Una pastorale nella prospettiva

della nuova evangelizzazione /3

Sergio Lanza

 

3. Di fronte alla restrizione dell'orizzonte: varcare la soglia della speranza

Il futuro si è fatto incerto. Quella che W Benjamin chiamava sprezzantemente 'l'ottusa fede nel progresso' mostra ormai tutta la propria ambiguità e vulnerabilità. C'è tutta una sequenza di espressioni emblematiche (rivoluzione, progresso, emancipazione, sviluppo) che mostrano la corda. Così il nuovo, il mondo moderno, che «si distingue dall'antico in quanto si apre al futuro» [1] mostra tutto il suo carattere utopico.[2] Staccata dalla sua radice cristiana, incurante della esperienza delle generazioni che l'hanno preceduta, la fede illuministica nel progresso rivela tutto il suo carattere mitologico. E provoca, paradossalmente, il contemporaneo ritorno al mito: non senza un significativo recupero di spessore storico, culturale e umano; ma anche con tutte le forme di mistificazione cui apre inevitabilmente la strada, e che potrebbero dar adito a pericolose fughe tangenziali, di tipo emozionale.
La cultura contemporanea registra una situazione di logoramento e, quasi, di irrilevanza del tempo storico. L'attimo fuggente non è solo titolo di un film di successo di alcuni anni or sono; riflette una percezione assai diffusa (anche se raramente tematizzata). La fede stessa dei cristiani ne viene interrogata e ne soffre il disagio. Ne va di una categoria fondamentale e portante: «Nel cristianesimo il tempo ha un'importanza fondamentale. Dentro la sua dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella 'pienezza del tempo' dell'Incarnazione e il suo traguardo nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. In Gesù Cristo Verbo incarnato il tempo diventa una dimensione di Dio [...1. Da questo rapporto di Dio col tempo nasce il dovere di santificarlo».[3]
Se il tempo, invece, è ristretto nel presente, se non si dà alcun senso complessivo e progettuale degli avvenimenti, che accadono senza sosta senza mai 'avvenire'; se l'unica filosofia della storia rimane il disilluso carpe diem oraziano, non c'è posto per l'idea stessa di creazione e redenzione, non c'è luogo per Cristo alpha e omega della storia. Tutto viene fagocitato da un presente sospeso nel vuoto.
La modernità esaspera la prospettiva biblica della storia direzionale e la secolarizza. Così, staccata dall'origine, illusa di un progresso indefinito, proiettata in avanti senza storia e senza memoria, incapace di conversione e aliena dalla croce, essa si proietta nel vuoto e si perde: «Tremiamo nella nudità dí un nihilismo nel quale il massimo di potere si unisce al massimo di vuoto, il massimo di capacità al minimo di sapere intorno agli scopi».[4]
Il rischio non ha risparmiato nemmeno le celebrazioni dell'ingresso nel terzo millennio. Nell'orizzonte culturale diffuso, infatti, il prima e dopo Cristo rimane solo una determinazione convenzionale, senza riferimento significativo e reale all'evento Cristo.
È l'evento dell'incarnazione che trasforma e qualifica la concezione stessa del tempo, sottraendolo alla ripetizione della ciclicità antica e dotandolo di un efficace antidoto nei confronti della strumentalità moderna e della dispersione postmoderna. Da chronos, il tempo diventa kairòs. Non soltanto, dunque, il tempo che passa e si ripete, con il volgere dei cicli della natura. Anche questo, certo: Dio ha stabilito l'avvicendarsi del giorno e della notte (Gen 1, 5), il movimento degli astri (Gen 1, 14), il ritmo delle stagioni (Gen 8, 22). L'ordine perfetto con cui tutto questo si svolge è segno della sua intelligenza creatrice (cf Sir 43). Ma, soprattutto, è tempo dell'intervento di Dio. Nella storia dei popoli, Israele si distingue per aver prospettato una concezione in cui il tempo non è mera ripetizione, la salvezza non un ritorno alla vagheggiata età dell'oro, ma si caratterizza come tensione in avanti, realizzazione di un progetto, compimento di una promessa. La storia umana ha una direzione e un senso. Non obbedisce più alla legge dell'eterno ritorno, ma scopre e realizza il disegno di Dio. Il fatto che Dio entri fin dall'inizio in dialogo con l'uomo, strappa la vita alla ristrettezza di un ripetersi in cui il solo vero tempo saliente e nuovo diventa quello ineluttabile della morte. Dal momento in cui egli è posto in rapporto con Dio, la sua esistenza acquista una finalità che va oltre il quotidiano, senza minimamente smentirlo.
Tutto questo esalta la creatività dell'uomo. L'opera redentrice di Cristo, kairòs supremo della storia, ha reso nuovamente possibile la realizzazione dell'ideale originario della creazione. Questa concezione fortemente impegnativa del tempo, infatti, contraddice il pragmatismo diffuso, che cattura il sapere e lo costringe dentro la camicia di forza del mercato.


NOTE

[1] J. HABERMAS, Il discorso filosofico dElla modernità, Roma-Bari 1988,7
[2] Cf F.X. KAUFMANN – J.B. METZ, Capacità di futuro..., 27: «diventa sempre più evidente che le speranze dell'Illuminismo secondo cui l'uomo sarebbe riuscito, attraverso il conoscere, a lasciar dietro di sé la minorità imputabile a se stesso e a creare un ordine di coesistenza fondato sulla ragione, si dimostrano una utopia».
[3] TMA 10.
[4] H. JONAS, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. Torino 1990, 31: cf M. GAUCHET, Le désenchantement du monde, Paris, 267: «Con l'ingresso dell'avvenire nell'inimmaginabile si conclude la laicizzazione della storia. L'ignoto dell'avvenire. senza volto e senza nome, ma che nulla obbliga. verso il quale non ci precipita alcun determinismo occulto, è l'avvenire puro, liberato dal bozzolo teologico clic continuava a nasconderlo in parte da due secoli Questo è il suo paradosso maggiore: diventa tanto più laico in quante) si scopre maggiormente dell'ordine dell'invisibile».