La nudità iniziatica

María Zambrano

Soprattutto da quando si è estinta in noi l'impronta del Medioevo, tendiamo a credere, fino a darlo per scontato, che la nudità abbia sempre avuto a che fare con il piacere o, almeno, con il chiaro splendore del corpo umano. Così è stato, indubbiamente, nel Rinascimento. Ma nell'antichità – in questo caso romana –, verso il secondo secolo prima di Cristo, emerse la testimonianza precisa del fatto che non sempre fu così.
Mi concentrerò su Roma, sebbene potrei parlare anche di Napoli. E mi riferisco solamente all'Italia perché è lì che l'ho visto. Ma non universalizzerò in concetti il concreto, il singolare, anche perché nel concreto e nel singolare, come in tutto, può essere depositato un pizzico di trascendenza. Ciò che vidi fu una stele; cioè una commemorazione funeraria che si trova, e spero continui a trovarsi per tutti i secoli dei secoli, sulla via Appia di Roma. Venendo da sud e da est, questa è la principale fra tutte le vie costellate di tombe.
Potrebbero essere, lo sono di fatto, tombe familiari di una grande costellazione di famiglie; donde il nome della località. Quella statua, quella stele – eretta, isolata – si trova dunque molto vicino a Roma, nei pressi dell'incrocio con la via Latina. È anch'essa costellata di cipressi, come è di rigore in quella zona. Ma i cipressi, nella parte più fitta e oscura, lasciano intravedere, come se ne conoscessero la storia, il significato profondo della stele, il significato dell'adolescenza.
Per anni e anni, insieme alla persona che mi accompagnava, incontrai lì il nostro bell'adolescente della stele. La figura aveva un braccio con il pugno alzato, l'altro in basso, e portava un mantello gettato sulle spalle. Non era lì per esibire la sua bellezza di adolescente, bellezza perfetta, ma per offrirsi. A chi? Certamente non al viandante, come fanno altre stele, altri sepolcri che addirittura si rivolgono a chi passa con parole e brevi discorsi morali: «Ricordati di me...».
Il nostro adolescente taceva offrendosi. Lì si stava al di là e al di qua della morale. Era terreno sacro. Era, senza dubbio, un'iniziazione a Mitra.
Ci andavamo spesso, perché era vicino a Roma. Bisognava camminare pochissimo dal luogo dove ci lasciava l'autobus. Come in tutti i pellegrinaggi iniziatici, era conveniente arrivare a piedi, o danzando. Credo che il nostro adolescente si stesse offrendo al suo dio, il quale, nella sua profondità, poteva essere servito soltanto da qualcuno che fosse degno a sua volta di iniziare. Tuttavia irradiava tanta forza su quella specie di baldacchino che gli stessi cipressi lo facevano sembrare un segno, un ricovero, una grotta, un luogo sacro di per sé.
In effetti, così era. Ma come succede al sacro quando non ha più veri adepti, il luogo era disseminato di scatolette vuote, di cicche, di latte di sardine, di sporcizia...
Mia sorella e io fabbricavamo una scopetta e immediatamente ci mettevamo a pulire tutta quell'immondizia, tutta quell'indecenza. Ma, Signore!, perché dovevano fermarsi proprio lì i gitanti per gettare via i resti di un pasto tutt'altro che sacro?
Dopo aver spazzato, facevamo un falò per bruciare i rifiuti ammonticchiati. Allora, temendo forse che prendessero fuoco i cipressi, arrivavano immediatamente i poliziotti. Erano i sostituti degli antichi templari che, al pari dei predecessori, sbagliavano obiettivo e zelo.
Di fronte, lungo la stessa via, c'è un poggio. E lì si trova una coppia di innamorati, di amanti, alla luce del sole, allo stesso sole.
Quando arrivavano i poliziotti, caricatura e decadenza dei templari, spegnevamo il fuoco all'istante. Fino alla volta successiva, quando si ripeteva la stessa scena con piccolissime variazioni.
Vicino al luogo che ho descritto c'era un baretto dove ancora servivano un gelato artigianale e un meraviglioso caffè con un aroma indicibile. E lì entrava qualcuno, qualche uomo del posto vestito di nero, con il tabarro anch'esso nero che ricorda l'antica toga romana. E, stendendo la mano, diceva: «Salve, Cesare, un caffè». Come al circo! E servivano un caffè meraviglioso che per mia sorella e per me serviva da premio, ma solo dopo aver servito il dio.
Andammo ancora per molto tempo a contemplare l'adolescente. Finché un giorno, o Signore!, sulla statua del ragazzo, appesa al suo collo di cigno, trovammo una ghirlanda di fiori. E il suolo era pulito.
Allora ci sentimmo felici, mia sorella e io. Rientrammo a casa quasi pregando. E non so se quel giorno prendemmo il caffè, perché non ce n'era più bisogno.
A volte ho mandato miei amici a trovare l'adolescente. Quasi nessuno lo trova. Succede così con il sacro: deve venire da sé, mostrarsi di sua volontà. Se lo si va a cercare, sapendo che c'è, fugge, si nasconde o non appare mai.