Tre umili preti

che hanno fatto grande

l'Italia

Don Luigi Sturzo - Don Primo Mazzolari - Don Lorenzo Milani

Daniele Rota

Premessa

«La storia ha plasmato l'Italia in mille modi, dando a ciascuna zona la sua personalità, la sua caratteristica, una e multipla nello stesso tempo». (Don Luigi Sturzo)

Quando, il 17 marzo 1861, a Torino, venne proclamato il Regno d'Italia [1] e Vittorio Emanuele II, acclamato suo re «per la grazia di Dio e la volontà della Nazione»,[2] evento storico che il prossimo anno s'intende commemorare,[3] unico elemento certo di unità nazionale era la religione cattolica,[4] da secoli ben radicata fra le diverse popolazione italiche.[5] Una religione che per la sua forte incidenza etica e assoluta trascendenza [6] aveva esaltato Roma e l'Italia. Innumerevoli missionari del Vangelo hanno iniziato in epoche ben più remote di quelle risorgimentali e continuano nei tempi presenti la loro tenace e costruttiva azione nel segno dell'unica identità cristiana. [7] Un impegno che viene da lontano: si fa risalire ai tempi di Costantino il Grande (275-337), che, con il noto editto di Milano (313), aprì ufficialmente le porte dell'Italia imperiale a quella Croce gloriosa che gli aveva dato vittoria. Nei secoli immediatamente successivi, san Benedetto (480-547), fra i tanti, e il suo intrepido ordine monastico ne divennero gli antesignani: il loro generoso impegno apostolico in Italia e in Europa attraversa tutto il Medioevo, tracima ai vertici dell'Età Moderna, lambisce, senza soluzione di continuità, la Contemporanea. Ogni terra, dal Nord al Sud d'Italia, conobbe operatori del culto cattolico che si distinsero per la loro opera di pacificazione e di libertà in nome del Vangelo, anche a prezzo della vita. Attorno al Crocifisso e all'altare nacquero e prosperarono i Comuni e le Repubbliche marinare, le università e gli ospedali, le cattedrali e gli orfanotrofi, tutte o quasi tutte le realtà civili, umanitarie e culturali che onorarono e onorano il Vecchio Continente. Pure durante le endemiche calamità delle pesti, delle guerre e carestie, la loro azione caritativa, unica sul territorio, fu per intere generazioni la salvezza.[8]

Nell'anno sacerdotale (2009-10)

In tale contesto di antiche tradizioni cristiane e di ininterrotte presenze assistenziali del clero, l'attuale Pontefice, che volle chiamarsi Benedetto, ha proclamato il primo anno sacerdotale nella storia della Chiesa, anticipando significativamente le celebrazioni nazionali unitarie. L'occasione furono i centocinquant'anni dalla morte del santo Curato d'Ars, patrono dei parroci; lo scopo: richiamare l'attenzione e la devozione dei credenti all'apostolicità dei ministri dell'altare. Le vocazioni al sacerdozio in Europa sono in calo, gli stessi ministri vengono sottoposti in massa a un quotidiano tiro mediatico, senza esclusione di colpi, per cancellarne credibilità e fiducia. Sembra pertanto tempestivo il ricordo di questi tre umili preti che, come tanti confratelli del loro e di altri tempi, hanno grandemente nobilitato la Chiesa e la Patria, la religione e la cultura, l'esilio, i campi di concentramento e l'Olocausto.[9]
Per rimanere negli ambiti storici del secolo scorso nel quale l'unità nazionale è andata consolidandosi dopo le precedenti guerre di indipendenza,[10] i loro tre nomi s'iscrivono in realtà nazionali differenti, ma tra loro complementari, al Sud: don Luigi Sturzo; al Centro: don Lorenzo Milani; al Nord: don Primo Mazzolari. Per non dire di altri ecclesiastici contemporanei, parimenti benemeriti come, ad esempio, don Giovanni Calabria, don Carlo Gnocchi, padre Agostino Gemelli, padre David Maria Turoldo, per tacere degli innumerevoli preti-cappellani militari caduti in trincea, a fianco dei loro battaglioni; ai quali si aggiungono i non pochi sacerdoti in cura d'anime, arrestati, deportati e mai più ritornati, talvolta per il semplice sospetto che avessero favorito le opposte fazioni,[11] oltre ai preti uccisi durante e dopo la Resistenza per il solo motivo di essere preti, in odio a quella religione di cui erano ministri.[12] Semplici preti, senza titoli e senza aureola, sparsi su tutto il territorio nazionale, artefici silenziosi della composita grandezza d'Italia. Senza di loro, la nostra storia unitaria, preunitaria e postunitaria, sarebbe diversa, meno fulgida.
Nella seguente, rapida rivisitazione dei tre ecclesiastici prescelti a titolo esemplificativo, nulla di nuovo si aggiunge a quanto già si conosce di loro: s'intende qui ulteriormente evidenziarne quel decisivo loro ministero che, dalla Sicilia alla Lombardia, passando attraverso la Toscana, ha reso grande onore alla Chiesa e alla Nazione. Chi scrive ebbe la ventura di conoscerli: intende ora'devotamente commemorarli, dedicando loro questa umile fatica.

Il precedente Risorgimento tra auspici e realtà

«Una d'arme, di lingua, d'altar»[13], così il Manzoni avrebbe voluto l'Italia unita nella sua nota ode Marzo 1821, composta durante i moti piemontesi appunto del 1821, allorquando parve, ma così non fu, che il giovane Carlo Alberto varcasse definitivamente il Ticino.[14] Ancor più esplicito il sacerdote piemontese Vincenzo Gioberti: «Una di lingua, di lettere, di religione, di genio nazionale, di pensiero scientifico, di costume cittadino, di accordo pubblico e privato tra i varii Stati e abitanti... ».[15] A sua volta, Massimo d'Azeglio, già presidente del Consiglio dei Ministri, avvertiva che: «Fatta l'Italia, occorre fare gli Italiani». A tutti sembra dar seguito, in tempi relativamente recenti, Giovanni Spadolini, presidente del Senato della prima Repubblica italiana, con una delle sue più fortunate pubblicazioni, che già nel titolo vuol essere una chiara proposta storica: Gli uomini che han fatto l'Italia.[16] L'insigne studioso e uomo politico vi discorre da par suo, presentando i protagonisti della prima stagione unitaria italiana, in cui emergono personalità d'indubbio rilievo storico, quali Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini. Poco vi si concede alla componente cattolica, anche perché, a seguito del discusso Non expedit di Pio IX, i credenti, in quegli anni decisivi, furono tagliati fuori dalla politica attiva. Non rimasero, tuttavia, inerti o estranei al divenire nazionale: basti accennare ai fondamentali contributi di pensiero e di proposte in ambito unitario, avanzati con lungimiranza e lucidità, anche allora da due sacerdoti passati alla storia: Antonio Rosmini (1797-1855) [17] e Vincenzo Gioberti (1801-52) [18] le cui analisi e ipotesi di futuro nazionale rimangono esemplari nelle diatribe del tempo.[19]
Sembra pertanto indubbio che nel suo profilo ideale, il Risorgimento italiano, almeno agli inizi, ebbe vocazione pluralista, figlio di più "padri" che si fecero portatori di progetti unitari differenti, tra i quali il pensiero e le ipotesi attuative dei cattolici, guidati da un clero illuminato, occupano una posizione di rilievo.[20]

Oltre l'unificazione nazionale

I fatti e gli eventi che portarono all'Unità d'Italia sono sostanzialmente noti; la loro decodificazione storica e ideale, un po' meno. Certo è che fin dai primi moti piemontesi e lombardi apparve chiaro come l'aspirazione degli insorti fosse quella di una patria unita, con capitale Roma. Pure le brigate garibaldine si mossero al grido «0 Roma o morte».[21] II teorema di Roma capitale divenne evidente nel settembre 1860, con l'occupazione militare delle Marche e dell'Umbria. La gravità dei fatti e diffusi episodi di violenza, quali quelli che passarono alla storia con le Memorie dei Martiri di Castelfidardo,[22] colpirono la sensibilità dei cattolici, suscitando sdegno e disapprovazione. Il presidente del Consiglio, tuttavia, il conte Camillo Benso di Cavour, abile "tessitore", sperava di superare per via diplomatica le difficoltà internazionali della insorgente "Questione Romana" e quelle opposte direttamente dalla Santa Sede, sostenuta dalla stragrande maggioranza dei cattolici di tutto il mondo. Preso poi atto delle persistenti contrarietà, lo stratega piemontese, appellandosi al principio da lui abilmente declinato: "Libera Chiesa in libero Stato",[23] elaborò il noto discorso del 25 marzo 1861 alla Camera di Torino, concludendo che, in qualunque modo, per via di accordi o senza di essi, il Regno d'Italia sarebbe giunto a Roma e ne avrebbe fatto la sua capitale. Tali affermazioni per i cattolici suonarono come un chiaro intendimento di portare fino alle sue estreme conseguenze la guerra di aggressione in atto contro lo Stato Pontificio, privando di fatto il Papa della sua sovranità e autonomia.
Anche altri convincimenti e timori andavano insorgendo nella sensibilità di taluni osservatori, cioè che l'astiosa lotta unilaterale dichiarata al Papato in ciò che storicamente lo rappresentava, le sue terre, potesse nascondere intendimenti meno nobili, tesi ad annientare la Chiesa visibile, identificata appunto nello Stato Pontificio, per cancellare con esso la presenza del Vangelo dalla civiltà contemporanea. Sullo sfondo, l'ombra lunga della riforma protestante e quella più recente della rivoluzione francese. Ipotesi che stanno avendo qualche seguito tra ricercatori appassionati i quali si propongono di ricostruire e rivelare L'altro Risorgimento,[24] cioè non quello ufficiale che si legge sui manuali scolastici e divulgativi, giudicati retorici e reticenti, ma quello reale, meno laudativo, quale si evince da documentazioni, a loro dire, certe e volutamente sottaciute o travisate.[25]
È indubbio che anche all'epoca dei fatti il disorientamento era profondo nelle coscienze non solo dei cattolici e si diffondeva soprattutto tra le popolazioni direttamente interessate agli accadimenti di occupazione. I così detti Plebisciti popolari, si sa, furono improvvisazioni fin troppo evidentemente illusorie.[26] Nel contempo, le leggi piemontesi di laicizzazione, con il loro carico di durezze, furono applicate su tutto il territorio nazionale per limitare l'influsso che la Chiesa esercitava sulla realtà sociale, occupando "spazi pubblici", come la scuola, l'ordinamento della famiglia, l'assistenza sanitaria, che il nuovo Stato liberale intendeva rivendicare a sé.
In questo clima di precarietà e sconcerto, per avviare i cattolici su una linea di condotta comune e coerente, scese in campo, fra gli altri, don Giacomo Margotti (1823-87) [27] il quale mutando il giornale Armonia che già dirigeva, in L'unità cattolica, intese dar voce unitaria alla reazione dei fedeli al pontefice. Correva l'anno 1863, poco dopo cioè la proclamazione del Regno Italico, in una nutrita serie di articoli lanciò e sostenne la tesi di una doverosa astensione di protesta dei cattolici italiani dalla vita politica, anche per non rendersi conniventi della violenta azione usurpatrice e settaria in atto, decisamente condannata dalla morale cristiana e non solo. Quindi «Né eletti, né elettori» fu la sua conclusione. Porre in atto una resistenza attiva, a fronte delle prevaricazioni dilaganti, appariva non solo inefficace, ma controproducente.
Le affermazioni di don Margotti, le quali convinsero ben presto le coscienze dei suoi lettori, non potevano avere che valore di opinione personale o di consiglio morale, ma soprattutto a seguito della enfatizzata presa di Roma del 1870 divennero convincimento diffuso. In quello stesso anno alcuni deputati particolarmente sensibili e noti, con gesto di vasta risonanza, rinunciarono al mandato parlamentare. Primi fra essi, il barone palermitano Vito d'Ondes Reggio e poi il marchese emiliano Ottavio di Canossa. La linea astensionista andava decisamente consolidandosi a fronte delle sempre più audaci sopraffazioni nei confronti del pontefice e delle sovrane prerogative correlate al libero svolgimento del suo supremo ministero.

Il Magistero e la "Questione Romana"

La Santa Sede, tuttavia, fedele alla sua vocazione di paziente attesa, scelse di temporeggiare nella mai perduta speranza di un ripensamento da parte del potere invasore e di una soluzione concordata dell'aperta vertenza. I suoi interventi, tutti di principio, mai personalistici, furono misurati, graduali e dilazionati negli anni.[28]
Per una prima presa di posizione esplicita occorre attendere il decreto della Santa Penitenzieria Apostolica del 10 settembre 1874, che, nella sostanza, faceva proprie le tesi astensionistiche di don Margotti. Ne seguirono, tra i cattolici, discussioni e diatribe anche accese, sembrando a qualcuno che il Non expedit proposto significasse inopportunità, ma non assoluto divieto; vi furono anzi diffusi tentativi di spingere i cattolici alle urne nell'imminenza delle elezioni politiche e, fra l'altro, dai più irriducibili si faceva osservare che il Papa non si era mai direttamente pronunciato in proposito. Intervenne allora Pio IX, il quale, con un Breve del 29 gennaio 1877 al Consiglio Superiore della Gioventù Cattolica, riprovava il tentativo di indurre i cattolici alle urne, mentre la Santa Sede non aveva ancora definito se fosse lecito e a quali condizioni prendervi parte. L'autorevole intervento troncò l'azione interventista diretta, ma non la discussione circa l'opportunità di agire in opposizione alle evidenti violenze e influenze settarie in atto, nell'interesse stesso della Santa Sede.
Soltanto il 30 giugno 1888 un Decreto della Congregazione del Sant'Uffizio, approvato da Leone XIII, [29] sentenziò che, per ragioni di ordine superiore, il Non expedit includeva una vera e propria proibizione, trasformando quindi l'astensione in comando. Nella comune coscienza cattolica, tuttavia, pur mostrando rispetto alla disposizione papale, si fece strada il convincimento che, a causa del prevalere di correnti eversive, si rendeva sempre più doverosa una presenza attiva dei cattolici sullo scenario politico nazionale. Venne così alla ribalta, tra le altre, una personalità di singolare rilievo: Filippo Meda (1869-1939),"[30]oratore convincente ed erudito, avvocato cattolico di rara coerenza e di pari modestia, che si mosse con accortezza e abilità, puntando decisamente ai vertici dell'azione politica. Fu, infatti, eletto deputato nel 1909: non ebbe né esitazione, né dubbi a candidarsi con la espressa volontà di raggiungere poi posizioni di massima responsabilità nella futura compagine governativa, mostrando così all'evidenza e in concreto che il preoccupante "sistema" nazionale si può e si deve migliorare dal di dentro, più che dal di fuori. Tale sua persuasione, soprattutto il suo esempio e la sua autorevolezza, in un contesto ormai avanzato, fecero strada a nuovi orientamenti. La morte di Leone XIII nel 1903 e l'elezione di Pio X [31] portarono all'auspicato mutamento del Magistero. L'attesa tra i cattolici era viva, anche in vista delle elezioni politiche indette per il novembre del 1904. Pio X, d'animo mite e sommamente dedito al bene spirituale dei fedeli, confermò le precedenti proteste per l'usurpazione dello Stato Pontificio e, in linea di massima, anche il divieto ai cattolici di prendere parte alla politica attiva, ma concesse ampie deroghe in molti casi segnalati dai vescovi. Fu l'anticipo di quanto poi egli dispose con l'enciclica II fermo proposito dell'Il agosto 1905 nella quale, per riguardo ai suoi predecessori, ancora non abolì espressamente il Non expedit, ma, di fatto, aperse ai cattolici l'adito alla vita politica, a modo di dispensa, tutte le volte che la loro partecipazione fosse riconosciuta dai vescovi, autorizzati a concederla per il bene supremo della Chiesa e della società. Così egli, lasciando impregiudicata la "Questione Romana", con gesto coraggioso e lungimirante, si faceva carico dell'interesse morale non solo della Chiesa, ma dell'intera nazione italiana. Dopo più di un trentennio, si ebbero elettori cattolici e, se non deputati cattolici, sicuramente cattolici deputati.[32] Pio X preparò così il terreno al suo successore Benedetto XV che, nel 1919, consentendo ai credenti di aderire al Partito Popolare di don Luigi Sturzo, di fatto revocò ogni precedente imposizione di astensionismo politico.
Bisogna, tuttavia, aspettare il radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1942 su l'"Ordine interno delle nazioni" perché il magistero pontificio riconosca elementi valoriali al principio della democrazia rappresentativa che legittimino l'impegno cattolico diretto nell'agone politico. Il Concilio Vaticano Il e il conseguente Magistero degli ultimi papi [33] hanno certamente incoraggiato i cattolici ad impegnarsi senza ambiguità nell'ambito delle attuali democrazie politiche, sempre però sottolineando che è solo il riconoscimento e la tutela dei "valori forti" (quelli della persona umana e quelli riguardanti la giustizia sociale) che fondano un autentico ordinamento politico e sociale in cui si giustifichi l'impegno diretto dei credenti.[34]
Anche le tragedie della Prima e della Seconda Guerra mondiale, con il loro immane carico di sofferenze e di morti da tutte le terre italiane e, negli anni del secondo dopoguerra, la nascita di nuove e grandi democrazie europee, il bisogno incontenibile di libertà e di una sempre maggiore partecipazione politica, impressero, all'azione dei cattolici italiani, vigore e determinazione, preludio alla formazione di partiti di massa a ispirazione cristiana.
Questi, in breve, i precedenti storici ed etici che fanno da presupposto all'azione dei tre sacerdoti in esame.


DON LUIGI STURZO

Alla frontiera di due mondi: democrazia popolare o totalitarismo ateo

donsturzo

«Il partito popolare di don Sturzo è l'avvenimento più notevole e tipico della storia italiana di questo secolo» (Federico Chabod)

L'ingresso compatto e determinante dei cattolici nella politica dell'Italia unita si ebbe, in realtà, con l'azione decisiva di don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano che raccolse con intelligenza e lungimiranza le precedenti aspirazioni e le potenzialità del mondo cristiano, realizzandole efficacemente. In particolare, attinse al patrimonio ideale di un altro sacerdote, parimenti sensibile, meno fortunato per l'asprezza del carattere e l'estremismo ideologico: don Romolo Murri,[35] egli pure assertore convinto della partecipazione attiva dei cattolici a tutti i livelli della vita politica nazionale, in tempi in cui tali convincimenti erano giudicati con sospetto.
Don Sturzo, una vita e una vocazione al sacerdozio come tante; i dati anagrafici e biografici sono noti per cui possono bastare brevi cenni di riferimento. Nacque a Caltagirone di Catania il 26 novembre 1871 da genitori ferventi cattolici, modesti proprietari terrieri, fieri della loro atavica nobiltà e militanza in ambito ecclesiale.[36] Dopo un regolare cursus studiorum seminaristico, fu sacerdote il 19 maggio 1894. Continuò gli studi a Roma con il diploma in filosofia e la laurea in teologia; nel contempo coltivò anche altre discipline a lui care, quali la giurisprudenza, la sociologia e la musica, dando prova di notevole duttilità e apertura intellettuale.
Durante il soggiorno romano incontrò personalità cattoliche convintamente votate al bene comune, quali Giuseppe Toniolo [37] e lo stesso don Romolo Murri, che lo avviarono ai problemi sociali di carattere nazionale e politico. Per cui la realtà italiana interessò fin dall'inizio il suo ministero e magistero. Fondò circoli e riviste, pubblicò articoli e libri, si prodigò in conferenze e congressi. In tal modo, ancor giovane, si affermò come personalità politica di spicco nel mondo cattolico. Con il consenso della Santa Sede, nel 1904 fu nominato Commissario prefettizio di Caltagirone e l'anno dopo ne divenne pro-sindaco; conservò tale incarico per quindici anni, fino al 1920, procurando alla sua città benefici e progressi considerevoli, soprattutto per i ceti meno abbienti. Nel frattempo, entrò a far parte del Consiglio provinciale di Catania; nel 1915 divenne vicepresidente dell'Associazione fra i comuni d'Italia (ANCI), che lui stesso aveva contribuito a fondare.
Negli anni 1915-17, chiamato da Benedetto XV, fu segretario generale della giunta direttiva dell'Azione Cattolica. Nei contempo la scena politica italiana muta-va profondamente: il dopoguerra si presentava problematico e incerto, carico di rischi e di pericoli, primo fra tutti, il fascismo prorompente. Don Sturzo comprese che era giunta l'ora di agire. Il 18 gennaio 1919, da una stanza dell'albergo S. Chiara in Roma, lanciava il suo appello «a tutti gli uomini liberi e forti» per dar vita al Partito Popolare, fondato «sulla morale cristiana e sulla libertà», ispirato al pensiero sociale della Chiesa, ma con un programma aconfessionale, così da non coinvolgere responsabilità ecclesiastiche. Frattanto l'ascesa del fascismo sembrava inarrestabile e il conseguente assolutismo politico di Benito Mussolini andava affermandosi senza esclusione di strategie, anche violente.[38] Chi non era con lui, era un nemico da eliminare. In questo clima dittatoriale, don Sturzo, segretario di un partito popolare non allineato, era evidentemente un elemento di forte disturbo. Sui giornali cominciarono ad apparire attacchi diretti e vignette caricaturali della sua persona; gli appellativi più benevoli: uomo nefasto, visionario, rimbambito...[39] Il 25 ottobre 1924, don Sturzo, a 53 anni, con un passaporto della Santa Sede, salì sul treno per Londra, facendo breve tappa a Parigi. Prese alloggio in un sobborgo londinese ove rimase fino al 1940, quando, dichiarata guerra dall'Italia alla Gran Bretagna, dovette riparare negli Stati Uniti d'America.[40] Il 9 novembre 1926 Mussolini d'autorità sciolse il Partito Popolare Italiano.[41]
Finita la guerra, dopo due rinvii forzati, il 27 agosto 1946, poté finalmente imbarcarsi sulla nave Vulcania per il ritorno in patria. Rivide Napoli, non senza commozione, il 6 settembre, di sera. Aveva settantacinque anni, di cui ventidue passati in esilio. Incominciò un interminabile pellegrinaggio alle soglie di casa sua, soglie che videro alternarsi, fra gli altri illustri, Benedetto Croce, Finocchiaro Aprile, Nenni e Togliatti. Vi si recò anche monsignor Montini, poi Paolo VI, allora prosegretario di Stato di Sua Santità Pio XII; vi sarebbe ritornato appositamente da Milano il giorno del suo funerale. I frequentatori più assidui erano però i poveri e i bisognosi della sua terra, che il conflitto violento e l'occupazione straniera avevano ridotto in miseria. Presso l'Istituto "Luigi Sturzo" in via delle Coppelle a Roma sono conservati lunghi scaffali di cartelle che raccolgono missive di varia forma e dimensione, inviategli per lo più, da povera gente, che lui aveva beneficiato.[42]
L'Italia stava vivendo una stagione di storici cambiamenti: dalla monarchia alla repubblica, al sorgere dei partiti nazionali, suddivisi nei loro interni schieramenti, in filoamericani e filorussi, rispettivamente la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI). Il confronto apparve subito aspro e decisivo: la mobilitazione non solo politica e partitica, fu ampia e diffusa; lo stesso Pio XII e il Vaticano seguivano con preoccupazione l'evolversi del quadro politico italiano, consapevoli delle conseguenze negative di un'affermazione del Fronte Popolare, che vedeva uniti socialisti e comunisti, i quali si andavano caratterizzando come forze politiche anticlericali e antireligiose, oltre che filosovietiche. Per fronteggiare il pericolo, don Sturzo, con intuizione geniale, non rievocò il Partito Popolare, espressione politica d'altri tempi e da taluni giudicato di stampo prettamente meridionalista, ma, con altri fidati collaboratori, tra i primi, Alcide De Gasperi, diede vita alla Democrazia Cristiana come partito dell'Italia cattolica e moderata, strumento di coesione sociale intorno ai valori cristiani da immettere nella democrazia parlamentare. Il 18 aprile 1948 la nuova formazione politica vinse le elezioni, fissando la collocazione netta dell'Italia nella zona politica occidentale e cristiana.
Don Sturzo poteva ritenersi appagato delle sue sofferenze e fatiche. La sua impostazione dell'Italia unita aveva trionfato, scongiurato anche il pericolo di un'egemonia sovietica sul nostro Paese.
Nessuna sorpresa pertanto suscitò la sua nomina a senatore da parte del primo presidente della Repubblica Italiana, Luigi Einaudi, il 18 settembre 1952, previo assenso esplicito di Pio XII e del vescovo di Caltagirone, richiesti dallo stesso don Luigi. A seguito di tale nomina, entrò a far parte della V Commissione "Finanze e Tesoro" del Senato. Nell'aula di Palazzo Madama si contano una ventina di suoi interventi, tutti marcatamente di carattere programmatico per la rinascita dell'Italia unita. Non mancarono dissensi e non solo fra l'opposizione, ma la sua linea rimase coerente ai principi cristiani e il suo pensiero sempre volto al bene e al progresso della nazione.
Portata così a termine la sua storica missione, anche la sua giornata terrena volse al termine. Il 23 luglio 1959 celebrò la sua ultima Messa, al termine della quale fu colpito da collasso. L'agonia si protrasse per sedici giorni, durante i quali ebbe il conforto della benedizione di Giovanni XXIII.[43] Sabato 8 agosto, alle ore 16,45, spirò. Aveva da poco varcato la soglia degli ottantotto anni. I funerali segnarono il vertice della sua popolarità. Un'incontenibile folla rese devoto omaggio al venerando patriarca dei nostri tempi, Mosè redivivo, guida di una nazione pericolante che egli seppe traghettare oltre il Mar Rosso del comunismo ateo e il deserto arido di una rovinosa guerra perduta. Le sue spoglie deposte temporaneamente nella cripta della basilica di San Lorenzo al Verano, il 3 giugno 1962 vennero traslate a Caltagirone, vicino alla casa paterna, in un monumentale mausoleo realizzato su proposta dei suoi discepoli, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nella chiesa del SS. Salvatore, ove aveva celebrato la sua prima Messa, nel 1894.


DON PRIMO MAZZOLARI

«voglio svegliare l'aurora» (Salmo 56)

donMazzolari

«Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana» (Giovanni XXIII)
«Custos, quid de nocte?».[44] «Adhuc aurora est».[45] II Concilio Vaticano II è di certo tra gli avvenimenti più significativi del secolo scorso e non solo in ambito ecclesiale. Spinse l'universo cattolico ad andare al fondo di tutte le sue principali problematiche, a varcare soglie note e ignote per giungere a una visione globale, positiva e propositiva del Vangelo nell'oggi, dopo venti secoli di storia. Ebbe ampie ripercussioni a livello mondiale e, come una nuova Pentecoste, cui viene di sovente ricondotto, segnò per la cattolicità una delle tappe più innovatrici della sua storia. La Chiesa si rivelò al mondo, spalancò le porte perché ogni uomo,[46] di tutte le civiltà, razze e religioni, vi trovasse accoglienza fraterna; casa tra le case, famiglia di famiglie. Non fu certo un'improvvisazione o un evento casuale: vi giunsero a maturazione germi di bene riposti nel cuore della Chiesa da mani generose e profetiche attraverso una lunga stagione preparatoria. Tra i precursori più tempestivi e coraggiosi è sicuramente don Primo Mazzolari che, con la sua azione pastorale, ne prefigurò lo spirito e ne anticipò le riforme. Una missione d'avanguardia disseminata di difficoltà, che le parole di Paolo VI, ricevendo in Vaticano la sorella con un gruppo di parrocchiani di Bozzolo, pochi anni dopo la morte del fratello, ben riassumono: «Hanno detto che non abbiamo voluto bene a don Primo. Non è vero. Anche noi gli abbiamo voluto bene. Ma voi sapete come andavano le cose. Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a stargli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto noi. Questo è il destino dei profeti».[47] Un passo, il suo, troppo lungo per gli altri, troppo lento per lui e ne soffriva.
Molte ed esaurienti le biografie di studiosi che lo hanno conosciuto e amato, ma sono soprattutto i suoi scritti e la sua predicazione a dare la misura di un nuovo profetismo che va oltre ogni umano orizzonte. Le pubblicazioni e le omelie registrate di don Primo sono una biblioteca immensa, un mare di riflessioni, sensazioni, esperienze tutte volte al futuro, animate da un ottimismo cristiano che vede la Chiesa come una divina realtà in cammino, sospinta dalla sua vocazione all'universalità; un luogo d'incontro per costruire insieme il Regno di Dio già presente in mezzo a noi, nel quale i privilegiati sono i lontani e gli ultimi.
I dati anagrafici di questo profeta senza diaframmi, acuto veggente innamorato del Cristo universale e dei fratelli lontani, ripropongono la semplicità dei Vangeli quando parlano della chiamata degli Apostoli. Vive in un'epoca di crisi: tra il tramonto del modernismo e il primo sorgere del Concilio Vaticano II, che egli però non vide: morì, infatti, a Cremona il 12 aprile 1959. La figura di Mosè anche in lui rivive e si ripropone: dopo aver guidato il suo popolo nel deserto infuocato dell'Esodo, giunto in prossimità della terra promessa, morì sul monte Nebo, donde poté semplicemente intravedere la patria promessa. I profeti e i condottieri, nell'antichità come nei nuovi tempi, sembrano accomunati da un'identica sorte che si arresta sulle soglie della promessa.
Taluni biografi di don Mazzolari, per amore di semplificazione, ne suddividono la vita in tre essenziali tappe. La nascita il 13 gennaio 1890 a Boschetto, frazione di Cremona, in una famiglia contadina, che viveva alla giornata, sui lavori dei campi cui il padre era dedito.[48] L'infanzia e la prima giovinezza, con l'esperienza in seminario a Cremona, trascorsero relativamente serene. Alla sua ordinazione sacerdotale, il 25 agosto 1912,[49] fecero seguito le prime esperienze pastorali: servizio militare;[50] al termine, in cura d'anime, mentre l'Italia viveva il travaglio del primo dopoguerra. Segue il ventennio fascista che sfocia nella Seconda Guerra mondiale. La Chiesa reagisce al modernismo, mentre don Mazzolari vive come parroco l'esperienza pastorale sul campo, prima a Bozzolo, poi a Cicognara, poi nuovamente a Bozzolo (1922-45).
Dalla fine della guerra alla morte, oltre alla sua missione di parroco, partecipa con convinzione alla nascita e alla affermazione della democrazia. Esprime il suo pensiero attraverso varie pubblicazioni e, più compiutamente, sul discusso quindicinale Adesso, che gli procura qualche amarezza,[51] ma anche ampi consensi. La predicazione, appassionata e vibrante, si rivela la sua missione e lo porta a peregrinare dal Nord al Sud: ovunque le sue parole giungono come voce di rinnovamento, di fratellanza e profezia di futuro (1945-59).
A Bozzolo, il parroco don Primo imposta la sua pastorale su direttrici inusuali. Organizza in canonica una scuola serale di agricoltura, di zootecnia e di formazione civile. Iniziarono in otto e finirono in cinquanta. Istituisce e cura personalmente una pubblica biblioteca, abolisce le tariffe dei servizi religiosi, proponendo celebrazioni indifferenziate per tutti i parrocchiani, senza più distinzioni di classi; inventa le feste del grano (in occasione del Corpus Domini), e dell'uva (per la sagra di settembre). In ambito sociale, cercando più ciò che unisce di ciò che divide,[52] riesce a stabilire rapporti non conflittuali con i socialisti, che erano la gran maggioranza dei suoi parrocchiani, tutti o quasi tutti fittavoli. In ambito politico, condivide l'impostazione sociopolitica di don Sturzo. Intrattiene rapporti anche con il giovane don Lorenzo Milani, che pure scrive su Adesso.
La vigilia di Natale del 1921 riceve l'ordine di lasciare immediatamente Bozzolo per Cicognara, un piccolo paese di circa mille abitanti, a quindici chilometri da Bozzolo, sull'argine del Po. II parroco di quel paese era scappato di notte, contestato violentemente dai parrocchiani per contrasti circa gli affitti delle terre della parrocchia. Fu una scelta quasi obbligata quella del vescovo di Cremona. Ma in chiesa al Vangelo, quando si voltò, non c'erano più di venti persone. Parlò a quei pochi, col cuore oltre, verso la grande Chiesa dei lontani. La sua vocazione veniva così segnata nella sua anima di sacerdote, in quel mattino dì Circoncisione,[53] nel gelido deserto della sua chiesa. Sarebbe stato il parroco dei lontani. Qualcosa incominciava. L'attesa. li suo dinamismo pastorale trovò a breve fertile terreno. Nell'estate del 1922 annegarono nel Po due bambini: un triste lutto parrocchiale che egli cercò di lenire e prevenire istituendo immediatamente una colonia fluviale per insegnare a nuotare e a scongiurare così altre disgrazie. Era solo l'inizio di un apostolato dinamico, innovatore, attento all'attualità, rivolto a tutti, per la redenzione dell'uomo, di ogni uomo, di tutto l'uomo, e così vivere integralmente il Vangelo. Stabilì poi una giornata d'incontro con i reduci della Grande Guerra, il 4 novembre, per riflettere sul martirio dei caduti e sui doveri dei reduci. Senza mai trascurare le nuove leve; la giornata dei coscritti diciottenni, ogni anno, era la festa della primavera cristiana tra la sua gente: giovani e ragazze, li portava solennemente in chiesa, celebrava per loro la Messa durante la quale benediva il tricolore che essi avrebbero custodito e riportato l'anno dopo davanti all'altare a salutare la nuova classe che sopraggiungeva.
Congiuntamente all'apostolato di rottura in campo aperto, don Primo affida il suo messaggio di redenzione universale agli scritti e alla predicazione. Le pubblicazioni si susseguono a ritmo incalzante e vengono accolte ovunque con entusiasmo: La Pieve sull'argine, L'uomo di nessuno, Il Compagno Cristo, Preti così, La più bella avventura (Sulla traccia del Prodigo), Tra l'argine e il bosco, Il samaritano, Tempo di credere, Anch'io voglio bene al Papa, Diario di una primavera - 1945, Lettera sulla Parrocchia...[54] Un florilegio dal soffio ispirato, una sequenza di immagini e di idee, di proposte e di provocazioni per il credente e per il non credente, per i vicini e i lontani, per tutti. La sua attività di scrittore profetico diventa sempre più incisiva e inquietante. In ogni suo intervento è evidente lo sforzo crescente di portare il fermento evangelico nelle strutture terrestri e le strutture terrestri a dialogare con l'eterno. Diviene così il portavoce di un laicato adulto, vivo e attivo nella Chiesa e nella società. Formatosi, come egli stesso afferma, alla scuola dei classici della letteratura europea e dei cattolici francesi d'avanguardia, sempre più innamorato di un Vangelo senza frontiere, aperto sull'infinito, riesce a fondere nei suoi scritti la violenza della verità con uno stile semplice e vivace che cattura anche il lettore meno incline. Cultura e vita, poesia e dogma non sono mai disgiunti e nessun compiacimento letterario lo distrae dalla problematica religiosa, soprattutto dei non credenti. Giunge a considerare la presenza del sacerdote scrittore «insostituibile», quando è «spiritualità penitente, sicura e audace». Ha presentato al mondo una Chiesa, madre e maestra,[55] che è la casa di ciascuno, dove c'è sempre un fratello sulla porta e un posto che attende. Il vuoto di chi manca è incolmabile e risucchia all'indietro tutto l'apparato. Pensieri e sentimenti tumultuanti nel suo cuore di precursore, che troveranno ampia eco e adeguata sistemazione nei lucidi e programmatici sillogismi del Concilio Vaticano. Aprendo il quale, a qualche anno dalla morte di don Primo,[56] Giovanni XXIII esordì esclamando: «Gaudet Mater Ecclesia!». La Chiesa è in festa per i tempi nuovi che si annunciano, quelli che don Mazzolari aveva auspicato e anticipato. Papa Roncalli, come già asserito, concludeva il suo dire inaugurale con una affermazione pure passata alla storia e alla profezia: «Adhuc aurora est!». Quell'aurora cui il Papa buono alludeva, ebbe un astro mattutino che l'annunciò quando tutt'intorno era ancora buio: don Primo Mazzolari. Un esperto del Concilio, padre Ernesto Balducci, lo afferma esplicitamente: «Mazzo-lari rimane una figura unica nella storia del cattolicesimo del XX secolo. Senza retorica, io sono convinto che egli è l'unico vero "profeta" del Vaticano II che abbia avuto l'Italia di questo secolo».


LORENZO MILANI

«In principio era la Parola»
(Inizio del Vangelo di Giovanni)

donmilani

«Turpe est ignorare quod omnibus scire convenit» [57]
(Aristotele, Rhetorica, 11)

Mentre le realtà associative, dalla famiglia ai vari circoli di diversa aggregazione, compresi quelli cattolici, sembrano dileguarsi, la scuola rimane e si afferma come punto di aggregazione e dì riferimento, pietra sicura su cui posare il piede, soprattutto per le nuove generazioni. In tale prospettiva, l'istruzione con le sue multiformi infrastrutture educative, dalle elementari alla università, assume anche il ruolo vicario di colmare il vertiginoso vuoto delle istituzioni tradizionali che va accumulandosi alle sue spalle. Un compito educante di enorme portata, senza precedenti nella storia della cultura e della civiltà. A don Lorenzo Milani il merito d'averlo intuito in anticipo, attribuendo alla scuola popolare rinnovata una centralità sociale determinante. «Dimmi quanti vocaboli conosci e ti dirò il grado di libertà che possiedi», era uno dei suoi ricorrenti aforismi.
La vita di questo precursore e profeta della nuova missione e dimensione del sapere scolastico si dispiega in paradigmi inusuali alla tradizione presbiterale.[58] Nasce il 27 maggio 1923, nella Firenze colta, da una famiglia della borghesia, secondogenito di Albano e di Alice Weiss, di origine ebrea. Il bisnonno è un illustre studioso di linguistica comparata. Il nonno, un archeologo di fama. Da parte paterna, quindi, un vissuto molto dotto, da parte materna eredita una cultura ebraica che affonda nel mondo mitteleuropeo le proprie radici.
Adolescente versatile, attratto da mille interessi, rischia la dispersione e il profitto scolastico dei primi tempi è piuttosto deludente per cui rischia anche la bocciatura, in quel severo liceo Berchet di Milano, ove cresce, accanto a studenti parimenti votati ad un avvenire d'impegno, come quell'Oreste Del Buono,[59] che in un suo scritto memorialistico, definirà l'amico di sempre «ortodosso fino all'eresia». L'Italia sta precipitando verso ìl secondo conflitto mondiale. Il giovane Lorenzo lo sa e si rifugia idealmente nell'arte, che gli è congeniale. Tra il 1941 e il 1943 coltiva la pittura, studiando prima in privato, poi nell'Accademia Brera a Milano. Seguendo questo suo talento, nell'estate del 1942, durante le vacanze estive, a Gigliola di Montespertoli, non lontano da Firenze, decide di affrescare una cappella dismessa. Durante il lavoro di ripulitura, gli capita in mano un vecchio messale che gli rivela un universo fino allora sconosciuto: il Vangelo. Era cresciuto in una famiglia avversa alla religione cristiana; i figli furono battezzati solo per timore della rappresaglia fascista, essendo la madre ebrea. Il vecchio messale lo appassiona, lo convince. Nel 1943 è seminarista a Firenze. Sono gli anni duri della guerra, della fame e del freddo. In seminario una disciplina severa e condivisa lo tempra interiormente. E quando, il 13 luglio 1947, il cardinale Elia Della Costa lo ordina sacerdote, la sua scelta degli ultimi è matura. A Firenze è la stagione del sindaco La Pira, di don Enzo Mazzi, di don Divo Barsotti, di monsignor Facibeni: tutta una città scalpitante, a ridosso del Concilio Vaticano II, che fa da sfondo e da sponda al ministero di don Lorenzo.
Dotato di una sensibilità che oggi definiremmo interrazziale e intersoggettiva, viene inserito come coadiutore nella parrocchia di San Donato di Calenzano. Immediatamente si rivela come un precursore di tempi nuovi con una serie di iniziative pastorali avanzate, elogiate da alcuni, molto criticate da altri. Qualcuno lo vorrebbe subito parroco, ma il Vicario Generale dell'archidiocesi [60] ne decise il trasferimento, seguendo sia la prassi che un viceparroco non succede mai al proprio parroco, sia le direttive del cardinale Elia Della Costa, che voleva un parroco fisso anche nelle parrocchie più piccole e isolate. Sul finire del 1954 a don Lorenzo viene proposto di scegliere fra una di queste. Opta per Barbiana che non conosceva, semplicemente perché era la prima in ordine alfabetico della lista, fidando nella Provvidenza.[61] Un minuscolo e sperduto paesino di montagna, pesantemente condizionato da isolamento e povertà. Per giungervi, occorreva un fuoristrada che non temesse gli urti, i dislivelli e i ciottolati. Il 1° gennaio 1955 don Lorenzo vi fece l'ingresso e ne divenne il Priore. Tiepida l'accoglienza, deserta la chiesa, fatiscente la canonica. L'impatto lo temprò alla preghiera e alla riflessione. Non si perse né nei meandri della depressione, né in quelli della rassegnazione. A breve uscì la sua prima, sorprendente, discussa pubblicazione: Esperienze Pastorali,[62] un saggio d'enorme interesse, che va alle radici delle realtà ecclesiali. Fecero seguito altri scritti parimenti provocatori e innovativi: Lettera ai cappellani militari toscani, sull'obiezione di coscienza,[63] e la conseguente Lettera ai Giudici, sull'educazione alla pace.[64]
Nel contempo approfondiva le problematiche di Barbiana. L'emigrazione e l'evasione scolastica vi regnavano sovrane e mietevano vittime. Comprese che occorreva partire da lì, da quei mali endemici e oscuri della sua povera gente: fu un'intuizione profetica. Alla luce del Vangelo che mette al centro l'uomo, maturò il suo piano
d'intervento nella convinzione che il peggior limite anche morale di una società è l'ignoranza e la disinformazione. Perciò al primo posto della gerarchia dei valori formativi occorre mettere l'insegnamento, la scuola, che è un diritto-dovere per tutti, non solo per i figli dei ricchi o dei professionisti (i cosiddetti "Pierini"). Soprattutto gli indigenti e gli ultimi ne hanno necessità perché sono i più indifesi, i più esposti. Una scuola che favorisca la crescita integrale dell'uomo. Quindi una scuola per gli alunni, non gli alunni per la scuola. Nell'attuarla occorre evitare che divenga il letto di Procuste,[65] che cioè faccia parti eguali tra ineguali: la peggior ingiustizia sociale. Alunni diversi per nascita, per tenore di vita, per livelli di partenza, non possono essere prima indottrinati e poi esaminati alla stessa stregua. E quindi il miglior maestro è chi fa avanzare ciascun alunno con il proprio passo, senza tarpare le ali ai migliori, senza perdere i meno dotati. Come in una cordata in cui ciascuno ha il suo posto e svolge il proprio compito. O tutti insieme salgono, movendo dal proprio livello, o l'impresa fallisce. Una scuola che sia vissuta dagli alunni, non da essi sopportata, che li coinvolga, li renda protagonisti, mai spettatori annoiati e distratti. Di qui anche la tendenza di don Milani all'azione di gruppo: pure le sue interviste, la elaborazione delle sue pubblicazioni, i suoi vari interventi pubblici per la trasmissione del sapere collettivo, erano sempre partecipati e condivisi da tutti i suoi alunni: o si cresce insieme o non si cresce affatto. La società che vive, che progetta il futuro, ha bisogno che tutte le sue componenti interagiscano, diversamente vengono violati gli equilibri fondamentali del vivere civile e si ha il disordine, in cui si afferma la legge della giungla e il più violento prevale. Idee e principi che don Milani sintetizza e riesce a divulgare magistralmente nella più nota delle sue pubblicazioni: Lettera ad una professoressa del 1967. Né si tratta semplicemente di un rinnovamento formale della realtà scolastica: don Lorenzo giunge al cuore del problema: una scuola che semplicemente istruisce e non educa non ha ragion d'essere; l'educazione vera poi non consiste semplicemente nell'aggiornare la cultura e nel trasmetterla con efficacia, perpetuandone il vizio intimo che è l'asservimento delle coscienze a un'unica verità: quella delle classi dominanti, ma è risvegliare nelle coscienze la verità che è in esse, in modo che diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una quotidiana conquista, direttamente correlata al sapere, secondo l'affermazione evangelica: «... e la verità vi farà liberi».[66] II sapere dunque come conoscenza della verità; una verità da vivere e da partecipare con coerenza e convinzione, affinché ogni uomo abbia un futuro di libertà, un futuro migliore.
Purtroppo queste illuminate intuizioni e lucide rivelazioni che sconvolgevano le tradizioni non solo didattiche, ma anche educative e formative della scuola istituzionale, incapparono nella temperie del 1968, che, come è noto, ne fece motivo di speculazione politica, stravolgendole.[67] Superato il momentaneo travisamento, il teorema didattico di don Milani ha ripreso il suo interiore e spirituale slancio a livello planetario.
Barbiana, quando don Lorenzo vi arrivò, contava 39 persone; dirla parrocchia significava usare un eufemismo: era semplicemente una località irreperibile nelle mappe e che probabilmente doveva scomparire anche dalla geografia ecclesiastica. Quasi a sorpresa vi giunse don Lorenzo, in un isolamento accentuato che avrebbe spento in chiunque ogni pur nobile aspirazione. Non fu così. Don Milani, incompreso e minato dal cancro, in quella situazione impossibile, operò l'impossibile. Raggranellati i ragazzi sperduti nei loro casolari, dispersi nei boschi e remoti nella campagna, figli di sottoproletari agricoli, realizzò con loro un organismo pensante che sta conquistando il mondo. È il miracolo di Barbiana, la cui forza sta nella fedeltà alla propria vocazione, ben convinti che ogni realtà, quindi anche la Chiesa, si rinnova restandoci e partendo dagli ultimi.
La grandezza e la gloria d'Italia unita sono anche qui, in questo sperduto fazzoletto di arida terra fiorentina, ove un giovane sacerdote, giuntovi sulle ali del mistero che circonda le grandi opere di Dio, edificò la prima cattedrale del sapere giovane e popolare: ha per altare appunto la cattedra e i fedeli furono, sono e saranno tutti gli alunni di buona volontà, sparsi nel mondo. Nati liberi per vivere in liberà. Sottratti alla peggior schiavitù: l'ignoranza. Redenti dalla Parola. La Parola rivelata e la parola imparata, compitando sui banchi di scuola.

DON MILANI IN DIRETTA

Ma se è vero che Gesù voleva la Chiesa autorevole, perché ci vuole una verità %vienimi e non soggettiva, allora io non lascio l a Chiesa a nessun prezzo al mondar perdré mi ricordo che cosem vivere fuori dalla Chiesa. Così un disgrcaiato studenkilo che tenta di trovare la verdà con il *nel° in mano, si trova davanti a un'infinità di parole che passino essere interpretate kr mille maniere e non sa dove,sbattere la testa. La religione consiste nell'accettare la verità dall'alto e non credere che la verità si costruisca con la nostra testa: la verità va ricevuta dall'al^ dalia rivelazione, da un libro sacro, da una Chiesa Quando uno entra in quest'ordine di idee, se è un po' coerente, non c? pagina del Vangelo in cui non gli verrà continuamente il dubbio: "Ma questa è la mia interpretazione che k comodo a me...". Uno è religioso solo se nell'interpretazione del testo, che crede sia cascato dal cielo, ha qualcosa che casca dai cielo, non una sua scelta personale. Sennò siamo al punto di Capitivi quando ci diceva che del Vangelo lui accettava in pieno il discorso della montagna... invece quell'altra pagina no... Questa è una filosofia qualsiasi, cioè con la propria mente si sceglie cosa è vero e cosa non è vero.

Se tu ammetti che la definizione della religione è l'accettare le cose dall'alto, non religione più rigorosa di quella cattolica. . . perché qui il libro che viene dall'alto e l'interpretazione del libro che viene dall'alto. Prendi questo è il mio Corpo, questo è Il mio Sangue! Se uno l'affronta da solo? [...J la Chiesa dice che Gesù faceva sul serio.

Uno che affronta il Vangelo con la mentalità critica di oggi, lo leggerebbe in un modo, uno, con un'altra mentalità, in un altro; così in un Paese o in un altro, in un'epoca o in un'altra, con men-iridi) tutti diversa. Questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti L'assoluzione dei peccati non me la dà mica l'Espressa Dissoluzione dei peccati me la dà li prete E se uno vuole il perdono dei suoi peccati, si rivolge al più stupido e più arretrato dei preti per averla, non si rivolge mica al borghese moderno, Mieilettrdile, colto, che si crede mio amico e mio simile. Io non sono affatto simile a quella gente...

Se dovessi scegliere una religione, sceglierei quella cattolica, perché tra le altre cose importantissime, fondamentali, c'è il sacramento della confessione, per il qual solo quasi, per quello solo, sono cattolica• per poter avere continuamente il perdono dei peccati e darlo. Il più piccolo litigio con la Chiesa mi toglie questo potere. E chi me lo rende? Benedetti, Falconi? E la comunione e la Messa me la danno loro? Se si mettessero nello stato d'animo di chi crede che la Chiesa ha il deposito delle fondamentali verità, non delle piccole verità politiche locali, ma di quelle fondamentali - se Dio esiste, se Gesù era il figlio di Dio, se quando diceva "questo è il mio corpo" faceva sul serio o faceva per dire, se risorgeremo, se c'è la vita eterna o no - se ci mettessimo in mente che la Chiesa è dalla parte del vero in queste cose e ha i mezzi per arrivarvi, la dottrina e i sacramenti per arrivarci... allora perché vengono a domandarmi: "Perché non vieni via dalla ditta dove tu ti puoi salvare, visto che la pensi come noi?". Dove la penso come voi? In qualche piccolissimo particolare esterno della vita politica e sociale Questo è il motivo per cui ci penso neanche lontanamente di venire con voi...». (Conversazione registrata avventurosamente e riportata in Don Milanif chi era costui? di Pecorini Giorgio, ed. Baldini e Castoldi, Milano 1996).


La religione cristiana, dell'amore e della fraternità, della verità tutta intera, vissuta e predicata da tanti suoi apostoli più o meno noti, di ieri e di oggi, ancora si conferma come l'unico cemento attivo dei popoli, senza il quale, anche a distanza di decenni, gli agglomerati umani, pur compresi entro i medesimi perimetri nazionali, rischiano di rimanere estranei a sé e conflittuali agli altri.
Parafrasando una nota affermazione di Francisco Goya, si può ben asserire che pure «il sonno della religione genera i mostri». Gli errori e gli orrori della laicizzazione in atto ne sono la riprova.
Don Luigi Sturzo, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani: tre umili preti, tre pietre miliari dell'Italia unita. pli


NOTE

1) Sembra, infatti, improprio fare riferimento all'Unità d'Italia in un momento storico, appunto il 1861, in cui nel Lazio era ancora in essere a tutti gli effetti lo Stato Pontificio e alla completezza territoriale della nazione mancavano le cosiddette terre irredente di Trento e Trieste, aggregate con la Prima Guerra mondiale. Il giorno dopo tale proclamazione, Pio IX emanava l'allocuzione Iandudum cernimus, in cui condannava la «vandalica spoliazione» del suo Stato, riferendosi alle recenti annessioni delle Marche e dell'Umbria. Con quella stessa allocuzione il papa deprecava anche la «laicizzazione forzata» degli occupanti, denunciando, fra l'altro, la lotta agli ordini religiosi, alle opere pie, ai tanti vescovi costretti ad abbandonare le loro diocesi. Il segretario di Stato, cardinal Giacomo Antonelli, il 15 aprile dello stesso anno, inviò nota di protesta a tutte le rappresentanze delle potenze straniere accreditate presso la Santa Sede. Con il Breve poi del 26 marzo 1861, su tutti coloro che avevano (o che avrebbero) cooperato in qualsiasi modo alla spoliazione dello Stato della Chiesa, veniva comminata la più severa sanzione ecclesiastica, la scomunica maggiore.
2) L'espressione "per la grazia di Dio", inserita nella proclamazione, fu oggetto di aspra contesa alla Camera dei deputati. Solo a seguito dell'intervento diretto di Cavour fu approvata con 174 voti favorevoli e ben 58 contrari. Cfr. Luigi FENAROLI, Stato e Chiesa: dallo Stato Liberale agli accordi di Villa Madama, tesi di laurea, Università Studi di Milano, anno accademico 2009-2010.
3) Il mondo delle istituzioni, a partire dal presidente della Repubblica, per la ricorrenza, sta preparando la mobilitazione della nazione; all'iniziativa anche la Conferenza episcopale italiana ha dato il suo assenso con le parole del presidente, il cardinal Angelo Bagnasco: «L'unità d'Italia è un bene comune... un tesoro che è nel cuore di tutti a cui spero tutti vogliano contribuire» (v. Oss. Rom., 4 maggio 2010). Il dibattito storico, tuttavia, sulla "questione risorgimentale" sta vivendo anche momenti di qualche vivacità e controversia, almeno a livello politico e mediatico.
4) Le disuguaglianze tra le sparse popolazioni italiche erano profonde, dalla lingua alle tradizioni, dalla cultura alla finanza, dai costumi alle aspettative, tali e tante che un secolo e mezzo di storia non è ancora riuscito a sopire.
5) Vero è che nel processo unitario poterono infiltrarsi anche elementi di ispirazione eterogenea, ma ciò non ha minimamente intaccato la fede cattolica e la pratica religiosa delle genti italiche.
6) Pur non essendo religione dell'evasione, come il buddismo o l'islamismo e molte altre di origine orientale, il cristianesimo sottende a una dottrina di alta spiritualità, che però riconosce anche alla storia e al tempo presente decisivo valore.
7) «Un solo Signore, una sola fede, uno solo battesimo, una sola vocazione alla quale siete stati chiamati» (Ef. 4,4).
8) Vedi la mitica figura di padre Cristoforo nei Promessi Sposi: personalità emblematica della tradizione e della storia.
9) Basti citare anche per tanti altri meno noti, padre Massimiliano Kolbe, polacco, frate minore conventuale, che durante l'occupazione tedesca della sua terra, nascose e salvò più di duemila ebrei, poi lui stesso fu internato ad Auschwitz, ove, il 14 agosto 1941 chiese e ottenne di essere giustiziato in sostituzione di un socio di prigionia, padre di numerosa famiglia.
10) Durante il Risorgimento innumerevoli furono i sacerdoti che si distinsero fino all'eroismo, basti ricordare, per tutti, don Enrico Tazzoli (1812-52), mazziniano convinto, primo tra i martiri di Belfiore. Un eroe di straordinaria grandezza.
11) Vasta e documentata bibliografia testimonia il sacrificio di una schiera ancora non quantificata di preti, immolati per motivi politici. Vedi anche: don Primo MAZZOLARI, I Preti sanno morire, Edizione Presbyterium, Padova 1958.
12) Si contano almeno centotrenta sacerdoti assassinati durante la Resistenza semplicemente perché sacerdoti, a partire dall'8 settembre 1943, e non solo fino al 25 aprile 1945, ma addirittura sino al 1951. Si sa di pattuglie esecutive che si proponevano di eliminare almeno un prete per notte. È incomprensibile il muro di infastidito silenzio con cui si cerca di sottacere la diffusione del fenomeno. Sull'argomento si possono leggere le documentate pagine di Roberto BERRETTA, Storia dei Preti uccisi dai partigiani, Piemme, Casale M., 2005. Pure la popolare narrazione, ora anche in celluloide, di G. GUARESCHI: Don Camillo e l'onorevole Peppone, è indicativa della presenza radicata del prete nella vicenda nazionale italiana.
13) È noto che le armate sabaude parlavano francese: chi ha combattuto per l'Italia unita, dunque, non sapeva l'italiano, di qui, ma non solo, la preoccupazione del convinto e dotto italianista Alessandro Manzoni.
14) L'apporto non solo letterario del Manzoni all'unità nazionale fu notevole anche se divergente dalle strategie politiche poste in atto, ad esempio, da Cavour. Egli poteva apprezzare e condividere l'aspirazione unitaria, ma restava sgomento all'idea che la patria si plasmasse attraverso l'aggressione, la violenza e la forza, specie se mercenaria. Rinunciò, non senza ripensamenti, alle tradizioni linguistiche della sua terra lombarda per cercare in Arno un punto di comune confluenza letteraria, perseguita con tenacia e talento, che gli valsero alti encomi. Nel 1859, su proposta di Massimo d'Azeglio, che in prime nozze aveva sposato la primogenita di Manzoni, Giulia, e che fu poi presidente del Consiglio, indi Governatore a Milano, Vittorio Emanuele II gli decretava, a titolo di riconoscimento nazionale, l'annua pensione di lire dodicimila. L'anno seguente veniva nominato senatore del Regno. Egli, tuttavia, non partecipò mai in Roma alle sedute del Senato, nonostante le sollecitazioni dello stesso Garibaldi durante la visita di omaggio che gli rese a casa sua, passando da Milano.
15) Del primato morale e civile degli italiani, vol. I, Milano, Allegranza, 1944, p. 323.
16) Monografia edita da Longanesi nel 1993.
17) Nel 1848 propugnò il costituirsi di una confederazione italiana sotto la presidenza del papa, retta da istituti liberali (cfr. la sua pubblicazione: La costituzione secondo la giustizia sociale, 1948). Nello stesso anno ebbe da Carlo Alberto l'incarico di una missione diplomatica presso Pio IX per trattare l'adesione del papa alla lega degli Stati italiani e alla guerra di indipendenza. Il pontefice lo trattenne in Vaticano per nominarlo cardinale, ma l'uccisione di Pellegrino Rossi e il ritiro del papa a Gaeta interruppero bruscamente la già avanzata procedura.
18) Esponente tra i maggiori del cosiddetto neoguelfismo risorgimentale, conobbe l'esilio e, successivamente, occupò posizioni di rilievo in ambito politico. Nel suo noto trattato: Il Primato morale e civile degli Italiani (1843), anch'egli auspica una confederazione degli Stati italiani, con a capo ìl pontefice. Punto costante di riferimento e di forza: la gloriosa Roma dei papi, vanto e onore dell'intera nazione italiana e di tutto l'Occidente.
19) Sulla loro ipotesi si mosse poi Napoleone III, che aveva assunto l'impegno di difendere con le armi la persona del papa. Egli, il 14 luglio 1859, propose ufficialmente a Pio IX di accettare la presidenza dell'erigenda confederazione italiana, mettendosi a capo del processo di unificazione nazionale. Una profferta che non ebbe, né poteva avere seguito.
20) Che neppure Cavour, Mazzini e Garibaldi avessero le stesse idealità politiche, è noto. Cfr. Alfonso SCIROCCO, In difesa del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 1998; "Civiltà Cattolica", n. 3839, 5 giugno 2010, L'unità d'Italia, pp. 423-429.
21) II motto fu inciso pure nella base del monumento equestre di Garibaldi sul Gianicolo, anche se nella notte precedente l'inaugurazione del 1895, la scritta venne ironicamente ridotta in «O Roma o Orte», immediatamente ricomposta.
22) Cfr. edizione con pari titolo a cura della Tecnostampa di Recanati, giugno 2009.
23) In realtà, l'espressione era stata assai precedentemente elaborata dai cattolici francesi per difendere la libertà della Chiesa dalle indebite ingerenze dello Stato secolare. Cavour la usurpò, stravolgendone il senso originale.
24) A titolo esemplificativo si possono citare gli studi e gli approfondimenti in tal senso condotti da Angela PELLICIARI, tra i quali: L'Altro Risorgimento, Edizione Piemme, collana Le Cattedrali del tempo. In apertura si legge: »Una guerra di religione dimenticata, se si guarda alla storiografia ufficiale, quella insegnata nelle scuole...» come pure l'altra sua pubblicazione: Risorgimento da riscrivere, liberali e massoni contro la Chiesa, Ares, 1998.
25) Sembra, infatti, evidente che, almeno fino al 1859 gli insuccessi furono notevoli: le Cinque Giornate di Milano fallirono; a Curtatone e Montanara i volontari vennero dispersi; i Comitati insurrezionali a Belfiore furono sgominati. Bisogna attendere la battaglia di Solferino e San Martino del 24 giugno 1859, l'anno della Seconda Guerra d'Indipendenza, con l'ausilio della consistente armata francese, perché le lotte risorgimentali volgano al meglio.
26) La partecipazione popolare agli accadimenti politici fu assai ristretta: all'inizio era chiamato alle urne solo il due-tre per cento della popolazione maschile. Soprattutto il ceto rurale notoriamente di militanza cattolica, veniva emarginato. Si cercò poi di blandirlo abilmente promettendogli l'assegnazione delle terre che lavorava a mezzadria o in affitto (Cfr. Idee di rappresentanza e sistemi elettorali in Italia tra Otto e Novecento, a cura di Pier Luigi BELLINI, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1997).
27) La sua vita è legata a quella del giornale L'armonia della religione con la civiltà, che egli fondò e diresse dal 1848 al 1863. Organo dell'opposizione cattolica al liberalismo cavouriano, difese con decisione i diritti della Santa Sede. La politica interna ed estera del Regno di Sardegna dettò a don Margotti, tempra eccezionale di polemista, violenti articoli, affrontando e denunciando i continui sequestri del giornale
e le personali vessazioni, giunte più d'una volta all'arresto per vilipendio delle costituzioni. Leale avversario di Cavour, il quale personalmente nutriva per lui sincera ammirazione, dedicò alla immatura scomparsa dell'uomo
politico, avvenuta il 6 giugno 1861, un commosso necrologio, letto, ammirato e condiviso in Italia e in tutte le corti europee. Eletto deputato nel 1857, non poté sedere alla Camera perché canonico, avendo il governo dichiarato non eleggibili gli ecclesiastici in cura d'anime. Per espresso desiderio di Pio IX, nel 1863, lasciò la direzione dell'Armonia, si trasferì a Firenze, per fondare e dirigere, con maggiore moderazione, L'unità cattolica.
28) I gravi documenti pontifici di condanna dell'aggressione allo Stato della Chiesa non contengono nomi o riferimenti personali, mai citato Vittorio Emanuele Il o Cavour, Garibaldi, Mazzini. La questione non era personale, ma di principio.
29) Con l'elezione di Leone XIII, dopo il lungo Pontificato di Pio IX, i cattolici moderati attendevano cambiamenti nell'indirizzo politico circa il nuovo Stato unitario. I suoi primi interventi ne palesarono l'orientamento: fermezza sui principi, attenzione alle nuove emergenze sociali, per le quali soprattutto il laicato cattolico era chiamato a operare; nessuna ostilità nei confronti del nuovo Stato italiano, semmai dare alle questioni in atto un contenuto nuovo, non meramente rivendicativo, senza nulla rinnegare di quanto il suo predecessore aveva disposto.
30) Filippo Meda, presidente dell'Azione Cattolica milanese, diede all'astensione dei cattolici dalle urne il valore di un semplice divieto pontificio, che non aveva carattere né dogmatico, né assoluto, la cui sopravvivenza era legata esclusivamente alla volontà "privata" del pontefice. Di qui le sue decise e decisive iniziative politiche.
31) Eletto in un conclave piuttosto agitato a seguito del veto dell'Austria nei confronti del noto cardinale Raffaele Mèrry del Val, nominato poi segretario di Stato, Giuseppe Sarto, trevisano di Riese, assunse come motto, l'espressione di san Paolo: «instaurare omnia in Christo» e si diede con tutte le forze al governo spirituale della Chiesa. D'animo mite e conciliante, cercò sempre la pacificazione e l'intesa, ispirandosi esclusivamente allo spirito evangelico.
32) Un primo ingresso significativo dei cattolici in politica si ebbe con il noto Patto Gentiloni dal nome del presidente dell'Unione Elettorale cattolica, stipulato nel 1913, in occasione delle prime elezioni politiche a suffragio universale maschile. L'avanzare delle sinistre rappresentava un pericolo reale per una loro totale occupazione del Parlamento. Pio X, consapevole del pericolo, temendo un inasprimento della "Questione Romana", acconsentì che Gentiloni diramasse una circolare ai dirigenti delle associazioni cattoliche in cui si enucleavano i sette punti che i candidati ministeriali, per lo più di fede giolittiana, dovevano accettare per ricevere il sostegno cattolico. Tra le richieste più significative figurava la tutela della scuola privata, l'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche, un trattamento non discriminatorio delle organizzazioni cattoliche. I candidati liberali accettarono, contando sull'appoggio della rete capillare e organizzativa delle parrocchie. L'accordo, pur non arrestando l'avanzata della formazione socialista, che raddoppiò quasi i propri deputati, riuscì a garantire la stabilità ai governanti. Il patto aveva retto e funzionato, lasciando ben sperare anche per il futuro.
33) Il Concilio Vaticano II, nel Decreto Gaudium et spes, così si esprime: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica [...] affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità» (n. 75). Paolo VI, parimenti nell'enciclica Octogesima adveniens (1971), afferma che »la politica è una maniera esigente [...] di vivere l'impegno cristiano al servizio degli altri» (46).
34) In effetti, esistono Paesi che formalmente si dichiarano democratici, ma nei fatti non tutelano né i diritti fondamentali delle persone, né attuano politiche di giustizia sociale. La recente enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in ventate, che si muove nel solco tracciato nel post Concilio dalla costituzione apostolica Populorum progressio di Paolo VI, è un'ulteriore prova del cammino compiuto dal Magistero Pontificio in ambito sociale e politico.
35) Figura poco nota e spesso fraintesa, ma degna di attenzione in merito all'inserimento dei cattolici in politica. Visse tra il 1870 e il 1944, ordinato sacerdote nel 1893, studiò lettere all'università di Roma e con acuta intelligenza si diede all'apostolato sociale. Fondò circoli e riviste, si prodigò in conferenze e congressi. Nel 1909 fu eletto deputato. Il suo pensiero riformista raggiunse punte d'estremismo esasperato, in contrasto con lo spirito evangelico, per cui venne scomunicato da Pio X. Si ravvide poi e morì in comunione con la Chiesa.
36) A causa della sua fragilità, essendo nato gemello, si ebbe cura di amministrargli subito il battesimo. Prima di lui erano nati Mario, primogenito, futuro vescovo di Piazza Armerina; Margherita, pia e attiva, alla sua morte lasciò un consistente legato per fondare la parrocchia di Maria SS.ma del Ponte; Remigia, consacrata al Signore tra le Figlie della Carità, e Rosa, che morì bambina. La gemella, Emanuela, fu il suo angelo tutelare, rimanendogli sempre accanto e accudendolo sino alla fine. Nell'ambito familiare vanno pure ricordati due zii paterni, i padri Luigi e Franco, entrambi gesuiti di singolari virtù, ai quali si associa lo zio materno, il padre benedettino Salvatore.
37) Nacque a Treviso nel 1845, morì a Pisa nel 1918, sta per concludersi la sua causa di beatificazione. Sociologo ed economista di spicco in ambito cattolico, insegnò nelle università di Venezia, Modena e Pisa. Fautore della scuola etico-cristiana contro la concezione utilitaristico-liberale, ispirandosi alla dottrina di Leone XIII ideò una società di tipo collaborativo per assicurare a tutti i lavoratori un degno tenore di vita. Pio X, trevisano come lui, appena giunto al Soglio Pontificio, gli affidò la riorganizzazione e direzione politica del movimento cattolico sociale, dopo lo scioglimento della nota Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, istituita da Pio IX. In tal modo il nuovo pontefice, che tenne una linea intransigente contro il modernismo, sul terreno socialpolitico, fin dall'inizio, stimolò la nascita e lo sviluppo di un movimento sindacale cattolico, che conobbe una notevole diffusione e di cui il Toniolo elaborò le linee programmatiche alle quali s'ispireranno (come implicitamente continuano ad ispirarsi) i sindacalisti cristiani (Cfr. Giovanni ZALIN, Economisti, politici, filantropi nell'Italia liberale, Padova, Cedam, 1997).
38) Il caso di Giacomo Matteotti testimonia tragicamente il clima persecutorio instaurato dal fascismo. Segretario del Partito Socialista, egli il 30 maggio 1924, in un accorato discorso alla Camera dei deputati denunciò le violenze e i brogli dei fascisti per vincere le elezioni del 6 aprile. Fu l'ultimo suo intervento: dieci giorni dopo venne rapito, pugnalato e abbandonato in aperta campagna, dove il suo cadavere venne rinvenuto due mesi dopo.
39) Don Luigi Sturzo non si presentò mai come candidato al Parlamento, ma il Partito Popolare raccolse via via consensi sempre più vasti. Caduto nel febbraio del 1922 il governo Bonomi, Giolitti si dimostrò incapace di formarne uno nuovo e Mussolini ebbe via libera per l'ascesa al potere. Don Luigi, costretto a partecipare con due suoi uomini al nuovo Gabinetto Mussolini, non ebbe cedimenti di sorta e, poco dopo, passò all'opposizione.
40) Di questo periodo in esilio di don Sturzo viene ricordata in special modo la carità nei confronti degli altri esuli politici, ai quali devolveva i proventi dei diritti d'autore per le sue numerose e redditizie pubblicazioni. Il cardinale John Wright, già egli stesso suo penitente quando don Luigi era a New York, rivela quanto fosse ricercato dai sacerdoti e dai fedeli per il ministero della confessione e della direzione spirituale: il miglior elogio per il suo sacerdozio e per la dimensione essenzialmente spirituale del suo ininterrotto ministero.
41) In tutto questo periodo dell'esilio, don Sturzo, pur conservando corrispondenza con l'Italia, sempre rigorosamente controllata dalla censura fascista, esercitò prevalentemente l'attività a lui congeniale di pubblicista e scrisse le sue opere più importanti di carattere storico, politico e sociologico, tra le quali The true life (tradotta in italiano con il titolo La vera vita. Sociologia del Soprannaturale) che si può considerare la sintesi di tutto il suo pensiero.
42) Anche per queste sue benemerenze assistenziali, universalmente note in Sicilia, il 27 agosto 1947 fu eletto all'unanimità dall'Assemblea Regionale Siciliana membro dell'Alta Corte per la Sicilia.
43) Testimoni oculari riferiscono che quando gli riferirono le parole con cui Sua Santità gli impartiva la benedizione, s'illuminò in volto e la gioia fu tale che i medici notarono come quel giorno stesse inspiegabilmente meglio.
44) Isaia, 21,11. L'interrogativo è nella prima parte del libro di Isaia, probabilmente scritta nei 711 a.C., ove si legge: «Mi gridano da Seir: Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: Viene il mattino...».
45) È l'espressione con cui Giovanni XXIII, 1'11 ottobre 1962, nella basilica di San Pietro, alla presenza di 2.500 vescovi di tutto il mondo, concludeva il suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II, paragonandolo all'aurora dei tempi nuovi.
46) Giovanni Paolo II, erede del Concilio, iniziò il suo pontificato con la nota esortazione: «Aprite le porte a Cristo!»
47) A. CHIODI, Primo Mazzolari, un testimone "in Cristo" con l'anima del profeta, Centro Ambrosiano, Milano 1998, p. 90.
48) I Mazzolari erano una famiglia socialista di piccoli fittavoli. AI Boschetto avevano poca terra. La nascita di altri figli, e quindi le maggiori necessità, obbligarono il padre Luigi a cercare più terra altrove. L'11 novembre 1900 partirono, su due carri, con le poche cose che possedevano, per Verolanuova, un grosso centro bresciano.
49) Non poté essere ordinato sacerdote con i condiscepoli il 1° giugno 1912, perché troppo giovane, non aveva l'età canonica. Fu consacrato dal vescovo di Brescia Giacinto Gaggia, nella parrocchiale di Verolanuova, ove abitava con la famiglia.
50) Il 24 maggio 1915 l'Italia entra in guerra. Don Primo viene arruolato e destinato all'ospedale militare di Genova. Mentre stava raggiungendo il reparto, gli giunge la notizia della morte del fratello Peppino, sul monte Sabotino, il 25 novembre 1915. Dopo i tre mesi di addestramento, viene trasferito all'ospedale militare di Cremona, dislocato in Seminario. Ricevuto il grado di caporale, rimase a Cremona quasi due anni. Dopo Caporetto, chiese di essere nominato cappellano militare. Il 26 aprile 1918 fu destinato, come cappellano con il grado di tenente, in Francia, sul fronte con la Germania. Vi rimase sino alla fine della guerra. Il 23 luglio 1920 fu congedato.
51) La sua pubblicazione verrà sospesa d'autorità dal cardinale di Milano Idelfonso Schuster nel 1951. Vi compaiono anche contributi di Lorenzo Milani.
52) È uno degli aforismi più ricorrenti nel Pontificato di Giovanni XXIII, prima e durante il Concilio.
53) Era, infatti, il 2 febbraio del 1922, in cui la liturgia commemora appunto la circoncisione di Gesù al tempio.
54) L'elenco completo e ragionato delle pubblicazioni di don Primo Mazzo-Ieri è reperibile nelle innumerevoli sue biografie. Vedi, ad esempio: Giuseppe MASSONE, Don Primo Mazzolari, Milano, Gribaudi 2008, pp. 163 ss.
55) Mater et magistra è l'incipit di una nota enciclica di Giovanni XXIII, che già recepisce taluni dei più incisivi e innovativi messaggi di don Mazzolari.
56) Il 5 aprile 1959, Domenica in Al-bis, alla Messa solenne delle 11,15, don Primo, mentre teneva l'omelia, è colpito da ictus cerebrale nella sua chiesa di S. Pietro in Bozzolo, ove era ritornato dopo la breve esperienza pastorale di Cicognara. Ricoverato alla Clinica S. Camillo di Cremona, moriva dopo otto giorni di agonia, il 12 aprile 1959.
57) «È turpe ignorare ciò che tutti dovrebbero sapere», una delle massime più care al sommo filosofo dell'antichità.
58) Per una rivisitazione aggiornata e in parte innovativa, della figura e dell'opera di don Milani cfr. Marcello MANCINI-Giovanni PALLANTI, La preghiera spezzata. I cattolici fiorentini nella seconda metà del '900, Libreria Ed. Fiorentina, 2010.
59) Narratore e giornalista tra i più noti del suo tempo, fu prigioniero nei lager tedeschi ai quali è ispirata molta della sua efficace produzione memorialista. L' amicizia con Lorenzo durò negli anni.
60) Monsignor Mario Trapani, che aveva una concezione piuttosto militaresca del proprio ufficio. Sembra pertanto non corrispondere al vero l'interpretazione dei fatti secondo cui don Milani sarebbe stato confinato a Barbiana quasi per relegarlo in esilio, addossandone la responsabilità al coadiutore del cardinale, monsignor Ermenegildo Florit, il quale, quando nel dicembre del 1954 giunse a Firenze, neppure conosceva don Milani, che in effetti, si rese noto alla sua diocesi e alla Chiesa solo nel 1957 con la pubblicazione Esperienze pastorali. Vero è invece che qualche anno dopo monsignor Florit propose a don Milani una parrocchia suburbana, ricevendone però un cortese rifiuto, motivato principalmente dal grande affetto verso i suoi ragazzi di Barbiana e dalla volontà di portare a compimento quel progetto scolastico che con loro stava coltivando.
61) In una lettera, indirizzata ai ragazzi di Piadena, dei ragazzi di Barbiana - in cui la si descrive in quello stile che è tipico di don Milani - il paesino è così presentato: «Barbiana è sul fianco nord del monte Giovi, a 470 metri sul mare; vediamo, sotto di noi, tutto il Mugello che è la valle della Sieve, affluente dell'Arno, dall'altra parte del Mugello vediamo la catena dell'Appennino. Barbiana non è nemmeno un villaggio, perché la chiesa e le case sono sparse nei boschi e nei campi. I posti di montagna come questo sono rimasti disabitati, se non ci fosse la nostra scuola a tener fermi i nostri genitori, anche Barbiana sarebbe un deserto».
62) Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1957.
63) A seguito dei suoi interventi in difesa dell'obiezione di coscienza, in cui si stacca decisamente dall'opinione comune, venne citato in giudizio, ma mori prima che fosse emessa la sentenza.
64) L. MILANI, L'obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1965.
65) Secondo l'antica leggenda, il noto furfante dell'Attica assassinava i viandanti che gli chiedevano ospitalità facendoli prima coricare su un apposito letto a ciò predisposto e poi troncando loro le gambe se erano troppo lunghe, stirandole se erano più corte.
66) Vangelo di Giovanni, 8,32.
67) È noto che una delle espressioni care e programmatiche di don Milani era: "I care", letteralmente significa: "lo mi prendo cura" (in dichiarata opposizione al "Me ne frego" fascista); il motto era scritto su un cartello ben visibile all'ingresso della scuola di Barbiana e intendeva riassumere le sue finalità educative, orientate alla presa di coscienza civile e sociale dei suoi frequentatori. Il Partito Democratico della Sinistra (DS), nel suo primo convegno del 2000 ancora lo utilizzava come slogan propagandistico (vedi l'intervento di Luigi Berlinguer).