Strade per una
vita religiosa profetica
oggi

Camilo Maccise

La parola profeta, a partire dal Vaticano II, è entrata a far parte del vocabolario quotidiano nella Chiesa e fuori di lei. Si applica a tutti quelli che denunciano le strutture di potere e dominio; a chi promuove la lotta per la giustizia e si mette da parte dei poveri; a quelli, infine, che vivendo profondamente l'esperienza di Dio annunciano il messaggio liberatore di Cristo in multiple e diverse forme.
Ognuna di queste applicazioni risponde solo parzialmente a quello che è un profeta biblico, perché questo unisce in sé quei diversi aspetti: è qualcuno che, attecchito nella problematica esistenziale, scopre Dio come Essere vivo e, alla luce di questa esperienza, sa contemplare gli avvenimenti della storia, discernerli e manifestare a voce alta il suo senso, le esigenze di Dio, le sentenze dell'uomo.
Il Vaticano II ha ricordato che tutti i cristiani, uomini e donne, per il fatto di essere battezzati, condividono la funzione sacerdotale, reale e profetica di Cristo (1) e che questo, il gran Profeta, "compie la sua missione profetica... non solo attraverso la Gerarchia che insegna nel suo nome e col suo potere, ma anche per mezzo dei laici a chi, conseguentemente, costituisce in testimoni e li dota del senso della fede e della grazia della parola" (2)... Queste riflessioni dottrinali del Concilio permisero che, più avanti, a partire da moltissimi attestazioni profetiche di cristiani, impegnati nella lotta contro il peccato sociale in America Latina, il Documento di Puebla potesse constatare già, alla fine degli anni settanta, un'intensificazione della funzione profetica nella Chiesa latinoamericana (3).
La dimensione profetica della vita cristiana tende ad esprimersi con maggiore forza in persone e gruppi dentro la Chiesa. La sua storia è marcata dalla presenza di profeti che annunciarono il progetto di Dio con la loro vita e la loro parola e denunciarono tutto quello che a lui si opponeva. La vita religiosa è, parlando in generale, uno di quei gruppi nei quali la dimensione profetica del seguace di Gesù si è concentrata con forza caratterizzante. Sin dalle loro origini, i religiosi sottolinearono l'assoluto di Dio e del Regno e, con la loro stessa vita, si trasformarono in segni della Sua presenza nella storia.
Il Vaticano II ha riconosciuto questa significativo segno profetico della vita religiosa quando, nella Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, ha affermato che “simbolizza, prefigura, manifesta, rappresenta e proclama i valori del Regno”, trasformandosi così in "simbolo che può e deve attrarre efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere senza svenimento i doveri della vita cristiana" (4). Non bisogna dimenticare che profetica è la forma di vita e non necessariamente tutti i religiosi/e. Tuttavia, questo stile di vita deve sfidare i suoi membri affinché esercitino questo carisma profetico ed offrir loro aiuto ed appoggio affinché si mantengano fedeli a lui.
Bisogna anche ricordare che in alcune epoche della storia ed, ancora oggi, una eccessiva istituzionalizzazione della vita religiosa e la clericalizzazione della stessa, l'hanno privata della sua forza profetica. Allo stesso tempo, è importante aver presente che non si può qualificare come profetica un atteggiamento sfidante dell'autorità nonostante i casi in cui questa abbia ragione per discutere comportamenti o atteggiamenti chiaramente errati.
Ci tratterremo a considerare successivamente il senso e le dimensioni della vocazione profetica nel Bibbia, e la vita consacrata come segno profetico nel mondo di oggi.

CARATTERISTICHE DEL PROFETA NELLA BIBBIA

Quando si parla di vocazione profetica del cristiano o del religioso appare immediatamente, come punto di riferimento necessario, per comprendere le sue implicazioni, la figura dei profeti biblici dell'Antico e del Nuovo Testamento. È evidente che non tutte le caratteristiche del profeta biblico sono altrettanto importanti. Ci sono alcune che possono essere considerate come tratti essenziali che, per la stessa cosa, non è possibile che manchino in un autentico profeta. In esse ci fermiamo, come passo previo alle nostre riflessioni sulla vocazione profetica della vita religiosa.

1. Il profeta uomo di Dio
Il primo tratto del profeta è quello di essere "uomo di Dio" (1 R 12,22; 13,7.14). Questa qualifica si applica esclusivamente ai profeti ad eccezione di Davide (5). Ciò che trasforma il profeta in "uomo di Dio" è l'irruzione di Lui nella sua vita. A partire da quello momento si stabilisce una nuova relazione del profeta con Dio. Il profeta si trasforma in una persona disponibile che non vive più per sé stesso; che non si appartiene. Questa disponibilità non è in occasioni facili,( Am 3, 3-8; Jr 20, 7-9).
Il profeta sperimenta difficoltà e crisi; è assillato dalla paura. Ciò nonostante, finisce per aprirsi ai piani di Dio e va a dove Jahve l'invia e proclama tutto quello che Egli gli comanda, (Ger l, 7).
"Uomo di Dio", il profeta ha un'esperienza di Dio che si va facendo sempre più profonda ed esigente. Egli gli scopre gradualmente il suo progetto nella storia e, soprattutto, l'introduce in un'intimità vitale. "Il 'pathos' divino viene su lui. Lo muove. Irrompe come una tempesta dell'anima, prendendo possesso della sua vita interna, dei suoi pensieri, sentimenti, desideri, speranze. Prende possesso del suo cuore e della sua mente dandogli la forza di andare verso il mondo" (6). 
Il profeta, in un certo modo, è in sintonia con Dio che percepisce vicino e presente nella storia. E la sua esperienza si trasforma in testimonianza e impegno con le esigenze di Dio sul paese. È il servo che esegue i mandati del suo Signore; il discepolo che accoglie gli insegnamenti del suo maestro e li trasmette e mette in pratica.

2. Il profeta uomo della Parola
Profeta è quello che parla a nome di qualcuno. Il ministero della Parola è parte fondamentale della vocazione profetica. Per questo motivo quando si narra la chiamata di un profeta si mette di rilievo la connessione che avrà con la parola di Dio: Jahve tocca la bocca di Geremia (Ger 1, 9); con un carbone acceso si purifica la bocca di Isaia (Is 6, 7); Ezechiele deve mangiare un rotolo nel quale sono scritti i messaggi di Dio (Ez 3, 1-5); il Servo di Jahve proclama la parola del Signore (Is 51,4). La Parola si impone al profeta. Egli la deve annunciare perfino a costo di sofferenza, di persecuzione e di martirio.

3. Il Profeta uomo che provoca la crisi
Il profeta conosce la realtà ed è afferrato in essa. Per questo motivo torna a proporre sempre il progetto di Dio ed annuncia il giudizio di Dio in quella situazione. Scuote, in questo modo, le coscienze e li confronta con il giudizio di Jahve che purifica ed esige decisioni nuove come espressioni del cambiamento e della conversione verso l'Alleanza.
I profeti interpretano l'esistenza del paese come dipendente del fatto dell'elezione-alleanza. La morale che predicano e la giustizia che esigono si appoggiano nel fatto dell'uscita dell'Egitto (elezione) e dell’impegno del Sinai (alleanza). Da questa prospettiva, il profeta provoca la crisi quando discute perfino le pratiche religiose che portano ad un ritualismo e formalismo; che assolutizzano il tempio, i sacrifici ed altre espressioni esterne della religione, e trascurano quello che Jahve chiede: giustizia, diritto, povertà (Jr 9, 22-23).
Il profeta, in un certo modo, è in sintonia con Dio che percepisce vicino e presente nella storia. E la sua esperienza si trasforma in testimonianza e impegno con le esigenze di Dio sul paese. È il servo che esegue i mandati del suo Signore; il discepolo che accoglie gli insegnamenti del suo maestro e li trasmette e mette in pratica.

4. il Profeta uomo che compie la sua missione nella debolezza
Un'esperienza comune ai profeti è quella della propria limitazione e debolezza nel compimento della loro missione. Non appare solo questo nel momento della loro chiamata ed elezione quando la coscienza della sproporzione tra quello che sono e quello che è chiesto loro diventa presente e li porta a fare delle obiezioni (Ger 1,6; Is 6,5). Durante la loro esistenza sopportano anche il peso che comporta il rispondere con fedeltà alle esigenze del servizio che chiede loro il Signore.
Il Profeta, uomo che provoca la crisi, egli stesso attraverso molte crisi e tentazioni che lo portano a volere abbandonare la sua missione ed a lamentarsi amaramente con Dio esprimendo a Lui le sue delusioni e la difficoltà di conciliare la bontà e la giustizia divine con quello che gli succede. Ci sono momenti nei quali, come Elia, dice "Basta" ( 1 R 19,4), stanco dei fallimenti, delle persecuzioni e delle lotte. O, come Geremia, si propone oramai di non parlare più a nome di Jahve (Ger 20,9) perché gli sembra che ha lavorato inutilmente e a niente sono serviti i suoi sforzi (Is 49,4). Vuole fuggire, ma non può. Non riesce, in mezzo alle sue debolezze e tentazioni, liberarsi di Dio. Deve percorrere una strada nell'oscurità della fede e nell’impegno della speranza. Cammina molte volte solo in mezzo all'incomprensione e la persecuzione, ma sperimenta frequentemente, in mezzo alle difficoltà e all'angoscia esistenziale che in quella solitudine, abbandono e debolezza, può contare sulla forza ed il potere di Dio: "non avere paura, perché starò con te per proteggerti" (Ger 1,8). Quello lo spingerà ad affrontare tutti i rischi ed a superare la resistenza che nasce nella coscienza della sua povertà e limitazioni umane.

5. Il Profeta uomo impegnato con Dio e con la sua epoca
I profeti biblici furono persone impegnate con Dio e col mondo in ciò che toccò loro vivere. Denunciano le ingiustizie, proclamano il giudizio di Dio, annunciano anche un futuro migliore, dono di Dio e frutto della collaborazione umana per mezzo di una speranza attiva. Nella Scrittura i profeti parlano con immagini prese dalla vita giornaliera e dall'ambiente in cui vivono; comunicano anche il messaggio con gesti simbolici e a partire da situazioni della loro vita personale e familiare; accompagnano i gesti con parole che scuotono le coscienze e li confrontano con le loro responsabilità di fronte a Dio ed al prossimo. Più che predire il futuro, il profeta rivela l'autentica dimensione del presente che interpella l'uomo e lo impegna nella preparazione del futuro che Dio dispone con bontà e fedeltà, ma esigendo la cooperazione umana.

6. Gesù Profeta ed Evangelizzatore del Regno di Dio
Gesù fu acclamato come Profeta per la natura dei suoi insegnamenti e della sua predicazione (Mt 21, 11). Occasionalmente Egli si riferì a sé stesso come profeta (Mt 13,57; Lc 4,24). La figura del profeta appare in Lui reinterpretata dalla prospettiva del messaggero di buone notizie, l'evangelizzatore (Lc 4) 16-30). Bisogna tenere in conto questo per non rinchiudere esclusivamente la persona di Cristo dentro le categorie profetiche.
In Gesù appaiono in pienezza i tratti del profeta che abbiamo presentato anteriormente. Egli è più che un "uomo di Dio": è "Figlio di Dio". Se il profeta è il "uomo" della Parola, Gesù è la Parola e, se il profeta provoca la crisi, Gesù è quello davanti al quale bisogna prendere posizione ed assumere la propria responsabilità perché il Padre ha messo nelle sue mani il giudizio (Gn 5,27). D'altra parte, nel compimento della missione profetica - evangelizzatrice, Gesù percorre la strada umana e sperimenta la tentazione e la crisi, "sottomesso alle stesse prove come noi, ad eccezione del peccato" (Eb 4,15). La forma peculiare nella quale Gesù è profeta, è quella di evangelizzatore: colui che annuncia la Buona Notizia del Regno con tutta la sua vita: parole, gesti, attestazione.
Nell'esperienza e riflessione neotestamentaria la profezia è una dei carismi che Dio dà per l'edificazione della Chiesa, a tale grado che è posizionata immediatamente dopo il carisma dell'apostolo che è quello che mette il fondamento iniziale della comunità e la sostiene. Paolo intende per "profezia" l'annuncio e l'interpretazione della Parola per il momento presente. Il profeta del Nuovo Testamento "costruisce, esorta ed incoraggia" (1 Cor 14,3).

LA VITA RELIGIOSA PROFETICA OGGI

Tentando di riflettere sulla dimensione profetica della vita consacrata è importante non dimenticare che ogni cristiano condivide la missione profetica di Gesù. Bisogna evitare, ugualmente, di cadere in una stretta concettualizzazione del senso e delle sfumature della vocazione profetica del religioso. Il suo profetismo, in effetti, si farà realtà solo nella misura in cui, dal progetto di Dio, con la sua vita e col suo impegno di evangelizzatore, metta in questione, sfidi, tutto quello che a Lui si oppone.
Il Documento postsinodale Vita Consecrata ricorda la dimensione profetica della vita consacrata e sottolinea come durante il Sinodo questo aspetto fu messo di rilievo per i Padri Sinodali. Si tratta di una forma speciale di partecipazione alla funzione profetica di Cristo comunicata a tutto il popolo di Dio. Affonda le sue radici nel radicalismo della sequela di Gesù e nella consegna della missione che la caratterizza. Questa funzione profetica si esprime nella testimonianza dell’assoluto di Dio e dei valori del vangelo; si incentra nell'amore personale a Cristo ed i poveri nei quali Egli vive. Si cita Elia che, nella tradizione patristica, è visto come modello della vita religiosa monastica perché viveva nella presenza di Dio e contemplava in silenzio il suo passo, intercedeva per il paese, proclamava la volontà del Signore, difendeva i suoi diritti e quelli dei poveri contro i potenti del mondo (7)
Lo stesso documento segnala con fermezza che la vera profezia nasce da Dio e dall'amicizia con Lui, dall'ascolto della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Esige, d'altra parte, la ricerca della volontà di Dio, la comunione ecclesiale, il discernimento spirituale e l'amore per la verità. Si esprime anche nella denuncia di tutto quello che si oppone al piano di Dio e nella creatività per incarnare il vangelo nella storia (8).

1. La testimonianza profetica di una sequela peculiare di Gesù
Per il battesimo i credenti sono inviati a lavorare per il Regno di Dio. Sono inviati "come popolo profetico che annuncia il vangelo o discerne le voci del Signore nella storia. Annuncia dove si manifesta la presenza del suo Spirito. Denuncia dove opera il mistero di iniquità mediante fatti e strutture che ostacolano una partecipazione più fraterna nella costruzione della società e nel godimento dei beni che Dio ha creato per tutti" (9). 
Il religioso, credente battezzato, partecipa già di questa consacrazione a Dio che gli conferisce una missione profetica, ciò nonostante, attraverso la professione dei consigli evangelici vuole dedicarsi più intimamente al servizio di Dio e dei fratelli. Questa professione dei consigli evangelici non è altro che un modo peculiare di seguire Gesù.
Nel vangelo appaiono tre esigenze basilari per ogni seguace di Gesù: relativizzare i vincoli familiari (Lc 14,26), relativizzare le ricchezze (Lc 14,33), e portare la croce (Lc 14,27; 9, 23). Le diverse forme di vita religiosa, durante la storia, videro che un modo di interpretare e di portare alla pratica le esigenze della sequela di Cristo permetteva loro di imitare più di vicino e rappresentare meglio il genere di vita abbracciato per il Figlio di Dio venendo a questo mondo. Fu così che l'esigenza di relativizzare i vincoli familiari si espresse nel voto di castità e nella vita comunitaria, e quella di relativizzare i beni si concretizzò nel voto di povertà e di portare la croce nell’impegno dell'obbedienza consacrata.

2. La testimonianza profetica dell'esperienza di Dio
Il profeta è, innanzitutto, “l’uomo di Dio"; colui che lo sperimenta presente e vicino nella storia. Se cerchiamo la radice ultima e la fonte della vita religiosa ci troveremo che non è un'altro che una profonda esperienza di Dio. Senza di essa non si coglie il suo ruolo carismatico e profetico nella Chiesa.
La vocazione profetica del religioso esige di testimoniare la presenza di Dio nella storia. Nel positivo e nel negativo. Una presenza-presenza in ciò che c'è di buono; nei segni di speranza; nei momenti di pienezza. Una presenza-assenza che questiona ed interpella nelle situazioni di morte. In esse appare come il Dio della vita. Una presenza per assenza anche nel trionfo apparente del male. Lì appare nella sua incomprensibilità. Come il Dio totalmente altro, completamente diverso.

3. La testimonianza profetica di una parola interpellante
Il profeta è il "uomo" della Parola. Una Parola che rivela ed annuncia il progetto di Dio. Dio ha un progetto che si va facendo lungo la storia. È orientato a tutta l'umanità e si concretizza in un nuovo tipo di relazione con Dio, con gli altri e col mondo. Essere uomo della Parola implica per il religioso l'annunciare continuamente il Regno di Dio come il suo progetto e lavorare affinché si vada facendo lungo la storia. La vocazione profetica della vita religiosa gli esige essere segno e strumento di quel progetto di Dio nella Chiesa ed nel mondo. Per essere segno dovrà manifestare nella sua vita le linee maestre del piano di Dio.
In quanto istrumento cercherà sempre di più, con la sua consacrazione piena al servizio del Regno, di farlo presente sulla terra.

4. La testimonianza profetica dell'annuncio e la denuncia che suscitano la crisi
Il profeta è l'uomo che provoca la crisi denunciando tutto quello che si oppone al progetto di Dio. La consacrazione religiosa permette al religioso di avere una disponibilità per correre i rischi profetici, dell'annuncio e della denuncia, ed una libertà evangelica per realizzarli: "grazie alla sua consacrazione religiosa, essi sono volontari e liberi per abbandonare tutto e lanciarsi ad annunciare il Vangelo fino ai confini della terra... e trovarli lì, non raramente nell'avanguardia della missione ed affrontando i più grandi rischi" (12). 
La radicalità della consacrazione religiosa è, in sé stessa, un annuncio ed una denuncia profetici. Il voto di povertà, tra altre cose, porta a condividere i beni nella comunità mostrando che una persona vale non per quello che ha bensì per quello che è. Dimostra così, ugualmente, che la funzione delle cose materiali è quella di essere posta all’incontro con Dio ed i fratelli. Attraverso questo tipo di povertà religiosa impara l'apertura a Dio e gli altri; si esprime il valore sociale dei beni e si percepisce l'esigenza di lavorare per creare una società giusta ed umana per tutti. Allo stesso tempo, una comunità religiosa, che mette quello che è, e quello che ha, al servizio dei più poveri e bisognosi, lavorando per la loro promozione, denuncia evangelicamente l'uso dei beni per prestigio e potere nella società. Questo va contro il piano di Dio che concede i beni per l’ utilità di tutti, in un fraterno condividere.
La castità consacrata al servizio del Regno annuncia l'alleanza liberatrice di Dio con l'uomo e la sua chiamata alla fraternità e denuncia tutto quello che separa da lui e si oppone alla solidarietà universale deformando il senso e le esigenze dell'autentico amore. La castità consacrata al servizio del regno permette la creazione della comunità come famiglia riunita nel nome del Signore. Quell'unione manifesta la sua presenza. Per il vissuto comunitario della castità gli individui universalizzano la loro dimensione sociale ed affettiva. Sebbene la castità consacrata esprime la comunione con Dio, questa non può separarsi dalla comunione fraterna nella comunità. Ella, a sua volta, si apre a relazioni più ampie che permettono di continuare ad estendere la fraternità che, edificata in un amore generoso, denuncia l'amore egoista che cerca solo il piacere e l'utilizzo della persona. La comunità religiosa è chiamata ad essere, per la castità consacrata che la fa sorgere, una testimonianza dell'alleanza di Dio col suo popolo. Alleanza che libera per il servizio e la fraternità e che universalizza l'amore al prossimo. Un amore che va oltre i vincoli della carne e del sangue.
L'obbedienza religiosa, vissuta nella sua dimensione di ricerca comunitaria della volontà di Dio insieme a chi ha il servizio dell'autorità, può e deve apparire come l'annuncio del cammino, per risolvere evangelicamente il problema che sorge tra una libertà individualista ed un'autorità totalitaria nelle relazioni umane. Impegnandosi nella ricerca fraterna delle strade di Dio, il religioso denuncia quel tipo di libertà ed autorità.
Testimonia che l'autentica libertà deve tenere in conto del bene degli altro e che il senso dell'autorità è il servizio affinché tutti possano crescere nella loro dignità di figli di Dio.

5. La testimonianza profetica della comunità religiosa
Segno evidente della nuova vita in Cristo è la fraternità. Ella mette in rilievo il potere riconciliatore di Gesù che, nel suo nome, riunisce in una nuova famiglia. L'aspetto fraterno della vita consacrata si è evidenziato di più a partire dal Concilio. In questo vissuto della fraternità si radica una delle principali testimonianze della vita consacrata: ella fa presente il Regno predicato da Gesù Cristo e mette di rilievo il potere riconciliatore dello Spirito di Gesù che riunisce tutti in una nuova famiglia. La dimensione profetica della vita religiosa esige, ugualmente, comunità più evangeliche come espressione della presenza del Signore che crea la comunione tra i credenti. La comunione fraterna dei religiosi può essere un segno profetico ed un fermento di comunione tra gli uomini e di co-partecipazione dei beni di Dio. È nella comunità dove possono soddisfarsi, in modo cristiano, le tre necessità psicologiche fondamentali dell'essere umano: amare ed essere amato: nell'agape con tutte le sue esigenze; produrre, essere utile, nella speranza cristiana che lotta per la trasformazione della società e del mondo; comprendere il senso dell'esistenza: nella fede che porta a vedere e giudicare, in gruppo dialogante, la realtà che si vive.
Nella linea profetica, si richiede che le comunità abbiano un stile di vita più semplice e che, contemporaneamente, siano vicine al popolo affinché la loro testimonianza si purifichi e diventi intelligibile. Insieme alla semplicità e vicinanza in relazione con il popolo, la comunità religiosa deve vivere relazioni più profonde tra i suoi membri ed una carità realistica e concreta che, in un mondo di egoismo, ingiustizia ed odio, annuncino la presenza e l'azione di Dio che riconcilia e fraternizza e denuncino le divisioni ed oppressioni. Rinnovando quotidianamente, in mezzo alle inevitabili e necessarie difficoltà della vita fraterna, l'ideale di comunione di amore, la comunità religiosa offrirà una testimonianza profetica e darà ragione della sua speranza, segnalando agli altri la meta alla quale Dio ci chiama in Cristo.

6. La testimonianza profetica vissuta nella povertà
I profeti biblici, come vedevamo, hanno compiuto la loro missione, in mezzo all'esperienza della loro debolezza e delle loro limitazioni. La logica incomprensibile della croce segna il lavoro del profeta. Non deve, pertanto, meravigliare che in lui ci sia l'esperienza della limitazione e dell'impotenza di fronte ai compiti che sfidano chi desidera e cerca impegnarsi nel lavoro per annunciare il progetto di Dio e per farlo realtà nella storia.
Nell'esperienza della sua povertà, il religioso scopre che la sua vocazione profetica si fa realtà nel suo ruolo di segno e strumento povero e debole per la realizzazione del piano di Dio sull'umanità. Le tentazioni di Gesù, Profeta ed Evangelizzatore, di imporre il Regno per una strada umana di potere lusingano anche i suoi seguaci. Come Cristo si aprì alle strade incomprensibili del Padre e prima di lui, in forma imperfetta e limitata, i profeti biblici, così il religioso deve continuare ad imparare per esperienza che nel Regno di Dio dalla cosa piccola sorge la cosa grande e che la forza non è dell'uomo ma viene da Dio che manifesta il suo potere nella debolezza e nella limitazione (2 Cor 12,7-10). Portando in vasi di creta il tesoro della vocazione profetica, i religiosi si trasformano in una manifestazione del potere di Dio, dediti alla morte affinché in essi si manifesti la vita di Gesù (2 Cor 4,8-11).
Il Documento delle CRIS Religiose e Promozione umana (1978) segnala quattro "problemi principali" che affronta oggi la vita religiosa e, che non sono altro che quattro grandi sfide alla sua vocazione profetica (13). Questi sono:
- l'opzione per i poveri e per la giustizia dovuto al fatto di vivere vicino ai drammi che vive il popolo
- la rinnovazione delle attività ed opere sociali dei religiosi davanti alle esigenze di nuove forme di solidarietà e partecipazione;
- l'inserzione nel mondo del lavoro, come esigenza di povertà e solidarietà;
- l’impegno nella "prassi politica" nel suo senso più ampio che guarda al bene comune, tanto a livello nazionale come internazionale; alla promozione e difesa dei valori fondamentali di ogni comunità favoriscano la crescita dell'uomo. Anche davanti ai grandi cambiamenti culturali ed il fenomeno delle culture emergenti, si sta facendo "più necessaria che mai una 'profezia culturale', la presenza di persone e comunità che contribuiscano affinché i processi culturali non siano sottomessi a nessun tipo di imperialismo e siano orientati verso una più piena umanizzazione". E qui, "per tradizione, la vita religiosa ha svolto un ruolo nei processi culturali dei popoli. Così ha evangelizzato continenti interi" (14).

Questo rinnovato impegno profetico dei religiosi sta esigendo da loro un quadro diverso di vita fraterna, più aperta all'accoglienza solidale e, contemporaneamente, un esercizio continuo di un discernimento comunitario orante per mantenere l'identità di un profetismo radicato in un'esperienza di Dio nella storia ed in una visione di fede sulla realtà. Solo così, la vita religiosa può assumere e vivere la sua vocazione profetica. In questo modo, ogni religioso potrà essere come i profeti biblici, "uomo di Dio", '' uomo della Parola", "uomo che provoca la crisi", "uomo che compie la sua missione nella debolezza", e si trasformerà in "testimone della resurrezione e della vita di nostro Signore Gesù Cristo e segno del Dio vero" (15), in fedeltà al Vangelo di Gesù, Profeta ed Evangelizzatore.

CONCLUSIONE

Caratteristiche ed esigenze del profetismo della vita religiosa oggi
In conclusione, possiamo dire che il profetismo della vita religiosa oggi:
- è un profetismo del piccolo resto: il fermento nascosto nella massa di un mondo confiscato;
- deve dare una risposta di spiritualità alla ricerca del sacro ed alla nostalgia di Dio;
- è chiamato a rendere visibili i valori del Vangelo nell’impegno con i poveri, con la giustizia, partecipando ai movimenti che lavorano per la pace e per la difesa dei diritti umani;
- è un profetismo che diventa presente nei posti di frontiera al servizio degli emarginati per testimoniare il progetto di Dio e denunciare tutto quello che a lui si oppone;

Per riuscire in questo, i membri della vita religiosa hanno bisogno:
- Partire da una valutazione del cammino percorso nel periodo post- conciliare, con le sue luci e ombre.
- Essere testimoni della trascendenza e presenza di un Dio compassionevole e misericordioso in società pluralistiche. Farlo a partire dall'esperienza da Gesù di Nazareth.
- Inserirsi nella Chiesa locale e vivere l'interdipendenza con altre forme di vita cristiana in comunione coi Pastori, con altri religiosi/e, laici.
- Favorire la creazione di comunità nuove più semplici, oranti, fraterni, vicini al popolo.
- Testimoniare un nuovo umanesimo a partire dall’impegno con le persone, con i loro diritti umani, con la giustizia in relazione reciproca di genere.
- Ritornare al posto naturale della vita consacrata: il mondo dei poveri e delle nuove povertà. Da esse rileggere il proprio carisma VC 82.108.
- Ripensare l'identità della vita consacrata in relazione col laicato; coi membri di altre religioni, coi non credenti, con l'uomo e la donna rispettivamente, con persone di diverse generazioni.
- Aggiungere ai voti essenzialmente un senso più intelligibile oggi: castità: "opzione libera per nuove relazioni di genere nell'uguaglianza, nel rispetto e nella vera reciprocità"; povertà: "una nuova gestione dei beni della creazione"; obbedienza: "una nuova comprensione delle relazioni di potere" (Simon Pedro Arnold).
- Imparare a perdere protagonismo anteriore. Accettare essere minoranza nella Chiesa e nella società pluralistica.
- Accettare le sfide della nuova cultura con "discernimento, audacia, dialogo e provocazione evangelica" (VC 80).
- Rivedere le strutture, l'organizzazione e l'esercizio del governo nella vita consacrata per affrontare le sfide di un mondo globalizzato.
- Dare una formazione che coniughi una spiritualità vitale con una formazione accademica e professionista seria ed un contatto con la realtà.

Le condizioni:
- La fedeltà creativa è una condizione per potere vivere la dimensione profetica della vita consacrata nel impegno di evangelizzazione. Questo significa ritornare alle fonti, al carisma della fondazione, "adattando le sue forme, quando è necessario, alle nuove situazioni e le diverse necessità" (16). Bisogna mettere il vino nuovo in otri nuovi per un uomo ed una donna nuovi. Lo sforzo per rileggere il carisma interpella e confronta. Stimola, riconforta ed orienta. Si tenta di vivere un profetismo significativo per l'uomo e la donna di oggi.

- La rilettura del carisma è necessaria. Non è facile e, per questo motivo, alcuni preferiscono morire vivendo in pace nell’ attaccamento al passato, nella ricerca di sicurezze, nell’ ignoranza della realtà e per non accettare l'unità nella diversità. La fedeltà creativa al carisma richiede ridisegnare di nuovo le presenze guidati da alcuni criteri: la riflessione comunitaria, la capacità di essere segni, di farsi capire, di provocare, di proporre interroganti, di collocare alternative radicali, di obbligare a decidersi.
- Si ha bisogno anche di un dialogo con la realtà: attenzione ai segni dei tempi, percezione dei pronti soccorsi, inserzione, inculturazione, sintonia ecclesiale. Si danno segni nella Chiesa e nel mondo. Nella Chiesa: le nuove espressioni della comunione, la crescita del laicato, la tensione della nuova evangelizzazione, il dialogo con la cultura secolare, l’impegno per la giustizia. Nel mondo: la dignità della persona, la solidarietà, i diritti civili, la libertà nelle sue diverse espressioni, la comunicazione sociale globale. Di fronte a questi segni è necessario prendere decisioni pratiche per il ridimensionamento delle presenze che siano significative ed interpellanti, poveri, liberi, liberatrici e fraterni. Per ciò bisogna rivedere la relazione tra valori e strutture; ridefinire ed evangelizzare il servizio dell'autorità; creare un progetto unitario nella pluralità di progetto ed azione e costruire una fraternità per il mondo.
- Siamo eredi di un passato, responsabili di un presente, costruttori di un futuro dalla nostra limitazione e povertà. Solidali coi nostri popoli e tra noi dobbiamo cercare di seguire il passo del Signore nel nostro oggi, qui e ora. Bisogna sentire la necessità di essere uomini e donne "interamente disponibili per rispondere con flessibilità, senza attaccamenti ad opere e tradizioni insensate e con una carità straripante e capace di creare nuovi alvei di espressione" nell’impegno profetico evangelizzatore che abbiamo come persone consacrate.
Noi abbiamo "una parola profetica da dire alla vita umana che - nonostante tutte le sue contraddizioni - ha un senso attuale e trascendente e che il Signore Gesù è la meta della storia" (17).

In questo sforzo per rispondere al Signore, contempliamo Maria, profeta dei cammini di Dio nella storia, "Vergine magnanima del Magnificat", come stella dell'evangelizzazione "rinnovata (18)." Ella è per noi modello di autentico profetismo di un mondo nuovo e stabile supporto della nostra speranza. Siamo chiamati a essre profeti del progetto di Dio a partire dalla nostra povertà con la certezza di contare sempre con la presenza e l’azione dello Spirito (Rm 5,3-5; 8, 31-39; 15, 13).

NOTE

1. Cf. LG, 31.
2. Id. 35.
3. Cf. Documento di Puebla (DP), 267-268
4. LG, 44.
5. Si menzionano anche nel Bibbia donne profetesse. Il dono della profezia, di tanto in tanto, fu concesso a donne come agli uomini. Maria, la sorella di Mosè, fu la prima donna nella Bibbia onorata con questo titolo (Es. 15,20, 21; cf. Nm 12,2). Michea la nomina insieme a Mosè ed Aronne come strumenti di Dio nell'esodo (Mic 6, 4). Gli israeliti ricorsero alla profetessa Debora come giudice nei giorni in cui Iabín e Sisara opprimevano Israele (Giudici 4, 4-15). Culda fu una profetessa di fiducia durante il regno di Giosía (2 Re 22, 12-20) . Altre profetesse bibliche furono Anna ( Lc 2, 36), e le 4 figlie di Filippo (Atti 21.8-9).
6. A. HESCHEL, Il messaggio dei Profeti (Roma, 1981) p. 118.
7. Cf. VC 84.
8. Cf. ib.
11. Cf. LG 44.
12. EN 69.
13. CRIS, Religiosos y promoción humana, nn. 1-12.
14. J. CRISTO REY GARCIA, “Profecía cultural” o la misión a largo alcance, in Vida Religiosa 68 (1988) p. 66.
15. LG 38.
16. VC 37.
17. EQUIPO DE TEOLOGOS CLAR, Tendencias proféticas de la vida religiosa en América Latina (Bogotá, 1975) p. 86.
18. Cf. CDF, Libertatis conscientia, n. 100; EN 82.