Promemoria

di una esperienza

Giovanni Battista Bosco

 dibi

INTRODUZIONE

«Praticando la verità nella carità,
crescendo sotto ogni aspetto fino a lui che è il Capo, Cristo»
(Efesini 4,15).

Don Bosco
- «l'esemplare di un amore preferenziale per i giovani»,
- «il maestro di un'efficace e geniale prassi pedagogica»,
- «l'iniziatore di una vera scuola di nuova e attraente spiritualità apostolica» (Juvenum Patris, 5),
- «maestro di spiritualità giovanile» (ivi, 16).


Un pro-memoria!

Sono alcune annotazioni per non dimenticare, appunti che svolgono il compito di richiamare alla mente, di ricordare, di far memoria.
Si tratta invero di richiamare un'esperienza, anzi di rievocarla, o forse ancor più, di rivivere in memoria, ossia di interrogare l'esperienza carismatica di Don Bosco, di chiamarla in causa per noi oggi. Il nostro agire educativo, pastorale, spirituale, ha bisogno di acquisire punti di riferimento sapienti e saggi, che cioè scaturiscono da un'esperienza vissuta nella vigorosa ricerca della «perfezione della carità», della pienezza di vita e della valorizzazione della saggezza pedagogica.
Ora «l'esperienza spirituale ed educativa» di Don Bosco tra i giovani è tipica ed emblematica nella Chiesa, e suscita attenzione di uomini cui sta a cuore l'educazione della gioventù e la sua rigenerazione. Si intende dunque fare memoria di Don Bosco e della sua esperienza: una memoria che non è solo rievocazione di un'esperienza, ma anche e soprattutto stimolo a rendere visibile e attuale nel presente quanto di essa sa vincere il tempo.
Di Don Bosco, come di ogni vita, si possono dare differenti letture. Ciascuna presenta angolature molteplici e pluralità di approcci. Ognuna però si impone spesso per una sua peculiare fisionomia, senza per questo annebbiare o svigorire i vari aspetti della ricchezza di una storia, di una vita.
La mia rievocazione si colloca in tale prospettiva, di presentare cioè un aspetto tipico, non oso dire l'aspetto tipico, dell'esperienza di Don Bosco. È certo però una delle note massimamente rappresentative della originalità di questo santo.
Talune iniziative di questi tempi mi mettono sulla strada.
- Anzitutto la lettera di Giovanni Paolo II su Don Bosco, indirizzata alla Famiglia salesiana, e pure destinata ai giovani, ai genitori e a tutti gli educatori. Essa viene designata con l'indicazione Juvenum Patris (JP) e tuttavia può essere assai opportunamente titolata: «Don Bosco, un maestro per l'educazione».
- In secondo luogo v'è un'idea audace: la richiesta di dichiarare Don Bosco «dottore della Chiesa per l'educazione cristiana». Essa trova le sue origini nelle espressioni del Rettor Maggiore dei Salesiani che scrive: «Le linee portanti del sistema preventivo possono essere considerate una specie di lezione profetica per i tempi nuovi, così da additare Don Bosco come un dottore della Chiesa (Padre e Maestro) nell'arte cristiana dell'educazione» (ACS 290, p. 8).
- E infine la Lettera Decretale per la canonizzazione di Don Bosco, ripresa e riscoperta in occasione del centenario. Vi si afferma che Don Bosco fu «massimo educatore (educator princeps) della gioventù nuova, avendo indicato, con un metodo veramente originale, un cammino assai eccellente e molto sicuro nella prassi educativa» (LD, 1.4.1934).
La strada che mi viene indicata è dunque l'esperienza di Don Bosco sotto il profilo educativo, e di educazione alla fede.
Il tema educativo è tema di attualità e urgente. Una qualificata metodologia pedagogica è oggi indispensabile nella costruzione di «forti personalità cristiane» (Paolo VI).
E tuttavia non è da dare per scontata l'attenzione all'educativo. Anche oggi ci si trova di fronte a riduzionismi vecchi e nuovi, a forme di prassi educativa dal respiro corto (ansia di esiti), da insufficienza cardiaca (carenza di cuore), da ipotensione arteriosa (lentezza di propositività).
Inoltre non meno attuale è il tema prassi. Il Concilio ha dato ad essa dignità, pur non intendendo per nulla elevarla a fonte di rivelazione (GS 62). Del resto il magistero dei Pastori vi si sente continuamente interpellato, se vuol rendere accessibile il Vangelo per il tempo presente e promuovere una prassi cristiana.
Don Bosco è uomo d'azione, di prassi educativa. Egli non appare come investigatore del pensiero pedagogico, ma quale originale artista del metodo; non è un pensatore-studioso, è un geniale educatore e pastore, un maestro di carità educativa. Soprattutto egli emerge come un Santo educatore della gioventù, che lascia in eredità alla Chiesa e alla comunità degli uomini un singolare metodo educativo, il sistema preventivo, chiamato per antonomasia il metodo di Don Bosco.

I. L'ESPERIENZA DI DON BOSCO NEL SUO CONTESTO DI RIFERIMENTO

Non so esattamente perché, ma le statue dei santi mi soddisfano raramente. E non è per foga iconosclasta, peraltro risibile oggi, ma perché esse, troppo di frequente, non paiono dire un gran che. Un Don Bosco plasmato solo, ad esempio, fa scuotere la testa, sembra un controsenso. Si avverte subito lo stridore con la vita sua, popolata di gioventù e impastata di giovinezza. Che simpatia spontanea suscita invece il Don Bosco attorniato da ragazzi! Parla già moltissimo della sua esistenza, anzi dice il più.

1. La missione di Don Bosco verso i giovani

Don Bosco e la gioventù! È un binomio i cui termini si richiamano a vicenda con simpatia, un ponte che collega due realtà, congiunge due mondi; è l'asse portante di una intera vita. Don Bosco non può essere pensato senza gioventù, estraniato dal suo impegno educativo. Esiste un legame vitale che lo unisce ai giovani: l'appassionata missione verso di loro. «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo - confidava ai suoi ragazzi -, per voi sono disposto anche a dare la vita»; e ripeteva: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».
Opzione fondamentale della sua vita è educare la gioventù. Con l'intera esistenza coincide la sua missione educativa, dal sogno dei nove anni sino alla vecchiaia.
Inequivocabile ne è il mandato: «Ecco il tuo campo...»: gli viene detto nel primo sogno rivelatore davanti a una schiera di ragazzi.
E sacerdote novello, mantenendo fede nel tempo, ne rinnova il proposito: «La mia delizia è fare il catechismo ai fanciulli, trattenermi con loro, parlare con loro».
Così, richiesto di un impegno pastorale dalla marchesa Barolo, non esita a ribattere con sicurezza: «La mia vita è consacrata al bene della gioventù. Non posso allontanarmi dalla via che la Divina Provvidenza mi ha tracciato».
Persino sul letto di morte i giovani sono l'oggetto della sua sollecitudine: «Di' ai giovani che li attendo tutti in paradiso... Vi raccomando la cura dei giovanetti poveri e abbandonati, che furono sempre la porzione più cara al mio cuore in terra, e che per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo spero saranno la mia corona e il mio gaudio in cielo». Una radicata persuasione domina la vita di Don Bosco: essere strumento nelle mani del Signore per compiere una missione che gli è del tutto singolare, la salvezza della gioventù.
La predilezione sua per i giovani risalta così come uno speciale dono di Dio che lo impegna in totale dedizione a guadagnare il loro cuore per il Signore. A questo unico scopo si vota la sua instancabile operosità. Per i giovani poveri, abbandonati, pericolanti egli impegna tutte le sue energie, svolge per loro un'impressionante attività, inventa le iniziative più coraggiose, prodiga ciò che di meglio possiede in cuore e nella mente. Soprattutto rilancia, in stile rivestito a nuovo, l'Oratorio, emblema delle sue iniziative, e mette in atto per i giovani un progetto di educazione integrale, il suo metodo pedagogico.
Don Bosco non sottovaluta per nulla la valenza sociale e culturale della sua azione e della sua opera; anzi, capisce tutto ciò con lucidità e lo persegue con tenacia, provocando l'attenzione dei suoi contemporanei.
Anche in seguito suscita l'interesse, peraltro compiaciuto, di studiosi anche estranei all'ambiente ecclesiale. Asserisce G. Lombardo-Radice (1938): Don Bosco seppe creare un imponente movimento di educazione attorno all'idea dell'educazione preventiva e della scuola-famiglia. E Umberto Eco, semiologo nostro contemporaneo, non esita a definire Don Bosco geniale riformatore che inventa un modo nuovo di stare insieme, l'oratorio. Tale «rivoluzione - scrive (1984) - è una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio... un progetto che investe tutta la società italiana dell'èra industriale».
Non per nulla Don Bosco è universalmente riconosciuto, ed emerge indiscutibilmente come un educatore, un originale artefice di opere giovanili, il creatore di un nuovo stile di educazione. Egli è l'amico dei giovani, padre e maestro della gioventù, o, per usare le parole del Papa, l'esemplare di un amore preferenziale per i giovani, il segno di un amore più alto e il maestro di un'efficace e geniale prassi pedagogica.

2. Il sistema preventivo, frutto di una prassi educativa matura

Una pagina delle Memorie biografiche (vol. XVIII, p. 126) soddisfa la nostra sana curiosità circa il metodo di Don Bosco.
Il Superiore del seminario di Montpellier aveva, come del resto noi, un gran desiderio di interrogare Don Bosco sul metodo da lui usato per portare le anime a Dio. Gli aveva già domandato come facesse con sì scarso numero di collaboratori a educare tanti giovani, e Don Bosco gli aveva risposto che tutto il segreto stava nell'infondere loro il santo timor di Dio. Ma di questa risposta il superiore non era pago. «Il santo timor di Dio - osservava in una lettera - è soltanto il principio della sapienza; io invece vorrei sapere quale sia il metodo per guidare le anime alla somma sapienza, che è l'amor di Dio». Quando gli si lesse la lettera, Don Bosco esclamò: «Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah!... Non lo so neppure io. Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano».
Forse senza avvedersene compiutamente, Don Bosco esprimeva così alla buona uno dei criteri di base del suo metodo. Da vero educatore, immerso nella concretezza della prassi e nei suoi pericoli, avverte l'esigenza di non irrigidirsi in un sistema educativo che rischi la stereotipia: perciò intende avvalersi sempre di libertà di movimento nell'arte di educare. Ma d'altro canto, come uomo d'azione, sa bene che si avanza con difficoltà se non c'è chiarezza d'intenti. «Un metodo veramente Don Bosco fa suo - commenta il biografo - il così detto metodo preventivo, traendone gli elementi dalla tradizione umana e cristiana e dallo studio sull'animo dei giovani». Per la sua azione Don Bosco si rifà dunque a un criterio ispiratore di sintesi: andare avanti come il Signore ispirava e le circostanze esigevano, espressione questa non di due sollecitudini diverse, ma sintesi di un'unica disponibilità di cuore e di spirito,
l'attenzione premurosa all'incontro tra Dio e l'uomo, tra il Signore che ispira e le esigenze dei giovani.
Don Bosco non conosce, contro le apparenze, il pressappoco o l'incirca educativo, bensì, mantenendosi aperto ai segni dei tempi, cammina secondo un progetto operativo intenzionale, che dà unità alle sue iniziative e agli interventi educativi.
Ne è prova il trattatello sul sistema preventivo, quelle scarne paginette scritte dallo stesso Don Bosco nella primavera del 1877, perlopiù come semplice appendice a un discorso di inaugurazione del patronato di San Pietro a Nizza. Nell'introduzione si legge una curiosa dichiarazione di propositi: «Più volte - scrive Don Bosco - fui chiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al cosiddetto sistema preventivo, che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente ne do qui un cenno, che spero sia come l'indice di quanto ho in animo di pubblicare in una operetta appositamente preparata».
Don Bosco si propone di scrivere una operetta, che purtroppo non sarà mai realizzata; e tuttavia la provvisorietà di questo indice e anche l'imprevista stesura di tale appendice, non consentono di ipotizzare una improvvisazione dell'operoso educatore. La lucidità d'impostazione e la proprietà del linguaggio del suo trattatello suppongono esperienze e idee maturate a lungo e descritte lì con spontanea naturalezza come patrimonio condiviso d'intenti e di metodo. D'altra parte la stesura, situata nel tempo (1877), e cioè verso la piena maturità della prassi educativa di Don Bosco, è senza dubbio il frutto manifesto della sua ricca esperienza di educatore.

3. Il sistema preventivo è «insieme pedagogia, pastorale, spiritualità»

Il metodo di Don Bosco si presenta come una proposta unitaria: come è stato da lui vissuto, esso appare costantemente come una ricca sintesi di contenuti e di metodi; di processi di promozione umana e insieme di annuncio evangelico e di approfondimento della vita cristiana; nelle sue mete, nei suoi contenuti, nei suoi momenti di attuazione concreta esso richiama contemporaneamente le tre parole con le quali Don Bosco lo definiva: ragione, religione, amorevolezza. Esso è nel contempo uno stile di presenza e azione educativa tra i giovani.
Con ragione l'assemblea mondiale dei salesiani (CG 21) afferma che il sistema preventivo «è insieme pedagogia, pastorale, spiritualità, che associa in un'unica esperienza dinamica educatori e destinatari, contenuti e metodi, con atteggiamenti e comportamenti nettamente caratterizzati» (96).
A tali espressioni fa eco il Rettor Maggiore della Congregazione salesiana: «Questo sistema ci riporta direttamente al cuore oratoriano di Don Bosco, alla sua maniera tipica di concepire l'evangelizzazione come salvezza totale... Troviamo in esso il contributo originale di sapienza apportato da Don Bosco alla Chiesa e al mondo, il suo ripensamento del Vangelo in chiave di carità educativa, la sintesi che traduce la sua esperienza di educatore e la sua spiritualità» (CG 21, 569-570).
In tale convergere di istanze educative in un progetto organico emerge con forza un'evidenza oggi scontata, eppure non così ieri: al centro dell'attenzione educativa stanno i giovani, con tutto ciò che può significare simile asserzione; con gli educatori sono protagonisti della loro crescita. L'organicità del sistema fa perno attorno alla persona, a una persona che vive con gli altri. Il metodo trova la sua unità orbitando intorno alla comunità giovanile, epicentro del suo progetto educativo, cuore della sua azione. È una comunità che crea ambiente, il quale è sì costituito da un confluire di giovani con spazi e cose a disposizione, ma è soprattutto un tessuto di rapporti interpersonali riconosciuti, accolti, valorizzati, un luogo di incontro e di convergenza di energie a servizio della gioventù.
L'ambiente non è pensato qui come un assemblaggio di iniziative o un accumulo di attività, ma come un laboratorio di proposte, un centro di idee e di iniziative che si orientano verso una stessa finalità e convergono in un progetto educativo. La comunità giovanile allora non diviene punto di coagulo degli interessi più disparati o luogo di effimera fruizione di iniziative. Al contrario, essa è aggregazione di persone che intendono compiere un comune cammino di crescita umana e cristiana.
Del resto la politica di Don Bosco è evidente. Lo dichiara egli stesso: «Lo scopo a cui miriamo torna ben viso a tutti gli uomini, non esclusi quei medesimi che in fatto di religione non la sentono come noi... La civile istruzione, la morale educazione della gioventù o abbandonata o pericolante, per sottrarla all'ozio, al mal fare, al disonore e forse anche alla prigione, ecco a che mira la nostra opera... Tiriamo avanti domandando solo che ci lascino fare del bene alla povera gioventù e salvare le anime... Se si vuole, questa è la nostra politica» (MB XVI, 290).
Tale attenzione all'educazione della gioventù, l'appassionata sollecitudine alla crescita della vita giovanile in tutte le sue espressioni, il procedere facendo confluire ogni cosa attorno alla persona, sono indicazioni importanti del metodo di Don Bosco.
Anzi, in realtà il sistema preventivo può essere considerato «la sintesi di quanto Don Bosco ha voluto essere» (CG 21, 80). La storia personale è la rivelazione più completa del suo modo di educare. Non si tratta infatti di capire primariamente un insieme di idee o di principi, ma di accostare un'esperienza vitale, di penetrare una vocazione educativa.
Il sistema preventivo peraltro non è nuovo in quanto sistema, né come sistema generale di idee e principi educativi e neppure come sistema di orientamenti e di prassi. Inconfondibile è lo stile di Don Bosco, uno stile peculiare in cui l'insieme è rivissuto e attuato. È lo stile del grande educatore che, ispirandosi a criteri educativi comuni e diffusi, sa creare ciò che è esclusivamente suo. Il sistema preventivo è infatti la persona stessa di Don Bosco, il suo stile è l'educatore.
In effetti la sua esperienza costituisce globalmente uno stile con un'ispirazione unitaria, precisi obiettivi, contenuti chiave, con esigenze permanenti e una forma che organizza tutto in un insieme armonico. Per cui davvero nel suo essere sistema, la pedagogia di Don Bosco è anzitutto vita vissuta, passione educativa, trasparenza personale. Alla sorgente vivace e limpida della sua esperienza acquista rilievo e significato ogni esposizione organica della sua visione pedagogica.

4. La scelta di intervento di Don Bosco è la via educativa

Il riferimento d'obbligo è dunque - come codifica la Regola di vita dei Salesiani - «la tipica esperienza pastorale» di Don Bosco (C. 40), «un'esperienza spirituale ed educativa» (C. 20).
L'esperienza di Don Bosco si inquadra in primo luogo in una cornice ben precisa: l'educazione.
Alla persistente domanda di rigenerazione sociale, alla richiesta continua nella storia di edificare l'uomo nella sua dignità, nella sua maestà (Carlo Bo), Don Bosco risponde con un impegno di vita, educare la gioventù. «Forse - afferma il Papa nella Juvenum Patris - mai come oggi il mondo ha bisogno di individui, di famiglie e di comunità che facciano dell'educazione la propria ragion d'essere e ad essa si dedichino come a finalità prioritaria alla quale donano senza riserve le loro energie... Essere educatore oggi comporta una vera e propria scelta di vita» (JP 17).
Don Bosco ha optato con determinazione per tale scelta di campo.
Le tentazioni del momento storico avrebbero potuto condurlo su strade ben diverse, peraltro legittime su piano formale. Ma la sua risposta, ispirata dall'alto, si colloca in modo originale tra l'impegno che gravita strettamente attorno al catechistico, considerando il resto come semplici tecniche d'aggancio più o meno esplicito, e quanto propende per il politico come partecipazione diretta alla trasformazione della società.
Don Bosco intraprende invece la via educativa, e ne intuisce tutta la portata sociale e il peso culturale. Egli comprende che l'operare per «l'uomo spiritualmente maturo, cioè l'uomo pienamente educato, l'uomo capace di educare se stesso» (JP 1) è una meritevole azione sociale che ha dignità pubblica, e costituisce un compito di promozione culturale di fondamentale e primaria importanza. «Che l'uomo diventi sempre più uomo, che possa essere di più..., che sappia sempre più pienamente essere uomo» (JP 1) è il coraggioso impegno culturale e sociale di Don Bosco; allora (e forse anche oggi nella realtà dei fatti) per nulla scontato, o perlomeno faticosamente percepito.
In secondo luogo l'esperienza di Don Bosco si pone all'interno della dinamica istituzionale. Ne è il paradigma conosciuto l'Oratorio, che le Costituzioni salesiane definiscono come «casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria» (C. 40). Don Bosco dà un tocco di originalità a quest'istituzione educativa allora già esistente, tanto da diventare modello di ogni sua casa e oggi criterio di discernimento e di rinnovamento di ogni attività e opera.
Per lui l'oratorio è in missione aperta sul continente giovanile. Egli sceglie di rivolgersi ai giovani «che non avevano parrocchia o non sapevano a quale parrocchia appartenessero», si sente missionario dei giovani pur facendo riferimento a una piattaforma di lancio, l'ambiente oratoriano. Diviene indispensabile perciò una casa che accoglie con senso missionario, che si fa punto d'incontro. Più oltre, in un centro per la gioventù non può mancare il cortile. Tale struttura dice espressione giovanile nei suoi più diversi aspetti: «Il cortile attira più della chiesa», diceva Don Bosco e offre libertà di espressione. «Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi nell'educazione» (SP, c. II. par. 3).
Per essere piena però l'espressione giovanile ha bisogno di venire lievitata dall'Evangelo. Parrocchia che evangelizza è il segno del fermento evangelico, della proposta di vita cristiana, di spiritualità. «Ti voglio mostrare un cammino per essere felice»: proponeva sempre Don Bosco; e indicava l'amicizia con Gesù. Ma il suo modello oratoria-no non si conclude ancora qui: esso è scuola che avvia alla vita, ossia si colloca nel territorio, assumendone le richieste culturali e divenendo propositivo nell'ambiente. È così luogo di confronto e di proposta, di formazione e di impegno promozionale.
Il lavoro e lo studio non sono marginali nella proposta di Don. Bosco, anzi sono visti come la concreta attuazione della propria vocazione e doveroso contributo al vivere sociale. Don Bosco è talmente sollecito nei problemi del lavoro che sigla il primo contratto a difesa dei propri ragazzi e istituisce la scuola d'arti e mestieri per prepararli professionalmente e civilmente. Tale è la ricchezza e peculiarità dell'istituzione Oratorio di Don Bosco.
Infine, l'esperienza di Don Bosco vive della realtà ecclesiale: la sua è un'esperienza pastorale e spirituale. Don Bosco si sente prete sempre e dovunque. Al ministro Ricasoli dichiara con semplicità e schiettezza: «Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all'altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei Ministri» (MB VIII, 534).
Unica è l'ispirazione riconoscibile di tutta la sua azione: l'amore redentore che coinvolge gli stessi giovani. La straordinaria sua esperienza di paternità si manifesta quale espressione viva e affascinante della paternità di Dio, che è amore infinitamente paziente e misericordioso, che vuole tutti salvi.
Don Bosco opera da vero pastore tra i suoi giovani. La sua operosità instancabile riceve ispirazione e forza alla luce della figura di Cristo il buon Pastore: come lui conosce le sue pecorelle, le chiama per nome, si fa ascoltare da esse, le raccoglie e le conduce ai buoni pascoli, cerca le pericolanti e le difende, dà la sua vita per loro.
L'amore operoso di Dio che salva è la mistica di Don Bosco. Egli la esprime nel motto assai noto: «Dammi le anime, e tienti pure il resto». Peraltro Don Bosco stesso confessa: «Quando mi sono dato a questa parte del sacro ministero, intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi degni abitanti del cielo. Dio mi aiuti a continuare fino all'ultimo respiro di mia vita» (MO 62). Il suo anelito è guadagnare anime a Dio.
Nella concreta e quotidiana azione educativa e pastorale Don Bosco compie una peculiare esperienza di vita nello Spirito. Con ragione, riferendosi all'esperienza spirituale di Don Bosco, si parla di santità educativa (E. Viganò), di santità apostolica (A. Ballestrero), di carità educativa (C.M. Martini), di spiritualità apostolica (Giovanni Paolo II). Don Bosco cioè rivela una singolare testimonianza di esistenza nello Spirito e di agire apostolico: è costituito particolare segno della potenza salvatrice di Dio «che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita- (C. 20).
L'azione apostolica non è condotta avanti come semplice attività, ma quale singolare e originale iniziativa de-lo Spirito in lui.
Don Bosco, insomma, non solo si occupa e si preoccupa dei giovani e spende la sua vita per loro; soprattutto, occupandosi dei giovani e vivendo da infaticabile apostolo tra loro, ha percorso un cammino di santificazione, e lo Spirito del Signore l'ha cresciuto santo, e grande apostolo santo.
Così egli diviene segno di tale novità dello Spirito, «profeticamente un nuovo modello di santità» (P. Chenu), «l'iniziatore - come scrive il Papa - di una vera scuola di nuova e attraente spiritualità apostolica» (JP 5).

II. L'ORIGINALITÀ DELLA PROPOSTA EDUCATIVA DI DON BOSCO

«Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù - si legge nel trattatello di Don Bosco -: Preventivo e Repressivo». E prosegue ponendo in contrapposizione, nel contesto dell'800, i due sistemi l'uno all'altro, e facendo emergere la bontà e i vantaggi del sistema preventivo.
Oggi la situazione è certamente assai diversa. I sistemi educativi si dibattono più tra il permissivismo, che sembra avere la meglio, almeno apparentemente, e l'autoritarismo, che perdura, nonostante tutto, nelle pieghe di nuove forme costrittive o di ricatto senza sapere dove planare. E tuttavia la questione educativa incalza. Il disagio giovanile è profondo, invoca una vigorosa riscossa.
Ma la tradizione educativa autoritaria ha fatto oggi il suo tempo. Non è pensabile il procrastinare, e nemmeno augurabile. D'altro canto assistiamo, spesso impotenti, allo svilimento e avvilimento della funzione educativa in un contesto permissivo. Lo spontaneismo non garantisce la spontaneità, la bontà della scelta non è assicurata dalla semplice libertà di comportamento, il pluralismo di proposte e di modelli non esenta da sottili persuasioni occulte. Soprattutto l'esigenza di ricuperare da esperienze mortificanti spinge sempre più alla scelta di impegnarsi a tempo pieno per prevenire.
Il sistema di Don Bosco risuona anzitutto come un forte appello a resistere con senso critico nei confronti delle mode del momento e dei miti in voga, per rifarsi alle cose che contano. Ulteriormente è una proposta concreta nel dibattito pedagogico, e oggi una risposta al disagio educativo. Educazione preventiva è dunque la proposta di Don Bosco: ossia impegno a progettare l'avventura della vita non come una «filastrocca recitata» di innumerevoli fotogrammi che scorrono davanti agli occhi come in un film, bensì quale intreccio di vicende che hanno dignità a superano il tempo. Il metodo di Don Bosco si pone tra permissivismo e autoritarismo. E non si tratta certo di compromesso tra ipotesi divergenti per risolvere il dilemma, oppure di via media della saggezza antica che dice un po' dell'uno e un po' dell'altro. Esso rappresenta, al contrario, una reinterpretazione originale, peculiare dell'azione educativa, che si fa proposta di metodo per gli educatori.

1. Prevenire significa suscitare energie di bene

Il termine preventivo che Don Bosco utilizza, va sicuramente oltre la stretta accezione linguistica per arricchirsi delle caratteristiche tipiche della sua arte educativa.
Prevenire esprime in primo luogo precedere il sorgere di esperienze negative che possono compromettere le energie del giovane o costringere in seguito a ricuperare con sforzi spesso enormi, se non irreparabilmente frustranti. Ma il termine presenta un'accezione anche positiva, indica un approccio alla realtà educativa in stile propositivo nel favorire «ogni iniziativa per crescere nel bene» e nell'incoraggiare «a liberarsi da ogni schiavitù affinché il male non domini la loro (dei giovani) fragilità» (C. 39).
Si tratta allora di assumere precisi criteri di metodo che rivelano profonde intuizioni pedagogiche: sono il proporre esperienze positive che attraggano e coinvolgano, che suscitino il fascino della simpatia giovanile e dell'impegno gratificante; il motivare dall'interno la direzione di crescita, frustrando insensibilmente i formalismi dell'esteriorità, svelando con coraggio le persuasioni occulte e promuovendo l'iniziativa in libertà interiore; il guadagnare il cuore dei giovani per stimolarli al bene nella logica del dono e del servizio compiuti nella gioia (JP 8). Prevenire significa in definitiva promuovere un ecosistema di vita e di esperienze.
Comprensibilmente una simile visione presuppone la radicata convinzione in cuore che in ogni giovane ci siano energie di bene. A tal proposito il credo educativo di Don Bosco suscita speranza contro ogni speranza: «In ogni giovane, anche il più disgraziato, havvi un punto accessibile al bene: dovere primo dell'educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile e trarne profitto» (MB V, 367). Ogni giovane ha potenzialità di ricupero e di crescita.
Il sistema preventivo si propone di risvegliare le energie migliori nei giovani, «fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell'intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso» (C. 38) .

2. Senso unitario del trionomio: ragione, religione, amorevolezza

Peraltro Don Bosco stesso, interpretando tale realtà preventiva in termini operativi, la esprime con una formula ormai diffusamente familiare: il sistema preventivo - dice - «si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l'amorevolezza» (MB XIII, 919).
Questo trinomio sta a fondamento della sua pedagogia, ma «più che base per una sistemazione dei contenuti,... esso indica una triplice ispirazione congiunta che compenetra e anima tutti e singoli gli aspetti dell'esperienza educativa e pastorale di Don Bosco. Infatti, di ragione, religione, amorevolezza vuole essere permeato tutto il ricco patrimonio dei valori umani e religiosi che garantiscono il genuino sviluppo umano, religioso e cristiano dei singoli, secondo una vera teologia dell'incarnazione» (CG 21, 89). E tale formulazione è nel medesimo tempo espressione di sintesi e indice di uno stile educativo, che è «modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro... Permea le relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell'esercizio di una carità che sa farsi amare» (C. 20). Intorno a questo trinomio dunque si polarizzano teologicamente e metodologicamente gli elementi educativi fondamentali di tutto il metodo (P. Braido), conservando ogni termine la sua rilevanza di significato. Ragione, religione, amorevolezza sono come evidenze cariche di istanze educative e di valori emergenti, che funzionano da catalizzatori di senso.
Con il termine ragione viene sottolineato il senso vivo dei valori genuinamente umani e al contempo cristiani: il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale.
In questo contesto l'uomo, il giovane, viene riconosciuto come «la prima strada», «la prima e fondamentale via della Chiesa», per adempiere la sua missione (RH 14).
Don Bosco è estremamente attento alla condizione storica dei giovani, alle loro esigenze e aspirazioni, oltre che alle prospettive escatologiche. Egli si propone un ideale educativo di uomo che è «unione ben riuscita tra la permanenza dell'essenziale e la contingenza dello storico, tra il tradizionale e il nuovo». Ragione dice dunque «visione antropologica aggiornata e integrale, libera da riduzionismi ideologici. L'educatore moderno deve saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia,... la solidarietà,...» (JP 10).
La parola religione, invece, ci rammenta che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente. La religione deve illuminare la finalità dell'azione educativa. Per questo «l'uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l'ideale dell'uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni religiose» (JP 11). È l'onesto cittadino, perché buon cristiano, che ha fede viva, radicata nella realtà quotidiana, fatta di presenza di Dio e di disponibilità alla sua grazia.
La religione si pone quindi a fondamento dell'edificio educativo: essa motiva e ispira tutta la realtà. In una visione complessiva e integrale Don Bosco traccia una sintesi spirituale semplicissima e alla portata di tutti: «Dovunque siate - si rivolge ai suoi exallievi -, mostratevi sempre buoni cristiani e uomini probi» (BS 1880, n. 9).
E infine «l'amorevolezza» rappresenta il supremo principio del metodo. Essa dice simpatia e volontà di contatto con il mondo giovanile, capacità di dialogo e di mutua fiducia, totale dedizione per la loro crescita; indica l'indispensabilità della presenza pedagogica, che si rende attiva in amicizia, in coinvolgimento, in modo tale che l'educatore non è considerato tanto un superiore, quanto un padre, fratello e amico.
In una parola, essa denota familiarità e spirito di famiglia, dando così rilevanza e spessore alla bontà del cuore.
Amorevolezza addita ancor più che nell'ideale educativo di Don Bosco sta l'uomo buono, animato dalla carità di Dio, testimoniato assai più con la vita che con l'indicazione esplicita di norme pedagogiche.
Il centro propulsore della sua azione rimane la carità, che «inclina ad amare il giovane, qualunque sia lo stato in cui si trova, per portarlo alla pienezza di umanità che si è rivelata in Cristo, per dargli la coscienza e la possibilità di vivere da onesto cittadino come figlio di Dio» (JP 9).
La carità si manifesta allora, come amorevolezza, in un atteggiamento quotidiano, che non è semplice amore umano, né sola carità soprannaturale; assai più esprime una bontà che sa farsi amare, una bontà eretta a sistema, bontà educativa.

3. Un trinomio da reinterpretare in forma sempre rinnovata

Il sistema di Don Bosco si fonda tutto sopra la ragione, la religione e l'amorevolezza: un linguaggio antico da interpretare nell'oggi, dizioni da rendere pienamente evocative anche per gli educatori odierni.
E allora diciamo che Don Bosco procede nella sua azione progettando: progetta l'educazione strutturandola in modo organico nelle tre direzioni fondamentali di un ideale modello sistemico (ossia che tiene conto di molteplici aspetti della realtà): la struttura relazionale, il sistema valoriale e i modelli dell'azione.
Con l'amorevolezza egli dimostra la sua attenzione estrema alle strutture relazionali del metodo pedagogico. La comunicazione educativa nel rapporto interpersonale e la relazione sociale di un ambiente istituzionale, in cui si percepisce il noi nel suo insieme, assumono oggi rilievo decisivo e sono presupposto per l'efficacia educativa e l'adeguatezza dell'istituzione. Si pensi alla rilevanza del dialogo, come atteggiamento e come abilità comunicativa; alla categoria di clima degli ambienti educativi, che per Don Bosco è il clima di famiglia; alla dinamica di una istituzione come può essere l'oratorio, il quale sia pensato come sistema aperto su altre istituzioni e come agenzia educativa in un contesto pluralistico e di società complessa.
La religione denota il sistema valoriale, prospettiva indispensabile di ogni azione educativa. Un quadro di riferimento di valori educativi, una visione dell'uomo e della società sono inevitabili, e consapevolmente tanto più richiesti, in un progetto di educazione. Certo, il termine religione prende il senso ricco della fede incarnata di Don Bosco, è rivelativo di una visione di integralità di esistenza e non di separatezza, di amore alla vita nella sua totalità, di ispirazione e motivazione profonde del vivere dell'uomo totale. In questa accezione dire Dio è dire contemporaneamente l'uomo: «Amare Dio significa trovare e servire l'uomo, l'uomo vero, l'uomo integrale; amare l'uomo e fare il cammino con lui significa trovare Dio, termine trascendente, principio e ragione di ogni amore» ( DB 16I ).
Da ultimo, la terza direzione del modello è significata nella ragione, che dice capacità di lettura della realtà umana, di intuire dentro le situazioni, di interpretare i fenomeni, di infondere loro vigore razionale. Significa al contempo anche ragionevolezza, ossia razionalità non astratta, ma ricerca concreta di saggezza e di sapienza di vita.
La contraddittorietà del reale, il pluralismo dei modelli culturali, l'ambivalenza dei comportamenti, la carica simbolica dei gesti dell'uomo, la problematicità dell'esistenza... tali odierne questioni si fronteggiano anzitutto con la ragione, dono di Dio. L'autonomia delle realtà terrestri richiede il nostro impegno di ricerca, pur esigendo riferimento a istanze etiche. Con la ragione si tratta pertanto di prendere coscienza della realtà fenomenica, ossia di operare l'intelligenza delle situazioni, cogliendone la complessità. Occorre inoltre saper gestire la propria azione nella plurivalenza dei significati dei comportamenti umani e saper confrontarsi nel dialogo aperto con le diverse Weltanschauungen senza rinunciare alla propria identità.
Più oltre ci sfidano anche i modelli culturali, realtà che incidono nel cammino di realizzazione storica dell'uomo e dell'umanità. La questione della trasformazione sociale del mondo non ci può lasciare indifferenti, anzi ci stimola a inventare modelli di cambiamento e strategie di innovazione, perché si realizzi la civiltà dell'amore.
Il termine ragione, letto soprattutto alla luce dell'azione storica e sociale di Don Bosco, dice tutto questo, in particolare sottolinea l'incidenza della prassi nella vita, l'influsso dei modelli di comportamento quotidiani, dei riferimenti etici, in vista della trasformazione della società a misura d'uomo e di ogni uomo.
Certamente il messaggio pedagogico di Don Bosco è aperto, «richiede di essere continuamente approfondito, adattato, rinnovato con intelligenza e coraggio... Tuttavia - afferma il Papa - la sostanza del suo insegnamento rimane, la peculiarità del suo spirito, le sue intuizioni, il suo stile, il suo carisma non vengono meno, perché ispirati alla trascendente pedagogia di Dio... Egli continua ad essere maestro, proponendo una nuova educazione che è insieme creativa e fedele» (JP 13).

III. LE DIRETTRICI FONDAMENTALI DEL PROGETTO EDUCATIVO DI DON BOSCO

Ma come attuare in concreto il proprio compito educativo ispirandosi all'esperienza di Don Bosco? Come può essere incarnato oggi il sistema preventivo nella prassi quotidiana?

1. Il centro propulsore del metodo è l'amorevolezza, volto della carità apostolica

Don Bosco stesso, nella risposta a un giornalista del Journal de Rome, ne rivela il segreto: «Semplicissimo: lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio e i miei allievi lavorano tutti non solo con attività, ma con amore» (MB 17).
Ed è proprio così! Don Bosco non si propone di educare con metodi speciali o con sofisticate strumentazioni, anche se non li esclude. Il nucleo centrale del suo sistema consiste nell'eccezionale e umanissima capacità di intuire l'animo giovanile e nella fiducia sincera e reale nelle molteplici risorse di cui il giovane è portatore. La sua abilità educativa non scaturisce da facile giovanilismo, non è costruita su rapporti calcolati. Essa sgorga invece da una straordinaria esplosione di valori umani e cristiani in grado di suscitare il gusto e la gioia del vivere autentico e totale.
Il centro propulsore dell'azione educativa secondo Don Bosco sta nell'amore, o, come egli gradiva definirlo, amorevolezza, che è l'anima del sistema preventivo. Don Bosco educa con il sistema della bontà. E bontà vuol dire un amore che sa farsi amare, un amore che suscita amore, un amore dimostrato che libera e salva, è la forma visibile e pratica dell'ideale supremo della carità, che prende il volo di bontà educativa. «Che cosa ci vuole dunque? - si chiede Don Bosco -. Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati» (lett. da Roma 1884). Per lui infatti «l'educazione è cosa del cuore; tutto il lavoro parte di qui, e se il cuore non c'è, il lavoro è difficile e l'esito incerto» (A. Caviglia).
L'educatore può essere attrezzato dei migliori metodi, possedere una fine abilità comunicativa e conoscere a fondo le dinamiche della maturazione umana, ma se è privo di cuore educativo, se in lui fallisce lo slancio dello spirito, vani saranno i suoi sforzi. Poiché educare è in definitiva incontrare il mistero dell'uomo.
L'azione educativa del resto non è una semplice questione di strumenti o di tecniche. Soprattutto un mondo come il nostro, che «trasforma le virtù in prestazioni e gli ideali in servizi» (Alberoni), necessita di un supplemento d'anima.
E l'anima del metodo di Don Bosco è «un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla carità di Dio» (C. 20). Si legge nel trattatello: «La pratica del sistema preventivo è tutta appoggiata sopra la parola di Paolo che dice «Charitas benigna est, patiens est». Predilezione, benevolenza, amorevolezza sono espressioni che scaturiscono dalla carità. È la bontà paterna di Don che guida Don Bosco nel suo lavoro, è l'amore attento e gratuito del buon Pastore che anima la sua vita.
Eppure il suo è anche amore esigente. Non c'è amore senza sacrificio, senza impegno. Esso va nella direzione di consacrare ogni fatica, di adoperarsi per educare. È la richiesta di disponibilità, di quella disponibilità interiore che supera ogni passione egoistica e diventa una via che conduce al cuore del giovane, favorendo un cammino di autenticità di vita.
A Don Bosco interessa soprattutto giungere al cuore, guadagnare il cuore, farsi amici i giovani, per rompere così la fatale barriera di diffidenza e sottentri a questa la confidenza filiale. E per arrivare al cuore tutto deve essere sopportato; ogni sforzo deve essere convogliato lì.
Don Bosco, insomma, riconosce che la carità di Dio è fonte di bontà, modello nell'azione e guida nel condurre al cuore.
«Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che solo Dio ne è il padrone, e noi non riusciremo a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l'arte e non ce ne dà in mano le chiavi» (Ep. IV, 209).
Per questo l'educatore può essere sempre pieno di speranza, anche nei casi difficili, poiché è centrato sulla speranza che proviene da Dio.

2. Comunicare per una prospettiva: la salvezza, la pienezza di vita

Un ulteriore elemento che Don Bosco offre è la chiarezza di prospettiva dell'educazione. Comunicare in modo educativo è essenziale nell'azione tra i giovani. Il sistema preventivo cerca il dialogo. Nel nostro mondo invece si fatica a stabilire relazioni, nonostante il moltiplicarsi delle informazioni. L'incomunicabilità è una delle patologie odierne. Eppure non basta parlare per creare rapporti educativi, ancor peggio se tutto tace attorno. Occorre stabilire relazioni che comunicano esperienza di vita.
Ma il dialogo non è facilmente attuabile senza un adeguato contesto, un clima di accoglienza. Certo: anche senza volerlo, noi comunichiamo comunque, viviamo in un tessuto di rapporti interpersonali che plasmano la personalità. Tante convinzioni si assorbono in un ambiente carico di messaggi. E spesso le cose più importanti si comprendono senza dirle, ma intuendole nella fiducia vicendevole.
Eppure stabilire il dialogo è fondamentale: esso avviene tra interlocutori che possiedono esperienze differenti. E la diversità crea scambio. Oggi abbiamo capito, come educatori, che l'eliminazione delle distanze è un falso, è solo giocare ad essere giovani. È una truffa educativa comunicare come se, non presentando se stessi. I conflitti e le frustrazioni che ne conseguono possono essere terreno di crescita, come le gratificazioni incoraggiano il cammino. Un vero educatore comunque presenta il suo volto, non può narrare che la propria storia, anche se sa che fare educazione non è ripetizione schematica della sua esperienza, bensì è comunicare per uno scambio di crescita, è compagnia per un cammino di comune maturazione.
Ma perché comunicare, dialogare, mettersi in relazione? Per che cosa? La comunicazione educativa possiede intrinsecamente una finalità. Le esperienze che si fanno messaggio si traducono necessariamente in prospettive di vita. Don Bosco vive questo, si rende amico dei giovani per guadagnarli alla vita, alla pienezza di vita; ne conquista i cuori per avvicinarli alla sorgente della Vita. Ne dà convincente attestazione il primo successore, don Michele Rua: «Il nostro Padre non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù... Realmente non gli stava a cuore altro che le anime» (Lett. 24.8.1894). Don Bosco stesso giunge persino a dichiarare che «nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità» (MB 14, 662).
La volontà di bene, di vita, di salvezza è la motivazione che lo guida: «La mia affermazione è fondata sul desiderio che ho di salvare le vostre anime, che furono tutte redente dal sangue di Gesù Cristo; e voi mi amate perché cerco di condurvi per la strada della salvezza eterna. Dunque il bene delle vostre anime è il fondamento della nostra affezione» (Ep. II, p. 339). Del resto, il giovane «capisce da ciò chi gli vuole veramente bene», «se si entra a parlargli dei suoi interessi eterni» (MB VI, 385).
Tutta la sua azione è orientata a fare spazio al piano di Dio nella vita dei giovani. «Don Bosco - ha asserito con vigore - è il più gran buonuomo che vi sia sulla terra; rovinate, rompete, fate birichinate, saprà compatirvi; ma non state a rovinar le anime, perché allora diventa inesorabile» (MB VIII, 40).
A tal fine egli era «sempre in mezzo ai giovani» con una presenza propositiva. «Aggiravasi qua e là, si accostava or all'uno, or all'altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l'indole ed i bisogni. Parlava con confidenza a questo e a quello; fermavasi a consolare o a far stare allegri con qualche lepidezza i malinconici» (MB III, 119). La sua è una presenza amichevole e personale, libera e coinvolgente, carica di messaggi e di valori. È un costruire insieme un cammino di crescita da condividere.
Anche se l'educatore non è la persona perfetta, colui che non sbaglia mai, la sua testimonianza di vita rimane pur sempre un capitolo nevralgico nell'educazione. Don Bosco parlava spesso di buon esempio, della sua forza attraente e coinvolgente. Il fascino della testimonianza è del resto sotto gli occhi di tutti. Davvero «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; e se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41).
Ma quale progetto di vita propone Don Bosco?

3. Il progetto di vita di Don Bosco: onesti cittadini e buoni cristiani

Se si intende davvero educare, non si può evitare di indicare con verità la strada da percorrere. Don Bosco la esprime con una formula assai semplice: vivere da onesti cittadini e buoni cristiani. Questo è il progetto di vita che egli propone.
La religione entra nella prospettiva del progetto. Don Bosco asseriva a tale riguardo con convinzione: «Io ritengo che senza religione non si possa fare nulla di buono tra i giovani».
Il suo pensiero è inequivoco. Il progetto risulta senza dubbio contrassegnato da un cammino educativo orientativo a Cristo, l'uomo perfetto, il Signore della vita. Sarebbe del resto assurdo pensare altrimenti. E tuttavia Don Bosco interpreta la finalità educativa in modo del tutto originale. Ne offre una formulazione che rimane storica: formare l'onesto cittadino nella società civile, buon cristiano nella Chiesa e un giorno fortunato abitatore del cielo (Reg. Coop. 1876), dichiarando così il suo interesse per la totalità della vita giovane.
Don Bosco considera il giovane nella sua vocazione totale, agisce per la promozione integrale della persona, senza disgreganti riduzionismi o unilateralità deformanti. Il suo interesse è la persona del giovane e la sua vita.
Egli non propone un progetto di vita costellato di parentesi (i momenti di preghiera ritenuti importanti), o fatto di intervalli (allorché ci si impegna sulle cose serie), e neppure prospetta una vita che scivola sulle situazioni quotidiane (quasi non fossero parte della vita religiosa). La sua proposta è di educare immergendo nella vita per far emergere quanto di più degno alberga nell'uomo. Egli sa che i giovani vivono un'età in cui si fanno scelte di vita fondamentali che preparano l'avvenire della società e della Chiesa, e anticipano il progetto di uomo che andranno costruendo.
Con sempre maggiore evidenza si avverte questo come problema cruciale della educazione odierna. Oggi occorre davvero passare da una società dell'uomo prassi alla cultura dell'uomo totale. Il problema odierno è infatti educare ad essere di più come uomini, a considerare il volume totale dell'uomo (Mounier) per farlo crescere pienamente uomo, veramente uomo, nella pienezza dell'uomo nuovo.
La sollecitudine di Don Bosco «di evangelizzare i giovani non si riduce alla sola catechesi, o alla sola liturgia, o agli atti religiosi comunque, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Essa si situa all'interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione. Egli è convinto che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano per portare i giovani ad impegnarsi generosamente.
Il messaggio evangelico li accompagna lungo il processo educativo e la fede diviene elemento che unifica e illumina la loro personalità» (JP 15). «Chi segue Cristo, uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (GS).
Chiara dunque deve essere la percezione della meta ultima, per non rischiare di perseguire imperativi apparenti, ma il cammino educativo si immerge nella storia con i suoi problemi e le sue speranze. La visione educativa integrale di Don Bosco reclama grande attenzione all'uomo fenomenico (Paolo VI), all'uomo storico, quotidiano (Giovanni Paolo II).
Don Bosco sa che il ragazzo è ragazzo, che la sua esperienza più viva è la gioia, la libertà, il gioco, la società dell'allegria.
Il suo metodo richiede massima attenzione alle sensibilità dei giovani e alle loro potenzialità. Aperto a tutte le loro esigenze più autentiche, Don Bosco intende promuoverle per essere all'avanguardia del progresso nella edificazione di una civiltà della verità e dell'amore. Sostenuto da una fiducia inesauribile delle possibilità dei giovani e da una fede radicale nel Dio che opera la salvezza, egli educa con una certezza incrollabile in cuore, che si fa convinzione educativa: Dio è presente e opera nella vita di ogni giorno.
Così la religione non può essere presentata con l'autorità dei principi: egli conosceva l'inefficacia di questo metodo. Solo l'autorevolezza della persona credibile, che ispira fiducia, che si accosta con la forza della motivazione ragionevole, conquista. Solo percorrendo le vie della persuasione paziente e del dialogo amichevole si può far breccia nel cuore del giovane per portarlo a Dio. Naturalmente Don Bosco è più che consapevole della fragilità (mobilità) dell'animo giovanile. E tuttavia non intraprende scorciatoie, si incammina sul sentiero paziente della ragione. «Lasciati guidare sempre dalla ragione e non dalla passione» (MB X, 1023), questo porta a conquistare con esito i cuori. Per tal motivo il sistema di Don Bosco è scevro di complicazioni e formalismi, di enfasi pedagogiche e di esagerazioni. Esso si presenta ragionevole e accessibile a tutti. In fondo, si tratta di costruirsi onesti cittadini e buoni cristiani.

4. L'ambiente educativo: una rete di rapporti in stile collaborativo e solidale

Nel trattatello Don Bosco non parla di famiglia, eppure il suo stile educativo ne fa continuo riferimento, anzi essa rappresenta il punto d'incontro di molteplici istanze. Il modello familiale sta sullo sfondo del sistema preventivo.
Riferirsi oggi alla realtà della famiglia fa sentire a disagio: è inevitabile avvertire che ci si muove come su sabbie mobili. Ma se da un parte si è consapevoli della mutevolezza della sua immagine (si pensi al tipo di rapporti nella famiglia patriarcale, nucleare, unicellulare... o alla estensione o restrizione dei suoi compiti nei diversi contesti socioculturali); dall'altra si può tuttavia affermare che rimane una realtà di riferimento come cellula del tessuto sociale (in essa cresce la personalità di base e si viene acculturati).
Ora il sistema preventivo presenta tratti caratteristici di tipo familiale. Il metodo di Don Bosco ha il suo perno nella realtà di famiglia, carica di un'atmosfera di serio impegno, ma in particolare strutturata in rapporti semplici e immediati. Ciò è tanto tipico di Don Bosco che la sua scuola è stata definita la scuola-famiglia (G. Lombardo-Radice). In lui è assolutamente chiaro che l'educazione è opera efficace dell'ambiente e si realizza con più naturalezza là dove sussiste un sistema relazionale familiare. Per questo Don Bosco si preoccupa di costruire con i giovani un ambiente accogliente e aperto: così l'oratorio di Valdocco doveva esere una casa, ossia una famiglia, e non un collegio.
Il suo rapporto infatti è come tra padre e figli. Nelle Memorie dell'Oratorio Don Bosco scrive con tenerezza di padre: «Per i miei figli spirituali sarà divertente leggere come se l'è passata a suo tempo il loro padre». E in questo senso sono pure emblematiche le sue prese di posizione: il direttore e gli educatori devono parlare con i giovanetti come buoni padri; l'educatore si presenti come padre e dichiaratamente come amico.
Per educare nello stile di Don Bosco occorre dunque promuovere rapporti primari, si esige l'incontro tra persone. Nel suo sistema il valore delle relazioni personali, oggi così sentito tra i giovani, è riconosciuto in pieno.
Le istituzioni educative devono interrogarsi seriamente su tale problema. Il formalismo istituzionale anonimizza le persone e promuove solitudine. Un ambiente educativo invece pone al centro del suo sistema di rapporti il giovane e ne valorizza le potenzialità espressive e partecipative. Senza condivisione e collaborazione non sussiste autentica possibilità educativa. Il processo di crescita infatti conduce all'assunzione di responsabilità autonome e all'attuazione di libere scelte di vita.
D'altra parte, una istituzione aggrega persone che intendono realizzare un progetto comune. Per Don Bosco crescere insieme in maturità umana e cristiana non è proposito secondario, anzi qualifica il cammino di tutti. L'ambiente educativo diviene così anche generatore di movimento che aggrega persone e gruppi per influire sulla comunità più ampia in cui si sente pienamente inserito e partecipe.

CONCLUSIONE

Eppure il mistero Don Bosco va ancora al di là di tutto ciò. Don Bosco ha vissuto la sua passione educativa per la felicità dei giovani come apostolo, in risposta a una missione ricevuta.
Il segreto esplicatore sta propriamente in questo: la sua non è semplicemente sensibilità di filantropo o ricercata genialità di educatore. Don Bosco si è sentito un inviato. «La persuasione di essere stato sotto una pressione singolare del divino domina la vita di Don Bosco, sta alla radice delle sue rivoluzioni più audaci... La fede di essere strumento del Signore per una missione singolarissima fu in lui profonda e salda... Ciò fondava in lui l'atteggiamento caratteristico ... del profeta che non può sottrarsi ai voleri divini» (P. Stella).
Così l'educatore santo, inviato fedele, aderì al progetto di Dio su di lui: servire i giovani rendendo trasparente per loro la bontà paterna di Dio, essere segno e portatore dell'amore di Dio per loro (C. 2).
Era tale la sua convinzione di compiere la cosa più santa del mondo, da esortare altri a seguirlo: «Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù. Volete fare una cosa divina? Educate la gioventù. Anzi questa, tra le cose divine, è divinissima» (MB XIII, 629).
Appunto! Il sistema di Don Bosco si basa tutto su una visione evangelica della vita, e non su schemi ideologici. Uno spirito di profonda fiducia in Dio, una sconfinata carità educativa e una squisita ragionevolezza promanano dalla sua pedagogia. In tal modo il sistema preventivo possiede una ispirazione che coinvolge l'educatore talmente in profondità da dare vita a una autentica spiritualità dell'azione educativa.
La vasta simpatia per Don Bosco educatore proviene certo dall'aver interpretato criteri educativi largamente condivisi. Ma all'origine sta la simpatia per un cuore educativo, per un sistema, che ha saputo additare con semplicità e coerenza grandi ideali umani e cristiani. Anzi, la visione educativa integrale incarnata in Don Bosco è «una pedagogia realista della santità». Del resto «l'originalità e l'audacia della proposta di una santità giovanile è intrinseca all'arte educativa di questo grande santo, che può essere giustamente definito «maestro di spiritualità giovanile» (JP 16).
Don Bosco vive immerso nella santità di vita: realizza la sua personale santità mediante l'impegno educativo, vissuto con cuore apostolico, e sa proporre al tempo stesso la santità quale meta concreta della sua pedagogia. E proprio una tale compenetrazione tra educazione e santità ne fa emergere la figura di santo educatore: «Egli è un educatore santo, si ispira a un modello di santo - Francesco di Sales -, è discepolo di un maestro spirituale santo -Giuseppe Cafasso -, e sa formare tra i suoi giovani un educando santo, Domenico Savio» (JP 5).

SOMMARIO

Un promemoria: appunti per rievocare un'esperienza per chiamarla in causa per noi oggi.
È l'esperienza spirituale ed educativa di Don Bosco.

I. L'esperienza di Don Bosco nel suo contesto di riferimento
Don Bosco e i giovani: un binomio i cui termini si richiamano a vicenda, indice di una passione educativa, emblema di un nietodo pedagogico.
1. La missione di Don Bosco verso i giovani.
- Opzione fondamentale della sua vita è educare la gioventù «povera, abbandonata, pericolante».
- L'Oratorio, emblema delle sue iniziative; e il suo sistema preventivo è progetto di educazione integrale.
2. Il sistema preventivo, frutto di una prassi educativa matura.
- Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano: ecco il criterio fondamentale.
- Ciò non significa pressapochismo o improvvisazione, ma procedere con libertà di movimento e chiarezza d'intenti, ossia secondo un progetto operativo intenzionale.
3. Il sistema preventivo è «insieme pedagogia, pastorale, spiritualità».
- Il metodo di Don Bosco si presenta come proposta unitaria.
- L'organicità del sistema fa perno attorno alla persona del giovane e alla comunità giovanile.
- Lo stile è primariamente l'educatore: si tratta soprattutto di accostare un'esperienza vitale, di penetrare una vocazione educativa.
4. La scelta d'intervento di Don Bosco è la via educativa.
- Alla persistente domanda di rigenerazione sociale Don Bosco risponde con l'impegno educativo: la via educativa ha rilevanza sociale e peso culturale.
- L'esperienza di Don Bosco si colloca all'interno della dinamica istituzionale: l'oratorio.
- La sua proposta vive della realtà ecclesiale: è esperienza pastorale e spirituale.

II. L'originalità della proposta educativa di Don Bosco
L'originalità di una proposta: educazione preventiva tra autoritarismo e permissivismo.
1. Prevenire significa puntare sulle risorse interiori e suscitare energie di bene.
2. Senso unitario del trinomio: ragione, religione, amorevolezza.
- Intorno ad esso si polarizza teologicamente e metodologicamente tutto il sistema educativo.
- Lo spessore di senso dei singoli termini del trinomio.3. Un trinomio da reinterpretare in modo sempre rinnovato:
- l'amorevolezza caratterizza la struttura relazionale,
- la religione denota il sistema valoriale,
- la ragione significa capacità di intelligenza delle situazioni e di interpretazione dei modelli di azione.

III. Le direttrici del progetto educativo di Don Bosco
1. Il centro propulsore del metodo è la carità pastorale:
- essenzialità del cuore educativo,
- che si traduce in amorevolezza, in bontà,
- e che attinge alla carità di Dio.
2. La comunicazione educativa è in vista di una prospettiva: la salvezza, la pienezza di vita.
3. Il progetto di vita proposto è «onesti cittadini e buoni cristiani», ossia, attenti all'uomo fenomenico, considerare il volume totale dell'uomo, edificare la maestà dell'uomo.
4. Il contesto è l'ambiente educativo, ricco di una rete di rapporti in stile di famiglia, e sistema aperto alla realtà ecclesiale e territoriale.

Conclusione
Occorre percepire
- la profondità del mistero Don Bosco
- e l'audacia ecclesiale della sua proposta.

INDICE

Introduzione

I. L'esperienza di Don Bosco nel suo contesto di riferimento

1. La missione di Don Bosco verso i giovani

2. Il sistema preventivo, frutto di una prassi educativa matura

3. Il sistema preventivo è «insieme pedagogia, pastorale, spiritualità»

4. La scelta di intervento di Don Bosco è la via educativa                         

II. L'originalità della proposta educativa di Don Bosco

1. Prevenire significa suscitare energie di bene

2. Senso unitario del trinomio: ragione, religione, amorevolezza

3. Un trinomio da reinterpretare in forma sempre rinnovata                                   

III. Le direttrici fondamentali del progetto educativo di Don Bosco

1. Il centro propulsore del metodo è l'amorevolezza, volto della carità apostolica

2. Comunicare per una prospettiva: la salvezza, la pienezza di vita                                    

3. Il progetto di vita di Don Bosco: onesti cittadini e buoni cristiani

4. L'ambiente educativo: una rete di rapporti in stile collaborativo e solidale                          

Conclusione

Sommario