Gli animatori giovanili
di fronte allo
«stato nascente»
della vocazione

Mario Oscar Llanos  

La vocazione è l’esperienza più intima e sconvolgente del vissuto di qualsiasi uomo o donna di questo mondo. Le età e le circostanze in cui la si sente variano da persona a persona, ma viene sperimentata come un «dono», come una «luce», come una «voce interiore», come un «brivido» che trasforma lo spirito, l’anima e il corpo. La vocazione viene generalmente accompagnata dalla sensazione dello scarto tra ciò che ci viene proposto e ciò che noi siamo. Si tratta di un dono asimmetrico nei confronti della nostra capacità di risposta, ma simmetrico nella sua capacità di elevare il nostro cuore fino a farlo capace di amare l’A-altro (con maiuscole e minuscole) in un modo assolutamente nuovo. Alla scoperta devono seguire poi varie azioni corrispondenti perché il dono percepito non cada nel nulla… 

La vocazione 

La vocazione è un fatto di natura teandrica, cioè, divino-umano. Agisce Dio e agisce l’uomo singolo e anche la comunità. L’agire di Dio coincide con l’iniziativa fondamentale. Mentre l’agire dell’uomo coincide con la risposta del singolo e la verifica della comunità. Quindi, è un fatto anche umano ed umanizzante, una dinamica attuata dall’uomo e allo stesso tempo capace di condurlo verso orizzonti di umanità decisamente irraggiungibili nella sua coscienza all’inizio del cammino. La vocazione si verifica in quel momento che conduce l’uomo o la donna alla loro più grande intimità dove si prendono le decisioni di vita, ma allo stesso tempo, e alla più grande estroversione della loro storia, dove le decisioni si manifestano e si compiono. Con la vocazione l’interiorità si apre all’Altro e a tutti gli altri in modo nuovo. È una novità che potrebbe compararsi con l’aurora nella vita umana. Un chiarore, un bagliore, che poi diventa luce illuminante che consente di realizzare assolutamente tutto il resto dei compiti della vita.

La vocazione, dunque, non è un fatto solo esterno all’uomo o solo divino. Paolo VI aveva identificato bene la realtà della vocazione. Nella Populorum Progressio egli scrisse: «Ogni vita è vocazione» (n. 2). «La vocazione si identifica con la stessa realtà della persona: la persona semplicemente è una vocazione».[1] La vita di ogni uomo è una vocazione, è frutto di una chiamata. E cogliere la vita come vocazione sarà il compito più grande dell’essere umano. La vocazione quindi, manifesta un duplice carattere di trascendenza e di immanenza.

Dal punto di vista della trascendenza, la chiamata di Dio, la vocazione viene dall’Alto e/o dall’esterno attraverso le persone e gli avvenimenti della propria vita, ma scaturisce contemporaneamente dal più profondo di noi stessi, e si manifesta come chiamata e sviluppo, come appello e risveglio. Sentirsi «chiamati» significa provare un’attrattiva profonda verso particolari valori perché corrispondono ad ispirazioni profonde del proprio essere. In fondo, la vocazione è stata seminata dentro di noi ed è promossa da fuori di noi dal Signore che chiama. [2] La risposta è personale e irrepetibile, sfumata in mille tonalità spirituali diverse, nonostante le numerose somiglianze.[3]

Dal punto di vista dell’immanenza, la vocazione prende forma dentro la propria storia, nella scoperta delle ricchezze, dei limiti e delle potenzialità, nella lettura dei propri sentimenti, desideri, paure, sogni e delusioni, nelle aspettative e nostalgie che tutti ci portiamo dentro, nei distacchi che ci sono richiesti e negli incontri che ci viene donato di vivere. [4] Spesso, la vocazione, come una speciale forma d’innamoramento, sembra un fenomeno spontaneo, rapido, dovuto ad affinità esteriori, superficiali, secondarie… Mentre per arrivare alla verità completa dell’amore contenuta nell’interiorità, si parte dalle affinità esteriori. L’amore vero poi poggia su affinità interiori profonde preannunciate e preparate da quelle più esterne. 

Lo «stato nascente» 

Il momento originante della vocazione è quasi magico. Esso lascia nel cuore una traccia indelebile, un ricordo vivo, una luminosità travolgente, tutto cambia di senso, tutto si riorienta e tutto si ripropone alla luce di una voce soave e mite, ma forte e ferma che non tace, anzi, urla  nell’intimo dell’essere umano. La voce di colui che chiama, è una voce d’amore, è un «chi-che-ama»; la vocazione allo stato nascente è la percezione di un amore grande che non lascia ombra di dubbio: Egli mi ha scelto, Egli mi chiama, Egli mi invia, Egli sarà con me! Quanti ci sentiamo chiamati, sentiamo di entrare serenamente e saldamente in un oceano d’amore, o come dicono gli inglesi di «fall in love» (=cadere nell’amore) o anche di essere rapiti, sedotti, di essere letteralmente «innamorati» in un atto d’amore infinito e puro. Sentire quell’amore e sentirsi molto piccoli è la stessa cosa…

Tutte le vocazioni, sia quella laicale matrimoniale, sia quella sacerdotale ministeriale, sia quella consacrata hanno alla base una forte carica emotiva e spirituale. La fenomenologia di questo momento iniziale cambia secondo le varie età psicologiche e cronologiche. [5] Comunque, quando la vocazione visita un cuore giovanile capace di dire di sì con tutto se stesso, lo stato nascente diventa travolgente e simile al sorgere dell’amore.

Infatti, ognuno di noi è sessuato (da «sexus», che in latino significa tagliato in due, sdoppiato) cioè bisognoso di completamento. Ognuno di noi scopre gradualmente il senso della propria incompletezza e asimmetria. Ciò che si manifesta a livello sessuale, si estende anche a livello dell’interiorità dell’amore. La vocazione all’amore umano o all’amore di Dio costituiscono l'irruzione del ricongiungimento dell’unità nella nostra radicale incompiutezza. La vocazione fa sorgere l’amore, sia per unirsi ad un altro essere umano, sia per unirsi all’amore infinito di Dio, e con ciò riporta nel proprio cuore la simmetria interna mancante nella natura umana.

La vocazione nel suo stato nascente [6], l'innamoramento vocazionale, quindi, è rottura di un equilibrio e di un modo di essere. L’innamoramento suppone un esodo da sé verso l’A-altro (con maiuscole e minuscole), verso la comunione. È un momento di uscita da sé e di entrata nell’A-altro, di apparente perdita di noi stessi e di acquisto della ricchezza e bellezza dell’A-altro. L'innamoramento sprigiona dal guscio l'io, lo decentra, aprendolo alla relazione interpersonale, lo libera dalla propria autosufficienza, lo costituisce come «essere in rapporto» con il «T-tu» (con maiuscole e minuscole) che lo trascende e lo attira nel suo mistero. La vocazione, il momento dell’innamoramento, ci impone di migrare, di «lasciare la propria casa», le proprie sicurezze e le ceneri della solitudine e dell’egoismo. Nella solitudine l'uomo avverte la sua insufficienza per essere felice «da solo», e percepisce che non saranno tanto le cose o gli avvenimenti a dare un volto nuovo alla sua vita, bensì l'incontro con una persona, con l'«A-altro» che è la fonte della propria gioia. La vocazione è una chiamata che fa sorgere la vita in una forma mai provata prima. Con la vocazione la tua vita è in mano a qualcun A-altro a cui senti di appartenere in modo preferenziale ed emozionante. Cadono le barriere dell’estraneità di Dio o della persona amata. Loro diventano familiari, vicini «di casa»; è un’esperienza di improvvisa intimità col M-mistero (con maiuscole e minuscole), S-suo e mio.

L’inizio della vocazione si concentra in un momento particolare, in un’ora («le quattro del pomeriggio» Gv 1,39), in un luogo, in una circostanza, in un ambiente, con elementi che agiscono sul conscio, ma anche sull’inconscio, ma poi s’identifica con tutta la vita. Lo stato nascente della vocazione è un momento in cui la ragione lascia partire il cuore… un momento in cui il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende (Pascal), e l’A-amore diventa ideale, diventa polo e calamita che attira, che trasforma e illumina tutta la realtà.

Alcuni dicono che il primo innamoramento non lasci vedere la verità – l’amore è cieco! –. È vero che il primo innamoramento non è ancora la verità completa. Essa è compito dello Spirito Santo. Infatti, l’innamoramento, e soprattutto quello provocato dalla vocazione ha qualcosa di religioso, di sacro. Non per niente l’innamoramento era rappresentato da cupidi che lanciavano delle frecce al cuore degli uomini o delle donne. L’amore è stato spesso collegato all’intervento divino nelle diverse culture (Cupido – latini –, Eros – greci –, Xochipilli – aztechi –, Maris – etruschi –). La conclusione della fede cristiana avendo sperimentato l’amore di Cristo è che «l’amore viene da Dio» perché «Diò è amore» (1Gv 4,7-8).

Nell’innamoramento vero, come nella vocazione, vi è un processo di destrutturazione – ristrutturazione (lo «stato nascente») per il quale la condizione precedente perde senso e si ricostruisce nella prospettiva dell’A-amato. Si tratta di un processo simile alla conversione religiosa, di un cambiamento grande, forte, dinamico, che spinge a modificarsi, a formarsi, a farsi degni dell’amore provato e a dare maggiore verità all’amore dichiarato. La scoperta della vocazione provoca una forte discontinuità con la vita passata e diventa il motore della conversione, del proprio migliorare per Lui e per la missione. La vocazione – come l’innamoramento – ci rende migliori, più buoni, più bravi, più belli. Si tratta di un passaggio, di un cambiamento di stato. Con la vocazione ci rendiamo conto che la nostra vita precedente era sbagliata e incompleta, che il mondo è differente da come lo vedevamo e che è necessario cambiarlo con lo sguardo e la Volontà di Dio. Questo si percepisce nelle storie vocazionali dei profeti, dei discepoli biblici, dei santi… Nel momento della loro vocazione si sono resi conto che dovevano cambiare perché ciò che facevano e ricercavano nella vita era privo di senso, e che il mondo doveva essere mutato e che il Signore lo voleva. Lo stato nascente della vocazione conduce la persona ad abbandonare ciò che è noto e sicuro e a gettarsi in ciò che è ignoto, ma che la riempie di tantissimo entusiasmo e novità al punto di dargli la certezza degli innamorati: «è roba da pazzi, ma io lo voglio!»

La vocazione non è un ragionamento, lo include; è un fatto emotivo ed intuitivo, ma non per questo folle o assurdo [7]. La vocazione ha un po’ il sapore della Pasqua, è un’esperienza di morte e di rinascita che genera un nuovo tipo di azione sociale, una nuova solidarietà, per questo normalmente la vocazione lancia la persona verso il prossimo, verso il bisognoso, verso colui che non ha avuto la tua fortuna, verso colui che non conosce Colui che tu conosci… I chiamati nello stato nascente cambiano, si modificano, migliorano; peccato che non sempre l’innamoramento e/o il primo colpo vocazionale perdurino con questa forma trasformante e rimanga la tendenza a stagnarsi, a non crescere, a rinunciare alla perfezione di sé, a sedersi nel cammino. Se non si cresce nell’amore, il sorgere di altri amori o il divorzio sono una conseguenza triste, ma più che logica. Sarà la coscienza rinnovata giorno dopo giorno quella che farà dinamico e crescente l’amore.

La cultura «moderna«, soggettivistica ed edonistica che pretende di ridurre l'uomo ad un fascio di bisogni da soddisfare, sembra aver abolito di fatto l’amore e la vocazione come cammino di crescita e di responsabilità. Si pensa che la vocazione dell’uomo sia quella di star bene. La vocazione non ha come fine principale quello di «stare bene». Ciò snatura la gradualità di un necessario processo formativo verso l’amore responsabile. La vocazione ha come fine il bene dell’altro che diventa anche il mio bene, in forma superabbondante… è il 100 x 1 per cui poi «si trova più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). 

 

ESIGENZE DELLO STATO NASCENTE DELLA VOCAZIONE 

Lo stato nascente della vocazione pone al soggetto varie esigenze che si percepiscono man mano che la si accoglie ed interiorizza.

La vocazione all’amore, innanzitutto, ha l’esigenza della pubblicità. La vocazione si pubblicizza, cioè, si apre pian piano alla comunità. Nella risposta vocazionale iniziale la vocazione divina si rende pubblica, si apre anch’essa pian piano alla comunità. Amore vocazionale umano e amore vocazionale divino rispondono ad una struttura vocazionale inscritta nella creazione dell’uomo e della donna. Tuttavia, la vocazione ha una matrice socio-culturale, comunitaria specifica. La comunità e la cultura vi imprimono una forma, o uno stile, che differisce secondo la diversità dei popoli e delle latitudini geografiche e del grado di civiltà. Il fidanzamento o l’ingresso ad un cammino formativo, dappertutto, configura un vero e proprio «status» sostanziato dal riconoscimento, dalla legittimazione del sistema di plausibilità sociale.

Il fidanzamento o l’ingresso in una struttura vocazionale hanno l'aspetto di un’istituzione sociale regolata da «leggi» della tradizione e da veri e propri rituali, perché l'amore è approdo sicuro e definitivo, non vagabondaggio delle emozioni o delle passioni. La vocazione diventa oggetto di socializzazione; l’uomo è chiamato a costituirsi socialmente secondo la sua vocazione. La vocazione non accetta che una persona rimanga sciolta e pericolosa come un cane randagio. La vocazione chiama l’uomo o la donna a vivere in società, con spirito comunitario, con responsabilità nei confronti degli altri.

In secondo termine, la risposta all’amore vocazionale è intesa come un cammino verso la comunione profonda e definitiva, e quindi pretende un regolare esercizio dell’amore e della sessualità nella logica di un rapporto d'amore che tende alla totalità e alla definitività, anche se è aperto e volubile. Ci sentiamo uniti e completi, ma, siamo ancora liberi di tornare indietro… a volte, purtroppo! «Il giovane ricco se ne andò triste perché aveva molti beni…» Non riuscì a rinunciare a sé alle sue sicurezze, e perse la sua completezza, la sua simmetria, rimase nell’asimmetria dello sguardo d’amore del Maestro.

In terzo luogo, la vocazione vera inoltre non può realizzarsi nell’intemperanza e nella permanente inclinazione ad abbandonare le esigenze dell’amore. L’amore vero esige la tenuta personale anche nelle difficoltà. Si rafforza nella sofferenza che spesso comporta. La capacità di donazione all’amore nella vocazione si verifica con la capacità di donazione nella fedeltà e nella generosità in vista del dono totale definitivo, fecondo e irrevocabile. La vocazione nello stato nascente vuole la fedeltà fino alla fine, altrimenti perde il suo carattere di vocazione. La vocazione non è un giorno, ma la vita intera. La prima risposta è «tempo di crescita, di responsabilità e di grazia», ma la vocazione orienta la nostra vita verso la comunione (con tutte le sue esigenze) e verso la gratuità e il disinteresse. La vocazione vera risveglia e sprigiona l’amore gratuito, puro, totale, universale. Per questo il chiamato o la coppia non possono essere centrati su se stessi, né possono assumere forme di «egolatria» autoreferenziata.

In quarto termine, la vocazione fin dal suo stato nascente ha un’esigenza e una destinazione sociale. La vocazione non è per se, è per gli altri. Ogni vocazione è cammino alla comunione di vita e d’amore gratuito. L’amore in qualunque forma assuma – verginale o matrimoniale – si allarga e si apre alla cooperazione per un mondo nuovo, perciò, la vocazione vera ha sempre un compito comunitario, sociale e politico, conduce ad un nuovo ordine sociale. Una vocazione che vive una comunione intimistica e autogratificante è sterile comunque… L'amore di qualunque vocazione deve generare amore attorno a sé, nella comunità, nella società, la vocazione non si appartiene, si realizza nel dono dell’amore con cui si è stati amati.

Perciò, il cammino formativo di una vocazione in stato nascente o il fidanzamento, si configura come un apprendistato entro cui, in contrapposizione alla sola tensione erotico-attrattiva, si deve imparare ad essere e a stare assieme senza possedersi, senza annullare la diversità e l'originalità unica di ogni persona. Perciò né la formazione delle vocazioni, né il fidanzamento può essere chiusura, intimismo narcisistico e autoreferenziale. Una vocazione chiusa, autocentrata, è la negazione dell'amore, ma, anche, del Dio-Amore che l’ha chiamata. In quel caso trionferebbe solo l’eros possessivo e schiavizzante che tende a fondere e a fagocitare, anziché a distinguere le persone, perciò le rende alla fine tristi, egoistiche, aride e spente.

Perciò lo stato nascente della vocazione esige anche che sia avviato e vissuto come tempo di ricerca, tempo di lavoro intenso in cui si rivede tutta la propria vita e la si modifica o la si ricostruisce, per farla diventare uno strumento luminoso dell'amore libero e liberante. In questo senso, il cammino verso la scelta sia per la vocazione consacrata come per una vita di coppia è un «tempo di grazia e di gratuità» dove conta soprattutto il T-tu e non l’io, dove il soggetto dovrebbe diventare solidale, capace di amore gratuito e disinteressato, imitando l’amore che Dio ha impegnato nella costruzione della sua vocazione. Lo «stato nascente» è un kairós, un tempo di Dio, di grazia, un tempo favorevole, unico ed originale, da non perdere, né sprecare nel vuoto dei sensi e dell'amore intimistico; un kairòs la cui realtà non si esaurisce nello spazio della soggettività e dell'interiorità, bensì nell'orizzonte della solidarietà o amore gratuito dove il rapporto con i beni (le cose del mondo) e/o l’eventuale partner non è caratterizzato dal possesso, ma dalla condivisione dove ci sentiamo ospitati, invasi dall’amore, chiamati ad ospitare e ad amare.

Quindi, vocazione e innamoramento, scoperta vocazionale e fidanzamento sono eventi della trascendenza costituiti attraverso la creazione e l'autocomunicazione gratuita di Dio che risveglia in noi i semi d’amore da Lui piantati nella nostra immanenza. 

La vocazione diventa «alleanza» 

«L’uomo non po’ vivere senza amore». Ognuno di noi per arrivare alla condizione di persona matura deve passare necessariamente per la porta dell’amore. Quando arriva la vocazione, succede che sentiamo come una «corrente che passa», un colpo di fulmine, un’attrazione, un desiderio nuovo, un amore nuovo. Lo stato nascente crea una grande euforia, ma per sua natura è transitorio, provvisorio. L'amore «effervescente» della prima ora della vocazione-innamoramento spinge la persona verso un rapporto caratterizzato dalla totalità, dall'esclusività e dalla progettualità. Solo così l’amore della vocazione è costitutivo della persona. Chi prova la vocazione divina, non può accettare il riduzionismo ontologico fuorviante che considera l’uomo come vittima insopprimibile della chimica. La vocazione-innamoramento, richiama un'unione profonda e duratura con colui che chiama che diventa alleanza divino-umana, una relazione di tipo sponsale che suppone un’elezione, una chiamata, una missione e un progetto di vita all’altezza della chiamata e un impegno reciproco di fedeltà.

Lo «stato nascente» della vocazione ci rende capaci di fonderci con il Signore, di volere ciò che Egli vuole, di amarLo come Egli mi ama, di dargli la vita come Egli la da a noi. Egli diventa il nostro partner. Diventiamo fortemente solidali con lui. «La vocazione è sempre un incontro, una relazione interpersonale, una realtà dialogica. Infatti, la categoria che meglio esprime questa natura bipolare della vocazione è la categoria del dialogo. Tutta la rivelazione divina stabilisce un rapporto dialogale tra Dio che chiama e l’uomo che risponde.» [8]

Nella vocazione ognuno di noi viene «trasfigurato», come nell’innamoramento, perché l’A-altro diventa il nostro capo carismatico. Il processo di fusione e di simbiosi con il Signore, però, è sempre bilanciato dal desiderio di affermare se stesso. Questo interesse dà al processo di amore nascente con la vocazione un carattere drammatico. Se il chiamato da Dio (o i due innamorati) non riescono a creare un progetto o se i loro progetti individuali sono troppo diversi e praticamente incompatibili, il processo vocazionale o amoroso può fallire. La fenomenologia della vocazione, dell'innamoramento è la stessa negli adolescenti, nei giovani e negli adulti, nei maschi e nelle femmine, perché la struttura dello «stato nascente» non cambia. Tutti abbiamo più o meno le stesse possibilità e le stesse condizioni di base, ma non tutti rispondiamo con lo stesso amore. Succede che chi si sente amato non sempre è disposto ad amare allo stesso livello; in lui/lei sorge «la vergogna dell’amore», cioè, il frutto della paura di non riuscire ad amare come si è amati, e quindi, il desiderio di scappare, di scomparire dalla faccia della terra, di allontanarci da colui che ci ama.

La vocazione è, di per sé, un evento che sembra spontaneo, del tutto casuale, che irrompe nella vita delle persone e le interpella. In realtà, però questa «casualità» è solo apparente. Essa, infatti, appartiene alla creazione che non è ancora avvenuta, ma avviene, accade, poiché essa è un atto di Dio che perdura sempre in atto. Dice bene la Familiaris Consortio: «L'amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano» (n. 11). Questo amore, però, è «una fiamma del Signore» (Ct, 8,6). Così, la vocazione è l’espressione di un’alleanza, di un’unione nuova, che Dio vuole avere con il suo chiamato. 

 

LA SCOPERTA DELL'ITINERARIO VOCAZIONALE

La scoperta della vocazione è frutto di un cammino di crescente ricerca della propria verità, di illuminazione sempre più grande, ma allo stesso tempo, di dibattito interno, di dubbio e di sensazione di uno scarto asimmetrico enorme tra le mie forze e l’ideale della chiamata.

La sensazione di essere chiamato è timida e quasi silenziosa all’inizio, ma pian piano, col tempo, diventa più pressante e determinata nel nostro intimo fino a diventare una luce abbagliante come il sole di mezzo giorno. Uno dei segreti per valutarla è la gioia che causa, nonostante la certezza della propria piccolezza. Un altro fenomeno è che la persona chiamata tende a comunicare il suo segreto alle persone che meglio possono capirlo; non è facile inizialmente dirlo a tutti; poco alla volta viene fuori e diventa certezza nel cuore del chiamato.

La scoperta della vocazione è un compito di ogni singola persona, ma lo è anche di tutta la Chiesa. Tutti noi, operatori vocazionali, dovremo essere in grado di aiutare ogni persona a cogliere la propria vita, il proprio amore come vocazione. I primi a scoprire e a intuire la vocazione dovremo essere noi.  Ma qui dobbiamo trattenerci nel campo dello stato nascente e della scoperta; non voglio avanzare adesso sul tema del discernimento della vocazione che sarebbe un tema molto ampio.

Perciò, prima di concludere, vorrei presentare un breve piano generale sull’itinerario vocazionale che ci aiuti a collocare ciò che diciamo. Poi, vorrei concentrarmi su due punti più adatti per ultimare il nostro cammino di riflessione sulla scoperta della vocazione.

Quando Dio vuole una vocazione, lo vediamo nella Sacra Scrittura, Egli sceglie qualcuno (elezione), poi lo chiama per nome (chiamata), poi gli dà una missione (missione), finalmente, lo sostiene con la sua assistenza e fedeltà (assistenza).

Non tutte le vocazioni sono, però, frutto di un’azione diretta di Dio. Molti siamo eletti da Dio tramite la mediazione normale della Chiesa. La mediazione della Chiesa si articola in alcune funzioni o azioni che corrispondono alle azioni divine, cioè, accoglienza e discernimento oggettivo; proposta e orientamento; iniziazione alla missione ed elaborazione del progetto di vita; accompagnamento della persona e dei gruppi.

L’individuo, il chiamato, infine, agisce anche in prima persona in corrispondenza con le azioni di Dio e la mediazione della Chiesa: percezione di sé e discernimento soggettivo; risposta e assunzione di un ideale concreto; il progetto di vita in una vocazione specifica; una fedeltà collegata alla storia, dinamica e docile.

 

AZIONI DI DIO

AZIONI ECCLESIALI

AZIONI UMANE

1. Elezione

1. Accoglienza / discernimento

1. Percezione di sé / discernimento

2. Chiamata

2. Proposta / orientamento

2. Risposta / decisione per l’ideale

3. Missione

3. Iniziazione nella missione / progetto

3. Progetto di vita / vocazione specifica

4. Assistenza

4. Accompagnamento

4. Fedeltà dinamica, storica e docile

Di questo quadro generale, m’interessa sottolineare i due punti che più hanno a che vedere con la «scoperta della vocazione» che è il nostro tema qui, e fondamentalmente hanno a che vedere con la funzione di un operatore vocazionale nella scoperta della vocazione. Mi riferisco all’accoglienza della persona e all’aiuto alla medesima nella percezione di sé. 

L’accoglienza incondizionata 

La prima forma di mediare l’elezione divina da parte di tutti noi è l’accoglienza incondizionata delle persone. Una persona è un mistero che straripa nel mistero incommensurabile di Dio. Per essere animatori vocazionali occorre avere un po’ di senso del mistero. Di fronte a qualunque persona l’animatore dovrebbe avere lo sguardo di Dio, un grande senso di speranza, una visione soprannaturale dell’uomo e della sua vita.

L’accoglienza incondizionata crea fiducia e apertura. È importante che la relazione stabilita sia libera, perché l’educatore è un trampolino, non un padrone, e deve essere più amico dello stupore che non dei pregiudizi di fronte a qualunque persona. L’animatore vocazionale deve poter sviluppare contatto, scambio, relazione educativa; deve essere capace di un’accoglienza:

  • Esistenziale che conferma l’altro nella sua identità irripetibile, con equilibrio tra il rispetto per l’autonomia dell’altro e l’interesse per la sua vita, tra la fagocitazione e l’indifferenza.
  • Fiduciosa nei «segni» di futuro di cui è portatrice ogni persona, ogni gruppo o ogni comunità. L’animatore vocazionale è sicuro di trovare in ogni persona delle «corde di bene» nascoste che consentono il superamento di qualsiasi difficoltà odierna; si tratta di un’ascolto «sapienziale» sa scoprire le risorse, le energie e le competenze nascoste. 

La gente si aspetta di essere accolta da persona, senza maschere di prestigio, senza valutazioni classificatorie, con senso dello stupore per il suo mistero, con la certezza del fatto che la libertà è assicurata nel rapporto. L’accoglienza si traduce in delicatezza, coscienza dell’autonomia altrui, capacità di educazione a partire dalla situazione in cui l’altro si trova. 

 

La PERCEZIONE DI SÉ 

L’accoglienza di qualcuno fa crescere il senso della fiducia nelle proprie risorse. La valorizzazione positiva aiuta i ragazzi a intraprendere un cammino di scoperta e accettazione della propria identità e poter considerare la propria vita come vocazione. Chi vuole scoprire la propria vocazione deve riuscire ad interpretare la propria esistenza, i segni dei tempi e di Dio.

Questo però, è un compito difficile per chi deve far fronte alla vita per la prima volta. Per questo il giovane ha bisogno di una persona che gli ispiri fiducia, che comprenda i suoi sentimenti, che partecipi in forma empatica alle sue vicende, che sia capace di penetrare il senso della sua vita e possa sostenerlo nel cammino della scoperta vocazionale.

Occorre sempre credere nella possibilità di un miglioramento senza determinismi antivocazionali, che rafforzi e dia sicurezza all’incapacità del giovane nella scoperta della propria verità e della volontà di Dio. Perciò è necessario che l’animatore giovanile e vocazionale crei dapprima un fondamentale clima d’accoglienza e solo in seguito, può pensare al discernimento della vocazione.

Ogni persona dovrebbe poter approfondire la propria esperienza ed andare alla ricerca della propria verità per costruire un ponte tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Si deve partire da interrogativi molto semplici, da quegli aspetti che creano qualche difficoltà, dalle aspirazioni difficili da esprimere.

Questo compito di scoperta della propria identità va offerto al singolo e al gruppo. Così si può percepire l’ampiezza dell’orizzonte umano e la radicale vulnerabilità, «la bellezza della virtù e la bruttezza del peccato», la radice delle paure e della sfiducia, e anche il segreto dell’equilibrio, i modi per eliminare ciò che non è compatibile con la propria identità e con il buon senso. Nessuno può donare ciò che non possiede. Il segreto per essere padrone di sé per poter donarsi è quello di conoscersi in profondità e così poter conoscere la verità degli altri e stabilire una relazione di uguaglianza nella verità. La coscienza di sé è fondamentale, anche per poter mettersi in rapporto «con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze» con il Dio che sceglie, chiama, invia ed assiste.

La mancata conoscenza di sé conduce ad una permanente superficialità, all’appiattimento, ad una vita sottomessa agli affetti del momento. Chi resta passivo e inespressivo di fronte al suo vissuto vivrà una catena di eventi scontati e automatici, senza novità, senza poter generare un proprio progetto di vita, senza aspettarsi niente del futuro. Chi si conosce fa spazio alla fantasia della speranza e alla spinta della vita vissuta come vocazione. Il mancato lavorio della ricerca su di sé rende il soggetto, anziché «protagonista» o «artefice» del suo destino, vero e proprio «paziente» dell’esistenza, condannato al pessimismo, alla noia, alla ripetizione di tanti errori. Colui che non si conosce priva il mondo e la storia della sua originalità e si colloca nel mondo come membro onorario della cultura di massa, nemico inconscio del suo sviluppo, responsabile della più grande omissione della vita, cioè quella di non conoscere se stesso. Chi non sa riconoscere i germi della vita in sé, successivamente non sarà in grado di farlo con gli altri diventando un perfetto «pestagermogli» capace di congelare la crescita di tutti.

Una persona «pestagermogli» non cambia, non si entusiasma, non s’innamora mai davvero, e dice «io sono fatto così!» per non accettare alcuna istanza di novità nella sua vita. Certamente, cade poi nel disimpegno vocazionale, orientandosi ad una cronica mancanza di responsabilità.

Perciò si rende necessaria una pedagogia, una ginnastica del rientro in sé, per cui tutta la vita viene percepita e interpretata nella prospettiva della vocazione. L’animatore giovanile e vocazionale deve porre le domande giuste al momento giusto, diventando un ermeneuta della vocazione dell’uomo al modo di Gesù nel cammino di Emmaus. L’animatore deve far cogliere la radicale indigenza delle percezioni parziali del cammino e la limitatezza delle proprie aspettative e far superare il momento delle opzioni istintive che porta a scegliere perché questo «mi piace…!», e anche il momento della ricerca attitudinale che conduce a scegliere perché «sono capace di far questa cosa e non quell’altra…!».

Il giovane deve convertirsi in un pellegrino della propria verità vocazionale. È così, nell’umiltà della ricerca, che viene fuori la verità di sé e la verità dell’elezione divina. La storia della persona rende visibile l’arcano disegno divino e la personale sintonia con questa vocazione. La vita non consente un’interpretazione definitiva, ma successiva, continua. Spesso la luce scoperta, abbagliando, impaurisce, e il soggetto fugge al compito di conoscere bene se stesso.

Purtroppo, molti animatori tendono a offrire risposte anziché far nascere domande, ma non si educa con risposte che provengono dall’esterno, se non con domande e risposte che sorgno nell’interiorità personale. L’animatore non deve dare la risposta che il giovane dovrebbe recitare, ma aiutarlo a camminare verso gli orizzonti che egli è chiamato a raggiungere.

Tutto questo parla dell’importanza dell’accompagnamento personalizzato e della conquista della fiducia personale, ma parla anche dell’importanza e della trascendenza educativa e vocazionale del cammino di gruppo in cui è inserito il giovane. Ambedue gli aspetti, cammino personale e cammino di gruppo, nell’accompagnamento vanno esercitati con equilibrio e intensità. L’animatore deve aiutare tutti – e non solo alcuni! – nel cammino della ricerca di sé, della propria identità, della propria vocazione.

Questi traguardi non si raggiungono senza invocare Dio, fonte di ogni vocazione: «Rogate, ergo!» 

Conclusione 

Il percorso che abbiamo appena fatto ci ha permesso di conoscere meglio la natura della vocazione e di capire come riconoscerla e lavorare come animatori nel momento della scoperta. Gli animatori giovanili, che spesso s’identificano totalmente con quelli vocazionali, devono scoprire e manifestare una prospettiva vocazionale presente in ogni azione educativa e pastorale che realizzano. Il canto, il ballo, lo sport, l’oratorio, la scuola, tutto deve avere il sentore e il colore della vocazione. Perché la vocazione è la fonte del senso di tutto ciò che siamo e di ciò che facciamo. Essere animatori giovanili è uguale ad essere animatori vocazionali sempre! Tutta la pastorale dovrebbe essere «vocazionalizzata», perché la pastorale della vocazione oggi è la vera vocazione della pastorale. In altre parole, se la tua pastorale non è vocazionale, si può giustamente dire che non è neanche pastorale… Il compito degli animatori giovanili e vocazionali si vede dunque, strettamente unificato e identificato. Volete fare pastorale giovanile vera, fate pastorale giovanile vocazionale; volete fare pastorale vocazionale vera, fate pastorale giovanile «vocazionalizzata»…

 



[1] LLANOS Mario, Servire le vocazioni nella Chiesa. Pastorale vocazionale e Pedagogia della vocazione, Roma, LAS 2005, 157.

[2] Cfr. GIORDANI Bruno, La Vocazione risposta dell’uomo alla chiamata di Dio, in La vocazione per la Chiesa di oggi. Studio interdisciplinare, Roma, Antonianum 1979, 84.

[3] Cfr. GIACHI Gualberto, Vocazione e libertà, Milano, Ancora 1967, 58.

[4] Cfr. DAL MOLIN Nico, Una riformulazione “cristocentrica” della pastorale vocazionale, in “Vocazioni”, 4 (2006), 29.

[5] In Italia, sembra che l’11 % dei ragazzi, maschi e femmine, abbia pensato alla vocazione; di questi il 60 % ha tra i 16 e i 24 anni, mentre il restante 40 % ha tra i 24 e i 29 anni. Cfr. GARELLI Franco (Ed), Chiamati a scegliere. I giovani italiani di fronte alla vocazione, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 2006, 85. Cosa simile conclude il Rettore del Seminario Romano Minore che  sostiene che l’indicazione di curare la vocazione in età adolescente sia oggi ribadita insieme alla necessaria attenzione ai segni di vocazione visto il suo «notevole incremento» proprio in questa fascia, cfr., SELVADAGGI Paolo, Il Seminario Minore. Le reagioni di una scelta,