Pastorale giovanile

e animazione vocazionale

Riccardo Tonelli


Sono ormai tutti d'accordo sulla constatazione che "la pastorale giovanile e la pastorale vocazionale sono complementari. La pastorale specifica delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale" (Documento conclusivo del II Congresso internazionale per le vocazioni. Roma 1981, 42). Anche la ragione è largamente condivisa: "la pastorale vocazionale non è un ambito della pastorale della comunità, bensì la prospettiva unificante di tutta la pastorale nattvamente vocazionale" (VCI-CEI 23).
La ricerca sulle possibilità. concrete e sulle condizioni pratiche, richieste per la realizzazione di questo compito, è invece ancora lunga e impegnativa, soprattutto se accettiamo di misurarci con i profondi cambi culturali in atto.
Qui si colloca la mia riflessione.
Per affrontare questi problemi, non voglio proporre una teoria teologica sull'animazione vocazionale. Preferisco muovermi nel concreto di quello che in questi anni, con tanti amici, ho sperimentato. Per questo la mia proposta è costituita soprattutto dal racconto di frammenti di una storia vissuta.

IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Parto da due premesse. Esse indicano il quadro di riferimento della mia proposta e, in qualche modo, anche il suo limite.

Il riferimento teologico

La tradizione pastorale ha sempre sottolineato con forza che in ogni progetto vocazionale esiste un coinvolgimento particolare di Dio: anche se in modo misterioso, è sempre Dio che chiama e che sostiene la risposta personale.
In questi anni abbiamo imparato però a rileggere il dialogo tra Dio e l'uomo e la responsabilità della comunità ecclesiale al servizio di questo dialogo dalla prospettiva dell'Incarnazione: come l'umanità di Gesù è il luogo in cui il Dio misterioso prende volto visibile, così la parola umana diventa la parola in cui il Dio ineffabile si fa parola per. noi. Lo ricorda, in modo solenne, Dei Verbum: «Le parole di Dio, espresse con lingue umane. si sono fatte simili al parlar dell'uomo, come già il Verbo dell'Eterno Padre. avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo» (DV 13).
Anche il dono della vocazione e la risposta alla chiamata si realizzano «in parole umane»: assumono cioè una dimensione di visibilità storica e quotidiana, legata a modalità educativo-comunicative di carattere antropologico.
Questa consapevolezza teologica determina lo stile dell'azione pastorale. II suo esito non è assicurato dalla qualità del progetto. Eppure senza competenza e qualificazione, l'azione pastorale non riesce, abitualmente, a produrre i suoi frutti. Questa è la responsabilità della Chiesa nei confronti dell'attuazione storica del Regno di Dio.

Dallo scontro al confronto

Il secondo punto di riferimento traduce verso il concreto le constatazioni appena ricordate. Il clima culturale in cui viviamo influisce sull'impegno vocazionale che deve concludere ogni cammino di crescita nella fede e sulla decisione, coraggiosa e definitiva, che spinge molti giovani a "consacrare" la loro esistenza al servizio di Dio e dei fratelli in istituzioni religiose.
Il modo di vivere la propria vita come vocazione e la stabilità con cui è assunta la decisione. risentono infatti notevolmente dei modelli culturali dominanti.
Si tratta di verificare quali essi sono e soprattutto di decidere che atteggiamenti assumere nei loro confronti.

La situazione di diffusa complessità

Lo sappiamo e lo ripetiamo con frequenza: viviamo in una situazione di larga e insistita complessità.
E' definita complessa quella situazione sociale e culturale in cui si passa da un sistema sociale unificato, in cui le diverse istanze sono organizzate in un unico centro ordinatore, ad un sistema sociale raccolto attorno a diversi riferimenti, in cui convivono differenti e molteplici principi organizzatori.
La complessità ha profonde radici strutturali (divisione dei mezzi di produzione e gestione di quelli della comunicazione...). E' importante ricordarlo per non ridurre l'analisi del processo pastorale e la ricerca di soluzione ad una semplice questione di buona o cattiva volontà. Questo dato strutturale ricade sul piano culturale, producendo una trasformazione di valori, di stili di vita, di orientamenti cui ispirare la personale visione di sé e del mondo.

Quale reazione?

Molti dei cambi culturali in atto mettono in questione quello che è abitualmente suggerito dai modelli formativi in cui siamo cresciuti e che abbiamo imparato a valutare come irrinunciabili e rassicuranti. Come reagire?
La linea tradizionale ha risposto spesso con sufficiente sicurezza: si tratta di far acquisire quello che le persone devono interiorizzare per il loro bene, reagendo. in modo deciso, alle crisi in atto. In fondo. questo è il compito e la responsabilità dell'educazione. Al massimo, si può concedere qualche adattamento, possibilmente provvisorio, nell'attesa di tempi migliori.
Gli ultimi trent'anni sono stati caratterizzati dalla rivincita di un modello opposto, che fa dell'esistente il principio del bene e del male. Affida alle situazioni e ai giudizi soggettivi la funzione di definire i progetti.
C'è un'alternativa a questi due modelli?
Sotto la spinta della riscoperta dell'Incarnazione, come ho già ricordato. di fronte ai valori, ai progetti, ai contenuti che appaiono come normativi, compresi quelli della stessa fede, possiamo distinguere tra il contenuto e le sue espressioni linguistiche.
La pastorale giovanile e l'animazione vocazionale sono chiamate a misurarsi con le esigenze della verità, perché nessuna ricerca di nuovi tracciati può essere condotta a scapito della verità. Queste esigenze non si presentano però mai allo stato puro. Per essere dette a persone segnate dalla cultura in cui vivono, devono per forza assumere espressioni di tipo culturale. I valori educativi e i contenuti della fede, quelli che possediamo e siamo chiamati a testimoniare, sono, nello stesso tempo, espressione del modelli culturali presenti e dominanti in un certo momento della storia e indicazioni di eventi normativi, da assumere con piena disponibilità e da cui lasciarsi giudicare e inquietare.
Questa consapevolezza sollecita ad una doppia esigenza. Da una parte, è importante verificare il progetto pastorale di cui siamo testimoni a partire dalla cultura attuale e dai profondi cambi in atto, per non correre il rischio di far passare come normativo ciò che invece è soltanto residuo nostalgico del passato. Dall'altra, è indispensabile rileggere la cultura attuale. In tutte le sue espressioni, a partire dalla "memoria pericolosa" della nostra tradizione ed esperienza pastorale, per inserire nel cuore della realtà un principio di valutazione e di critica.
L'esito del doppio confronto è la costruzione, sicura e provvisoria nello stesso tempo, di un progetto vocazionale rinnovato.
Su questo compito concentro la mia riflessione.

PER IL REGNO DI DIO NELLA VERITÀ E CON IL CORAGGIO DELLA RADICALITÀ

La convergenza tra pastorale giovanile e animazione vocazionale è assicurata solo se esiste un obiettivo veramente comune ai due percorsi e se ciò che distingue e specifica le due scelte nasce come una espressione spontanea della verità scoperta e dell'autenticità progettata.
Quest'esigenza è importante. Ma non basta da sola a decidere verso quale obiettivo orientare la ricerca.
Le riflessioni del paragrafo precedente spingono a cercare un obiettivo che sia capace di esprimere l'irrinunciabile fedeltà al progetto di Dio dentro i contributi e le provocazioni della cultura attuale. L'impresa non è facile: lo sappiamo tutti d'esperienza diretta. Faccio una proposta.
Non ho intenzione di ripercorrere il lungo cammino di riflessione e di confronto che mi ha portato a definire un obiettivo per la pastorale giovanile. Indico solo le conclusioni, con una speciale attenzione ai problemi vocazionali.

Chi è e cosa fa il cristiano adulto?

La pastorale giovanile è impegnata nella formazione di cristiani adulti nella fede. Per definire i suoi compiti, dobbiamo intenderci sull'esito.
Quando un cristiano è adulto nella fede? Chi è e cosa fa il cristiano adulto?
Il Vangelo di Giovanni racconta la storia di Nicodemo, un uomo colto e onesto, che sapeva troppe cose per lasciarsi sedurre da qualche battuta ad effetto. Interroga Gesù per verificare se era veramente colui di cui si diceva tanto bene; e Gesù, nel bel mezzo della discussione, gli rivela qualcosa che sembra andare dritta verso il nostro interrogativo.
"Nel gruppo dei farisei c'era un tale che si chiamava Nicodemo. Era uno dei capi ebrei. Egli venne a cercare Gesù di notte, e gli disse: Babbi, sappiamo che sei un maestro mandato da Dio, perché nessuno può fare miracoli come fai tu, se Dio non è con lui.
Gesù gli rispose: Credimi, nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente. Nicodemo gli fa: Com'è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non può certo entrare una seconda volta nel ventre di suo madre e rinascere.
Gesù rispose: Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito" (Gv. 3, 1-5).
Di fronte alle difficoltà di Nicodemo, Gesù approfondisce la sua posizione. Bilancia l'invito provocante a "rinascere". Ma spiega che la faccenda non è di tipo fisico; riguarda la mentalità. Va cambiata la testa e il cuore.
Nella sua voglia di scoprire la verità su Gesù, Nicodemo ci aiuta a scoprire il senso della nostra esistenza e il compito che ci è affidato.
Gesù infatti butta li una constatazione che è come una esplosione di folle novità. Dice: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna". Poi aggiunge, a scanso di equivoci: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv. 3, 16-17). Propone così il senso della sua vita. Senza mezzi termini dichiara che esiste perché gli è stata affidata una causa impegnativa da realizzare.

La "causa" di Gesù

Gesù ha parlato ripetutamente della sua causa. Leggiamo, per esempio, questa pagina del Vangelo di Giovanni che riporta la presentazione che Gesù fa di se stesso: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10, 7-19).
Gesù è l'uomo del regno di Dio, perché ha fatto della causa della vita, "piena e abbondante" per tutti (Gv. 10, 10), la "perla preziosa" per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto (Mt. 13, 45-46).
I cristiani hanno continuato a parlare di "regno di Dio" per dare un contenuto preciso alla "causa" di Gesù. Nel lungo cammino della Chiesa questa specie di formula sintetica si è arricchita della sensibilità culturale e sociale che si è progressivamente sviluppata nella coscienza ecclesiale.
Oggi dicendo "regno di Dio" pensiamo, in modo profondo e condiviso, al mistero di Dio e dell'uomo.
Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la ragione e l'espressione della sua "gloria".
L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere la vita e la speranza.
Consapevole che i suoi problemi sono il problema di Dio stesso, il credente consegna a lui la sua fame di vita e di speranza.
Il Dio di Gesù è un Dio di cui ci si può fidare. Lo attestano le cose meravigliose compiute per il suo popolo e soprattutto quelle operate in Gesù.
Dove appare lui. l'Uomo del Regno, scompare l'angoscia, la paura di vivere e di morire; ritorna la libertà e la gioia di vivere, nel nome di Dio.
L'ultima convincente parola sul Regno di Dio Gesù l'ha pronunciata sulla croce, quando ha affidato a Dio la sua esistenza.
Consegnato alla morte, perché tutti abbiano la vita. Gesù ha ritrovato la vita e la speranza per noi. Il Risorto è il segno definitivo che il nostro Dio è tutto per la vita e la felicità dell'uomo.
La causa di Gesù è dunque la vita piena e abbondante dell'uomo nel nome di Dio: un uomo aiutato e sollecitato a camminare a testa dritta, capace di vivere con gioia nella città di tutti. che si affida a Dio nella speranza, perché solo in Dio possiamo non avere più nessuna paura della morte.

La causa della vita è affidata a noi

Il compito che il Padre gli ha affidato, Gesù lo consegna ai suoi discepoli. Gesù dice ai suoi amici: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv. 20. 21). Anello dopo anello, viene costruita una grande catena di persone, impegnate per la salvezza del mondo. I discepoli chiamano altri e li mandano E così la catena dei chiamati si allunga: i nuovi discepoli chiamano altri con la stessa passione con cui hanno pronunciato il loro sì all'invito, e li mandano. Il compito che ci è affidato è lo stesso che ha appassionato l'esistenza di Gesù: la causa della vita.
Su questo compito il cristiano misura la sua esistenza. Siamo ed esistiamo per continuare a servire la vita. come ha fatto Gesù.

Dalla parte del regno di Dio, con radicalità

Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c'è morte. E' dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile di ogni uomo di buona volontà.. La richiede tanto da condizionare, normalmente, il risultato della sua passione per la vita a questa nostra risposta. Ma esige che ogni impegno per la vita sia realizzato "secondo il suo progetto": perché lui è la vita in pienezza e solo in lui e nel suo "stile" possiamo costruire vita in autenticità.
Il punto di riferimento normativo è Gesù di Nazareth.
Gesù ha dato la sua vita. come sommo gesto di amore, accettando le conseguenze inaudite di una esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, agli uomini, prigionieri dell'oppressione fisica, culturale, religiosa.
Chi vuole la vita, si pone come Gesù al servizio della vita, con la coscienza che "dare la vita" è la condizione fondamentale perché la vita sia piena e abbondante per tutti. Chi si impegna per la vita riconosce che l'esito della sua fatica è sempre "oltre" ogni progetto ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
Non c'è congruenza tra morte e vita.
La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta. Non potrebbe generare vita se non ci riportasse alla potenza di Dio che si esprime in questa debolezza accolta e sofferta (2 Cor. 11. 8).
La vita è tanto dono di Dio che esplode piena quando sembra ormai tutto finito. Il Dio che fa sorgere figli di Abramo anche dalle pietre, fa nascere vita quando tutto sembra inesorabilmente concluso. La croce è solo follia rispetto alla vita (1 Cor. 1). Fa esplodere vita, quando c'è la stessa disponibilità ad entrare in questa strana prospettiva. Ed esplode improvvisa e impensata, proprio perché è dono.
La sconfitta diventa così vittoria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e immerge tutti gli uomini in un vortice di vita nuova.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, nel nome di Dio, pianta la croce nel centro della sua scelta vocazionale. Riconosce così intensamente la passione fontale di Dio per la vita di tutti che si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo di impegno, concreto e storico, per la vita.
Questa esigenza attraversa ogni vocazione cristiana.
Purtroppo però è tanto facile separare la gioia del riconoscimento dalla fatica dell'impegno. Le vocazioni di speciale consacrazione si portano dentro una qualità vocazionale esemplare. Impegnate come tutte le altre vocazioni per la vita nella logica del regno, esprimono, in termini di radicalità perentoria e costitutiva, l'iniziativa fontale di Dio, come provocazione per tutti verso l'autenticità.
Sono, in qualche modo. una manifestazione sacramentale, come la Chiesa e nella Chiesa stessa, del progetto di salvezza di Dio e della logica con cui Gestì lo sta realizzando. Coloro che scelgono la vita religiosa e sacerdotale continuano ad essere uomini del presente, con tutti i nostri fratelli in umanità. Si ancorano nel passato per proclamare le meraviglie di Dio per il suo popolo. E si lanciano verso il futuro, anticipandolo nei piccoli segni della vita quotidiana. per attestare la radice della nostra speranza.

SUGGERIMENTI DI METODO PASTORALE

Ho suggerito una direzione sulla quale ripensare e riprogettare con coraggio l'obiettivo della pastorale giovanile e dell'animazione vocazionale. Ora, finalmente, la ricerca può procedere sul piano del metodo.
Metodo è quella particolare selezione e organizzazione delle risorse disponibili e delle operazioni praticabili. che serve a creare le condizioni favorevoli per far raggiungere gli obiettivi nelle diverse situazioni di partenza. Come appare evidente dalla definizione, il metodo ha un preciso riferimento all'obiettivo: le risorse sono selezionate e organizzate con l'unica preoccupazione di creare le condizioni favorevoli al raggiungimento dell'obiettivo.
L'obiettivo che ci siamo dati è impegnativo; serie sono le difficoltà con cui fare i conti per raggiungerlo. Inoltre. le risorse di cui disponiamo non sono illimitate. Dove giocarle in modo avveduto?

La grande sfida

Dichiaro, prima di tutto, una mia convinzione. Essa fornisce il criterio sul quale propongo di organizzare le risorse.
In una stagione come è la nostra. la grande sfida alla pastorale giovanile e alla animazione vocazionale non è di natura religiosa ma riguarda la qualità della vita. In questione, in altre parole. non c'è direttamente l'alternativa tra l'essere religioso o il non esserlo. Prima di questa decisione e come sua possibilità c'è il confronto sul tipo d'uomo e di donna che sogniamo e vogliamo diventare. Un modo di vivere la vita e di progettare la sua qualità spontaneamente esclude la possibilità stessa di una matura esperienza religiosa. Coloro che continuano, per abitudine o per tradizione, a riconoscersi in modelli di esistenza connotati da riferimenti religiosi, lo fanno spesso in termini poco autentici e poco responsabilizzanti
Le cose si complicano quando l'esperienza religiosa si confronta con le esigenze dell'esistenza cristiana. Non solo essa viene minacciata alla radice da una concezione della vita che di cristiano ha davvero poco. Anche le sue espressioni mature faticano a tradursi in espressioni formali e istituzionalizzate, per la soggettivizzazione che fa da denominatore comune di tutte le scelte della vita.
Lo so che un'affermazione come è questa può suonare eccessivamente perentoria. Certamente non può essere espressa in termini generalizzati.
Non penso, prima di tutto, ai tanti giovani che stanno vivendo una intensa esperienza cristiana perché sono riusciti a governare i cambi culturali in atto e stanno ripensando, con coraggio e fantasia, la loro fedeltà al Vangelo. Neppure mi lascio condizionare da quei giovani nostalgici che trovano solo nel passato la soluzione dei problemi inquietanti che investono l'oggi. Mi fanno paura perché fanno nascere il sospetto di un'alternativa insanabile tra l'essere discepoli del Crocifisso risorto e il restare giovani di questo nostro tempo.
Mi lascio invece interpellare dai tantissimi giovani che cercano con ansia qualcuno che si renda disponibile a spegnere la loro sete di vita e di felicità e, intanto, vagano tra cisterne screpolate. Essi sfidano la comunità ecclesiale nella sua responsabilità di essere segno e annuncio dell'amore di Dio e della buona notizia di Gesù.

Verso una qualità rinnovata di esistenza

Il confronto tra pastorale giovanile e animazione vocazione si sviluppa attorno al tipo di uomo e di credente verso cui vogliamo orientare il nostro impegno: solo giovani "educati" ad una esperienza di vita coerente con le esigenze del Vangelo, potranno ritrovare il coraggio di seguire il Signore Gesù. condividendo la sua causa fino alla radicalità.
Ricordo alcuni tratti di quella qualità di vita nuova che siamo chiamati a ricostruire. Su questa frontiera siamo sollecitati a giocare tutte le risorse, se vogliamo assicurare una esperienza di vita cristiana, fedele al progetto di Dio e inserita criticamente nella nostra realtà culturale.

Un'esistenza in esodo verso l'alterità

Solo una matura risposta all'interrogativo "Chi sono io?" e "Chi è Dio" può assicurare la ricostruzione di una esistenza personale capace di consegnarsi alla causa del regno di Dio. In che direzione convogliare la progettazione di sé e la comprensione del mistero di Dio? Per orientarmi nel pluralismo diffuso. mi piace pensare alla parabola del "buon samaritano", una pagina di Vangelo che sembra scritta apposta per dirci chi è Dio e chi è l'uomo nel suo progetto.

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: <Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene: fa' questo e vivrai».
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote _scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo. lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso» (Lc. 10 25-37).
Al centro della parabola il dottore della legge e Gesù stesso collocano la «cosa» che conta di più: la verità della propria esistenza secondo il progetto di Dio.
«Cosa devo fare per avere la vita eterna?», chiede il dottore della legge con una espressione classica nelle Scritture ebraiche. Gesù accoglie la domanda e risponde. rimandando alle due condizioni fondamentali suggerite dalla Legge: l'amore a Dio e l'amore verso il prossimo.
Con questo richiamo tutto sembrava risolto. E invece qui si scatena la novità del Vangelo, che trasforma un'affermazione conosciuta e ripetuta in qualcosa che provoca, sollecitando verso una personale scelta di campo.
Il dottore della legge riprende la conversazione sul tema in cui riconosce d'avere dei dubbi: chi è il prossimo? Gesù risponde, capovolgendo le posizioni. Non si tratta di elencare «chi» è prossimo e chi non lo è, definendo la situazione oggettiva di partenza. La questione non riguarda gli altri. ma l'atteggiamento personale nei confronti di chiunque. Gesù chiede infatti di «farsi prossimo». Trasforma la situazione fisica di vicinanza o di lontananza, in una vocazione, che interpella la libertà e la responsabilità personale.
L'invito di Gesù è molto impegnativo. L'altro è spesso senza voce: non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto. Eppure. in questa sua situazione, egli è sempre un forte imperativo ad ogni persona. Gesù gli dà voce, invitando ad accogliere il grido silenzioso di chi soffre e ha bisogno di sostegno. Può sentire questa voce solo colui che vive nella compassione. Quest'atteggiamento, che rende presente la compassione di Dio verso ogni uomo, permette di interpretare la chiamata dell'altro e sollecita a farsi prossimo nei confronti di ogni persona che attraversa la nostra esistenza.
Costruiamo la nostra esistenza solo se accettiamo di «uscire» da noi stessi, decentrandoci verso l'altro. L'esistenza nella concezione evangelica. è quindi un esodo verso l'alterità, riconosciuta come normativa per la propria vita. Una vita decentrata nell'impegno non è dunque il banco di prova dove «applichiamo» quello che abbiamo appreso, meritandoci così il dono della vita nuova. Essa è invece l'esplosione di tutta la nostra vita quotidiana, perché esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d'amore.

Un'identità nell'affidamento

Il nodo educativo fondamentale per ricostruire una esistenza in esodo verso l'alterità è determinato dall'identità personale e dai valori su cui essa viene organizzata.
Quello dell'identità è oggi uno dei problemi educativi più inquietanti. La sua soluzione pesa non poco sulla possibilità di una matura esperienza religiosa.
Lo sanno bene gli operatori di pastorale giovanile.
Qualcuno sogna il ritorno ai tempi in cui l'identità era forte, sicura e battagliera. Per questo molti educatori vogliono proposte forti e sicure e fanno coincidere la maturità con la robustezza delle proprie scelte, la coerenza continua e costante, l'indice alto di conoscenze che la persona possiede.
Qualche altro, invece, preferisce parlare di un adattamento pieno alla situazione di complessità culturale in cui viviamo, attraverso la costruzione d'identità fragili e deboli. Questo tipo d'identità sembra l'unico vivibile in un tempo di crisi.
Per cercare un'alternativa ai modelli forti e a quelli deboli, ho riscoperto un'esigenza che mi sembra profondamente radicata nell'esperienza evangelica e nella tradizione educativa cristiana: un'identità stabilizzata sulla capacità d'affidamento. Commento la proposta. indicando anche la condizione educativa che la può consolidare.

Il confronto con l'unico problema «vero»: la morte
L'identità nasce in uno scambio tra la storia personale e i contributi forniti dall'esterno, che scrivono questa stessa storia.
Oggi, purtroppo, domina la seduzione della superficialità e della manipolazione culturale. La costruzione di un'identità matura richiede di verificare gli stimoli che provengono dall'esterno per lasciarsi inquietare solo dai problemi «veri..
Il grande problema, quello che davvero provoca la vita di ogni persona, è la morte.
La nostra tradizione educativa ha fatto largo uso del confronto con la morte. L'abbiamo fatto però cercando di mettere in crisi la vita o almeno la sua pretesa di bastare a se stessa. La cultura attuale, al contrario, esorcizza il tema della morte, con tutti i mezzi di cui dispone.
Per reagire a questo modo di fare, senza ritornare agli schemi del passato, è importante pensare alla morte a partire dall'amore alla vita. La morte lo mette in crisi: sembra fatta apposta per sottrarci il diritto di amare la nostra vita.
Essa infatti produce un distacco obbligato e irrevocabile dalle cose e dalle persone. Recide, in ultima analisi, la trama quotidiana della vita. Ci sono ragioni da vendere per disperarsi. Che senso ha un'esistenza che finisce in una costrizione senza appelli ad abbandonare tutto quello che è stato amato, costruito. reall77-nto? Possiamo amare una vita, protesa verso un esito tanto triste e ingiusto?

La capacità d'affidamento
Il confronto con la morte ci consegna intensamente alla verità. Un giovane che definisce la propria identità accettando questa provocazione, può finalmente riscoprire quello che la nostra cultura sta perdendo o vanificando: la capacità d'affidamento.
Un'identità che sa affidarsi diventa «stabile» nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.
Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso. della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di pmanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza cristiana.
Questa è infatti la vita cristiana: un abbandono nella braccia di Dio, nell'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. Sembra strano: per diventare adulti, scopriamo la necessità di diventare «bambini». Ce l'ha raccomandato Gesù: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt. 18.3).
Dell'adulto vogliamo conservare la lucidità. la responsabilità e la libertà, proprio mentre c'immergiamo in una speranza che sa «credere senza vedere».
Del bambino, invece. cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l'amore. la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.

Un'esigenza di interiorità

L'identità si consolida attorno ad un quadro di valori che funzionino come riferimento normativo per le decisioni e le scelte della vita.
I valori non li recuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano. con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione. Sono più oggetto d'esperienza che frutto di studio e di conoscenza.
E' difficile e poco praticabile immaginare un controllo selettivo sui valori attorno cui costruire e stabilizzare la propria identità. La situazione di complessità minaccia proprio questa possibilità. L'intervento formativo possibile è un altro. Si colloca non sul piano «esterno», quello che lancia le proposte: ma su quello della loro acquisizione.
La persona è formata quando si è costruita un «filtro» attraverso cui verificare e valutare cosa accogliere e su cosa reagire. Non cerca così mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come decisivo nella propria struttura di personalità.
La costruzione dell'identità è così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende in altre parole da una fatica che ha nella persona l'unico protagonista ed è legata intensamente all'organizzazione sociale in cui la persona si esprime e al suo influsso e condizionamento.
In un ambiente di complessità e di pluralismo la formazione esige, perciò, come condizione di possibilità e d'autenticità, l'impegno di restituire ad ogni persona la capacità di comprendersi e di progettarsi dal silenzio della propria interiorità.
Interiorità dice spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige. Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati, come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però in uno spazio di solitudine interiore, che permette, verifica e rende concreta la «coerenza« con le scelte unificanti la propria esistenza. In questo spazio d'esigente e indiscutibile soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, soffre la faticosa coerenza con le scelte.

Dalla parte del mistero

Il giovane cristiano. impegnato per la causa di Gesù, diventa un testimone di speranza. in un tempo in cui la speranza non è di certo abbondante. In che modo?
Anche questa volta invito a meditare, da una prospettiva particolare, una pagina del Vangelo, molto nota.

Quando arrivarono in mezzo alla gente, un uomo si avvicinò a Gesù, si mise in ginocchio davanti a lui e disse: Signore, abbi pietà di mio figlio. E' epilettico e quando ha una crisi spesso cade nel fuoco e nell'acqua. L'ho fatto vedere ai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo. Allora Gesù rispose: Gente malvagia e senza fede! Fino a quando dovrò restare con voi? Per quanto tempo dovrò sopportarvi? Portatemi qui il ragazzo. Gesù minacciò lo spirito maligno: quello uscì dal ragazzo, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, lo presero in disparte e gli domandarono: Perché noi non siamo stati capaci di cacciare quello spirito maligno?
Gesù rispose: «Perché non avete fede. Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, e il monte si sposterà. Niente sarà impossibile per voi» (Mt. 17. 14-20).
C'è di mezzo la vita: quel povero ragazzo ammalato è come se fosse già morto. Gesù interviene là dove i suoi discepoli erano rimasti impotenti. Essi poi gli chiedono come c'è riuscito. Vanno alla ricerca di rimedi più efficaci, di qualche medicina magica che solo gli iniziati sono in grado di possedere.
Ai discepoli Gesù non suggerisce un rimedio più astuto. Chiama in causa invece quel poco di fede che può spostare le montagne. Sembra dire: non ci sono rimedi più raffinati da progettare: si richiede invece un salto di qualità, passando da quello che si vede e si constata al mistero che sta dentro. Solo a questo livello, in modo definitivo e sicuro, la vittoria impossibile contro la morte diventa possibile.
Gesù ci riporta nel centro della lotta tra la vita e la morte. E rivela, in anticipo, il senso, misterioso. della sua croce.
Noi siamo abituati a pensare e ad agire in una logica molto diversa. Consideriamo vero e reale solo quello che possiamo manipolare. Cerchiamo rimedi sempre più efficaci, convinti di farcela da soli, presto o tardi. Ci fidiamo ciecamente di qualcuno, che ha il fascino seducente del salvatore dell'ultima ora.
Siamo diventati così tanto presuntuosi e saccenti da essere continuamente sotto la minaccia della disperazione. Il cristiano riconosce invece che la stessa realtà ha due facce: una si vede, si può manipolare, può essere letta e interpretata attraverso le categorie della nostra scienza e sapienza; l'altra, invece, si sprofonda nel mistero di Dio. Di esso Gesù ci ha squarciato qualche frammento, senza però darci parole e strumenti capaci di spiegare tutto a puntino.
Il cristiano, che legge la realtà dalla parte del mistero, è una persona di grande compagnia, costretto a diventare spesso «strano» e «solitario», per assicurare veramente la speranza. Lotta per la vita e serve la sua liberazione, cercando continuamente la collaborazione con tutti coloro che hanno la sua stessa passione. Spesso, però, è costretto a restare da solo, per testimoniare la croce e la speranza. Leggendo la realtà con lo sguardo acuto e penetrante che la fede gli dona, coglie esigenze e sollecitazioni che un tipo diverso di approccio lascerebbe invece nascosto.
Grida forte le esigenze della vita, quando nel suo nome è contrabbandata la morte. E ricorda a tutti che solo riconsegnando la propria vita al Dio della vita, nel riconoscimento della sua signoria definitiva su tutti gli sforzi dell'uomo, è possibile possedere la vita anche oltre la morte. Sa di dover giocare tutta la sua esistenza per la vita piena e abbondante di tutti e sente, nello stesso tempo, di avere il diritto di invocare la potenza misteriosa del Signore della vita.

VERSO L'INCONTRO PERSONALE CON GESÙ IL SIGNORE

Il punto di riferimento della vita cristiana e, di conseguenza, il centro della vita religiosa e sacerdotale è l'incontro personale con Gesù, confessato il Signore nella comunità ecclesiale.
Tutto il cammino tende a questo obiettivo ed è su questa meta che si verifica e si consolida. Non possiamo immaginare che i primi passi nella vita religiosa e sacerdotale siano vissuti con la stessa intensità di fede e di amore che deve caratterizzarne la maturità.. Mi piace pensare che anche un giovane di oggi, nella fragilità e incertezza a cui la cultura attuale lo
costringe, possa pronunciare una sua decisione piena e gioiosa, anche se destinata a crescere e consolidarsi nel cammino faticoso dell'esistenza.
Lo sviluppo del primo Umido "sì" personale nell'esplosione di un "sì" che esprime il coraggio radicale dei grandi credenti e dei martiri della nostra fede, richiede ritmi e modalità adeguate. Esige però un servizio educativo di sostegno, capace di incoraggiarlo, orientarlo, sollecitarlo continuamente.
Siamo in un tempo in cui il diritto alla parola sembra riservato solo a chi accetta di dire cose che non contano o a chi sa conquistarsi l'esclusiva a suon di potere.
E' possibile ritrovare il coraggio di fare proposte in una situazione culturale come è questa? Troppe volte siamo diventati silenziosi solo per rifarci un po' la coscienza dopo i tempi sicuri del proselitismo e dell'accaparramento.
Molti educatori stanno sperimentando un modo di fare proposte. rispettoso e interpellante nella stessa parola: per parlare della vita e delle sue esigenze vocazionali, possiamo raccontarci pagine dell'evangelo e pezzi della vita dei tanti fratelli nostri che hanno vissuto con radicalità la loro scelta di vita.
In questa storia sono presenti le storie dei grandi credenti e degli uomini che hanno dato tutta la loro esistenza per la vita degli altri, quelle storie che lasciano con il flato corto quando sono raccontate da sole. Ma c'è anche la storia, piccola e povera, di chi racconta. Egli dice parole più grandi di quelle che riesce a vivere, perché racconta i sogni che fa sulla sua esistenza, con la voce trepida di chi conosce poi bene la durezza della realtà.
Nel racconto dell'unica storia entrano come parola irrinunciabile anche la vita, le speranze e le sofferenze di coloro a cui la storia è narrata. Sono un pezzo di racconto: quello che lo rende, alla fine, interessante e convincente.
Questo modo di fare proposte aiuta a superare un'altra falsa ragione di silenzio: la consapevolezza dei propri limiti.
Il diritto alla parola non è riservato al testimone coerente, perché la forza salvifica e interpellante non sta in questa "coerenza", ma nell'insieme della storia. Un pezzo di essa è ormai costituita ai grandi livelli di forza suasiva e salvifica, perché nella parola si rifrange il volto di Gesù di Nazareth. di Maria, dei grandi fratelli di fede e di passione per l'uomo. Un pezzo è ancora povero e lacerato, perché corre sul ritmo della nostra quotidiana esistenza.
La diciamo tutta con forza: salva noi che la pronunciamo con tremore e coloro a cui la regaliamo.

NOTE

Per uno sviluppo più approfondito di questi temi, rimando a:
TONELLI R, Pastorale giovanile. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quoticliana, LAS, Roma.
BOSCO G.B. (a cura), Giovani e vocazione, Elledici, Leumann