e la sua risurrezione.
Contemplare è vedere nel mondo la grande battaglia tra forze di bene e di male, sentirsi personalmente coinvolti nella battaglia, soffrire perché la vittoria del male rende infelice l'uomo.
Ma per il cristiano la vittoria del male non è l'ultima parola. Anche nel peccato, e nella sofferenza che esso comporta, rimane una gioia intima: Dio pone nel cuore dell'uomo una grande nostalgia di bene e gli offre le energie per ribellarsi alle forze del male. Dove è il peccato, proprio lì Dio vuole sfondare, non appena l'uomo lascia un varco per penetrarvi, e riprendere la lotta e vincere. Dio bussa alla porta e vuole entrare per convertire il cuore nella direzione del fratello.
Contemplare è scoprire che il perdono è offerto gratuitamente, fin dal momento del peccato: Dio perdona prima di chiedergli perdono. Fa questo inondando il peccatore di un amore grande che lo sconvolge. Non gli rimprovera il peccato, ma riscalda il suo cuore perché rinasca l'amore. Dio non impone; semplicemente perdona e lo fa capire all'uomo, ad ogni uomo.
Contemplare è non sentirsi solo nel cammino verso la riconciliazione. Il cristiano ha a disposizione le energie che Dio gli concede, la luce e il coraggio che vengono dalla vita di Gesù e dalle sue parole, la solidarietà degli altri cristiani, la forza della festa del perdono.
Riconciliarsi con il fratello, diventa luogo di intensa comunione con Dio. Di qui il lento lavoro di ricostruzione del tessuto di rapporti. Ciò avviene lentamente, con pazienza. È frutto di fantasia, intelligenza, coraggio, resistenza alla fatica.
Il credente, infine, vive come dono di Dio il momento dell'abbraccio con l'altro, della ritrovata pace con se stesso, della nuova armonia con la natura, della gioia di pregare con altri nella comunità.
Quando si comincia a godere la gioia di essere riconciliati, si vive un'esperienza di intima comunione con Dio. L'esperienza accumulata rende il cristiano ancora più consapevole della sua missione: essere nel nome di Gesù operatore di pace, uomo della riconciliazione.

Celebrare la riconciliazione

Ma il cristiano non si sente soddisfatto quando ha fatto questo. Egli sente il bisogno di rivivere tutto nella «festa del perdono».
Ma cosa vuol dire «celebrare» la festa del perdono?
Te lo spiego, chiarendo prima cosa vuol dire celebrare un compleanno e celebrare la «cena del Signore».

La celebrazione di un compleanno.
Pensa ad una festa di compleanno. Ci si ritrova in tanti, a casa del festeggiato o in altro luogo allegro e simpatico. Si è su di giri, almeno per un momento, convinti che la vita è bella e c'è gusto a viverla.
Non c'è celebrazione di compleanno senza allegria, ottimismo, affermazione della voglia di vivere.
La voglia di vivere viene colta nel clima che si crea tra le persone e, più da vicino, nella solidarietà affettuosa verso il festeggiato.
Si parla di lui e si raccontano gli episodi divertenti e simpatici della sua vita. Con un chiaro obiettivo: confessargli che si è felici che sia al mondo. Gli si augura ogni bene.
Ma non ci si limita ai canti e alle parole che, mentre fanno esistere il festeggiato, confermano ad ognuno che la vita è bella e va vissuta con entusiasmo. È arrivato, infatti, il momento dei regali, del rito delle candeline e della torta mangiata insieme, dei giochi e dei balli. Tutti gesti che esprimono quella gioia intima che le parole non bastano a dire.
La festa volge al termine e forse si è stanchi. Stanchi ma contenti: stare insieme e fare festa ha ridato entusiasmo di vivere, incoraggiato tutti (non solo il festeggiato) a non arrendersi, ha rinsaldato l'amicizia e la decisione di continuare insieme la strada. Insomma, da una riuscita festa di compleanno si esce trasformati, con maggiori energie per vivere.

La celebrazione della «cena del Signore».
La messa o «cena del Signore» è la più importante celebrazione cristiana. Può essere descritta alla luce della festa di compleanno.
Ci ritroviamo in tanti alla domenica, provenendo dalle diverse famiglie, dentro una chiesa. Ci sono grandi e piccoli, uomini e donne, ricchi e poveri. Ci ritroviamo insieme e siamo contenti di esserci, di stare gli uni con gli altri.
Il volto della gente dice pace e serenità, nonostante le immaginabili preoccupazioni. Infatti, ancora una volta, ci disponiamo a ripetere una piccola ma impegnativa frase: «Sì alla vita, perché Cristo è risorto». Per questo cantiamo e ci accogliamo.
Leggiamo la vita di Gesù, ma insieme raccontiamo qualcosa della nostra. Continuamente la nostra vita si intreccia con quella di Gesù. Gesù infatti rende possibile a noi realizzare quel sogno che chiamava il regno di Dio, e per il quale ha lottato fino alla morte: rendere ogni uomo felice.
Questo sogno lo stiamo vivendo ogni giorno e ci riuniamo per ringraziare insieme Dio. Le parole non bastano e sentiamo il bisogno di ripetere l'ultima cena di Gesù con i discepoli, per cibarci del pane di Gesù.
Mangiando e bevendo insieme il corpo e sangue di Gesù, esprimiamo con un gesto quel che non si può dire a parole: la morte di Gesù, vittorioso sulle forze di male e sulla morte, ci dona di fare pace e vivere «conciliati» tra noi, e ci fa ritrovare ogni giorno il coraggio di regalare agli altri un poco di pace e felicità.
Dalla celebrazione della «cena del Signore» ognuno esce trasformato: le energie dello Spirito sono scese nuovamente tra noi, e ora si ritorna alle vicende quotidiane con più coraggio ed entusiasmo, con un coraggio ed entusiasmo che sono dono gratuito di Dio.

La celebrazione della festa del perdono.
La celebrazione della riconciliazione, o festa del perdono, è simile alla messa. Molte preghiere e gesti si ripetono, ma soprattutto, in tutte e due le celebrazioni, si esalta Dio Padre per quanto Gesù, suo Figlio, ha fatto per noi una volta per sempre, e per quanto lo Spirito continua a fare anche oggi.
La diversità essenziale, espressa dai diversi gesti, è l'attenzione, per ricorrere ad una immagine evangelica, ai «frutti buoni» o ai «frutti cattivi».
Nella messa l'attenzione si volge ai «frutti buoni» che produciamo, per dono di Dio e nostro impegno. Consapevoli di tali frutti ci lanciamo nel grande canto di grazie (eucaristia) a Dio e a Gesù, che nella sua morte ci ha reso capaci di fare il bene.
Nella festa del perdono l'attenzione si volge ai «frutti cattivi» della nostra vita, e ci si butta ai piedi di Dio nell'invocare perdono, perché si è resa vana la vittoria di Gesù sul male e si sono sprecati i doni dello Spirito per fare il bene.
Ma la celebrazione del perdono non termina in modo triste. Dio, infatti, gratuitamente ci perdona e ci restituisce la gioia di vivere. Anche la richiesta di perdono diventa una festa, non un momento triste. Essa termina con un grande «grazie».
Quando ci presentiamo alla festa del perdono, siamo già in cammino verso la riconciliazione.
La viviamo come ad una sosta che ristora e dà forza.

I momenti della festa

- L'inizio della celebrazione è discreto, senza troppo chiasso e rumore. Come potrebbe essere altrimenti per gente che è affaticata e sa di aver sbagliato? Eppure siamo profondamente sereni e fiduciosi. Ci salutiamo e cantiamo per esprimere questa serenità e fiduciosa attesa del perdono.
Siamo in tanti: piccoli e grandi, uomini e donne, giovani e vecchi. È rappresentata tutta la comunità cristiana. Del resto non chiediamo perdono solo dei peccati personali, ma anche di quelli compiuti insieme. Oltre che con Dio, inoltre, vogliamo far pace tra noi, per incoraggiare ognuno ad amare la vita come Gesù e unirci nel costruire quel mondo riconciliato che Dio da sempre ha sognato. Vogliamo il perdono per essere una famiglia e esaltare insieme la misericordia di Dio.

- Ci immergiamo subito nel grande racconto delle meraviglie che Dio ha operato per noi in Gesù. La storia di come Dio si sia mosso a compassione e abbia mandato Gesù. Di come Gesù abbia affrontato la morte per darci il coraggio di lottare contro le forze di morte.
Nel raccontare di Gesù raccontiamo la nostra vita. Le parole del sacerdote ci fanno comprendere che siamo noi quelli che Gesù aiuta a passare dall'odio all'amore, dal peccato alla vita. Lo sperimentiamo ogni giorno: Dio ci spinge a passare dalla dis-unione alla ri-unione.
Si racconta di Gesù e di noi per esaltare Dio. Tutto questo ci spinge a una solenne «confessione di fede» nel Dio che perdona.

- Ora si compie il rito della riconciliazione. Dopo aver invocato insieme il perdono («Confesso a Dio onnipotente a e a voi, fratelli, che ho molto peccato»), ognuno, con la massima libertà, si alza e va dal sacerdote per testimoniare a tutti che è un peccatore e Dio lo ama. Il gesto richiama l'incontro tra Gesù e Zaccheo, tra Gesù e tutte le persone a cui ha perdonato.
La premura, l'affetto, il rispetto, la delicatezza del sacerdote sono segno della premura di Gesù e di Dio per noi. Il gesto non è fatto solo di parole: è costituito anche dall'accoglienza benevola tra noi e il sacerdote.
Ognuno confessa quanto Dio gli vuole bene e invoca che, quel perdono sperimentato giorno per giorno, ora lo avvolga completamente, lo rigeneri, lo restituisca a un coraggio ancora più grande per «fare» la riconciliazione.
Come al padre del figlio prodigo, al sacerdote non importa sentire i peccati, ma a lui sta a cuore rassicurarti del perdono di Dio, perciò nel suo nome ti abbraccia e ti dice: «Basta, non pensarci più». Ecco allora che impone le mani e perdona a nome di Dio e della chiesa tutta.
Il perdono lo chiamiamo assoluzione: «Io ti assolvo dai tuoi peccati», dice il sacerdote. Indica lo scioglimento dei legami di male che ti tengono stretto e che impediscono di fare il bene. L'assoluzione spezza queste catene e libera le energie di bene.

- A questo punto della celebrazione ci diamo alla festa e alla gioia, al canto di grazie. Siamo certi del perdono di Dio. Siamo pronti ad impegnarci ancora di più nel fare riconciliazione.
Per questo sentiamo esplodere il bisogno di fare festa. Davvero siamo «creature nuove», anche se la novità è ancora un piccolo seme che gratuitamente ci viene affidato per farlo crescere. Davvero siamo perdonati e rigenerati all'impegno di riconciliazione.
Esprimiamo questo nel canto, nella preghiera di ringraziamento, in un crescente clima di festa, nell'abbraccio degli uni agli altri, nell'augurio che la pace che Dio ha posto in noi vi rimanga sempre.

- Ci avviamo poi alla conclusione. Il sacerdote invita a pensare al futuro, a progettare il dopo. L'assoluzione riconosce che siamo in cammino, ma non indica i sentieri da percorrere. Li cerchiamo insieme e ci ripromettiamo di ritrovarci in altre occasioni (magari divisi a gruppi) per tracciarli in modo più preciso.
A «ricordo» della festa, a volte ci viene consegnato un oggetto simbolico (con un disegno, una preghiera, uno slogan).
In ogni caso ci impegniamo ad un gesto simbolico (andare a trovare un ammalato, fare un momento di preghiera personale, imporci qualche rinuncia, leggere qualche pagina di vangelo) che ci ricordi, nei giorni successivi, gli impegni «firmati» nella festa del perdono.


4. La preparazione della festa del perdono

Prima della festa c'è il cammino verso la riconciliazione. Esso può iniziare in modi molto diversi. A volte sei tu che decidi, e allora ti avvii ad una celebrazione personale. Altre volte è la comunità cristiana che, attraverso il sacerdote e gli animatori, invita te e i tuoi amici a prendere parte ad un cammino di riconciliazione.
Le occasioni non mancano: l'avvicinarsi di una grande festa come Natale e Pasqua; un clima di disimpegno nel gruppo; fatti sociali che fanno prendere coscienza di situazioni di cui ci sentiamo responsabili anche noi.
La festa viene preparata con cura e fantasia. Si fanno circolare gli inviti, con dei fogli e a voce. Se ne parla per tempo alla messa della domenica. All'oratorio vengono messi dei grandi cartelloni di richiamo.
La preparazione segna un periodo di intensa attività in cui tutti vengono coinvolti ed hanno un ruolo. Altrimenti che festa è?
La festa del perdono non è che una delle tappe di un lungo cammino. Eccole in sintesi:
- la conversione e l'inizio del cammino;
- la preghiera e la meditazione del vangelo;
- l'esame di coscienza e il confronto con gli altri;
- il progetto di riconciliazione e la sua realizzazione;
- la festa del perdono e la ripresa del cammino.

LA CONVERSIONE E L'INIZIO DEL CAMMINO

All'inizio, sia che altri ti invitino, sia che la coscienza ti solleciti a ricevere il perdono, c'è sempre la «decisione» di metterti in cammino verso la riconciliazione. Dietro a tutto ci sta un suggerimento interiore dello Spirito che ti offre di convertirti nel profondo del cuore, e ti spinge ad esprimere la conversione del cuore iniziando un cammino verso la riconciliazione.

La conversione.
La conversione la vivi quando cominci a prendere coscienza (e «soffrire») del tuo egoismo, del disimpegno nel gruppo e a scuola, della tua indifferenza verso chi soffre.
Non è che lo Spirito Santo ti venga direttamente a sgridare. Se hai commesso qualche peccato, è la tua coscienza che ti rimprovera, se la ascolti con calma. Di fronte ai suoi rimproveri, puoi far finta di non sentire, oppure pentirti: ti dispiace, hai lasciato vincere le forze di male dentro di te. Nasce il desiderio di conversione nel profondo del tuo cuore.

La decisione.
Il pentimento sincero porta ad una decisione: rimediare, fin dove è possibile, al male fatto e cominciare a vivere in modo nuovo. Una decisione si fa strada: riconciliarti con te stesso, riconciliarti con gli altri e anche con la natura, riconciliarti con Dio.
Decidere di riconciliarti è un atto di coraggio che ti fa diventare più uomo e cristiano. È bello riconoscere quello che si è, senza vergogna. È giusto farsi carico delle proprie responsabilità, senza arrendersi. È coraggioso riprendere a lottare.

Il sostegno degli altri.
Non è una decisione che prendi da solo, in nessuna occasione. Anche quando vuoi riconciliarti da solo, sei accompagnato, oltre che dallo Spirito, dalle preghiere degli altri cristiani e dalla loro amicizia, dalla sofferenza di chi è schiacciato dal male e dal coraggio di quanti lottano per il bene.
Se poi si decide come gruppo, oratorio, scuola, di intraprendere un cammino di conversione, la decisione tende a rendersi visibile.
Cresce l'amicizia e l'allegria, sale di tono la vita di gruppo e quella in famiglia. Ci si sente responsabili del cammino di tutti.
Alcuni gesti e segni lo evidenziano: dai cartelloni che si preparano insieme per metterli in un posto di richiamo per tutti, a un nuovo canto di perdono che viene imparato e ripetuto spesso, ad un oggetto simbolico che viene consegnato a quanti vogliono mettersi in cammino.

L'inizio del cammino.
L'inizio del cammino può essere evidenziato da un incontro di preghiera o da una riunione del gruppo, della classe, di tutti i ragazzi in parrocchia, ad esempio una settimana prima della festa del perdono, o anche di più.
Alcune comunità cristiane riprendono un'antica tradizione: all'inizio della Quaresima celebrano l'«ingresso» nel cammino, durante tutta la Quaresima si impegnano nel «fare» riconciliazione, qualche giorno prima della Pasqua celebrano la grande festa del perdono.

LA PREGHIERA E LA MEDITAZIONE DEL VANGELO

Una volta iniziato il cammino di riconciliazione, sia da soli che in gruppo, si intensifica la preghiera e si dà più spazio alla lettura e alla meditazione della bibbia, soprattutto del vangelo.
Nella preghiera personale e di gruppo si può aggiungere una preghiera per la riconciliazione, e si può leggere qualche fatto, parabola o messaggio di Gesù che esaltano il perdono di Dio.

La preghiera per la riconciliazione.
La riconciliazione, lo sai bene, è anzitutto un dono di Dio. Un dono che egli ti fa continuamente. Prega, allora, non per chiedere a Dio la forza di riconciliarti, ma per aprire il cuore e accogliere il suo dono e metterlo a frutto, con intelligenza e pazienza.
Ogni giorno innalza dunque una preghiera per la tua riconciliazione: dirai a Dio che ti stai preparando al suo perdono e, dialogando con lui, ti lascerai a tal punto riempire dal «lieto messaggio» del suo amore, da trovare il coraggio per cambiare vita. Prega dunque per aprirti all'amore di Dio che perdona e gratuitamente ama.
La preghiera aiuta a «contemplare» con gli occhi e il cuore di Gesù il tuo modo di vivere quotidiano, i tuoi peccati, il tuo desiderio di perdono, il tuo impegno di riconciliazione. Nella preghiera ti accorgi che davvero Dio si «nasconde» dietro ogni uomo e dentro ogni fatto.

La scelta di una pagina di vangelo.
Altrettanto importante è la lettura della bibbia, soprattutto del vangelo, in gruppo o da solo mentre stai studiando al tuo tavolo o mentre stai per spegnere la luce e dormire.
Non bisogna leggere tutto il vangelo. Ogni festa del perdono ruota attorno ad una pagina di vangelo. È soprattutto questa che, da solo e in gruppo, sei chiamato a meditare.
Normalmente il sacerdote, all'inizio del cammino, indica quale pagina di vangelo meditare. Altre volte ogni gruppo cerca nel vangelo la pagina che, in quel momento, ritiene più significativa. Questa pagina viene letta e riletta, meditata e discussa. È con questa pagina in mano che si prega e, come vedremo, si fa l'esame di coscienza.
Se invece hai deciso da solo di riconciliarti, prova a ricordare a memoria qualche fatto del vangelo che ti faccia compagnia e ti illumini. Ricostruiscilo nella tua mente e nel tuo cuore. Renditi presente quel che Gesù ha fatto. Meglio ancora, sfoglia il vangelo e scegli un fatto o un messaggio che ti aiuti a riflettere e pregare. Questa pagina la puoi portare anche davanti al sacerdote nella tua festa del perdono.

Il desiderio del perdono.
Se vuoi renderti conto dei tuoi peccati, mettiti davanti allo specchio. Ma non usare uno specchio normale, perché non farebbe che rispecchiare la tua immagine. Usa uno specchio «speciale» che riproduca i fatti della vita di Gesù e le sue parole. Confrontati con Gesù. Lasciati sfidare dalla sua tenerezza verso i bambini, dalla sua lotta contro i prepotenti, dalle sue parole di conforto verso chi ha sbagliato, dal suo coraggio nell'affrontare anche la morte per essere fedele alla sua missione.
Non pensare troppo a quanto combini tu: pensa a quanto ha fatto Gesù e ripeti: «Ecco, Dio mi chiama ad imitare Gesù: davanti a te, Gesù, non mi sento umiliato, ma incoraggiato a fare meglio. Anche se ho sbagliato, Dio mi perdona».
Dio non guarda in modo indifferente e distaccato la tua vita. Quando fai il male, egli soffre con te la tua infelicità.
Lascia crescere in te il «desiderio del perdono». È dispiacere perché hai tradito il «sogno» di Dio e le speranze che Gesù ripone in te, ma soprattutto è convinzione che nell'abbraccio di perdono comprendi chi è Dio per noi, molto più che in altre occasioni.

L'ESAME Dl COSCIENZA E IL CONFRONTO CON GLI ALTRI

La riconciliazione sollecita a conoscere noi stessi senza ingannarci, senza nascondere le nostre miserie.
Non per umiliarci, ma per aiutarci a comprendere gli errori e rimediarvi, e riprendere cosi, con più luce e coraggio, la battaglia a fianco delle forze di vita.

L'indagine sui perché.
Grande spazio, nel cammino di riconciliazione, viene pertanto dato all'esame di coscienza, cioè ad uno sguardo in profondità della propria vita per cogliere i peccati confrontandosi con Gesù.
Quando si celebra la riconciliazione comunitaria, in genere si fa circolare un foglio con delle domande, preparate dal sacerdote e da altri. Toccano da vicino la vita in famiglia, a scuola e nel lavoro, la partecipazione alla comunità cristiana.
A volte l'esame di coscienza lo propongono i gruppi, in modo che sia adatto alle diverse età: le domande che i genitori devono farsi sono in parte diverse da quelle dei figli, non credi?
Nel fare l'esame di coscienza non basta elencare peccati uno dopo l'altro.
Non basta dire: «Ho bisticciato». Questo è il frutto: indaga sul «perché» e metti allo scoperto le radici di male.

Il confronto con gli altri.
Per arrivare alle radici del male, oltre che la ricerca personale, è importante il confronto e la discussione con i compagni di gruppo, come pure con gli adulti che ti sono vicini, dai genitori agli insegnanti, dall'animatore al sacerdote.
Non fare dunque l'esame di coscienza solo nel chiuso della tua stanza. Chiediti in gruppo o in famiglia quali cose non funzionino e perché. Ascolta il parere di tutti. Incontrati per una chiacchierata con il sacerdote alla ricerca della «direzione spirituale» che la tua vita deve intraprendere.
Il confronto con gli altri permette di comprendere i tuoi sbagli e le loro radici personali e collettive, ma anche di sbilanciarti in avanti e pensare ad un «progetto di riconciliazione»: le cose da cambiare nel modo di fare e di pensare, per vivere la pace che Dio sogna per noi.

Le quattro domande.
Su che cosa interrogarsi? Le domande dell'esame di coscienza possono essere riunite in quattro nuclei: accettazione di noi stessi, amore verso gli altri, rispetto per la natura, la partecipazione alla Chiesa.
L'esame di coscienza richiede, anzitutto, di osservare, con gli occhi e il cuore di Dio, se noi amiamo la nostra vita, tutto quel che siamo, come Gesù ha amato la sua vita.
L'esame di coscienza, in secondo luogo, chiede di osservare se amiamo gli altri come Gesù li ha amati, fino a dare la vita per loro.
In terzo luogo, l'esame di coscienza riguarda il nostro rispetto e amore verso la natura e gli oggetti che usiamo ogni giorno, dal vestito al cibo, dalla bici ai libri di scuola.
In quarto luogo l'esame di coscienza fa osservare se partecipiamo alla Chiesa e alle sue attività come membri attivi. Certo, noi incontriamo Dio nell'amare il prossimo, nell'accettare noi stessi, nel rispettare la natura. Ma incontriamo Dio anche nella Chiesa e nelle attività religiose, come la preghiera, la messa, l'osservanza delle tradizioni cristiane.

IL PROGETTO Dl RICONCILIAZIONE E LA SUA REALIZZAZIONE

L'esame di coscienza e il dispiacere per il male commesso devono portare, oltre che al desiderio del perdono, a un «progetto di riconciliazione» e alla sua realizzazione pratica.

Il progetto di riconciliazione.
Cosa è un progetto di riconciliazione è facile intuirlo. Ti rendi conto che devi cambiare marcia per camminare più velocemente o, forse, abbandonare una strada per intraprenderne un'altra. Verso dove incamminarti? Il punto di partenza rimangono i peccati commessi, da soli o insieme. È a questi che occorre trovare rimedio. Ma non basta «saldare i conti». È troppo poco. Progettare è immaginare come andare oltre gli «atteggiamenti» alla base dei peccati: egoismo, irresponsabilità, orgoglio, superficialità... Questi sono nemici difficili da combattere. Ci vogliono fantasia e intelligenza per mettere a fuoco un progetto di battaglia.

I diversi progetti.
Il tuo progetto devi pensarlo alla luce del progetto della comunità e di quello del gruppo.
C'è anzitutto il progetto della comunità cristiana. Evidenzia alcuni impegni per tutti: maggior attenzione ai poveri, più fantasia alla messa, più dialogo tra genitori e figli...
C'è poi il progetto del tuo gruppo, preparato discutendo insieme con l'animatore. Il progetto può prevedere una migliore distribuzione degli incarichi, un cambio di stile nel tenere le riunioni, il superamento di antipatie, l'apertura del gruppo a nuovi ragazzi, la fedeltà alla preghiera insieme.
Infine c'è il tuo progetto di riconciliazione. Considerati come un ingegnere che deve tracciare una strada e scegliere dove farla passare. Se da solo non ce la fai, lasciati illuminare da qualcuno di cui ti fidi, ma alla fine scegli tu verso dove incamminarti.

La prime realizzazioni.
È tempo di mettersi in cammino. I vari progetti vanno immediatamente realizzati, Così, quando andrai a ricevere il perdono, potrai dire: «Ecco, sono qui per chiedere perdono, ma anche per riconoscere che Dio mi ha aiutato a cambiare vita».
Senza l'impegno già in atto di riconciliazione, o senza una seria disponibilità a farla, celebrare la festa del perdono è un gesto bugiardo. Forse vuoi solo far tacere, per un attimo, la coscienza e farti bello. Se è così, pensaci prima di accostarti al sacerdote.

LA FESTA DEL PERDONO E LA RIPRESA DEL CAMMINO

Ora puoi fare una sosta nel tuo cammino, celebrare la festa ed accostarti al sacerdote per ricevere in abbondanza quel perdono e quel coraggio di cambiare vita che Dio ti dona ogni giorno.

Il dono di nuove energie.
Non aspettare di aver cambiato vita per accostarti alla festa del perdono. Ricevere il perdono spezza le catene e scioglie i legami che tengono prigionieri, impedendo di rimettersi in cammino e lottare contro le forze del male.
È soprattutto lo Spirito Santo che ti offre fantasia per combattere e coraggio per resistere alle piccole sconfitte. Il perdono aiuta, più che a dimenticare il passato, a sostenere il cammino di riconciliazione intrapreso.

La ripresa del cammino.
Una volta celebrata la festa del perdono, riprende il cammino di ogni giorno, in famiglia e nel gruppo, a scuola e nel tempo libero.
Nella vita quotidiana rientri dopo avere ricevuto il perdono che ha rigenerato le tue forze e la tua fantasia. Ora puoi lavorare al progetto già elaborato prima della festa. Riprendilo in mano per realizzarlo con decisione.
Per ricordare gli impegni della festa si scelgono alcuni «gesti simbolici». Non sono «tutta» la riconciliazione, ma ne ricordano gli impegni, almeno per qualche giorno. Ad esempio, il sacerdote invita ad andare a trovare nei giorni seguenti un compagno malato o a recitare per un paio di sere una preghiera particolare o fare una chiacchierata con un «esperto», per comprendere e affrontare alcuni problemi.
Questo non è tutta la riconciliazione, ma ricorda l'impegno di cambiare vita. Probabilmente, compiuti questi gesti simbolici, la riconciliazione è ancora da fare. E dunque, buon lavoro!

La fede in un Dio che perdona sempre.
Non dimenticare la cosa più importante che la festa del perdono ti ha insegnato: in ogni circostanza, anche quando dovessi smarrire nuovamente la strada (lo sai bene, è possibile), e sei lontano dalla tua casa, come racconta Gesù nella parabola, hai un Padre che ti attende per riabbracciarti. E non dimenticare che hai un fratello, Gesù, che cammina al tuo fianco. Anche a nome tuo ha vinto le forze di male. Non staccarti da lui.
Non aver paura di dire a te stesso che, forse, hai nuovamente sprecato le energie che Dio ti ha dato. Credi che sarebbe stato necessario che Dio diventasse uomo in Gesù e affrontasse anche la morte, se fosse facile vincere contro le forze del male? Man mano che crescerai, ti accorgerai che fare il male è sempre una tragica possibilità. Ma rimane la certezza che Dio sta sempre dalla nostra parte, e con il suo perdono restituisce le energie, non permette che noi ci arrendiamo. Dio offre sempre il suo perdono gratuito.


5. Gli ostacoli alla festa del perdono

È più facile andare a messa che dal sacerdote a chiedere il perdono di Dio. Questo è vero per te, come per tutti i cristiani. Troppi adulti non trovano il tempo (così dicono) per accostarsi al perdono di Dio, anche se vanno a messa ogni domenica.
I motivi per cui tanta gente non si confessa sono molti e non possiamo ricordarli qui. Alcuni riguardano l'affievolirsi dell'impegno nel lavorare con Gesù a costruire un mondo riconciliato. Altri, invece, riguardano le cose da fare per ricevere il perdono. La causa, in questo caso, è anche del modo con cui si celebra la festa del perdono.
È così anche per te. Ma, alla tua età, alcuni ostacoli ti vengono dall'attraversare un periodo di profondo cambiamento: stai uscendo dalla fanciullezza e non è facile decidere cosa portare con te e cosa diventare. Ti interroghi anche sulla scelta di rimanere cristiano. Se stai lasciando morire la fede cristiana che hai ricevuto da piccolo, non ti interessa parlare di festa del perdono.
Ma non pochi ostacoli li trova proprio un ragazzo che si impegna a diventare un «nuovo cristiano».
Possiamo parlarne un poco?

«Ma io non faccio nulla di male»

È quel che dicono certi cristiani adulti: «Ma io non ho ammazzato nessuno!». Meno male, vien da dire. Ma viene anche da soggiungere: «Forse ti conosci troppo poco! O forse ti accontenti troppo!».
A queste persone bisogna ricordare che i santi, cioè quei cristiani che più degli altri hanno lottato come Gesù per far vincere le forze di vita, si sono sentiti quasi sempre dei grandi peccatori. Proprio loro!
Ecco la stranezza: alcuni cristiani non si sentono peccatori solo perché non hanno ucciso, mentre i santi si sentono peccatori proprio mentre combattono con coraggio a fianco di Gesù.
Chi davvero lotta a fianco di Gesù, si sente povero e debole rispetto alla grande battaglia. Si sente peccatore, rispetto a quanto dovrebbe fare e non fa, oltre che per il male commesso.
Lo sai che ci sono i «peccati di omissione»? Sono quei peccati che si fanno quando, ad esempio, a casa non aiuti, con la scusa che devi fare i compiti; nel gruppo fai finta di non vedere un amico triste, perché a scuola non riesce e avrebbe bisogno di un compagno per studiare. Non pensare alle cose impossibili, ma a quelle che puoi fare in famiglia, nel gruppo, nel paese, a scuola! Cosa succederebbe, del resto, se tutti ci impegnassimo, pagando di persona, a combattere la fame nel mondo, a protestare contro la produzione e vendita delle armi, a difendere la natura dall'inquinamento? Anche questi sono peccati di omissione di cui chiedere perdono. Viene poi il sospetto che quei cristiani che non si sentono peccatori siano come un arbitro miope e parziale, che non vede i falli o fa finta di non vederli.
Forse tu stesso ti tranquillizzi confrontandoti con gli altri e la loro mediocrità, e non invece con l'unico vero specchio per ogni cristiano: la vita di Gesù di Nazaret. Si va alla festa del perdono per vedere la diversità da Gesù e far nascere in noi il desiderio intenso di imitare le sue azioni. E allora, quando non sai che peccati dire e ti verrebbe di esclamare: «Che male faccio?», prendi in mano il vangelo e verifica se davvero stai seguendo Gesù. Se leggi certe pagine del vangelo, del resto, vedi che Gesù se la prende volentieri contro quanti si credono buoni. Ricordi la parabola dell'agente delle tasse e del fariseo al tempio per pregare? Mentre il primo, umilmente, riconosce di essere peccatore, il secondo si vanta del bene che fa. Conclude Gesù: «Vi assicuro che l'agente delle tasse tornò a casa perdonato; l'altro invece no». Tutti sono perdonati, ma non quelli che affermano di non averne bisogno.

«Dio perdona già quando chiedo scusa dal solo»

Questa espressione ne richiama un'altra: «Dio mi perdona quando faccio pace con chi ho offeso!»). In entrambi i casi la conclusione è: «Che bisogno c'è di andare dal sacerdote e di celebrare il perdono con gli altri?». Dietro queste parole c'è molto di vero. Vediamo perché.
Dio non ha bisogno delle tue scuse per perdonarti. Non aspetta né il perdono del sacerdote né una tua richiesta sul tipo: «Gesù, scusami e perdonami». Hai forse dimenticato che Dio perdona prima che tu glielo chieda? Non è quel padre che ha già perdonato al figlio fuggito lontano e ora l'attende per farlo nuovamente padrone di tutto e consegnarli anche le chiavi di casa? Hai dimenticato che lo perdona prima che il figlio possa buttarsi ai piedi e dirgli: «Padre, ho peccato contro di te»?
Tu sei perdonato da Dio, prima di entrare in chiesa e invocare perdono. Da parte di Dio, sei perdonato «appena» fai il male, anche se ancora non sei pentito.
Proprio il perdono gratuito e immediato di Dio, ti dona la forza, nell'intimo della coscienza, di scorgere la tua cattiveria e pentirti fino a cambiare strada e pregare: «Perdonami, o Padre!». Anche la tua invocazione di perdono viene da Dio!
Ma non negarti il diritto e la gioia di sentirti dire in modo solenne che Dio ti perdona e ti regala le forze di riprendere a lavorare per la riconciliazione. Che ne diresti se il figlio prodigo, una volta pentito e tornato a casa, fosse andato subito a lavorare, senza lasciarsi dire una buona parola dal padre e fare festa? Non avrebbe capito nulla di suo padre e dell'amore gratuito.
Celebrare la riconciliazione è importante per affermare una delle cose più belle della vita: ogni volta che ti rimetti in cammino, è il perdono di Dio che ti ha rigenerato. Se non celebri il perdono, finisci per fare di te stesso un dio, quasi che fossi tu il vero motore della tua vita, mentre invece è lo Spirito di Dio. Oppure è facile che ti arrenda alle tue sconfitte.
Va aggiunta un'ultima cosa: il peccato mette in crisi e forse interrompe i tuoi rapporti con la comunità cristiana. Da sempre chi commette peccati molto gravi non può mangiare la cena del Signore.
Vuol forse dire che a questi Dio non perdona?
No, ma devi ricordare cosa è la Chiesa. La Chiesa è l'insieme di quanti credono in Gesù e come lui lottano per fare un mondo di riconciliazione. La Chiesa esiste per realizzare un mondo riconciliato, collaborando con ogni uomo di buona volontà sulla terra. Ora, quando tu, ad esempio, disprezzi un compagno o vivi in modo egoista, non lotti a fianco degli altri cristiani. Invece, almeno un poco, appesantisci la lotta contro il male. Ecco allora l'invito della Chiesa: cambia vita e vieni a riconciliarti con tutti, per riprendere il tuo posto sul campo di battaglia. La celebrazione ti permette di ritornare pienamente dentro la Chiesa che combatte, altrimenti sei un soldato ferito, se non un traditore.

«Mi vergogno di dire certe cose al prete»

È una difficoltà che forse in passato non provavi, perché eri bambino e quasi ti faceva piacere raccontare i tuoi peccatucci al sacerdote. Ora, invece, ti senti più grande e, se non c'è molta fiducia con la persona del sacerdote, difficilmente parli delle cose che veramente soffri e dei tuoi peccati. Alla tua età cominci a sentire il bisogno di riservare nel tuo intimo le diverse ragioni di quello che fai, senti il bisogno di proteggerlo da tutti, sacerdote compreso.
Che dire?
Anzitutto, è importante per ora avere un adulto con cui parlare in modo amichevole. Alla tua età questo è molto utile, anzi, più necessario di prima. Se non hai già trovato un adulto che difende la tua intimità, cercatelo.
Per alcuni ragazzi questo amico è il prete. Con lui, ogni tanto, chiacchierano del presente (le difficoltà e le conquiste), ma ancor più del futuro, di quanto Dio si attende da loro. E un modo di «cercare la strada» della felicità insieme.
È facile, per questi ragazzi, chiedere perdono dei loro peccati. Con il sacerdote hanno confidenza e non si vergognano di parlare. E poi non hanno bisogno di raccontare tutto. Il sacerdote li conosce già e sa leggere, con molto affetto e rispetto, anche dentro alcune parole e silenzi.
In ogni caso, il sacerdote ha un grande rispetto per i ragazzi e non fa il curioso. Ha cura di non calpestare il tuo piccolo giardino personale.
Più che dei tuoi peccati è meravigliato dai frutti buoni del tuo giardino e li protegge. Se vede erbacce te lo dice con franchezza, ma non comanda a casa tua.
Ma per favore, non badare troppo a te stesso: riconosci invece che Dio ti ha sempre amato, donandoti il suo aiuto e il perdono.

«Ma non so cosa dire»

È una difficoltà collegata con quella precedente. Una volta, da bambino, avevi sempre un sacco di peccati da confessare. Ora invece... non ti va di raccontare che dici le bugie e bisticci con tuo fratellino. Queste cose sono vere, ma ce ne sono altre più importanti e non trovi le parole per dirle. Appena appena le intuisci. Sono i peccati legati ai grandi «sentieri» che stai percorrendo, senza riuscire a vedere verso dove conducono. Non sapere cosa dire al sacerdote, nasce spesso dal non aver fissato dei sentieri da percorrere. Vivi alla giornata, non hai sogni da realizzare e obiettivi da raggiungere, non ti conosci a sufficienza per impegnarti a correggere i tuoi difetti o mettere a frutto le tue migliori qualità.
Allo stesso modo, non ti interroghi su cosa vuol dire essere seriamente cristiano e quali sentieri da cristiano devi percorrere alla tua età. Prova, ad esempio, a rileggere quelli che ti ho presentato nelle pagine precedenti e chiediti se li stai percorrendo.
Nel momento in cui ripensi alle tue azioni, anche le più banali, devi poi esercitarti a «giocare ai perché», alla ricerca delle cause. Non accontentarti di dire: «Ho bisticciato con mio fratello». Chiediti se il bisticcio è un momento di tensione passeggera o il rifiuto di dividere con lui l'affetto dei tuoi genitori. In altre parole, cammini verso l'amore o verso l'indifferenza, verso il servizio gratuito o verso un modo di fare che «si serve» di tutti per i propri fini?
E poi devi avere il coraggio di provare a indagare sui tuoi veri peccati. Beh, non è il caso di inventarli, ma cerca di individuare cosa bolle davvero nella tua vita, per non trovarti, fra qualche anno, diverso da quel che avevi sognato di diventare. Per fare questo hai bisogno di confrontarti con gli altri, in particolare con i tuoi educatori o con un sacerdote che ti sei scelto.
Infine, preoccupati pure dei tuoi peccati e di come dirli al sacerdote, ma non fino al punto da dimenticare che la cosa più importante è confessare che Dio ti ama e perdona. Abbi almeno il coraggio di «dire» questo al sacerdote! Ancora una volta, non stare troppo curvo su di te: guarda verso Gesù e verso Dio, e lasciati conquistare dal loro affetto per te e dai loro progetti.

«Tanto non cambia nulla, ormai lo so!»

Affermare che ricevere il perdono cambia ben poco, non è sentirti vecchio, come qualcuno potrebbe dirti, ma riconoscere che anche tu sei davvero un peccatore. Hai provato e riprovato ad impegnarti, ma non ci riesci. Non lo dici per fare l'ipocrita. È proprio così.
Beh, come ho già detto, non ci sarebbe stato bisogno di un Dio che si facesse uomo e morisse in croce, se fosse facile fare il bene. Invece, lo sai, le forze di bene e le forze di male si combattono dentro di te e duramente. Ora cominci a riconoscere, come non facevi da bambino, che certe forze di male sono più forti di te.
Ma non scoraggiarti, in nome di Dio.
Riconoscere che le forze del male possono vincerti è già una vittoria: senti che senza un «liberatore» che spezzi le tue catene rimarrai facilmente prigioniero per sempre. Ora sono piccole catene, ma da grande?
Abbi il coraggio di gridare, alzando le tue piccole catene verso Dio, affinché non si dimentichi di te. La preghiera ti ridà il coraggio di non arrenderti. E te lo dà, ancora di più, il ricevere il perdono di Dio attraverso il sacerdote.
Dio non pretende l'impossibile. Solo gli ingenui credono che nella vita tutto è bello e facile. Non sempre il male dentro di noi e attorno a noi lo si sconfigge. Forse ci riuscirai domani?
Anche domani conoscerai sconfitte. Ma non arrenderti, perché Dio ha promesso che, con il suo aiuto, il bene trionferà in noi, anche se non vinceremo mai del tutto il male in questa vita. Fai allora la tua parte, senza ingannarti, ma anche senza avvilirti.
In ogni caso, non smettere di accostarti al perdono di Dio.
Facilmente, meno partecipi alla festa del perdono e meno ti impegni per diventare uomo secondo il desiderio di Dio. Ricevere il perdono ti aiuta a diventare più forte, a resistere contro le sconfitte, lottare con più fantasia, preparare meglio i piani di battaglia, abbandonare una strategia che fallisce a favore di un'altra.
Sei in un'età in cui comincia a formarsi la tua personalità. Stai mettendo le basi del tuo essere uomo. Non pensare che le piccole o grandi fatiche di oggi, di essere fedele agli impegni, di non scoraggiarti nella lotta, siano inutili giochi da bambini. No, sono i piccoli mattoni che fanno da fondamenta della tua personalità.
Questa è l'età delle fondamenta. Vorrai mica costruire una casa senza fondamenta? Mi sembreresti uno che in terza o quarta elementare deve ancora imparare a leggere e scrivere. Va' con pazienza a ricevere il perdono di Dio che ti rende più coraggioso nel porre le basi del tuo futuro di uomo che vive come Gesù, per regalare un poco di felicità e diventare felice.