Una pastorale nella prospettiva

della nuova evangelizzazione /1 

Sergio Lanza 

1. Di fronte alla 'debolezza' del pensare: le ragioni della fede

La parola della fede può essere accolta e suscitare risposta di adesione solo se l'uomo di oggi, abbandonata la presunzione della ragione pragmatica e l'abdicazione del pensiero debole, si fa di nuovo – coraggiosamente e umilmente – cercatore di Verità. Il cristiano testimonia la verità che ha ricevuto, e se ne fa, parimenti, ricercatore appassionato. Sa che essa è dono, non conquista; e che, tuttavia, solo cercandola si può riconoscerla.
Di fronte al 'silenzio' di Dio nell'atmosfera predominante in cui vive l'uomo moderno, il cristiano si trova posto radicalmente in questione: o si lascia egli stesso comprimere dall'orizzonte a-metafisico, e si incammina sui sentieri della teologia della morte di Dio, di una pseudosapienza, cioè, che pretende di proporsi all'uomo come religione atea, dove non si parla più di Dio ma del divino, dell'energia spirituale dell'universo... (ciò avviene di fatto per quei cristiani che ritengono ingenuamente compatibile la loro fede con le forme della 'nuova religiosità diffusa'); oppure, con fedeltà coraggiosa, si fa carico dell'impegno di percorrere il sentiero faticoso della ricerca di Dio, per sostanziare la propria decisione di fede e saper offrire agli uomini di questo nostro tempo (cf 1Pt 3, 15) nuove aperture, in cui l'orizzonte si schiude alla trascendenza. Appare chiaro, allora, che la questione della Verità e dell'Assoluto – la questione di Dio – non è una investigazione astratta, avulsa dalla realtà del quotidiano; ma la domanda cruciale, da cui dipende radicalmente la scoperta del senso (o del non senso) del mondo e della vita: della propria vita personale.
La prospettiva cristiana non si sovrappone (tantomeno si contrappone, in un fideismo che è la caricatura della vera fede) a questa esigenza radicale di ricerca. Al contrario. La fede cristiana, infatti, non si limita a generiche affermazioni di carattere 'religioso', ma propone un'immagine di Dio ben caratterizzata e specifica; una visione del mondo e della vita con contorni e orientamenti ben profilati; una promessa, infine, unica e (umanamente) in-pensabile di salvezza («credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà»). Ciò dà immediata concretezza e plasticità al discorso e impedisce il facile e superficiale accordo (caratteristico di un diffuso e – questo sì, astratto – teismo) sull'esistenza di una entità assoluta senza alcun influsso e riflesso sulla esistenza reale. Si impone, allora, il massimo impegno di approfondimento critico.
Nonostante ciò l'uomo (particolarmente, ma non esclusivamente, l'uomo di oggi) sembra defilarsi rapidamente: sia ritraendosi infastidito dalla area del religioso, sia – più frequentemente negli ultimi tempi – minimizzando o stigmatizzando come irriguardosa l'esigenza di razionalità di fronte al divino. Percepiamo, da un lato, i segni di una sorta di rimozione collettiva del problema di Dio; con le conseguenze di spaesamento esistenziale che vi si accompagnano; dall'altro, l'insidia serpeggiante del pensiero. Ciò costringe piuttosto a rivedere in profondità la diagnosi di indifferenza religiosa che fino ad alcuni anni or sono sembrava identificare con sufficiente pertinenza l'approccio dell'uomo tardo-moderno alla religione.[1] Anzitutto, indifferenza non come irrilevanza (esiste anche questa sindrome, ma è del tutto minoritaria), ma indifferenza come incapacità di decisione e come tendenza a porre tutte le religioni sullo stesso piano: speculare e simmetrica, appunto, alla stagione del pensiero debole.
Il progresso delle scienze ha reso acuto il nostro sguardo sull'universo, ha affinato le nostre capacità di spiegarne i fenomeni, ha ingigantito la nostra capacità di dominarlo (e di distruggerlo); il cuore stesso della costituzione biologica dell'essere umano viene in qualche modo raggiunto (e minacciato: ingegneria genetica). Tutto ciò aiuta a risolvere molti problemi; molti altri, di ordine scientifico, ma soprattutto etico e morale, ne crea. Ma, in ogni caso, lascia fondamentalmente impregiudicata la domanda cruciale sull'origine, il significato, la destinazione della realtà. Né sa dare migliore risposta alle questioni che da sempre la accompagnano (in primo luogo, la questione del male, fisico e morale).
Soprattutto nel mondo occidentale, riempito dall'abbondanza dei beni di consumo e dalla amplificazione delle risultanze tecnologiche e scientifiche, la questione della Verità è posta fuori dai percorsi abituali della cultura. Non appartiene alla moda, non attira. Respinta e psicologicamente rimossa, essa si presenta però (insopprimibile com'è nel profondo del cuore umano) sotto mentite spoglie. Ecco allora l'interesse crescente per il paranormale, per l'occulto (il giro d'affari di maghi, fattucchiere e simili è calcolato, in Italia, intorno ai millecinquecento miliardi annui), per le già ricordate forme di varia 'religiosità'. Tutte configurazioni in cui la dignità della ragione umana è violentata e sconfitta. La forma è in parte nuova, l'estensione straordinariamente ampia; ma, a ben guardare, è tentazione di sempre: di fronte al prolungarsi della dura esperienza del cammino nel deserto, alla difficoltà e, soprattutto, all'incertezza, ci si affida alla rassicurazione degli idoli, si danza attorno a un vitello d'oro (Es 32). Anche l'uomo di oggi, l'uomo tecnologico, nonostante la profezia di Max Weber, che annunciava l'era del disincanto, continua a cadere vittima della illusione idolatra. E non soltanto nelle forme – mascherate, ma ben note – del denaro e del potere; anche in nuove forme di religiosità, esotica e modernistica ad un tempo, nel cui crogiolo trovano risonanza, e momentaneo appagamento, le aspirazioni di superficie del nostro tempo.
Si mostrano così tutti i limiti di una esperienza ín cui una umanità scristianizzata venera le icone non più come immagini di Dio, ma come opera d'arte; per scadere rapidamente in una esperienza in cui esse sono ridotte a merce di scambio.[2]
Il cammino della ricerca, invece, prende inizio quando l'uomo smaschera il carattere effimero e illusorio dei surrogati, sgombera il campo dalle figure mute degli idoli e si incammina verso la terra promessa. La ricerca della Verità esige il coraggio della libertà interiore: è facile sostenere Mosè, quando proclama la rivolta contro il faraone, la fine della schiavitù, una terra promessa. Difficile è seguirlo nel cammino del deserto. Allora insorge la contestazione, il desiderio di tornare indietro, al sicuro: si dimentica la frusta dei sorveglianti, si ricorda solo la minestra di cipolle, amara ma garantita (Es 16, 1-17, 7); fino alla provocazione – antica e moderna – «il Signore è in mezzo a noi o no?» (Es 17, 7).
Come prodotto della disseminazione pluralistica, ma soprattutto della estenuazione della questione della verità, quasi contrazione amara della irrisione della metafisica, l'insidia del pensiero debole costituisce banco di prova per la ricerca teologica e la spiritualità cristiana.
Non basta di fronte a questo ribadire i 'valori' in forma declamatoria. È necessario riaprire culturalmente – cioè nell'immaginario collettivo, nell'apprezzamento accademico e nella qualità pastorale delle comunità sul territorio – i sentieri della ricerca.
È il tema già indicato dal Vaticano II della pastoralità di tutta la teologia, maldestramente inteso come sua facilizzazíone e – in fondo – banalizzazione. Al contrario, uno sforzo teso al diapason per non tradire la novità della grande notizia che la parola del Vangelo racchiude e vuole sprigionare qui e ora. È questo il compito della inculturazione inteso nel quadro della responsabilità ecclesiale del teologo, come sua vocazione e specifica missione.[3]
Questa responsabilità dialogica non ripiega la teologia nell'indistinto; non la mimetizza per timore di ostracismo. Lucidamente la voce non sospetta di Max Horkheimer: «Si vuole abolire la teologia. Con essa viene a scomparire dal mondo ciò che noi chiamiamo 'senso'. Verrà allora a dominare la logica di mercato (Geschäftigkeit), ma senza senso. Un giorno si considererà anche la filosofia come espressione propria dell'infanzia dell'umanità. Si dirà, con il positivismo, che è puerile speculare sul rapporto tra il relativo e il trascendente» [4]
Il lavoro del teologo coniuga incessantemente lo sguardo acuto e introspettivo della quaestio, l'interrogazione cioè come forma critica dell'intellectus quaerens fidem e forza luminosa della sua verità; e l'energia dialettica della disputatio, nell'ampia agora del dibattito culturale, come «confronto serio, aperto, tra pretese concorrenti di possesso della verità sul piano della verità» come «viaggio comune verso la verità».[5]
Si comprende come l'esigenza di 'stare dentro' la modernità non è abile tatticismo, ma esigenza interna alla fede: riveste carattere teologale. Stare dentro, in prospettiva e in stile di incarnazione.[6]
Una della caratterizzazioni più rilevanti della cultura occidentale moderna è costituita senza dubbio dalla razionalità scientifica: espansione e penetrazione delle scienze empiriche, gigantesca diffusione delle tecnologie; diversa metodologia del conoscere (approccio empirico, verificabilità...) diversa intenzionalità dell'azione (non solo scoperta e osservazione, ma trasformazione del mondo...). Ciò influisce sensibilmente sul rapporto dell'uomo con il cosmo, con la società, con la trazione storica (valori, simboli, interpretazioni, progetti). Entro questo orizzonte, l'annuncio biblico appare facilmente mitologico;[7] e, in ogni caso, risulta difficile muoversi in ambiti conoscitivi dove il metodo empirico-critico non ha cittadinanza (simbolo, trascendente..., sia pure con singolari contraddizioni). Le uniche realtà 'sicure' (anche se provvisorie) sono quelle raggiunte dalle scienze. Diminuisce il rapporto dell'uomo con la sua storia, diminuisce il ruolo delle età adulte e anziane della vita. Del resto, il carattere non definitivo e a volte incerto delle conquiste scientifiche non conduce a pensare che 'oltre' ci sia il 'mistero', ma solo ad assumere come costante epistemologica un atteggiamento di provvisorietà e mobilità.
Di fronte a questo, è necessario liberarsi dalla compressione culturale che il fatto e la parola della fede hanno subito negli ultimi due secoli, fino ad apparire realtà agli antipodi della scienza e del sapere. La cultura moderna tende a confinare la religione fuori dei circuiti della razionalità: nella misura in cui le scienza empiriche monopolizzano i territori della razionalità, non sembra nemmeno esserci spazio per le ragioni del credere.
La fede, certo, è anzitutto dono di Dio e rischiaramento dello Spirito; ma non per questo essa cessa di rivendicare con dignità e con rigore la qualità razionale dei propri asserti e dei propri processi. Il sapere della fede ha carattere di dignità culturale qualificata. E compito urgente e primario sfatare nella opinione diffusa l'immagine – per la verità ignorante e grossolana – dí una fede sprovveduta sotto il profilo della investigazione razionale.
Inoltre, il sapere della fede illumina la ricerca dell'uomo: la interpreta umanizzandola, la integra in un progetto trasparente, unitario e costruttore di vita, strappandola alla tentazione del pensiero calcolatore, che strumentalizza il sapere e fa delle scoperte scientifiche mezzi di potere e di asservimento dell'uomo; la orienta e la fa capace di discernimento, in merito alle questioni che toccano il senso, il valore e l'integrità della vita.
Solo questa coltivazione rende capaci di un dialogo nella verità.


NOTE

[1] Già G. DE ROSA, Per una pastorale della non credenza, in «La Civiltà Cattolica» 134 (19831, q. 3204, 539-557, rilevava: «L'indifferenza religiosa è un fenomeno assai complesso» (545).
[2] Cf su questo H. G. GADAMER, Verità e metodo 2, Milano 1996.
[3] CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, 2 maggio 1990.
[4] M. HORKHEIMER, GS, Bd 7, 357.
[5] P. L. BERGER, Una gloria remota. Avere fede nell'epoca del pluralismo, Bologna 1994, 79; cf G. DANNEELS, Secolarizzazione ed evangelizzazione oggi in Europa, in «Il Regno Documenti» 30 (1985), 578-586 [qui 584]: «È urgente, in questo nostro tempo, riscoprire e ripetere al mondo le 'ragioni del credere'. Abolire e mettere al bando ogni sana apologetica è rendere un cattivo servizio alla causa della evangelizzazione».
[6] Cf C. RUINI, Per un progetto culturale orientato in senso cristiano, Casale Monferrato (AL), 1996, 20.
[7] La rivoluzione cosmologica delle scienze toglie a Dio la sua dimora: quella che i cieli cantano, non più la sua gloria, ma l'emozione poetica soffusa di un momento.