La scuola

Sara De Bianchi

(NPG 2013-06-60)


Cosa vuol dire oggi essere educatori salesiani nella scuola? La consapevolezza dell’importanza del nostro ruolo ci impone di rispondere a degli interrogativi che la società contemporanea ci pone in maniera pressante e, dunque, di operare delle scelte che configurino in maniera responsabile e specifica il nostro agire quotidiano.
Ormai da diversi anni sentiamo parlare di “sfide educative” che la contraddittoria realtà, nella quale siamo immersi, lancia al mondo della scuola: la globalizzazione, l’indifferenza per le verità fondamentali della vita umana, l’individualismo, il relativismo morale e l’utilitarismo, l’applicazione delle nuove tecnologie al campo dell’informazione, che condizionano sempre di più la vita quotidiana e i processi di insegnamento-apprendimento. Inoltre l’accresciuto divario tra paesi ricchi e paesi poveri, con il conseguente aumento delle migrazioni, accentua la diversità delle identità culturali nello stesso territorio, rendendo sempre più difficile l’integrazione. È una società che propone diversi e contrastanti modi di interpretare il mondo e la vita, prospetta la possibilità di aderire a una vasta gamma di valori e/o ideali, sempre più stimolanti, ma anche sempre meno condivisi e condivisibili da un punto di vista etico e morale. A ciò si aggiungono le complicazioni derivate da problemi di stabilità della famiglia, da situazioni di disagio e di povertà, che disorientano i giovani sul piano esistenziale ed affettivo, in un periodo delicato della loro crescita e maturazione.
La società e la cultura, che permeano ed influenzano il nostro vissuto quotidiano, sono talmente complesse che non è più sufficiente (e di sicuro non lo è mai stato) ridurre il processo formativo ad una mera fruizione individualistica di contenuti e teorie, strumentale al conseguimento di un titolo di studio.
Allora, come può l’azione educativa trovare risposte adeguate a tali sfide? Si tratta semplicemente di applicare una nuova metodologia? Oppure solo di trasformare e calibrare i contenuti delle discipline di insegnamento? E ancora, nella scuola cattolica salesiana, i tratti della professionalità docente presentano delle specifiche peculiarità che permettano di affrontare tali sfide da un punto di vista privilegiato?

Insegnante come educatore

Senza ombra di dubbio l’insegnante di scuola cattolica salesiana si configura come un docente professionista dell’istruzione, ma non solo: egli è un educatore cristiano ed evangelizzatore, il mediatore di uno specifico progetto educativo, una persona impegnata in un cammino di crescita e maturazione spirituale. Ognuna di queste professionalità risulta essere imprescindibile per creare una relazione pedagogica con il soggetto educante, fondata sull’accoglienza, la condivisione, la ricerca-azione, la costruzione del sé e della vita, nell’orizzonte più ampio di una formazione che non può non essere integrale, configurandosi come “Progetto di vita”.
Tutto ciò implica negli insegnanti il possesso di una solida formazione professionale, di un esteso ventaglio di competenze culturali, pedagogiche e psicologiche, di abilità progettuali e valutative, attitudine alla ricerca e alla sperimentazione, disponibilità al rinnovamento ed all’aggiornamento delle metodologie. Il tutto sostenuto da una profonda capacità motivazionale, che sappia orientare l’alunno ad una positiva costruzione di sé.
Ma sappiamo bene che la sola attenzione all’aggiornamento professionale non è sufficiente. Occorrono una dedizione e una motivazione diverse, un motore più potente, un impulso in grado di configurare in maniera ancora più specifica il nostro agire quotidiano: la sintesi tra cultura, vita e fede. Si tratta dunque di una visione più ampia, antropologica, ispirata ad un umanesimo integrale e aperta al trascendente. È necessaria una forte compenetrazione tra i contenuti disciplinari e il messaggio evangelico, alla luce del riconoscimento di sé come cristiano.
Ci sembra che una figura così delineata sia espressa in maniera esaustiva dalle parole di Don Guglielmo Malizia:
“In altre parole, al fine di educare i giovani nella scuola cattolica, il docente laico, adeguatamente preparato nell’insegnamento, deve attenersi alle seguenti indicazioni di metodo: una didattica focalizzata sulla persona degli allievi, da svolgere in un ambiente educativo permeato dello spirito evangelico di carità e di libertà, con una pedagogia di progetto, sostenuta da una testimonianza di vita.”[1]
Se è vero che, all’interno delle istituzioni scolastiche, l’insegnante è la risorsa formativa più importante, ci sembra di fondamentale importanza che egli, in prima persona, viva e faccia suoi gli atteggiamenti e le virtù da promuovere nell’alunno, facendosi testimone prima ancora che un trasmettitore di conoscenze.

Insegnante come testimone

Ci chiediamo allora, come si può essere testimoni e, soprattutto, di cosa, all’interno di una comunità educativa salesiana?
La comunità educativa nella quale svolgiamo la nostra azione quotidiana (nel nostro caso quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il ramo femminile della Famiglia Salesiana) è permeata della storia della spiritualità giovanile salesiana: persone coinvolte profondamente nel compito educativo che Don Bosco ha loro affidato e che si sono impegnate a portare avanti con fedeltà i suoi ideali, i suoi insegnamenti, incarnando il suo inconfondibile carisma. Certamente la complessità sempre crescente della società in cui ci si trova ad agire, ha imposto un continuo riesame di un metodo educativo che, dalla tradizione, ha attraversato una zona di frontiera e si è inevitabilmente lanciato su nuove strade, pur mantenendosi fedele a dei principi che ancora oggi ci guidano, illuminano il nostro cammino, brillano come un faro nel buio, risplendendo di una luce alimentata dall’impegno, dalla speranza e dalla dedizione di quanti fanno della spiritualità di Don Bosco la loro ragione di vita, da mettere a servizio dei ragazzi .
Dunque, di cosa possiamo essere testimoni se non di questo profondo impegno, della passione, della devozione, nutrite dalla consapevolezza che Dio è un Padre, ci ama, ci conforta, ci accoglie, ci salva, riempie la nostra vita. Don Bosco ce lo ha insegnato in maniera semplice, con gioia, slancio, spontaneità e concretezza. Egli diceva: “Imperciocchè quantunque egli ami tutti gli uomini; come opera delle sue mani, tuttavia porta una particolare affezione per li giovanetti, formando in essi le sue delizie”[2]. Così, proprio come i ragazzi di Valdocco e Mornese facevano esperienza dell’amore di Dio per loro, semplicemente attraverso l’accoglienza concreta e quotidiana di Don Bosco, allo stesso modo crediamo che i nostri ragazzi possano sperimentare la spiritualità, intesa come amore di Dio, attraverso la nostra testimonianza di vita.

Il cuore: la spiritualità

Cosa intendiamo per spiritualità salesiana? Come la viviamo concretamente nelle nostre scelte quotidiane di educatori?
Don Bosco ci ha insegnato a vivere la spiritualità e la vita cristiana come unificazione di un’intera esistenza: "Sia che mangiate, sia che beviate, o qualunque altra cosa facciate, fate tutto a gloria di Dio"[3]. Una spiritualità, dunque, che non può e non deve essere relegata in una dimensione estranea alla realtà quotidiana, ma collocata al centro della vita stessa. Noi educatori la realizziamo nella dimensione del nostro vissuto personale, sia esso lavorativo o privato. Ciò che nutre e supporta tale vissuto è la profonda consapevolezza che Dio guida le nostre scelte nel nostro lavoro con i giovani e per i giovani. In una sola parola ciò che sostiene una relazione educativa, vissuta nella fede, è l’amore. Un termine che può avere una vasta gamma di connotazioni, ma che, per gli educatori salesiani significa dialogo, libertà di opinione, scelta responsabile, aiuto, cordialità, impegno, allegria, affetto, collaborazione per il bene dell’educando, ragione, religione ed amorevolezza. Ognuna di queste connotazioni apre la strada ad una dimensione relazionale unica, specifica, motivante, che dà valore al nostro agire.
La priorità che noi educatori abbiamo è il bene esclusivo ed irrinunciabile dei giovani, soprattutto di quelli meno fortunati da un punto di vista affettivo e spirituale. La logica delle nostre azioni quotidiane è l’attenzione alla persona nella sua totalità, che si realizza attraverso una presenza costante, incondizionata, attenta, dialogante e gratuita. La risposta che forniamo ai giovani, alla loro sete di essere ascoltati e riconosciuti nella loro identità sarà tanto più carica di amore, quanto più il giovane si sentirà una persona unica.

Tutto proviene da Dio

Ancora una volta parliamo di amore, quello unico, caritatevole, incondizionato e salvifico che proviene dall’unione con Dio. Tutte le azioni e le scelte che operiamo quotidianamente con i giovani e per i giovani hanno un solo punto di origine e di arrivo: la carità di Dio. Ed è di questa carità che dobbiamo essere mediatori e testimoni. Ma in che modo? Innanzitutto credendo fermamente che Dio è al centro della nostra vita, è una presenza che dà senso alla nostra esistenza e orienta le nostre scelte. La cosa più difficile è dimostrare e convincere che Dio non si manifesta solo nella preghiera, ma lo si può incontrare in tutte le circostanze della vita quotidiana e nelle persone con cui si viene in contatto: l’esperienza di Dio è esperienza dell’uomo. Ancora una volta Don Bosco ci viene in aiuto, suggerendoci una modalità semplice, ma assolutamente efficace per dimostrare che Dio è tra noi, ci ama, ci dona speranza e salvezza: lui stesso tante volte ha raccontato ai suoi ragazzi la parabola del Buon Pastore, che offre la vita per le sue pecore, e ne ha fatto la sua ragione di vita. “Ho promesso a Dio che fino all’ultimo respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani”[4]. Si attualizza e concretizza così la presenza di Dio tra noi, palesando il suo progetto: amarci senza misura. Così, se da un lato noi stessi possiamo scorgere i segni dell’amore di Dio nei giovani in mezzo ai quali operiamo, dall’altro abbiamo uno strumento potente per testimoniare la sua presenza.
La parabola del Buon Pastore è una fra tante. Il Vangelo è pieno di esempi che possono aiutarci ad attualizzare e concretizzare la presenza di Dio tra noi, che resta per lo più misteriosa, ma scuote la sensibilità personale e apre la via alla fede. Certo il cammino è accidentato: non è facile in una società come quella in cui viviamo, indebolita dal punto di vista religioso, continuare con costanza ed impegno a configurare in maniera cristiana l’azione educativa. Ma ci sentiamo investiti di una responsabilità e di un impegno che derivano direttamente da Don Bosco. Siamo fiduciosi che l’educazione ispirata al suo “metodo preventivo” e alla sua spiritualità possano resistere e vincere anche di fronte alle difficoltà. L’educazione diventa dunque presenza attiva, accompagnamento, analisi della situazione, non solo nel ristretto ambito della classe, bensì nel più ampio scenario del tempo e del luogo in cui incontriamo i giovani e li invitiamo personalmente a fare esperienza di Dio.
Don Bosco ci ha anche insegnato a vivere la presenza di Dio in un clima festoso, allegro, in cui gli educatori stanno con i giovani. Così nelle ricorrenze e nelle feste, tipiche della comunità salesiana, insegnanti e giovani si scambiano reciprocamente amicizia, stima, affetto che trascende gli orari, le lezioni, lo studio e oltrepassa i ruoli di docenti e allievi. Sono questi momenti privilegiati che consentono ad ogni individuo, educatore o educando, di trovare il proprio posto, di essere riconosciuto nella propria persona e nelle proprie attese. Il clima festoso arricchisce reciprocamente e invita il giovane in modo personale ad intraprendere il cammino della fede, della preghiera, dell’esperienza di fraternità e della gloria di Dio. L’istituzione scolastica, dunque, si può dire spiritualmente salesiana quando è vicina ai giovani mediante la testimonianza e l’impegno concreto di quanti operano al suo interno, docenti per primi.
La spiritualità salesiana è chiaramente una spiritualità festosa. Don Bosco faceva sperimentare ai suoi giovani la fede come felicità. Allora, per noi insegnanti, il campo di azione privilegiato sono il cortile, le gite, il gioco, il teatro. Luoghi speciali in cui possiamo entrare in contatto con i nostri giovani, intensificare i rapporti interpersonali, collaborare alla realizzazione di un progetto comune, ma allo stesso tempo stimolare il protagonismo di ognuno. Inoltre tutte le feste salesiane hanno come momento centrale l’incontro con Dio nella preghiera e nell’eucarestia.
La spiritualità salesiana dunque si manifesta in varie forme e si concretizza in un ampio ventaglio di momenti e situazioni. Il denominatore comune, che gli insegnanti dovrebbero tenere in considerazione è quello di: “… curare il contatto con i singoli giovani per destare in ciascuno di essi il bisogno e la ricerca dei valori […] mettere ogni cura per far nascere all’interno del gruppo espressioni di fede vissuta”[5].

 

NOTE

[1] G. Malizia, Originalità, profezia, efficacia del metodo educativo della scuola cattolica, dagli atti del Convegno Nazionale Fidae “Il docente laico di Scuola Cattolica nel contesto delle riforme scolastiche” (Roma, 24-25 gennaio 2003).
[2] G. Bosco, Scritti, Il giovane provveduto, Articolo 2: I giovanetti sono grandemente amati da Dio, www.donboscosanto.eu
[3] G. Bosco, Scritti, Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà, Delle giaculatorie, www.donboscosanto.eu
[4] G.Bosco, Massime, MB XVIII, 258, www.sdb.org
[5] Pastorale Giovanile, CG 21, 103.