Iniziazione cristiana

dei ragazzi:

verso nuove proposte?

Luciano Meddi

(NPG 2001-03-09)


L’INIZIAZIONE CRISTIANA

Anche se in ritardo rispetto ad altre chiese, la prassi pastorale italiana sta recuperando il tema della iniziazione cristiana (= IC) come modello ispiratore della sua catechesi e formazione cristiana. Il recupero di tale modello antico è motivato dalla sempre maggiore necessità di evangelizzazione e rievangelizzazione della nostra cultura. In passato questa dimensione della vita ecclesiale era ritenuta non necessaria, per il fatto che si riteneva di vivere in un ambiente cristiano o almeno religioso. Dunque non appare più sufficiente trasmettere alle nuove generazioni solo il sapere della fede: la dottrina. Occorre occuparsi anche del sostegno alla decisione di fede e alla formazione dei tratti e dei modi di vivere il Vangelo.
Il punto di svolta «operativo» potrebbe essere individuato nella Lettera di riconsegna del Documento Base, 1989, in cui al n. 7 si parla di una ristrutturazione degli itinerari catechistici appunto secondo una progressione di iniziazione alla vita cristiana, di crescita e maturazione e formazione sistematica e permanente. Il testo non dice chi siano i destinatari della IC. Stando agli sviluppi successivi si deve intendere che essi siano sia adulti che chiedono il battesimo, sia le nuove generazioni (fanciulli e ragazzi). Questa scelta continua una tradizione di secoli che tuttavia andrebbe approfondita e messa in questione. Soprattutto perché IC richiama, inoltre, subito alla mente il suo modello organizzativo più attraente: il catecumenato. Ma di questo aspetto si parla solo in riferimento agli adulti non battezzati, lasciando intendere che la struttura formativa della IC riferita ai ragazzi sia la stessa che le nostre parrocchie conoscono. È proprio così? E in che senso si può parlare di IC dei ragazzi? E come riformulare il percorso di introduzione alla esperienza cristiana?

L’iniziazione cristiana nella storia

È utile ricordare alcune caratteristiche proprie del tema iniziazione cristiana. Gesù non operò una iniziazione in senso stretto. Eppure non possiamo non riferirci a lui per definire come e in che cosa consista il «diventare cristiani».
I Vangeli possono essere intesi anche come i «catechismi» per una progressivo annuncio e formazione del credente.
Il modello cristologico della iniziazione cristiana aveva come centro organizzativo l’adesione all’annuncio del Regno di Dio. Con questa affermazione molto complessa i Vangeli ci trasmettono innanzitutto la fede di Gesù. Egli credeva in un Dio che desidera(va) ardentemente la trasformazione della storia umana in storia di salvezza. Salvezza integrale e globale, non solo quella spesso individuata nella vita dopo la morte e privata di ogni speranza umana. La persona che entrava in questa visione di vita decideva di seguire Gesù, di farsi suo discepolo, di cambiare il modo di pensare l’esistenza e di avere come progetto di vita la causa del Regno. Questo avveniva in un contesto di comunione. Innanzitutto con Cristo e poi con la comunità dei discepoli. A loro e per loro Gesù riservò una catechesi di particolare introduzione alla comprensione dei misteri del Regno che la chiesa primitiva riordinò nella raccolta delle parabole e Matteo nel discorso della montagna.
Dopo l’evento della Resurrezione il diventare cristiani assunse caratteristiche particolari. Nella chiesa pre-costantiniana la missione avveniva soprattutto per l’azione spontanea dei credenti sostenuti dall’azione e presenza degli Apostoli e poi degli «episcopi». Chi rimaneva affascinato dalla proposta di fede chiedeva il battesimo. Ne abbiamo una immagine negli Atti degli Apostoli: gli uomini e le donne sono invitati a credere in Gesù «via» di salvezza e a modificare il proprio modo di vivere. Questa modifica dell’»oggetto» della conversione (dal Regno si passò alla Persona di Cristo, dalla prassi messianica alla vita morale) inciderà moltissimo nella idea di iniziazione cristiana futura.
Il modello classico di iniziazione cristiana, infatti, quello che va dal II-III al IV-V secolo e che viene definito il «secolo d’oro del catecumenato», vede da una parte una organizzazione sapiente del diventare cristiani attraverso la struttura del catecumenato. Questa istituzione prevedeva un progressivo inserimento nella comunità cristiana dei candidati attraverso passaggi e verifiche, conoscenza della fede e azione liturgica. Chiedeva soprattutto il cambio morale della vita personale. Dall’altra parte l’oggetto della scelta, il motivo della iniziazione, si sposta: dalla causa messianica, alla persona di Cristo, alla trasmissione dei «misteri» sacramentali per la personale salvezza. Questo secondo slittamento (da Cristo ai misteri) sarà ancora più incisivo nell’idea di iniziazione cristiana successiva.
La crisi della istituzione antica (iniziazione cristiana attraverso il catecumenato) avvenne per diversi motivi. Crisi significa la perdita di significazione pastorale. Infatti l’obbligo imposto da Teodosio di essere cristiani per aver i diritti civili nell’Impero Romano portò alla richiesta indiscriminata di battesimo. La prospettiva misterica, inoltre, convinse della necessità e opportunità del «battesimo dei bambini». A questo punto alla teologia non rimaneva altro che sostenere la tesi della necessità della iniziazione cristiana per la salvezza personale, più che la iniziazione cristiana per la sequela di Gesù.
Successivamente il modello catecumenale per realizzare l’iniziazione cristiana fu di fatto abbandonato.
Il Battesimo venne pensato come «sufficiente» per essere cristiani. Anzi si identificò col diventare cristiani.
La formazione venne ridotta alla semplice socializzazione cristiana affidata ai genitori.
Dopo la riforma di Trento tale impostazione venne progressivamente limitata per la preoccupazione dell’ignoranza degli adulti circa la complesse analisi teologiche provocate dalla visione protestante della fede e dei sacramenti. Per cui prese sempre maggiore piede una nuova struttura formativa per i ragazzi definita Dottrina Cristiana.
Questo modello di iniziazione cristiana ha raggiunto il nostro tempo fino al Concilio Vaticano II e ancora guida la formazione delle nuove generazioni soprattutto attraverso la sua variante del secolo XX: catechesi in forma di vera scuola.

La riproposizione moderna

Nel secolo XX dobbiamo registrare innanzitutto la scelta fatta da Pio X (cf la Quam singulari Christus amore del 1910) di anticipare la «prima comunione» dei bambini appena raggiunto l’uso della ragione. Ma anche le esperienze dei missionari, a cavallo del 1900 e negli anni precedenti il Concilio Vaticano II, portarono i vescovi a richiedere l’approfondimento del modo di realizzare l’iniziazione cristiana nel nostro tempo.
Il documento Sacrosanctum Concilium (n. 71) richiedeva una migliore collocazione della cresima e l’Ad Gentes (n. 14) riproponeva il ripristino del catecumenato per realizzare una migliore iniziazione cristiana.
Si diventa cristiani attraverso un percorso di «formazione alla vita cristiana integrale». Si spostava, quindi, l’accento dalla semplice esposizione della verità della fede (la Dottrina Cristiana del concilio di Trento) alla formazione al vivere da cristiani. Questo processo formativo avviene attraverso l’accompagnamento formativo e la dimensione sacramentale o liturgica.
Ma non viene definito il contenuto della «vita cristiana». Cosa che rimane aperta ogni volta che si parla di iniziazione cristiana e catecumenato.
Notevolissima importanza ebbe la pubblicazione del Rito per l’Iniziazione dei Cristiani Adulti (Rica; in latino nel 1972: Oica) che, nella sua traduzione italiana del 1978, invitava perentoriamente le comunità a ispirarsi a tale modello nella organizzazione in chiave rievangelizzante di tutta la pastorale. Il documento sottolinea la dimensione teologica della iniziazione cristiana, e afferma che essa è inserimento nel Mistero Pasquale di Cristo e quindi inserimento nella vita della chiesa. Questo itinerario deve portare alla «maturità cristiana» descritta come capacità di realizzare nella chiesa e nel mondo la missione propria del popolo di Dio (Rica 2; Premesse 1-2).
Queste indicazioni vennero ulteriormente ripresentate in occasione della riscrittura dei catechismi per le età dei fanciulli e dei ragazzi che, appunto, furono definiti catechismi per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi.
Nella Nota dell’Ufficio Catechistico Nazionale del 1991 veniva affermato: «per iniziazione cristiana si può intendere il processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana e si impegna ad una scelta di fede e a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il battesimo, la confermazione e l’eucarestia, al mistero pasquale di Cristo nella Chiesa» (n. 7).
La chiesa italiana ha intensificato il suo sforzo di riflessione sul tema elaborando recentemente due specifici documenti per l’iniziazione cristiana di cui uno destinato proprio a quella dei ragazzi, di coloro cioè che chiedono il battesimo in età scolare.
Per essi il documento chiede di adattare (cf n. 3) le indicazioni generali del Rica. Il documento sottolinea la necessità di alcune scelte: la testimonianza evangelizzante degli adulti, l’impostazione del cammino come «apprendistato», il coinvolgimento dell’intera comunità, la finalizzazione del processo formativo verso l’assimilazione e partecipazione al Mistero Pasquale (cf n 18).
In sintesi i documenti presentati mettono in luce la preoccupazione che il «diventare» cristiani deve essere rivisto nella prassi delle nostre comunità.
Esso è collegato all’agire del credente, alla sua vita cristiana.


GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DELL’INIZIAZIONE CRISTIANA

La discussione, quindi, è innanzitutto teologica e poi formativa, in quanto si tratta di ricomprendere il modo di «fare» i cristiani nel nostro tempo, tenendo conto di tutte le dimensioni proprie della fede e della vita cristiana senza privilegiarne una o l’altra.

Gli elementi strutturanti: liturgia e formazione catechistica

La riflessione teologico-pastorale mette bene in luce che con il termine iniziazione cristiana si individuano due elementi. Da una parte l’insieme delle attività che la comunità propone per sviluppare e verificare la scelta di diventare cristiani.
Dall’altra la chiara affermazione e convinzione che si diventa cristiani in quanto si risponde ad un dono. Anzi si accoglie un dono che viene dalla Trinità.
Queste due dimensioni sono state fortemente tenute legate dalla tradizione ecclesiale anche se con accentuazioni diverse. Anche recentemente si è riaffermato che si viene iniziati dai sacramenti più che ai sacramenti.
La prima dimensione è comune alla diverse esperienze presenti in ogni società e cultura. Per entrare in una comunità o essere da questa ritenuto membro «adulto», occorre fare delle prove che mettono in luce che il candidato ha assimilato lo spirito «ideologico» della comunità stessa e ne ha sviluppato le caratteristiche fondamentali. Le «prove» servono appunto a verificare l’apprendistato culturale del candidato. Attraverso questo processo si passa dalla socializzazione alla interiorizzazione della cultura: anzi l’iniziazione serve proprio a tale scopo. A diventare adulto: soggetto pieno dei diritti/doveri di quella società.
La seconda dimensione sottolinea la dimensione teologica. L’esito della iniziazione di cui parliamo è quello cristiano e quindi la piena assimilazione al mistero di Cristo. Da antichissima tradizione l’autocoscienza della chiesa si è espressa nel senso che tale processo non è frutto della energia umana. Non è simile alla iniziazione di tipo gnostico che avviene attraverso una progressiva introduzione alla conoscenza (consapevolezza, modo di vedere la vita) trasmessa all’interno del «circolo degli illuminati». Non è simile neppure alla iniziazione di tipo misterico-salvifico che si realizza attraverso formule che rendono la divinità disponibile al personale successo fino a rasentare le dimensioni magiche. L’iniziazione cristiana avviene per l’azione dello Spirito che rende la persona capace di scegliere e sviluppare la decisione di essere continuatore della esperienza di fede di Gesù di Nazareth.
Tuttavia lo sforzo di mantenere le due dimensioni non è stato sempre uguale. Molto spesso l’iniziazione cristiana è stata interpretata nel senso di una comunicazione oggettivista e quindi «magica» della grazia trasmessa dal sacramento. Al contrario, a volte è stata presentata come frutto della scelta di vivere il cristianesimo. In verità un punto di congiunzione lo potremmo avere nella linea della recuperata identità sacramentale della Parola operata dal Concilio nella Dei Verbum per la quale la rivelazione possiede in sé una energia trascendente. Parola e Sacramento, attraverso la fede, comunicano allo stesso tempo lo scopo e il mezzo della iniziazione cristiana.
Sono due linguaggi della medesima sacramentalità divina e trinitaria.

Le finalità: il mistero pasquale e l’iniziazione ecclesiale

Perché e a cosa si viene iniziati? I documenti rispondono: al mistero pasquale e alla comunità ecclesiale. I due termini possono avere significati molto differenti che producono anche interpretazioni del processo di iniziazione differenti.
Sappiamo che la realtà del mistero pasquale ha avuto diverse accezioni. Mistero può essere inteso come «cosa misteriosa» oppure «disegno rivelatore» da realizzare. Può inoltre significare «accesso privilegiato ad un tesoro» oppure «sostegno» per una missione di servizio. La diversità di impostazione della formazione conseguente è evidente.
Nella teologia del mistero pasquale non è possibile sottolineare solo le conseguenze salvifiche che esso produce. Tanto meno limitarsi a intendere la realtà della salvezza in senso puramente etico e ultramondano. Mistero pasquale non è separabile dall’intero processo vitale di Gesù.
Esso lo riassume e rende presente in ogni tempo. Esso riassume sia il dono dello Spirito sia l’azione-missione che lo Spirito ha sostenuto nella vita di Cristo.
L’iniziazione cristiana, quindi, ci introduce e ci abilita alla missione di Gesù di Nazareth.
In questa prospettiva è corretto parlare primariamente di iniziazione alla vita cristiana: cioè alla assunzione piena della causa di Gesù: il Regno di Dio e la sua giustizia.
Questo avviene attraverso un processo di illuminazione (predicazione), conversione (formazione cristiana), abilitazione (sacramenti). Il carattere «iniziatico» si manifesta anche nella dimensione «introduttiva» di tale esperienza; ben sapendo che tutta la vita ha bisogno di un continuo accompagnamento.

Gli obiettivi: le dimensioni della vita cristiana

Se si vogliono, poi, descrivere gli aspetti concreti di tale progressiva introduzione e crescita nella vita cristiana, allora dobbiamo riflettere sui diversi modelli con cui essa è stata interpretata e presentata.
Tralasciamo subito il modello puramente religioso: la vita cristiana non è limitabile alla sola fede in un generico Dio che può aiutare la nostra esistenza se noi osserviamo i suoi comandamenti. Questa visione limita l’esperienza di Dio alla sola provvidenza divina.
Altre riflessioni si concentrano sul modello «teologale»: fede, speranza e carità. La vita del credente sarebbe l’esercizio di tali virtù che vanno correttamente intese e giocate nel rapporto con la vita di ogni giorno. Tuttavia la pratica di tale impostazione ha mostrato l’eccessivo individualismo e spiritualismo insito nella sua interpretazione, portandosi dentro «sopportazione e accettazione» in attesa che si «passi la scena di questo mondo» e avere in premio la vita eterna.
Sembra più adeguato collegare lo schema teologale con quello battesimale. Attraverso il dono dello Spirito noi siamo resi simili a Gesù. Siamo abilitati a vivere come profeti, sacerdoti e testimoni. Di cosa? Del regno di Dio e della possibilità che la storia si trasformi esattamente secondo la speranza che Gesù portava nel suo cuore e nella sua prassi.
Le articolazioni interne a tale «abilitazioni» sono facilmente descrivibili. Esse fanno riferimento proprio alla prassi di Cristo.
Tuttavia lasciano in ombra la dimensione ecclesiale. La vita cristiana si vive nella forma della comunità: la fraternità e la ministerialità. Fraternità va intesa sia come esperienza di vita comune e di testimonianza dell’amore fraterno, sia come azione comune in vista della missione, cioè la trasformazione del mondo. Ministerialità indica il modo specifico di fare comunità: secondo i carismi, i servizi, i doni dello Spirito per la missione comune. Questo aspetto viene spesso descritto anche nei termini della dimensione vocazionale della vita.
Così definita la «vita cristiana» potrebbe essere intesa in cinque dimensioni: ascolto, fraternità, ministerialità, servizio al mondo e celebrazione. Queste dimensioni sono obiettivi e quindi atteggiamenti strutturanti tutto l’agire del credente. In riferimento alla iniziazione cristiana si deve parlare di «introduzione» a tali dimensioni che la vita ecclesiale successiva porterà a maturazione.

I soggetti del processo

Un altro elemento chiave del processo di iniziazione cristiana è il soggetto educativo. Esso è definito attraverso l’intera vita della comunità. Alla base e al vertice del processo c’è il Vescovo che, a nome di tutta la comunità, accoglie le intenzioni del candidato che è stato «sensibilizzato» dalla vita della comunità o da alcuni cristiani. Il vescovo lo affida alla formazione dei padrini e dei catechisti, e alla preghiera e alla testimonianza dei cristiani. Essa lo segue, lo sostiene, lo verifica nel suo progressivo cambiamento di vita.
Tuttavia questa impostazione non è quella attuale. La comunità è molto assente nella trasmissione della fede e gli stessi genitori non sono affatto consapevoli. Non è sufficiente la pastorale introdotta negli anni ’70 e intesa come «breve e immediata preparazione dei genitori che chiedono i sacramenti per i loro figli». Occorre davvero costruire nuovi luoghi comunitari e catecumenali.

Il processo: tempi e tappe

Il processo di iniziazione cristiana può essere descritto in vari modi.
Il modello del «diventare cristiani» attraverso il catecumenato prevede tempi e tappe differenziate. Le tappe essenziali sono: la sensibilizzazione e l’evangelizzazione, la formazione attraverso il catecumenato e la catechesi, la celebrazione dei sacramenti della iniziazione (battesimo, cresima ed eucarestia), il periodo della esperienza e comprensione dell’avvenimento sacramentale.
Queste tappe sono collegate a dei momenti di verifica: per essere definito «catecumeno» e per accedere ai sacramenti. Sono gli scrutini o verifiche operate dalla comunità per sincerarsi del cammino di trasformazione e abilitazione.
La presenza di verifiche fa mettere l’accento anche sui tempi. Non si può essere iniziati all’infinito; ma neppure automaticamente. Ci vuole un tempo giusto. Non predeterminato sociologicamente in base all’età o alla semplice partecipazione al cammino. Lo scopo infatti della iniziazione cristiana è l’inserimento e adesione al mistero pasquale e questo comporta nelle persone una ristrutturazione della propria esistenza. Questo avviene secondo il ritmo di ciascuno e non senza crisi e passaggi progressivi «interni alla persona».


PROBLEMI APERTI IN RIFERIMENTO AI PREADOLESCENTI

Quanto detto finora pone alcuni interrogativi alla scelta di parlare della azione pastorale verso i ragazzi come iniziazione? In effetti qualche interrogativo potrebbe e dovrebbe essere sollevato.

Iniziazione o socializzazione?

Tutto il processo di iniziazione cristiana nasce dall’interesse verso la fede del candidato (il destinatario del processo).
Questo deve essere meglio definito se si parla di ragazzi. Non è tanto in questione l’interesse verso la pratica religiosa o la appartenenza ecclesiale che è collegato a tanti fattori, soprattutto la qualità dell’offerta pastorale delle comunità. Quanto piuttosto alla possibilità decisionale dei ragazzi stessi.
L’iniziazione cristiana come descritta suppone una capacità di vita e di progettualità che non avviene prima della età giovanile e adulta. Non nel senso di una piena consapevolezza di vita, quanto proprio del fatto «decisionale» dell’esistenza. Da tutti gli autori di psicologia evolutiva esso è posto dopo la crisi adolescenziale come frutto della presa di distanza dalla identificazione dell’infanzia o, se si vuole, come passaggio dalla satellizzazione alla ri-satellizzazione attraverso la separazione preadolescenziale.
A ben guardare l’iniziazione cristiana dei ragazzi è molto più simile al processo di socializzazione religiosa. Infatti attraverso di essa la comunità assicura alle nuove generazioni la trasmissione del suo patrimonio religioso e lo fa innanzitutto attraverso l’introduzione alla sua vita e alla sua speranza.
Invece «iniziazione» dice soprattutto volontà di assimilazione e interiorizzazione della stessa. E questo avviene solo nell’età adatta e attraverso un giusto distanziamento dal modello culturale precedente. Anche la vita di fede, infatti, si nutre di modi di pensare e di simbolizzare se stessa che sono «culturali».
Riflettere su questo interrogativo non porta alla conclusione della impossibilità o «insensatezza» dell’azione pastorale verso i ragazzi. Significa mettere l’accento soprattutto sul bisogno educativo del ragazzo. Ha davvero bisogno di passare attraverso questa struttura per essere aiutato a vivere la fede adulta?
Sia la prassi che la teologia pastorale mettono alcuni dubbi. Si avrebbe maggiore vantaggio se si decidesse di articolare la proposta formativa come risposta al bisogno di crescita umana e religiosa del ragazzo e organizzando itinerari secondo tali bisogni. Ma questa prospettiva è esclusa sia dai catechismi ufficiali che dalla maggioranza dei testi didattici.

Lo sbilanciamento sulla crescita «cristiana»

L’impostazione globale del processo formativo andrebbe formulata a partire dall’esito che si desidera perseguire: l’atto di fede e di adesione alla prassi di Gesù (l’inserimento nel mistero pasquale) e a partire da questa finalità prevedere i momenti formativi legati all’età evolutiva dei destinatari, in modo tale che essi siano sostenuti nella loro crescita umana e religiosa e così vengano «favoriti» nella scelta di impostare la vita secondo il Vangelo.
Molte esperienze seguono questa impostazione.
Il centro di tale organizzazione dovrebbe essere la preoccupazione di sostenere la nascita di «nuove simbolizzazioni» della tradizione cristiana nelle nuove generazioni.
Si può giustamente parlare di aree di formazione. L’area del sostegno alla capacità decisionale, progettuale e alla formazione della personalità.
L’area della «soddisfazione» dei bisogni vitali e dei compiti evolutivi della persona. L’area della maturazione del giudizio religioso ovvero della corretta visione dell’immagine di Dio e del religioso. L’area della conoscenza-proposta del progetto di vita di Gesù di Nazareth. L’area della socialità e della appartenenza ad una comunità religiosa.
Queste aree verranno pensate come costruzione della personalità e dell’esperienza umana capace di formulare l’adesione profonda al vangelo e alla comunità cristiana nel tempo possibile delle decisioni. È come mettere delle intuizioni che prenderanno corpo quando la persona potrà esprimere se stessa.

Il contesto pastorale

E veniamo alla questione più spinosa. È indifferente in tale prospettiva la collocazione dei sacramenti?
Si può dare o non dare i sacramenti dell’iniziazione cristiana o parte di essi?
La attuale prassi della iniziazione cristiana dei ragazzi è unanimemente giudicata fallimentare.
Di fronte a questo ci sono diverse posizioni. Fare leva sull’età oppure fare leva sul modello educativo utilizzato. In passato abbiamo avuto tentativi di risolvere il problema con la scelta di «alzare» l’età della cresima. Oggi al contrario con la scelta di «abbassarla». È una scelta che non chiarisce i presupposti e i punti di arrivo.
Più attraente sembrerebbe la posizione di chi insiste sul modo di incontrare i ragazzi e la qualità del processo formativo.
Si tratta di spostare l’accento dalla preoccupazione della trasmissione dei contenuti alla opportunità di fare esperienze formative insieme con loro.
In ogni caso va sottolineato il «valore pedagogico» che viene attribuito anche all’età dei sacramenti. L’età non è ininfluente.
Essa può permettere il verificarsi o meno dell’interiorizzazione del messaggio. Mettere una scadenza uguale per tutti significa non preoccuparsi degli esiti della comunicazione del sacramento.

Ripensare le tappe sacramentali dell’iniziazione cristiana

Nella prospettiva di ripensare l’intera pedagogia della chiesa per le nuove generazioni possono essere utili le indicazioni seguenti. Esse nascono dal tentativo di cercare da una parte di far evolvere l’attuale situazione ed organizzazione e dall’altra di non stravolgere l’impianto che deriva da Pio X.
Il punto di riferimento può essere il cap. V del Rica, già citato. In questo capitolo si prende in esame l’iniziazione cristiana dei ragazzi in età scolare: coloro cioè che non hanno avuto per diversi motivi il battesimo da bambini.
Nella prassi pastorale questo capitolo è pensato come «rimedio» alle situazioni non ordinarie. Invece andrebbe considerato come una vera possibilità o meglio il punto di forza della attenzione pastorale ai ragazzi nella nostra situazione attuale. Si tratta di introdurre la possibilità di spostare il battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana in età più adatta.
Alla richiesta tradizionale di battesimo si potrebbe proporre una prassi battesimale prolungata nel tempo dell’infanzia nella quale curare la formazione almeno religiosa dei genitori. Il battesimo e l’eucarestia possono essere collocate nell’età della fanciullezza intorno ai 10 anni con un organizzazione che favorisca sia il ruolo dei genitori che della comunità. Dovrebbe seguire la formazione dei ragazzi secondo il modello precedentemente descritto. Questo tempo andrebbe riorganizzato nello stile della iniziazione cristiana e del catecumenato, e avrebbe come punto di arrivo l’ingresso nella vita adulta della comunità.
Il sacramento della confermazione potrebbe, appunto, confermare tale decisione. Questo cammino necessità di un tempo adeguato e soprattutto della capacità di decisione del ragazzo. Questo non avviene in modo significativo prima della giovinezza.
Tuttavia questo modello di organizzazione non avrebbe esiti formativi adeguati se le programmazioni operative seguissero ancora la preoccupazione di trasmettere tutta la verità della fede cristiana. La preoccupazione maggiore deve essere, come detto, lo sviluppo umano e cristiano delle strutture della persona capaci di esprimere in età adatta la «decisione» per il Vangelo.

Prospettive

Possiamo quindi parlare di iniziazione cristiana dei ragazzi ma a condizione che questa organizzazione pastorale non rifletta su di loro un modo di pensare e di formare che sono propri dell’adulto. Sarebbe un adultismo inutile.
Se è certamente giusto recuperare le dimensioni «progressive» del diventare cristiani, sarebbe però molto grave ritornare al primato «oggettivo» della dottrina rispetto alla evoluzione personale e sociale dei ragazzi. La preoccupazione della trasmissione oggettiva del cristianesimo risponde ad una necessità che va realizzata in altro modo e riguarda principalmente la testimonianza degli adulti e delle comunità, più che le nuove generazioni.
Per l’età evolutiva dei ragazzi è molto più utile e adeguata la preoccupazione di realizzare veramente esperienze di «iniziazione», cioè introduzione, sperimentazione, della proposta di vita cristiana in modo tale che appaia come apertura significativa per il loro futuro di persone e credenti. I sacramenti sono un dono collegato strettamente alla loro crescita e in vista della loro crescita. Sono forza di Dio per l’esperienza cristiana durante tutto il cammino che porterà le nuove generazioni a celebrarli pienamente.