Una pastorale nella prospettiva

della nuova evangelizzazione /6 

Sergio Lanza 

6. La liturgia 'frontiera' di prima evangelizzazione

Il ritmo del tempo, che è il ritmo stesso della vita, trova in tutte le culture, antiche e moderne, momenti sottolineati che ne costituiscono, in maniera più o meno esplicita, una qualche sacralizzazione. Feste e anniversari sono di fatto scanditi secondo la misura dello scorrere del tempo. La Bibbia, legata a filo doppio alla esperienza storica di Israele e delle prime comunità cristiane, è immersa nel tempo: quello degli eventi narrati e quello delle promesse annunciate e attese. Comincia e termina con un avverbio di tempo: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1, 1); «Sì, vengo presto» (Ap 22, 20). E la storia di un popolo in cuil'amore di Dio per gli uomini si è manifestato in tutta la sua potenza salvifica.
È propria e caratteristica del culto cristiano la centralità dell'offerta della vita, radicata nel sacrificio pasquale di Gesù, l'unico efficace, tipico ed esemplare della nuova alleanza. La separazione ancora vigente nell'antica alleanza, la contrapposizione sacro/profano è decisamente superata: il velo del tempio squarciato (Mt 27, 51), il muro che era frammezzo (Ef 2, 14) abbattuto. Il culto entra nella vita, non vi si giustappone, ma ne celebra la verità (o ne dice la menzogna; così come ne costituisce l'autentica - e unica - possibilità di riscatto); la vita stessa è il luogo appropriato per il culto (o per l'idolatria). Ciò non contraddice in alcun modo la verticalità teologica sottolineata sopra: la conferma, piuttosto, nella sua specificità di incarnazione. Rimane, certo, la discontinuità: tra Dio e l'uomo, tra il tempo e l'eternità, tra il già e il non-ancora, tra l'effimero e l'assoluto. Rimane la frattura, umanamente insanabile del peccato, così come l'incapacità di fare della vita un'offerta totale, di orientare - secondo il disegno originario - la creazione al Creatore. In questo quadro la celebrazione liturgica è il luogo della riconciliazione, dell'unità ritrovata, della possibilità di vita riaperta. È la sorgente, il centro, il significato stesso della vita. La celebrazione liturgica (l'eucaristia in particolare) è sorgente e vertice di tutta l'esistenza cristiana.
È messo a fuoco, così, un fattore decisivo per l'autenticità della liturgia cristiana: quella connessione fede/vita che potremmo chiamare criterio di esistenzialità. Non solo a livello di coerenza applicativa, che finisce per fare della liturgia non un atto di vita, ma, volonterosamente, una istruzione propedeutica alla vita, che rimane al di fuori.
Siamo di fronte a una caratteristica originaria e peculiare della fede cristiana. Poco avvertita già dai cristiani praticanti, che faticano a rintracciare nelle pieghe di un modus celebrandi calligrafico, recitativo (quando non sciatto) la sintonia con il proprio vissuto. Ma ancor più estranea al frequentatore occasionale, che vi si smarrisce spaesato. Certo non senza propria colpa. Ma, anche, per la scarsa considerazione che si ha, pastoralmente, della liturgia come luogo di prima evangelizzazione.
È del tutto evidente che ciò avviene per una serie di fattori complessi e contorti, distanti dall'ideale della liturgia come «fonte e culmine» dell'esistenza cristiana. Ma, a meno di decisioni drastiche, nemmeno futuribili, la realtà impone di considerare tutte le occasioni - e non sono poche - in cui i partecipanti (si fa per dire) sono in seria difficoltà di fronte a uno svolgimento rituale con cui non hanno dimestichezza e del quale possiedono vaghi ricordi d'infanzia.
In parte, certo, ciò proviene dalla complessità caratteristica delle nostre società occidentali; in parte dalle inceppature che rendono problematico collocare la fede cristiana nella temperie culturale contemporanea, così profondamente mutata (con il caratteristico pendolarismo delle fughe in avanti e all'indietro). La liturgia è uno dei «luoghi» ecclesiali in cui - e non a caso - il disagio si fa più avvertibile: celebrazioni che soddisfano gli uni, o gli altri, o – spesso – i «nessuni». E, proprio per la sua persistenza e valenza simbolica, la liturgia ha il compito di tentare per prima le vie del superamento (non è certo casuale che ad essa sia toccato il primo posto nell'agenda dei lavori del Concilio Vaticano II).
Non si tratta in alcun modo di rinunciare a ciò che è proprio della liturgia, o di introdurre innovazioni cervellotiche. Al contrario! E tema di sapienza pastorale, cui soccorre la capacità educativa non meno della qualità celebrativa. Il primo aspetto (capacità educativa) chiede la verifica della impostazione della catechesi, (come 'intrastruttura ermeneutica' dal mistero celebrato), e della pratica di vita proposta (come, ad esempio, le opere di solidarietà che sono chiamate a rendere concreta e vera la parola della fede: una prassi caritativa che non coglie come intrinseca la dimensione eucaristica blocca ogni possibilità reale di celebrare la vita nella liturgia; e viceversa). Nell'ambito propriamente celebrativo (secondo aspetto), si danno già nelle configurazioni attuali opportunità non trascurabili. Si pensi, per esempio, alla preghiera dei fedeli (mantenendone, peraltro, il carattere di universalità che la preserva dallo scadere in forme di restrizione e/o di lacrimazione); con la creatività che inserisce, con sensibilità e delicatezza, il dono di Dio e la risposta di preghiera nelle circostanze concrete, secondo le molteplici esigenze della vita di una comunità. O alla colletta, che deve riprendere la sua fisionomia di atto liturgico in cui si manifesta e concretezza la comunione fraterna e la solidarietà per i più poveri. Tutto ciò non nel tentativo affannato di rendere in qualche modo interessante e attuale il rito, ma scoprendone la radicale condiscendenza con la vicenda dell'uomo, per intrinseca connessione: l'offerta della vita (di Gesù), che è la sostanza del culto cristiano, non può trovare compimento che nella vita medesima. Diventa progetto totale di vita e si intreccia perciò, fondamentalmente, con l'interrogazione e destinazione ultima dell'uomo.
Lo stile celebrativo, il linguaggio, la disposizione dell'assemblea (modello basilicale o domestico), gli arredi stessi e le luci costituiscono il contesto entro il quale la partecipazione si fa (o non si fa) possibile. La verifica tocca tutti questi elementi, attraverso la consultazione appropriata dei partecipanti (e non, per quanto possibile). Lo dicono, in maniera eccellente, i nostri Vescovi: «Dovremo dunque curare celebrazioni liturgiche che consentano a tutti di sentirsi a casa propria, nella casa dell'unico Signore: per il modo con cui si sentono accolti e possono esprimere la loro preghiera, il loro canto, il loro silenzio; per la familiarità con cui proclamiamo la parola di Dio; per la dignità di un'omelia fedele ai testi liturgici, legata alla historia salutis per la solidarietà cristiana che la celebrazione liturgica deve far trasparire a tutti, in forza dell'unico sacrificio di Cristo e della comunione con lui».[1]
Si deve ribadire qui la lezione del passato, che aveva saputo costruire un complesso celebrativo articolato di grande attinenza con il vissuto umano e cristiano delle popolazioni. Si pensi, per esempio, a rogazioni, tridui, processioni ecc. La sconsideratezza di alcuni e l'incapacità di molti hanno condotto alla desertificazione presente; né molto meglio sa fare la critica di chi vagheggia un ripristino nostalgico, capace solo di rendere ridicole e folkloriche forme che hanno avuto una funzione rilevante e mantengono la loro dignità storica. Tema cruciale e di arduità totale: in esso si verifica la capacità di inculturazione reale di un complesso celebrativo (mentre liturgia e rito sembrano dire sempre più, nell'uso corrente – giornalistico e radiotelevisivo in particolare – coreografia stereotipa, priva di vitalità).
Si profila la via obbligata di una creatività che non ha nulla a che spartire con la ripetizione pedissequa (c'è anche una ripetizione vitale, e di essa il rito si nutre) o con l'innovazione superficiale (la novità del Vangelo è qualcos'altro; ma è pur sempre novità, non solo ripetizione).
Lo sforzo è quello di individuare forme concrete di carattere comunicativo che:
– rispettino la sensibilità dei presenti;
– rispettino la natura propria dell'azione liturgica, senza pretendere di ingessarla, però, in una concezione predeterminata: guai a confondere le forme storiche, anche illustrissime, con la sostanza stessa della liturgia cristiana.
Sono molti i luoghi, molte le forme in cui la Parola può essere insegnata, ascoltata, imparata. Ma fondamentale, e in certo senso unico, è il luogo in cui essa può essere mangiata: la liturgia, in sommo grado la celebrazione della eucaristia.


NOTA

[1] CEI. La chiesa italiana a la prospettiva del paese, Roma 23 ottobre 1981.