Seminaristi del nuovo millennio,

preti per il nuovo millennio

Luca Bressan

 

In una chiesa che sta conoscendo forti trasformazioni, come cambia l’identità del prete? Quale immaginario, quale rappresentazione di questo ministero si stanno facendo coloro che si preparano a essere i preti della chiesa del domani? Come i cambiamenti non soltanto ecclesiali ma anche culturali e sociali stanno influenzando il loro modo di pensarsi preti? Come il loro modo di pensarsi preti cambierà la chiesa?

A tutte queste domande, fondamentali per il futuro della nostra vita di fede, ha cercato di rispondere un’inchiesta condotta qualche anno fa tra i preti e i seminaristi[1]. Vale la pena che ora ci lasciamo interrogare da qualche dato, per poi giungere ad alcuni punti conclusivi.

1. La trasformazione della vocazione

Tutti abbiamo in mente quello che potremmo definire come il modello tipo della figura della chiamata: religiosità dei genitori decisamente sopra la media, lunga stabilità del legame coniugale, famiglia con più figli, influsso della madre sul figlio, presenza di una figura autorevole di sacerdote (parroco). Già senza bisogno di vedere dati e statistiche, s’intuisce immediatamente perché un simile modello appare destinato al tramonto.

I dati confermano questa intuizione: presentano un’erosione costante e significativa del ruolo della famiglia (del ruolo della madre, soprattutto), del catechista parrocchiale e anche un leggero arretramento del ruolo del prete della parrocchia. Allo stesso tempo, i legami di tipo elettivo giocano un ruolo sempre più importante: un prete di un’altra parrocchia, qualcuno che appartiene al gruppo o al movimento religioso frequentato, un amico (dati che conoscono un aumento più che raddoppiato).

Come spiegare questa evoluzione? La principale risposta è il sempre maggiore «ritardo» nella percezione e nell’elaborazione della chiamata. L’evoluzione della curva anagrafica vocazionale (il momento della percezione della chiamata, il momento della scelta definitiva) è chiaro e significativo: la nascita della vocazione è sempre meno legata al momento dell’infanzia. È sempre meno precoce il momento in cui si pensa di diventare preti, pensiero che si situa ormai tra i 15 e i 25 anni per i seminaristi, quando invece i preti ordinati tra il 1954 il 1968 lo situavano tra 10 e 14 anni, se non prima. Tra i preti anziani, l’80% (quattro preti su cinque!) dichiara di aver percepito la chiamata vocazionale nella fanciullezza, legandola così al percorso dell’iniziazione cristiana, della formazione della propria identità di fede. Tra i seminaristi odierni il 61% (tre su cinque) colloca questa prima percezione nell’adolescenza, spingendo questo confine temporale sempre più verso l’alto: nella tarda adolescenza e nella giovinezza. Un simile dato, un’evoluzione così accentuata, già da solo spiega le crisi e la necessità di trasformare le istituzioni dedicate alla cura e alla maturazione di questa chiamata (i seminari minori, che proprio per queste ragioni negli stessi anni conoscono un destino difficilmente arrestabile); e di conseguenza non può che spingere l’azione ecclesiale dedicata alla ricerca e alla chiamata di vocazioni al presbiterato (la pastorale vocazionale) a una seria riflessione e a una revisione di molte delle sue pratiche e dei suoi obiettivi.

Riguardo poi al momento della scelta definitiva, che d’abitudine veniva presa prima dei 18 anni di età dai preti prima del 1968, ora invece viene presa nella maggioranza dei casi dopo i 19 anni (piuttosto molto probabilmente verso i 25), se non addirittura dopo i 25 anni. Questo fenomeno, se da un lato spiega la ragione del crollo della famiglia come figura di sostegno nel percorso vocazionale, dall’altro accentua la tendenza al protagonismo da parte dei singoli nella costruzione del contesto e del percorso della propria chiamata. Così, anche i valori che restano invariati (il riferimento alla figura del parroco, ad esempio) assumono un significato nuovo: il singolo è sempre più regista della rete di relazioni che lo conduce a identificare la propria vocazione; e allo stesso tempo sembra mostrare l’intenzione di staccare questo momento di verifica dal tessuto istituzionale tradizionale della chiesa (si potrebbe leggere così il dato che vede l’affermarsi della tendenza a individuare nuove figure di riferimento, altri preti ad esempio, rispetto a quelle istituzionali ufficiali. Sono sempre più i legami elettivi – amici, seminaristi o no, gruppi – a giocare un ruolo determinante, che sostituisce via via il ruolo giocato dalle figure istituzionali, come vedremo più avanti).

2. Le ragioni (culturali) della trasformazione

Il processo di evoluzione in atto nel modello tipo della figura della chiamata può essere spiegato se confrontato con un analogo processo sociale, ovvero con l’apparizione nello stesso periodo di una nuova età della vita, l’età giovanile, gli anni della gioventù. Se il periodo del dopoguerra aveva visto apparire l’adolescenza come età della vita (e non a caso questa età della vita coincide con il momento della scelta vocazionale dei preti ordinati tra il 1954 e il 1968), dal ’68 in poi assistiamo alla nascita di una nuova età della vita: l’età giovanile. Un simile dato, come vedremo più avanti, non è senza conseguenze per tutto il sistema formativo della vocazione presbiterale (il seminario); prima ancora, come si può facilmente indovinare, un simile dato non è nemmeno senza conseguenze per la pastorale vocazionale. Alla luce di questa ipotesi si possono meglio comprendere le ragioni che stanno dietro la trasformazione del ruolo delle due principali figure di primari promotori vocazionali, la madre e il parroco. Nel periodo di tempo che intercorre tra i sacerdoti più anziani e i seminaristi (passando per le due fasce intermedie di clero) la madre scende come punto di riferimento e il parroco (o un sacerdote) sale. Dunque cresce il peso del reclutamento specializzato e cala quello direttamente derivante dalla socializzazione primaria.

In questo contesto, il parroco e la parrocchia dimostrano di poter giocare un ruolo determinante nella cura di una vocazione presbiterale. Pur restando a livello di ipotesi, si può immaginare che la parrocchia di cui si sta parlando non sia tanto quella legata al momento dell’iniziazione cristiana, visto che, come abbiamo potuto osservare, i più giovani ritardano sempre di più il momento della scelta vocazionale (che ha ormai definitivamente abbandonato il contesto dell’infanzia). La parrocchia di cui stiamo parlando è quella che i futuri preti incontrano nel momento della loro adolescenza e poi della loro età giovanile, quando cioè dichiarano di compiere la loro scelta vocazionale: è infatti dentro questo frangente che le generazioni più giovani dichiarano accresciuto il ruolo attivo della parrocchia.

3. Una figura ideale di prete più confusa

Il tramonto della figura dominante (tradizionale) della chiamata porta con sé anche il tramonto di un’idea chiara di prete che stia alla base e faccia da punto di riferimento del cammino di formazione. Come mostra in modo limpido l’inchiesta a cui ci stiamo riferendo, l’idea di fare il parroco diminuisce come motivo principale che spinge oggi a entrare in seminario. Più in generale, si entra in seminario con un’idea meno determinata di cosa voglia dire fare il prete oggi: se tramonta la figura tradizionale del prete (il parroco), non emergono figure nitide alternative, se non in parte quella del leader di un gruppo (colui che educa alla fede); soprattutto aumenta il numero di coloro che non hanno immagini ideali di riferimento (uno su cinque). Un prete, dunque, visto meno come figura istituzionale, un po’ più come figura carismatica, ma soprattutto come figura vaga.

Di fronte a questo aumento dell’indeterminatezza con cui si immagina il prete, al seminario spetta l’onere di dare contenuto a questa figura (contenuto non solo logico, ma esistenziale, affettivo, capace di sostenere una scelta di vita). In effetti, all’interno della riaffermazione di un dato ovvio (l’inchiesta permette di sostenere l’affermazione che per i preti è normale e ovvio che il luogo e lo strumento per la formazione dei futuri presbiteri sia il seminario diocesano, luogo capace di risatellizzare tutte le reti di relazioni, comprese quelle primarie familiari), l’inchiesta mostra segnali significativi di trasformazione: il seminario viene inteso dagli intervistati sempre più spesso non tanto come luogo di preparazione diretta alla vita presbiterale, ma come tempo di verifica e discernimento della propria vocazione. Chiamati a dichiarare il grado di sicurezza vocazionale col quale hanno vissuto il periodo della loro formazione seminaristica, si passa dal 18% dei preti sessantenni al 50% dei seminaristi che affermano di non essere ancora così sicuri che la vocazione presbiterale sia il loro futuro, e che intendono il periodo del seminario come il momento deputato a verificare questa loro attitudine. Da luogo e strumento di formazione del presbitero, il seminario sta diventando sempre più luogo e strumento di discernimento vocazionale, rimandando a poi, quando si è già ordinati, un’ipotetica formazione al ministero, ai suoi compiti, alle sue richieste.

4. La fine del seminario minore

L’apparizione di una nuova età della vita, l’età giovanile, provoca conseguenze molto forti anche nel modo di utilizzo di tutto l’apparato formativo che l’istituzione ecclesiale aveva predisposto per educare al presbiterato: la prima constatazione che risulta spontanea, talmente i dati al riguardo sono univoci, è che soltanto il seminario maggiore sembra resistere (probabilmente perché si tratta di un passaggio obbligato, e perché in pratica rappresenta il solo percorso possibile di formazione al ministero), fenomeno anch’esso non senza conseguenze sia per la formazione dei futuri preti che per la pastorale vocazionale.

Questa semplificazione delle istituzioni formative al presbiterato, per essere compresa in modo pieno, va associata a un altro dato che interessa nello stesso periodo il mondo giovanile: la moltiplicazione degli spazi dentro i quali un giovane oggi vive la sua formazione all’età adulta. Di conseguenza, lo spazio ecclesiale e sociale a partire dal quale un giovane oggi si prepara a diventare prete non potrà che essere parecchio diverso da quello dei suoi predecessori, sia prima del suo ingresso in seminario che durante il periodo vero e proprio della formazione. Mentre si assiste al crollo pressoché definitivo dei seminari minori, causando così la scomparsa di tutta una serie di luoghi e di figure educative classiche, altri luoghi, legati in modo chiaro alla nuova età della vita apparsa, la giovinezza, fanno il loro ingresso nel percorso dei futuri preti. Sono le scuole medie superiori e l’università, questo secondo luogo addirittura poco o per nulla frequentato da coloro che si preparavano all’ordinazione prima degli anni ’80.

Questi luoghi, naturalmente, non beneficiano come i seminari minori di vecchia data, di un inquadramento ecclesiale necessariamente significativo. Ciò significa che i candidati, che arrivano di questi tempi al seminario per cominciare la loro formazione, hanno un tipo di esperienza parecchio diversa dai seminaristi che li hanno preceduti, e a parecchi livelli: sul piano della vita regolare in un ambiente ecclesiale, come su quello della formazione spirituale di base (che in precedenza era assicurata dal seminario minore), o su quello della formazione accademica che precede l’ingresso agli studi teologici. A questo livello di formazione, i profili scientifici e tecnici sono sempre più numerosi di quelli a base umanistica o classica. A differenza dei preti adulti e anziani, i seminaristi del giorno d’oggi sono diventati grandi in famiglie nelle quali alcune pratiche cristiane non sono sempre così ben affermate; e in seguito sono stati educati in contesti pluralistici, spazi pubblici aperti in cui trova espressione una grande diversità di opinioni, ovviamente non controllate dalla chiesa, e la cui strutturazione del tempo non dipende né dal calendario liturgico né dai ritmi di vita quotidiana che la chiesa era riuscita a stabilire nel corso dei secoli passati. La scuola e l’università sono le nuove palestre antropologiche dei preti del domani, con tutte le conseguenze del caso, che spesso fatichiamo a considerare.

5. La nuova identità del seminario maggiore

Se alcuni elementi di continuità sembrano permanere, anche in questa istituzione gli equilibri educativi vengono ribaltati dal progressivo imporsi dentro le istituzioni seminaristiche dal ruolo dei pari che la figura dei giovani di oggi vive in modo diverso e molto più intenso rispetto al passato (riuscendo a raddoppiare il suo valore in cinquant’anni, traguardo che nessun altro gruppo all’interno delle mura del seminario è riuscito a raggiungere, superando in importanza dal 1987 anche la figura del rettore, ed eguagliando un ruolo forte come quello del padre spirituale).

Il padre spirituale è la figura educativa che domina il momento formativo, riconosciuta come tale in modo stabile, anche a fronte del fenomeno d’innalzamento dell’età dei seminaristi. La famiglia conserva un suo ruolo chiaro e determinato nell’accompagnamento della vocazione seminaristica, ma in erosione. Aumenta il riconoscimento che soprattutto i seminaristi attribuiscono al ruolo e alla figura del rettore. Tuttavia, il fenomeno che sembra destinato a sconvolgere gli equilibri educativi della figura tradizionale del seminario è quello legato all’emersione in modo preponderante dei legami orizzontali. Amici (seminaristi e non), persone della parrocchia di origine o di quella di impegno pastorale, irrompono in modo quasi esplosivo sulla scena delle persone che agli occhi dei seminaristi rivestono un rilievo significativo, e di conseguenza esercitano un influsso educativo determinante. Il cammino formativo assume così tratti di coeducazione e dinamiche relazionali che non possono essere sottovalutate: il gruppo, le comunità dei pari, le relazioni fraterne sono indicate come momenti importanti per la maturazione della vocazione (la figura del rettore è indicata come meno significativa rispetto a quella degli amici seminaristi, e sullo stesso piano delle amicizie intrattenute con persone esterne al seminario).

Quali sono le ricadute di simili cambiamenti, è difficile dirlo in questa riflessione: ci si deve interrogare in profondità sulle conseguenze di questa domanda di una maggiore accentuazione della dimensione compartecipativa e del ruolo degli affetti, delle relazioni brevi ed elettive, nella figura istituzionale della formazione, anche a fronte di seminari che vedono assottigliarsi sempre di più il numero delle presenze e la dimensione delle comunità. Possiamo però nel frattempo raggiungere questa conclusione operativa: l’educazione durante il periodo del seminario viene interpretata dai seminaristi come un processo a reti di relazioni, a fronte di un modello educativo che aveva fatto del contesto di separazione e del carattere di autorevolezza e dipendenza [obbedienza] (stile benedettino) i suoi punti cardine. Come far coesistere queste tendenze? Inoltre, la pluralità di reti consente un rapido spostamento dall’una all’altra, mutando di molto i modi di elaborare sia i momenti negativi (difficoltà, fatiche di crescita) che quelli positivi (celebrazione della festa, identificazione…). Il seminario rimane sicuramente luogo di formazione, ma rischia di essere molto meno principio e regola di questa formazione.

6. Nuova identità, nuovi obiettivi

Il seminario viene ritenuto un buon luogo di formazione: soprattutto alla preghiera, al celibato, alla liturgia. L’unanimità di un simile riconoscimento diminuisce quando si toccano altre dimensioni della formazione: la preparazione alla gestione del rapporto coi laici (sia nella forma dell’accompagnamento spirituale che in quella dell’assunzione di un ruolo di leadership, come anche infine nella capacità di far funzionare le istituzioni attraverso le quali il cristianesimo si rende visibile nella società) è giudicata in termini meno plebiscitari, lascia trasparire qualche accenno di incertezza. I preti e i seminaristi denunciano di non aver ricevuto formazione per tutto ciò che concerne la gestione istituzionale (economico-burocratica ma non solo: anche l’organizzazione della vita pastorale, la gestione dei gruppi, la nomina e la cura dei responsabili, la costruzione dei calendari delle attività, la capacità di condividere la programmazione, l’identificazione di mete comuni…) delle istituzioni ecclesiali loro affidate. Una simile carenza non viene compensata nemmeno da una successiva formazione permanente: questi aspetti sembrano non interessare le figure attuali di prete, che si caratterizzano perciò per un’idealizzazione della dimensione intellettuale e affettivo/carismatica della figura presbiterale, ignorandone invece in modo quasi totale la dimensione istituzionale e la responsabilità ecclesiale.

Detto con un’immagine, il prete così immaginato appare sempre meno parroco e sempre più «professionista», in grado di decidere liberamente in ogni momento i tipi di incarichi, i «doveri» legati alla sua professione, le azioni che non può permettersi di non svolgere. Un simile indizio potrebbe essere letto come il segno di una figura di prete che si pensa come leader, soprattutto carismatico-verbale (profeta), e meno ruolo di autorità (la figura del parroco – che ha pur tanto influito anche sulle vocazioni in via di maturazione – è destinata a conoscere un ridimensionamento anche forte).

Leggendo insieme tutti questi dati, appare che il seminario è il luogo in cui sostanzialmente si apprende a pregare, si apprende un certo stile di vita. Al seminario viene rimproverato come difetto la mancanza di preparazione al confronto col mondo e con la vita reale, la mancanza di apertura verso l’esterno (a fronte di relazioni mantenute anche durante il periodo seminaristico). I preti sembrano imputare al seminario le loro fatiche di confronto e di comprensione della cultura e della vita reale della gente, anche le fatiche nel gestire la vita delle comunità cristiane.

Tentando una lettura globale, il seminario viene visto soprattutto come comunità religiosa, meno come istituzione educante e poco come università; il suo scopo è individuato dai preti e dai seminaristi più nella formazione ad abitare il mondo che in una operazione di costruzione della figura interiore del futuro presbitero (da qui parecchi giudizi negativi sia sulla formazione intellettuale che educativa); e la figura del prete verso cui si tende è percepita più come figura sacrale che come figura intellettuale e istituzionale (una figura quindi rigida, poco disponibile ad aggiornamenti). Confrontando questo dato con l’incertezza mostrata attualmente sulla propria vocazione dai seminaristi, il seminario si presenta come uno spazio in cui risulta davvero complicato riuscire ad armonizzare le molte dimensioni in azione, che possono sfociare facilmente in conflitti e tensioni paralizzanti.

7. Da dove veniamo, verso dove stiamo andando

Le trasformazioni che stanno interessando la figura del prete sono sì di tipo funzionale, ma in realtà ne stanno toccando l’identità profonda: ciò che è in discussione non sono soltanto i compiti del prete, le sue azioni, ma più intrinsecamente e molto più profondamente l’identità che attraverso questi compiti si vede istituita e confermata. Veniamo da un passato in cui la figura dellacura animarum era assunta come principio regolatore del ministero e quindi dell’identità del prete: vi è figura presbiterale laddove una persona riceve l’incarico di garantire e curare quel gregge che le è affidato, sull’esempio e sotto l’autorità di Cristo pastore, e dentro la comunione della chiesa.

Questo passato è ancora fortemente radicato in noi. Il fondamento cristologico del ministero e dell’identità del prete è un dato tradizionale che non soltanto è molto diffuso tra il clero, ma è in grado di mostrare ancora molti dei suoi benefici: uno stato di vita vissuto come vocazione, senza risparmio e senza calcoli, inteso invece come una forma di spiritualità; l’attaccamento del prete alla sua gente; una dedizione che non viene misurata su ritmi professionali ma è legata all’affetto con il quale ci si lega alla causa; l’obbedienza come principale vincolo che ci lega a Cristo e alla chiesa.

Questa immagine tradizionale del prete, in seguito anche ai cambiamenti che la stanno interessando (questione numerica in primis), mostra però anche le sue fatiche e i suoi limiti: la dimensione ecclesiale della figura presbiterale rimane eccessivamente in ombra (il prete si interpreta sempre come un «io» e mai come un «noi», legato a quel corpo che è il presbiterio e dentro la chiesa locale); il fondamento della propria figura sul solo vincolo dell’obbedienza genera figure direttive e poco comunionali, creando eccessive dipendenze e attaccamenti; fatica a emergere l’immagine di una chiesa che è tutta insieme soggetto della sua azione e del suo futuro; si corre il rischio di una fossilizzazione della pastorale in azioni che hanno il loro senso più nel peso della tradizione che le difende, che non piuttosto nella loro capacità di svolgere nel presente quel compito e raggiungere quell’obiettivo per il quale erano state pensate.

Più in generale, il cambiamento culturale in atto sembra aver minato molto in profondità la figura tradizionale del prete, così come l’inchiesta ci ha permesso di vedere, fin dal momento della sua formazione. In questo contesto si corre il rischio che il modello tradizionale rischi di funzionare come una patina che si sovrappone a uno strato profondo della personalità del singolo candidato, senza tuttavia riuscire a trasformarne la struttura e l’identità. A questo proposito si è parlato di «conversione pastorale» da applicare e declinare anche nei confronti della figura del prete.

In questo quadro si possono immaginare alcuni traguardi verso i quali indirizzare l’evoluzione dell’identità presbiterale, a partire dal suo ministero:

– un ministero condiviso, esercitato dentro il contesto del presbiterio;

– un ministero che sostiene il singolo prete, introducendolo (e mantenendolo poi) in un cammino di maturazione umana e in una dinamica di fede che lo prepara a diventare testimone di quel Cristo che è chiamato ad annunciare;

– un ministero che esalta la dimensione relazionale della figura del prete, giocata e orientata verso tre polarità costitutive (spirituale, ecclesiologica, antropologica): Dio, la chiesa – la comunità dei fratelli –, il mondo degli uomini.

Questi sono i tre poli della relazione che genera l’identità del prete; una relazione che in questo modo struttura l’itinerario vocazionale come percorso di maturazione della propria identità umana, di quella di fede (il credente, il discepolo), di quella presbiterale, orientando la figura del prete, la sua identità verso un obiettivo preciso: essere il luogo e lo strumento attraverso cui si trasmette oggi l’esperienza con Gesù Cristo risorto, grazie ai canali del racconto e della testimonianza, per generare e nutrire la fede dei fratelli.

Superando il clamore e le emozioni del dibattito, è possibile osservare come il concetto di cura animarum e la categoria di relazione non necessariamente debbano essere interpretati come termini in opposizione. Più profondamente ancora, si può notare come proprio la categoria di relazione potrebbe essere il luogo in cui elaborare una reinterpretazione della figura della cura animarum,favorendo così l’evoluzione della figura presbiterale in atto nei termini di una transizione da un modo culturalmente molto determinato di intendere la figura del prete (e come tale destinato al tramonto, come l’esperienza prima ancora dell’inchiesta ci fa intuire) a un’identità presbiterale che si lascia plasmare, prima ancora che dal mutamento culturale rilevato, dagli influssi di una riflessione magisteriale che sta ancora lavorando a una recezione del Vaticano II su questo tema.

8. Il futuro dei seminari, luoghi di formazione

L’assunzione della prospettiva conciliare, che vede nel ministero la dimensione principale a partire dalla quale ristrutturare l’identità del prete (una prospettiva dentro la quale rileggere anche il concetto di cura animarum) dovrà essere il contesto dentro il quale istruire una discussione sui luoghi e sugli strumenti per una formazione del prete, e quindi una discussione seria sul presente e sul futuro dei seminari quale luogo di preparazione al presbiterato, anche a fronte delle evoluzioni ben fotografate e descritte dall’inchiesta, come abbiamo avuto modo di vedere durante il percorso di analisi.

Dai dati analizzati emerge non tanto la fine del seminario quale luogo e strumento ecclesiale di preparazione al presbiterato, quanto una sua profonda ristrutturazione, già operativa e in atto anche se non sempre in maniera avvertita:

– a livello di soggetti incaricati della formazione (il ruolo assunto dai legami orizzontali ed elettivi, il processo di autonomizzazione dei singoli candidati, che si sentono in modo sempre maggiore protagonisti e responsabili del loro cammino di formazione),

– a livello di spazi e di tempi (il seminario non più come luogo separato, ma immerso dentro una rete di relazioni ecclesiali e non solo),

– a livello di attese e di obiettivi perseguiti (il seminario sempre più luogo di verifica della propria scelta, più che di preparazione per un ministero visto sempre più come futuro, legato ad un domani che si fatica ad immaginare).

Una ristrutturazione che non deve necessariamente essere guardata con paura: l’inchiesta ha messo in luce, ad esempio, come dato positivo, la progressiva assunzione di un ruolo attivo dentro la formazione da parte della chiesa locale nella pluralità delle figure che la compongono.

Anticipando i nostri progetti di riforma, i seminari stanno perciò già vivendo un periodo di forte trasformazione. Occorre però che su di un simile fenomeno s’istituisca una sorta di monitoraggio e di regia. Proprio perché immersi in una trasformazione non promossa in modo diretto e voluto da un solo e unico regista istituzionale, occorrerà curare con grande attenzione che i cambiamenti in atto non offuschino nella figura presbiterale che si va formando la dimensione oggettiva e pubblica di una chiamata personale che altrimenti, coltivata in modo solitario e privato, correrebbe il rischio d’isolare il prete e di estraniarlo dai processi aggregativi e costitutivi di quella chiesa che col suo ministero è tenuto a edificare e a sostenere. Il prete del domani dovrà rideclinare in maniera rinnovata quell’equilibrio tra fede personale e ministero ecclesiale che era già alla base della figura classica del prete, e che la riflessione conciliare chiede di rivedere e riprecisare. E lo strumento per apprendere e coltivare un tale equilibrio è proprio quel luogo e quello spazio di tempo che abbiamo denominato «seminario».

All’interno di questa riflessione, di questo ripensamento del ruolo e della funzione del seminario, occorrerà dedicare spazio ed energie anche a un rilancio della pastorale vocazionale, nella linea di una chiesa che assume con decisione e coraggio il compito di chiamare in prima persona, di lanciare un appello pubblico per le figure ministeriali di cui ha bisogno. Occorre che si trasformi in pubblica ed ecclesiale una questione (quale quella vocazionale, in particolare della chiamata al presbiterato) che finora è rimasta troppo personale e privata, alimentando quell’accento prioritario collocato sulla dimensione individuale e personale della vita del singolo candidato al presbiterato, e indebolendo in questo modo di fatto la sua originaria caratterizzazione ministeriale.

 

(Credere oggi, n°168  nov/dic 2008)



[1] Si veda in modo più disteso il mio testo: L. Bressan, Preti del nuovo millennio, in «La Scuola Cattolica» 134 (2006) 393-436. Il tema che affrontiamo non è una questione soltanto italiana: per un confronto internazionale rimando a D.R. Hoge - J. Wenger,Evolving Visions of the Priesthood. Changes from Vatican 2. to the Turn of the New Century, Liturgical Press, Collegeville 2003; C. Beraud, Prêtres, diacres, laïcs. Révolution silencieuse dans le catholicisme français, PUF, Paris 2007.