Una pastorale nella prospettiva

della nuova evangelizzazione /8

Sergio Lanza 

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RIPRESA E CONCLUSIONE

Le modificazioni rapide e radicali pongono la vita ecclesiale in una situazione di disagio e difficoltà. Bisogna fronteggiare:
- il rischio di rincorrerle affannosamente, moltiplicando le iniziative senza una progettualità competente e sapiente;
- il rischio di un morbido (inconscio) adattamento, tutt'altro che ipotetico;
- la tentazione delle diagnosi rassicuranti e consolatorie, basate su letture parziali della realtà, e oggettivamente illusorie;
- l'insidia della rassegnazione delusa e addirittura pessimistica (profeti di sventura). Al contrario, una forte speranza, basata sulla consapevolezza che l'azione pastorale è anzitutto opera della grazia, dinamismo dello Spirito,[1] che spinge a prendere il largo e gettare le reti.
- Il fenomeno della privatizzazione della religione, della sua emarginazione nei territori dell'emozionale dell'irrazionale si consuma oggi in forma di rimozione culturale del problema di Dio.
Il confronto con la modernità nei suoi esiti ambigui e complessi si impone come via obbligata della testimonianza della fede. La vaghezza nebulosa del «religioso disperso», il predominio della mentalità tecnico-pratica nella vita quotidiana, l'ironia infastidita di non pochi opinion makers sulle questioni fondamentali e il loro indulgere curioso e ammiccante alle voci del magico e del paranormale pongono i cristiani di fronte a una radicale messa in questione.
Fattore cruciale è senza dubbio la sindrome diffusa che congiunge una concezione avaloriale della libertà con la convinzione, conclamata o strisciante, della irraggiungibilità della verità: la società moderna sembra poter fare a meno di una cultura in cui fattori normativi e condivisi facciano da riferimento e in qualche modo da humus alla costruzione della società. Su questo terreno, il seme della parola disseca e muore. E terra refrattaria, scettica e disillusa, permeabile soltanto, per evidente paradosso, alla religiosità emozionale, meglio se di sapore esotico.[2] Mentre sfumano i contorni del volto di Dio e la religiosità si configura sempre più come esperienza intramondana del divino, la proposta cristiana rischia di essere fatalmente posta a lato come bagaglio desueto; o di sopravvivere, adattandosi alle richieste di mercato, e praticamente appiattendosi su due registri: quello della fornitura dei servizi socioreligiosi (sacramenti sociali, assistenza, volontariato); e quello di una religiosità pseudopopolare, emozionale e sganciata da ogni riferimento significativo al Vangelo e all'opera di salvezza del Signore Gesù.
Per questo è necessario un lavoro intenso, capillare e in profondità, capace di:
- riaprire culturalmente, sul piano cioè dei criteri della vita pensata e vissuta, individualmente e collettivamente, i sentieri della ricerca (dagli stili educativi alle determinazioni legislative);
- testimoniare la verità della fede non come possesso presuntuoso, ma come luce inesauribile di intelligenza (fides quaerens intellectum);
- mostrare che la questione di Dio non è una investigazione astratta, ma la domanda capitale, da cui dipende tutta l'impostazione, il senso, il sapore della vita;
- dire la fede dentro le categorie di pensiero e gli interrogativi esistenziali dell'uomo di oggi.
Qui è posto un nodo primario dell'impegno culturale dei cristiani. È compito prioritario sfatare l'immagine, per la verità ignorante e grossolana, di una fede sprovveduta sotto il profilo della investigazione razionale. Nel nostro tempo, i cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della dignità della ragione umana, delle sue esigenze e della sua capacità di ricercare e conoscere la realtà, oltre lo scetticismo epistemologico, le riduzioni ideologiche del razionalismo unidimensionale e le derive nichiliste del pensiero debole: «Se la fede cristiana è una fides quaerens intellectum, l'intelletto umano è un intellectus quaerens fidem, un intelletto che per ritrovare la retta fiducia in se stesso deve aprirsi fiducioso a una verità più grande di se stesso. Questa verità fatta umana, e quindi non più estranea ad ogni vero umanesimo, è Gesù, il Cristo, la Parola della vita eterna».[3]
Il progetto culturale non va colto allora in chiave di affaticato recupero di privilegi perduti, ma come esigenza intima della fede e sua responsabilità testimoniale. Il progetto culturale nasce da un rinnovato slancio missionario, da una spiritualità forte, da una più convinta sequela del Signore Gesù, per le vie del nostro mondo. E vocazione ecclesiale. È coraggiosa proiezione pastorale: riposto il libro delle lamentazioni e il libro delle buone intenzioni, che inutilmente dibattono tra querimonia lacrimosa e divagazione utopistica, un nuovo slancio per l'azione e la vita delle comunità cristiane, nel concreto del quotidiano per una speranza che non si ferma nel tempo.
«Ma il dialogo non può essere fondato sull'indifferentismo religioso, e noi cristiani abbiamo il dovere di svilupparlo offrendo la testimonianza piena della speranza che è in noi (cf 1Pt 3, 15). Non dobbiamo aver paura che possa costituire offesa all'altrui identità ciò che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16). Tutto questo, come è stato anche recentemente sottolineato dalla Dichiarazione Dominus Iesus, non può essere oggetto di una sorta di trattativa dialogica, quasi fosse per noi una semplice opinione: è invece per noi grazia che ci riempie di gioia, è notizia che abbiamo il dovere di annunciare.
La Chiesa, pertanto, non si può sottrarre all'attività missionaria verso i popoli, e resta compito prioritario della missio ad gentes l'annuncio che è nel Cristo, "Via, Verità e Vita" (Gv 14, 6), che gli uomini trovano la salvezza. Il dialogo interreligioso "non può semplicemente sostituire l'annuncio, ma resta orientato verso l'annuncio". Il dovere missionario, d'altra parte, non ci impedisce di andare al dialogo intimamente disposti all'ascolto. Sappiamo infatti che, dí fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell'uomo, la Chiesa stessa non finirà mai di indagare, contando sull'aiuto del Paraclito, lo Spirito di verità (cf Gv 14, 17), al quale appunto compete di portarla alla "pienezza della verità" (cf Gv 16, 13).
Questo principio è alla base non solo dell'inesauribile approfondimento teologico della verità cristiana, ma anche del dialogo cristiano con le filosofie, le culture, le religioni. Non raramente lo Spirito di Dio, che "soffia dove vuole" (Gv 3, 8), suscita nell'esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo a comprendere più profondamente il messaggio di cui sono portatori. Non è stato forse con questa umile e fiduciosa apertura che il Concilio Vaticano II si è impegnato a leggere i "segni dei tempi?". Pur attuando un operoso e vigile discernimento, per cogliere i "veri segni della presenza o del disegno di Dio", la Chiesa riconosce che non ha solo dato, ma anche "ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano". Questo atteggiamento di apertura e insieme di attento discernimento il Concilio lo ha inaugurato anche nei confronti delle altre religioni. Tocca a noi seguirne l'insegnamento e la traccia con grande fedeltà».[4]


NOTE

[1] Cf MN I 3: «Soprattutto, carissimi Fratelli e Sorelle, è doveroso per noi proiettarci verso il futuro che ci attende. Tante volte, in questi mesi, abbiamo guardato al nuovo millennio che si apre, vivendo il Giubileo non solo come memoria del passato, ma come profezia dell'avvenire. Bisogna ora far tesoro della grazia ricevuta, traducendola in fervore di propositi e concrete linee operative. Un compito al quale desidero invitare tutte le Chiese locali. In ciascuna di esse, raccolta intorno al suo Vescovo, nell'ascolto della Parola, nell'unione fraterna e nella "frazione del pane" (cf At 2, 42), è "veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica". È soprattutto nel concreto di ciascuna Chiesa che il mistero dell'unico Popolo di Dio assume quella speciale configurazione che lo rende aderente ai singoli contesti e culture. Questo radicarsi della Chiesa nel tempo e nello spazio riflette, in ultima analisi, il movimento stesso dell'Incarnazione. E ora dunque che ciascuna Chiesa, riflettendo su ciò che lo Spirito ha detto al Popolo di Dio in questo speciale anno di grazia, ed anzi nel più lungo arco di tempo che va dal Concilio Vaticano II al Grande Giubileo, compia una verifica del suo fervore e recuperi nuovo slancio per il suo impegno spirituale e pastorale. E a tal fine che desidero offrire in questa Lettera, a conclusione dell'Anno giubilare, il contributo del mio ministero petrino, perché la Chiesa risplenda sempre di più nella varietà dei suoi doni e nell'unità del suo cammino».
[2] Forse perché esse provengono – sia pure in maniera perlopiù spuria e artefatta – da contesti culturali in cui è assente il concetto di persona come soggetto individuo, proprio dell'occidente cristiano; allora, paradossalmente, l'ipertrofia del soggetto, tipica della modernità declinante, si incontra con la sua estraneazione, tipica dell'oriente.
[3] GIOVANNI PAOLO II, 18.04.1982, all'Università di Bologna.
[4] NMI 56.