Vita interiore

alla scuola del Vangelo

Cesare Bissoli

La vita consacrata non è facile, scontata. Quanto più la si comprende nella fede, tanto più ci si trova in «zona mistero» e si avverte quindi il bisogno di operare un confronto con la Parola di Dio testificata dalla Scrittura, essendo questa il luogo primario del pensiero di Dio, l'alfabeto di ogni suo discorso all'esistenza dei consacrati. Chi frequenta la Scrittura dà perciò a se stesso un criterio di garanzia e valutazione della sua spiritualità e insieme il nutrimento per rafforzarla e gustarla secondo le parole di Dei Verbum: «Nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (n. 21; cfr Vita consecrata 94).
Di questa spiritualità la vita interiore è componente costitutiva. La potremmo descrivere come la radice rispetto alla pianta, essendo la vita spirituale la totalità dell'esistenza credente in quanto animata dallo Spirito di Dio, mentre la vita interiore, sempre sotto l'azione dello Spirito, rappresenta il piano delle motivazioni profonde, il coefficiente che organizza i particolari, il tempo della riflessione, il luogo di maturazione delle intenzioni, l'ambito dell'intimità sorretta dall'amore per Dio e per il prossimo. In termini moderni, si potrebbe definire il DNA della vita consacrata, e prima ancora cristiana, o la matrice dell'unica vita cristiana vissuta con spirito e prassi religiosa consacrata.

GESÙ CRISTO IL PARADIGMA FONTALE

Una fondazione biblica di ciò che è spiritualità e vita interiore in essa, non avviene anzitutto con definizioni, ma semmai per testimonianze, essendo la Bibbia il luogo di persone che hanno incontrato Dio e con ciò hanno dato alla vita uno spessore di interiorità. La testimonianza centrale di tutto questo è Gesù di Nazaret. Questa concentrazione sulla persona di Gesù Cristo nasce dalla convinzione basilare della Scrittura che la vita da figlio di Dio – cui il cristiano, e dunque il consacrato, è chiamato – è tutta raccolta in Gesù. Vita consecrata, invitando ad alimentarsi alle «sorgenti di una spiritualità solida e profonda», afferma che «il punto di avvio del programma sta nel lasciare tutto per Cristo, preferendo Lui a ogni cosa, per poter partecipare pienamente al Suo mistero pasquale», sicché la vita spirituale dev'essere intesa «come vita in Cristo, configurata a Cristo, in piena comunione di amore e di servizio nella Chiesa» (n. 93). Di qui alcune sottolineature fondamentali di quello che veramente è la vita interiore del consacrato.
a) Al di là e al di dentro di ogni comprensione di vita interiore come mondo della riflessione, della motivazione, della sintesi profonda e unificante, nella visione cristiana essa riveste la forma di qualità teologale rapportata alla persona di Gesù. Un consacrato è persona interiore se fa propri i sentimenti di Gesù (cfr Fil 2, 5) e il suo stile di vita (cfr Gal 2, 20). Fuori di quest'ottica, la vita interiore di cui parlano in tanti, da Socrate a Galimberti, rischia di restare equivocata con il senso psicologico o umano di essa: pur necessario, ma non ancora cristiano.
b) In Gesù la vita interiore non è mai staccata da quella esteriore, ma fa tutt'uno, giacché la sua natura divina, il suo. Io profondo s'incarna e manifesta nella sua vita storica, concreta, ordinaria, che è insieme mistica e normale. La vita interiore di Gesù fa da motivazione e si manifesta nel suo andare per le strade di Palestina, incontrare la gente, predicare il Regno, entrare in conflitto per difendere la verità, vivere in un ambiente pubblico anche rumoroso, emotivamente intenso, eppure avere la capacità di stare in unione col Padre. Sicché la vita interiore paradossalmente si manifesta tramite la vita esteriore che emana a sua volta da quella. La vita interiore nel Vangelo non è mai stile silenzioso, apofatico di un guru, ma pur nel necessario silenzio porta sempre con sé l'energia della missione. Si ricorderà che Gesù è un grande mistico perché è un grande missionario e viceversa. E alla sua scuola, Paolo. In quest'ottica, non condivido la vita interiore come distacco, separazione. La testimonianza di Gesù non è un ritiro che per andare, è silenzio che si fa parola, che a sua volta si nutre di silenzio (cfr Mc 6, 30-35).
c) Tra gli aspetti della vita interiore che percepiamo in Gesù, ne evidenzio tre, non perché siano gli unici, ma certamente sono quelli fondamentali e dunque ci interpellano: il senso e relativo atteggiamento riguardo al trascendente o Dio, al cuore o coscienza, al momento della tentazione o prova. Infatti, l'esistenza di Gesù è sorretta da una profonda intimità con Dio che chiama Padre; si rivolge al cuore dell'uomo per qualificare la matrice del pensare e agire autentico che piace al Padre; sempre per amore e obbedienza al Padre affronta nel suo intimo momenti forti di tentazione e prova, segnando per sempre l'interiorità cristiana.
Ciascuno di questi fattori dell'interiorità sarà presentato con uno sguardo alla persona del Maestro, ma anche richiamando la tradizione biblica, al cui mondo linguistico-culturale, e prima ancora teologico, Gesù appartiene.

UNA VITA TOTALMENTE POGGIATA SUL PADRE

Da sempre il mistero di Dio, in forza della sua trascendenza, costituisce il lato interiore della vita di fede, che tutta la regge pur senza visibilità di segni. Nella vita di Gesù questo ottiene lo spessore e la credibilità di una inaudita relazione filiale, cioè di qualcosa di intimo e decisivo che è di Lui solo. Il Padre, nell'unità e la forza dello Spirito, forma il mistero sostanziale su cui Gesù consiste. Il fatto che Gesù ne parli ai discepoli dice come questa intimità sia alla base della sua missione, ma è anche vero che ciò che dice in pubblico lo veniamo a conoscere come qualcosa di intimo, di cui Gesù rende testimonianza non per esibizione, ma per condividere un mistero dalle molteplici articolazioni.
Il Padre è il referente nascosto dei momenti felici e difficili della missione. Di fronte al successo apostolico dei discepoli, Gesù esulta nello Spirito Santo e dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto" (Lc 10, 21). Nella grave crisi del Getsemani e poi sul Calvario è pur sempre al Padre che si rivolge dichiarando: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà».
Il Padre è determinante della vocazione e missione di Gesù. Qui i due capi della sua esistenza, di inizio e di fine, sono strettamente legati alla volontà del Padre, per cui ai genitori può rimproverare di non tenere conto che lui deve stare nelle cose del Padre suo (cfr Lc 2, 49), mentre alla fine, nel Cenacolo, svela il segreto della sua esistenza, rivelando la guida del Padre e la sua totale docilità a Lui (cfr Gv 17). Fa questo sotto forma di preghiera. In effetti, di questo uomo in missione continua si hanno questi momenti di preghiera solitaria nei momenti gravidi di decisioni, mostrando come questa rientri di diritto nel discorso della interiorità appunto per vivere autenticamente la missione (cfr Lc 3, 21; 6, 12; 9, 18; 10, 21; 11, 1; 22, 41s; 23, 46).
Ma il segreto di Gesù non è un tesoro geloso. Se il Padre costituisce la sua interiorità profonda, egli si affretta a condividerla: «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 15, 9; 17, 23. 36). L'interiorità del cristiano non può che essere quella del Maestro: la figliolanza del Padre, e da lì deve attingere la linfa vitale per sussistere autenticamente. Si capisce come la preghiera sia anima della vita interiore. Ma, giova ricordarlo, nella direzione del pensare ed agire di Gesù: è stimolata dal Padre e tende al Padre, in obbedienza operosa.
Se ora guardiamo alla Bibbia, è facile vedere che l'interiorità del Popolo di Dio è proprio questo essere di Dio, esserne alleato, amico, figlio. Vi sono locuzioni che lo dicono bene: l'essere proclamato Dio di Abramo, di 'sacco e di Giacobbe, questa relazione di amicizia, anzi di appartenenza (cfr Es 3, 15), dà la garanzia più solida alla realizzazione delle promesse: sia come liberazione dalla schiavitù (cfr Es 3, 15s), sia come liberazione dalla morte (cfr Mc 12, 26). Persone come Elia (cfr 1 Re 19, 7-9) e il Servo sofferente (cfr Is 50, 7) hanno in Dio la forza indomabile della loro esistenza e resistenza. Il vasto mondo della preghiera, il salterio anzitutto, indica la straordinaria consapevolezza di quanto Dio sia intimo dell'uomo e come tale riconosciuto e invocato.

IL CUORE COME FONTE DELL'AUTENTICITÀ CRISTIANA

Quello che nel simbolismo comune è segno di interiorità assume in Gesù una chiara connotazione teologica. Il cuore è per Dio e Dio abita nel cuore: di Gesù anzitutto. Per questo Egli ne fa discorso esplicito ai discepoli. Anche qui ci limitiamo a evocare due punti particolarmente efficaci. Il primo riguarda il cuore stesso di Gesù, sorgente della sua interiorità. Nell'inno di giubilo egli dice di sé: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate a me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 30). La matrice sapienziale assume una chiara personalizzazione. Nel cuore di Cristo, nel suo profondo, non stanno pensieri di potenza e di orgoglio, ma di mitezza e umiltà, dove questa qualità dice la volontà di non schiacciare chi si sente oppresso da pesi insopportabili, magari a titolo religioso, e quindi mette in risalto un atteggiamento che ingenera fiducia («Venite a me»). Ancora una volta non si tratta di una interiorità amorfa, tanto meno costruita come un castello interiore di pensieri sublimi, inaccessibili alla povera gente. È invece trasparenza dell'amore che Gesù manifesta nella sua missione quotidiana, amore che non esime da impegni, ma li rende attuabili con la sua cordialità che sa, condivide, incoraggia. Quello di Gesù è un parlare all'uomo da cuore a cuore.
Inoltre, come avviene per altre situazioni, Gesù porta i discepoli a sintonizzarsi con lui. A fare della sequela una questione di cuore. Ciò, anzitutto, dando alla pratica religiosa la qualità della autenticità e della trasparenza, superando la tentazione della facciata, per impegnarsi nel cuore. Gesù lo ricorda nella Beatitudine dei puri di cuore, ma anche lo richiama con parole forti ricordando che la matrice del bene e del nude risiede nel cuore o coscienza dell'uomo: «Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo» (Mt 15, 19s). Paolo completerà al positivo la matrice feconda del bene, che è il cuore docile allo Spirito (Gal 5, 22s). Inoltre, per Gesù il cuore dell'uomo non può non corrispondere al suo, proprio come sorgente dell'amore: «Il più grande comandamento è amare Dio "con tutto il cuore"» (Mt 22, 37), ma anche il fratello va incontrato e amato «perdonandolo di cuore» (Mt 18, 36).
L'espansione biblica di questo motivo del cuore è immensa. A proposito dell'elezione di Davide, Dio afferma: «L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore » (1 Sani 16, 7). Per cui una persona valuta se stessa ed è valutata in base al cuore, ossia ai suoi sentimenti profondi, che sono le sue opzioni più vitali e compromettenti. E qui notiamo un duplice livello, osservando anzitutto che l'uomo è chiamato ad avere il cuore corrispondente a quello di Dio, «buono, contrito, docile, vicino, di carne, sapiente»; in realtà manifesta un cuore «perverso, ribelle, lontano, di pietra, stolto» (cfr Sal 78, 8; 95, 7-11; Ger 5, 21; 7, 24; Dt 29, 17; At 7, 51; Lc 24, 25. 32). Si potrebbe dire che, a giudizio soprattutto dei profeti, storicamente il Popolo di Dio.è vissuto sovente senza cuore, con una interiorità insufficiente per cui, come dice Dio in Isaia, e Cristo conferma nel Vangelo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (ls 29, 13; Mc 7, 6).
Ma inoltre, secondo i profeti, c'è bisogno di una operazione al cuore. Geremia annuncia questa promessa di Dio: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (31, 33). Gli fa eco Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (36, 26). In termini sintetici, questo esprime la reale possibilità di una trasformazione interiore per cui il popolo incontra Dio nel cuore, così come Dio nel suo cuore incontra il popolo. È quanto viene affermato nel NT grazie all'opera di Gesù Cristo redentore, in virtù del quale «l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). «È Dio stesso che ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori» (2 Cor 1, 21s). Dove questo straordinario trapianto di cuore si commisura sul cuore stesso di Cristo, perché «Dio (il Padre) ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4, 6). Qui l'interiorità, che il cuore rappresenta, si manifesta né più né meno come divina identità. Il cristiano, e quanto più il consacrato, è una persona intrinsecamente di cuore: condividendo in sé il cuore stesso di Cristo.

LA LOTTA TRA BENE E MALE COME PROVA DI INTERIORITA CRISTIANA

Vi è un lato tanto umanamente oscuro, quanto reale nella vita di Gesù, che tocca le radici dell'anima: il combattimento per essere se stesso, mantenere genuina la sua messianicità, vivere secondo il Padre, mostrare nei suoi confronti una totale disponibilità di cuore. Invero, tutto ciò che Gesù opera non fluisce per spontaneità, ma è frutto faticoso di una lotta vittoriosa. Ciò si evidenzia, anzitutto, nel duplice segno, chiaramente raccordato da Luca, della tentazione degli inizi e della fine dell'esistenza di Gesù (cfr Lc 4, 12). Agli inizi, con valore certamente emblematico, sta il racconto delle tentazioni di Cristo, prova di una forte macerazione interiore nella triangolazione tra Lui, Satana e Dio, con la netta decisione interiore di servire solo Dio, facendo di tale opzione la trama unificante tutta la vita (cfr Mt 4, 1-11).
Alla fine sta il racconto della passione, che la Lettera agli Ebrei interpreta lucidamente come una tentazione provata e superata da Gesù «con forti grida e lacrime», per cui «pur essendo Figlio imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 4, 15; 5, 7-9). Nel tempo intermedio vi è il ricco scenario di opposizione dura e scaltra degli avversari, che lo obbligano in certo modo a mettere allo scoperto le sue convinzioni profonde fatte di chiarezza e coerenza (cfr le controversie di Galilea, Mc 2, 1- 3, 5, e di Gerusalemme, Mc 11, 27- 12, 40).
Questo coraggioso combattente impronta di sé l'esistenza del discepolo. Alcuni cenni: nel momento della preghiera, luogo per eccellenza dell'interiorità, «voi pregate così: Padre nostro... non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (maligno)» (Mt 6, 9. 13); «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34); «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Lc 21, 18). È la inamovibile dimensione ascetica dell'esistenza cristiana, di cui si fanno in certo modo professionisti i consacrati, tramite anche la pratica dei consigli evangelici.
Anche su questo punto della spiritualità evangelica la testimonianza biblica è certa e vasta. Basti menzionare certi nodi storici: la tentazione dei progenitori nel giardino delle origini (Gn 2-3), la prova superata dal padre Abramo (Gn 22), la tentazione del Popolo di Dio in marcia nel deserto, per tanta parte risoltasi nella sconfitta per la durezza del loro cuore (Sai 95), la tentazione vittoriosamente superata dal Cristo (MI 4, 1-11). Il Maestro aveva detto: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione, perché lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14, 38).
Paolo prende questo monito e lo esemplifica nel drammatico duello tra carne e spirito in cui lui stesso è coinvolto (Rm 7) e ogni discepolo del Signore Gesù (Rm 8, 1-13), proponendo a questo scopo una fondamentale segnaletica dei «desideri della carne e i frutti dello Spirito» (Gal 5, 16-25), ma nella suprema certezza che «in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (Rm 8, 37).
Concludendo, la suprema regola del consacrato è la persona di Gesù Cristo. Ciò che è per Lui interiorità e spiritualità ha diritto primario di esserlo per il discepolo. L'intima, profonda unione col Padre, espressa in particolare con la preghiera e l'obbedienza alla missione, uno stile di vita animato da un cuore «umile e mite», il coraggio di affrontare la prova della tentazione, ne sono contrassegni certi: avendo presente che essi fanno da coagulo e compimento delle tante voci che solcano la Scrittura.