Il compito essenziale

del ministero ordinato

nel popolo di Dio

Severino Dianich

 

 1. Varianti e ambiguità

Se potessimo mettere uno accanto all’altro, per osservare la loro attività quotidiana, un prete di Ippona del tempo di Agostino e un parroco della periferia romana di oggi, probabilmente ci riuscirebbe molto difficile riconoscere che stanno svolgendo lo stesso ministero. Le differenze nella prassi del ministero ordinato sono state lungo la storia innumerevoli e profonde. Basti pensare che il prete del tempo di Ignazio di Antiochia (II sec.) era semplicemente membro di un collegio destinato a coadiuvare il vescovo e non aveva una propria comunità, per la quale celebrare l’eucaristia, e confrontarlo con un curato di campagna del periodo tridentino che in vita sua non ha mai predicato e ha svolto il suo ministero solo celebrando i sacramenti. Se poi volessimo istituire dei confronti di questo tipo per la figura del vescovo, avremmo ancor di più di che stupirci, scoprendolo qua e là lungo la storia addirittura nei panni di un principe e di un condottiero di eserciti e vedendolo «assistere» alla messa celebrata da un canonico nella sua cattedrale, senza neanche ricevere la comunione[1].

Oltre che lungo i tempi, non minori o più piccole appaiono le molte differenze esistenti oggi stesso fra i modi diversi di esercitare il ministero ordinato. Prendiamo un sacerdote gesuita che insegna in un’università del Giappone e mettiamolo accanto a uno dei cosiddetti «preti di strada» che si occupano del recupero dei tossicodipendenti o delle prostitute; accostiamo poi questi due personaggi a un parroco di una cittadina del Veneto, o a un missionario dell’Alaska, a un diplomatico della Santa Sede e avremo un quadro sconcertante delle differenze e – diciamo pure – delle ambiguità oggi presenti nell’esercizio del ministero ordinato.

Chiesi una volta a un monaco che stava dando con grande difficoltà i suoi esami di teologia, perché mai egli, monaco già professo, volesse o dovesse farsi ordinare prete ed egli mi rispose che i suoi superiori così avevano deciso, perché avevano bisogno di lui per dirigere un’opera sociale, i cui statuti esigevano che il direttore fosse un sacerdote. Se mai fosse possibile individuare dei parametri con i quali misurare la relazione delle attività svolte oggi dai preti e dai vescovi al loro carisma sacramentale specifico, molto probabilmente scopriremmo che molti di loro, per la maggioranza del loro tempo, fanno cose per le quali non è affatto necessario il sacramento dell’ordinazione.

Queste ambiguità stanno diventando sempre più inaccettabili, man mano che nella chiesa diminuiscono i preti e le comunità restano prive del loro pastore, mentre i pastori si dedicano ad altri servizi, nobili e utili quanto si voglia, ma ai quali il loro sacramento non li destina.

2. Verso una migliore definizione del carisma

 

Che i carismi dei cristiani e, quindi, anche dei preti, si manifestino in una pluralità di forme potenzialmente infinita è cosa ben nota alla coscienza della fede cristiana ed è motivo di allegria, di gioia e di lode e ringraziamento da rendere a Dio. Un ministero molto determinato, però, che fra l’altro viene detto «ministero dell’Ordine», costituente un sistema gerarchico fondato su di uno dei sette sacramenti e ritenuto nella fede cattolica una componente essenziale della natura stessa della chiesa cattolica, non può davvero essere pensato come destinato a qualsiasi servizio da rendere alla chiesa, sulla base esclusiva dei carismi personali di questo o quel soggetto. Non deve accadere, infatti, che coloro che ricevono il sacramento dell’Ordine esercitino il loro ministero occupando il campo proprio dei fedeli dotati di altri carismi e lascino sguarnito lo spazio nel quale la loro operosità risponde a un’esigenza vitale della chiesa proveniente dalla sua stessa natura.

Il quadro teorico del problema può essere enunciato in maniera molto semplice e chiara, ma il problema, in realtà, è molto più complesso, perché il corpo della chiesa è un organismo tutt’altro che semplice e le sue funzioni vitali non sono mai catalogabili una volta per sempre, in maniera assolutamente univoca e definitiva. Negli anni ’70 del secolo scorso molto si è discusso e scritto su quella che si usava definire «la questione dello specifico» del ministero ordinato. A dire il vero fu una fatica che non produsse alcun brillante risultato, perché il discorso alla fine veniva a rifugiarsi nella determinazione dei «poteri» sacramentali, dove sembrava assai facile, in linea di massima, definire che cosa solo il ministro ordinato poteva fare in ordine alla validità dei sacramenti, e che gli altri fedeli assolutamente non potevano fare, pena l’invalidità dei loro atti.

Quanto questi schemi definitori apparivano chiari, tanto risultavano di fatto inutili, perché, non solo la prassi odierna non lo accetta, ma anche la dottrina cattolica tradizionale non ha mai delineato una dottrina per la quale, in linea di principio, il ministero consistesse esclusivamente nell’esercizio di alcuni determinati poteri sacrali, sul modello dell’antico sacerdote ebraico e pagano, il quale aveva il compito di compiere, lui solo, alcune azioni sacre per mediare fra Dio e il popolo. Se oggi nessuno pensa a un tale accostamento, di fatto, però, si sta rischiando di generare nell’immaginario collettivo una simile immagine di sacerdote quando, per la mancanza di preti, la cura pastorale delle comunità viene affidata a dei laici, mentre il prete vi compare solo per la celebrazione della messa e dei sacramenti.

Il prete e il vescovo, in realtà, sono ordinati per essere «pastori»: la tradizionale bella immagine biblica viene indicata dagli Atti, nel discorso di Paolo ai presbiteri di Efeso, con un preciso riferimento a Gesù che ha dato la vita per il suo gregge, come al modello al quale dovranno ispirarsi, prendendosi cura della chiesa[2]. Come pastori nell’Antico Testamento erano rappresentati i re, i capi, i leader profetici che Dio aveva dato al suo popolo[3] e quella di Gesù buon pastore fu una delle immagini del Cristo più rappresentate fin dalle origini cristiane. Non quello del sacerdote, quindi, ma quello del pastore sembra essere il modello originario e fondante del ministero ordinato. Non si pensa, naturalmente, a una forma di leadership assoluta e totalizzante. Il singolo credente, infatti, non dipende dal suo parroco nella conduzione della sua vita familiare, nell’impostazione e nell’esercizio della sua attività professionale, nella sua cooperazione alla vita pubblica della città o della nazione. Al singolo cristiano, inoltre, nessuna autorità della chiesa può imporre scelte di vita particolari, come per esempio, di farsi religioso o diacono o prete, e neppure di fare il catechista o il ministrante nella liturgia o l’amministratore delle finanze della chiesa. Se poi il cristiano dipende dai suoi pastori nei giudizi morali che determinano rigorosamente la coscienza, ne dipende solo dentro il quadro di un magistero complessivo, che è dotato di vera e propria autorità solamente nell’insieme collegiale dei vescovi e nell’insegnamento autorevole del papa, non certo nel puro e semplice dettato dell’omelia domenicale del proprio parroco.

San Paolo, infatti, sempre nel discorso di At 20, precisa ai presbiteri di Efeso in che cosa consista la loro episkopé, cioè il loro compito di sorveglianza e di guida: al centro della sua preoccupazione sta la difesa del gregge dai «lupi rapaci» (At 20,29), cioè da coloro che insegnano «dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé» (At 20,30). Il problema più acuto che Paolo ha davanti a sé è quello della fedeltà della chiesa al vangelo testimoniato all’origine dagli apostoli e quindi della sua unità intorno a Cristo, di cui solo, e di nessun altro, i credenti dovranno dirsi discepoli[4]. La guida pastorale del ministro ordinato ha quindi un suo principio determinato, quello della cura della fede, e un suo contenuto specifico, quello di assicurare alla chiesa la fedeltà alla testimonianza apostolica e l’unità intorno alla medesima fede. Come poi concretamente questo compito debba essere svolto, con quali mezzi, in quali forme e attraverso quali mansioni determinate, resta per molti aspetti un problema sempre aperto.

Anche se per poter meglio definire quale sia il nucleo essenziale del ministero consultiamo il Codice di diritto canonico, non raggiungiamo una risposta né ovvia né semplice: la descrizione delle sue diverse funzioni è così vasta e frammentata che non se ne deduce un chiaro e ben definito contorno. È interessante osservare, però, che la normativa canonica intorno al ministero del prete è tutta concentrata nella figura del parroco[5]. Di preti insegnanti di teologia, di preti direttori della Caritas, impiegati di curia, economi delle diocesi, operatori sociali, diplomatici della Santa Sede non si parla in quanto preti, ma eventualmente solo per queste altre loro specifiche mansioni. Infatti, è nella cura pastorale quotidianamente esercitata, con la residenza in mezzo alla propria gente, che si esplica nella forma normale e più rilevante il ministero del prete.

Chi invece, paradossalmente, già nel II secolo ci ha indicato, anche se in maniera semplice e un po’ primitiva, il tracciato di fondo da seguire per impostare il nostro problema è sant’Ignazio di Antiochia. è da lui che riceviamo la prima testimonianza del principio secondo il quale non si celebra l’eucaristia senza il vescovo. La ragione di questa norma è che il vescovo è il garante dell’autenticità della fede e che sull’autenticità della fede si fonda l’unità della chiesa, per cui l’eucaristia, che è la più alta realizzazione della sua unità, non si può celebrare senza il vescovo[6]. Tutto quel particolare rapporto che lega il pastore alla sua comunità ha, quindi, il suo principio nel ministero della Parola. La preoccupazione di Ignazio è soprattutto quella della fedeltà alla testimonianza apostolica, che numerose sette di vario genere in questa fase originaria della chiesa stavano minando, sia riproponendo improbabili ritorni alle osservanze giudaiche, sia dissolvendo nelle fantasie gnostiche la concreta figura umana di Gesù.

Da queste preoccupazioni, che nell’età apostolica e subapostolica erano molto forti, derivò una tendenza, di fatto vincente lungo la storia, quella di vedere nel vescovo e nel prete più il custode della fede già professata dalla comunità che l’evangelizzatore proteso a diffonderla nel mondo. La situazione odierna, invece, sta facendo emergere, nel quadro del ministero della Parola, sempre più imperativa per la chiesa l’esigenza dell’evangelizzazione dei non credenti. Non si può mai dimenticare, del resto, che la chiesa continua a vivere di generazione in generazione solo perché il vangelo viene costantemente comunicato a donne e uomini sempre nuovi, che vengono a comporre con la loro adesione alla fede, di tempo in tempo, la comunità cristiana.

Ora, se l’evangelizzazione, secondo il concilio Vaticano II, è compito di tutto il popolo di Dio[7], e ogni credente evangelizza a partire dal di dentro della sua personale storia di fede, il ministro ordinato deve avviare a questo compito la comunità e guidarla, assicurandole la continuità del suo annuncio con la tradizione apostolica, in modo che nessun «nuovo vangelo», ma quello apostolico venga annunciato e proposto continuamente a fondamento della chiesa[8] che da questa fonte incessantemente si rigenera. L’annuncio non è quindi un compito esclusivo del ministero ordinato, ma la comunità compie la sua missione unita al suo pastore, nel cui sacramento essa trova il cavo portante della tradizione apostolica, e quindi la certezza di attingere dalla sorgente la fede in forza della quale essa esiste e che essa comunica al mondo. Dall’esperienza viva e appassionata del prete e del vescovo che, sostenuti dal carisma del proprio sacramento, alimentano la vita e la vitalità della comunità con il ministero della Parola, accolta come il dono originario, sorgivo e normativo di tutta la sua esistenza, è derivata nei pastori della chiesa, lungo la tradizione, quella particolare coscienza della paternità che li lega, anche negli affetti, ai loro fedeli. Il modello è quello di Paolo che scrive ai corinzi come a dei «figli carissimi», ricordando loro che essi possono avere in Cristo anche «mille maestri», ma «non certo molti padri», perché è lui che li ha «generati in Cristo Gesù mediante il vangelo» (cf. 1Cor 4,14-15.

Se l’evangelizzazione dei non credenti, la predicazione della parola di Dio nella comunità, la catechesi e la cura della crescita dei membri della chiesa nella fede costituiscono il carisma fondamentale e quindi il primo compito dei pastori della chiesa, di fatto la loro attività si distende su di un ben più ampio arco di funzioni. Tutte però si snodano intorno all’annuncio della fede. Da questa consapevolezza, come già si notava, Ignazio ricavava il principio che la comunità non poteva celebrare l’eucaristia se non unita a colui che le ha portato e le garantisce la testimonianza apostolica. Ci si potrebbe rappresentare, con un po’ di immaginazione, il primo momento nel quale la comunità, volendo fare la cena del Signore, aveva bisogno di decidere chi avrebbe dovuto fare la parte di Gesù e avrebbe dovuto spezzare in persona Christi il pane per i fratelli. Ebbene, in una tale circostanza, si sarebbe potuto decidere di designare per questo ruolo il più santo, il più colto o il più abile a riprodurre i gesti del Signore; si designerà invece, sulla base di un criterio sacramentale, colui che ha ricevuto l’imposizione delle mani, per nutrire e custodire la fede della comunità, a stare a capo della tavola e a fare la parte di Cristo spezzando il pane nella cena eucaristica. La pratica liturgica che vede la stessa persona, nella celebrazione eucaristica, tenere l’omelia e poi consacrare il pane e il vino esplicita perfettamente la stretta connessione esistente nel ministero ordinato fra il compito della Parola e quello del sacramento[9].

Da questa impostazione teorica, che trae ispirazione dallo sviluppo originario del ministero ordinato si può quindi ricavare, con un po’ di maggiore precisione, quello che è il compito essenziale, dal quale il prete e il vescovo non devono deflettere e dal quale non devono distrarsi per inseguire altre mansioni, se pure nobili, affascinanti, e pur congrue a quella caritas pastoralis che fonda la loro spiritualità.

Per scendere al pratico, anche nella sua quotidiana banalità, non è accettabile che un prete e un vescovo non curino con somma attenzione la preparazione della loro omelia domenicale, perché hanno altre cose da fare. Quando il fenomeno avviene, è il segno di uno squilibrio che turba l’impostazione del ministero. La pratica dell’omelia liturgica sarà poi, secondo la famosa espressione di SC 10, culmen et fons del più vasto complesso di occupazioni e preoccupazioni che animeranno la giornata del pastore di chiesa: la ricerca di un contatto con i non credenti per far loro la proposta della fede, la visita delle famiglie per incontrare i non praticanti ed esortarli a riprendere la vita di chiesa, il colloquio personale con coloro che stanno attraversando momenti di sofferenza e di crisi per sostenerli nella fede, la formazione dei catechisti e dei collaboratori pastorali in genere, il consiglio evangelico ai laici impegnati nella vita sociale e nella politica. Più che complessi e faticosi apparati organizzativi di pubbliche manifestazioni è il colloquio con le persone e la formazione evangelica dei cristiani più attivi e responsabili nella vita sociale che merita di occupare prevalentemente il tempo di un pastore di chiesa. Sia il non credente che il credente hanno bisogno di sapere che in parrocchia c’è un uomo, preparato e disponibile, pronto all’incontro con chiunque, per dialogare intorno ai problemi più profondi dell’esistenza, in nome di quel Gesù che ha offerto alla nostra storia le risposte più decisive ai grandi interrogativi dell’animo umano.

3. Dalla dispersione alla concentrazione

 

Il fenomeno preoccupante della diminuzione del numero dei preti deve suscitare la ricerca di tutte le vie possibili per una migliore soluzione del problema. L’insistenza, oggi molto diffusa, sulla necessità della cosiddetta pastorale vocazionale, è saggia e necessaria. Pensando però ragionevolmente che l’andamento attuale difficilmente muterà nell’arco di pochi anni, sarebbe saggio avviare anche un’altra operazione, che in ogni modo risulterebbe preziosa per il futuro della chiesa, quella cioè di concentrare le attività del ministero ordinato sul suo nucleo essenziale.

Stiamo vivendo una situazione veramente paradossale, nella quale i preti diminuiscono e le attività pastorali aumentano. Da tutte le parti giungono sollecitazioni di ogni tipo a occuparsi di tutto e del contrario di tutto. Lo stesso ordinamento canonico non aiuta, perché non permette alcun decentramento vero e proprio delle responsabilità nella conduzione complessiva della parrocchia e della diocesi: su tutto alla fine deve decidere il parroco o il vescovo. Ora, la vita di una comunità cristiana, soprattutto se di grandi dimensioni, è molto complessa e molto articolata. Si va dalla celebrazione dei sacramenti alla conduzione dei ritiri spirituali all’organizzazione delle attività sportive dei gruppi giovanili, all’amministrazione del patrimonio ai rapporti con le autorità civili, e via dicendo. Che il parroco sia disponibile anche a lavare i piatti dopo una cena comunitaria è un bell’esempio di dedizione, ma non è un modello di buona organizzazione della comunità. Che un vescovo pubblichi un documento sui drammi connessi ai licenziamenti della Fiat è un dovere e una valida testimonianza della partecipazione della chiesa ai problemi della società; ma il fatto che lo debba fare il vescovo, perché se lo fa un organismo laicale a ciò ufficialmente deputato non ha lo stesso peso e lo stesso prestigio, è la manifestazione di un’impostazione clericale delle responsabilità della chiesa.

Una concentrazione sul nucleo del ministero avrebbe due grandi vantaggi. Il primo consisterebbe nell’abbandono del modello di un prete manager per l’affermazione dell’altro modello, quello dell’evangelizzatore e del maestro e padre spirituale della comunità. L’affermarsi progressivo di una tale figura di prete porterebbe a una crescita della sua dimensione culturale, all’acquisizione di un prestigio sociale diverso, più modesto da un lato e più importante dall’altro, quello del maestro di vita. Si pensi a quanti vanno cercando maestri fra gli Hare Krishna o presso i buddisti. Porterebbe ad un’attribuzione di valore pubblico di alto livello alle almeno 100 mila omelie che si tengono ogni domenica in Italia, ascoltate da almeno 10 milioni di persone, e che oggi, nonostante l’imponenza del fenomeno, sembrano essere un vero e proprio non evento della nostra vita associata.

L’altro effetto benefico consisterebbe nella liberazione di spazi per l’effettiva valorizzazione dei moltissimi carismi di cui il popolo cristiano è dotato e che non si espandono, perché alla fine sembra che la missione della chiesa sia esclusivamente problema e responsabilità dei preti. Si tratta di spazi all’interno della comunità e nell’ambito della missione verso il mondo. Per il primo caso basterebbe pensare solo alla questione dell’amministrazione dei beni che, fra l’altro, con la concentrazione di più parrocchie nella cura di un solo prete, sta diventando un impegno esorbitante. Conosco un prete che cura cinque parrocchie il cui patrimonio comprende una dozzina di Chiese, cinque case canoniche, otto complessi destinati a varie opere parrocchiali oltre ad alcuni appartamenti affittati a delle famiglie.

Ora, che l’amministrazione, comprese le necessarie deliberazioni da prendere, debba spettare, sia pure in ultima istanza, esclusivamente al parroco e al vescovo, non fa parte certamente della fede cattolica nel sacramento dell’Ordine. Eppure il Codice di diritto canonico ancora dà al Consiglio degli affari economici una funzione esclusivamente consultiva, che rimanda al parroco e al vescovo la responsabilità esclusiva e personale di qualsiasi decisione. Il caso dell’amministrazione dei beni è il più clamoroso, però molti altri esempi si potrebbero citare dell’enorme dispersione di impegni che affligge il ministero ordinato e, allo stesso tempo, deresponsabilizza i membri della comunità. Se poi nei rapporti con la società civile non di rado le nostre Chiese risultano silenziose e inattive, ciò in gran parte dipende dal fatto che i laici non sembrano essere per nulla rappresentativi della chiesa, come se solo il prete e il vescovo fossero autorizzati a parlare e a operare in suo nome. Abbiamo in Italia preti meravigliosi che hanno fatto e stanno facendo attività di altissimo valore sociale, che hanno meritato di fatto la stima crescente dell’opinione pubblica verso il contributo che la chiesa sta dando alla soluzione di problemi drammatici della nostra convivenza civile. Quanto è alta la considerazione del loro impegno tanto, per un altro verso, è grande il rimpianto per il fatto che accanto a loro, se non al loro posto, non ci siano altrettanti laici operosi in suo nome, con lo stesso grado di rappresentanza della comunità cristiana di fronte alla società.

La stessa pastorale vocazionale non deve correre il rischio di non colpire con esattezza il suo bersaglio: la chiesa ha prima di tutto bisogno di preti intenzionalmente determinati al compito preciso del loro sacramento. La figura di prete da proporre a modello per chi si sentisse chiamato a questo ministero è in maniera eminente quella del parroco. Ciò non toglie che poi, essendo la vita molto più complessa di qualsiasi sistemazione teorica, di fatto si sviluppino attività ministeriali assai varie. Ma chi desidera farsi ordinare deve sapere che il sacramento gli sarà dato perché annunci il vangelo, coltivi la fede della comunità cristiana e la serva guidandola nelle vie dello spirito e celebrandovi i sacramenti. A tutti gli altri aspetti della missione della chiesa dovrà essere la comunità, nella grande varietà dei suoi carismi, a provvedere, mentre il pastore la nutrirà della parola di Dio e della sua grazia, affinché essa sia davvero all’altezza di tutti i suoi compiti.

4. La valorizzazione degli altri carismi

 

Questa visione delle cose potrebbe far pensare che io intenda proporre una concezione spiritualista del ministero ordinato, quasi che il prete dovesse occuparsi di «cose religiose» e non di attività «profane», perché la missione della chiesa consisterebbe esclusivamente nella proposta della fede e nella celebrazione del culto. Il mio intento va in una direzione esattamente opposta, partendo dalla convinzione che per la missione della chiesa non c’è nulla di profano: tutto ciò che riguarda il bene dell’uomo e la sua salvezza dal male le compete ed essa è chiamata a farlo – soprattutto rispondendo ai bisogni dei poveri – in nome di Cristo. Ma la domanda che non bisogna omettere è la seguente: chi nella chiesa deve fare che cosa?

Cercando di rispondere a questa domanda, balzano in primo piano i ministeri dei laici ai quali compete tanto quanto ai pastori la comunicazione della fede agli uomini, ma sui quali cade, in prima istanza, la responsabilità di attivare le conseguenze sociali e politiche del vangelo che predicano. Di contro, ai pastori della chiesa compete in prima istanza la cura della fede della comunità, della custodia della sua autenticità e della sua unità.

Proprio perché la missione della chiesa risponde di fatto a tutto campo ai bisogni dell’uomo, è di assoluta necessità che la comunità cristiana venga attivata in tutta l’ampiezza dei suoi carismi. Quando parlo del prete come di un maestro di vita non intendo dire che non si interesserà di politica ma, al contrario, che dovrà saper leggere i problemi e le responsabilità che incombono ad ogni cittadino e poi, in maniera specifica, al cristiano, in maniera così approfondita da essere in grado di proporre alla sua comunità, con la maggiore chiarezza possibile, gli imperativi evangelici e i nessi che le questioni e i drammi della vita civile hanno con la fede, sì da animare e illuminare, senza imporre dogmaticamente la propria opinione, il giudizio e l’operosità dei suoi fedeli. Ciò che poi essi attueranno, ciascuno nella libertà delle sue opzioni operative, egli dovrà saper ricondurre all’interno della comunità, perché essa ne resti coinvolta e determinata, sottoponendo ogni cosa sotto il giudizio del Signore e del suo vangelo, per un’evangelizzazione più efficace e coinvolgente tutta l’ampiezza del problema umano.

è evidente che un simile programma spinge verso l’invenzione di forme nuove di esercizio del ministero ordinato, attraverso le quali il pastore di chiesa trovi un nuovo equilibrio della sua pluriforme attività.

Perché questo nuovo equilibrio possa realizzarsi, la nostra chiesa ha bisogno di riscoprire e di realizzare con molta maggiore decisione e libertà la grande sua tradizione della sinodalità, cioè di quel «camminare insieme» che permette di affrontare tutti i vasti e molteplici compiti della missione, portando ciascuno la responsabilità propria dei suoi carismi e convergendo tutti nell’ascolto dell’unica Parola che rigenera e salva.
 

Nota bibliografica

 

K. Rahner, L’aggancio teologico per la determinazione dell’essenza del sacerdozio gerarchico, in «Concilium» 5 (1969) 310-317 [anche in K. Rahner, Nuovi saggi, Paoline, Roma 1973, IV, pp. 443-452].

A. Casalegno, Il discorso di Mileto (At 20,17-38), in «Rivista Biblica» 25 (1977) 29-58.

S. Dianich, Laici e laicità della chiesa, in S. Dianich (ed.), Dossier sui laici, Queriniana, Brescia 19912, pp. 103-151.

Id., Teologia del ministero ordinato. Un’interpretazione ecclesiologica, S. Paolo, Cinisello B. 1984.

H.M. Legrand, I ministeri nella chiesa locale, in B. Lauret - F. Refoulé (edd.),Iniziazione alla pratica della teologia, Queriniana, Brescia 1986, III, pp. 186-283; 339-352.

G. Greshake, Essere preti. Teologia e spiritualità del ministero ordinato, Queriniana, Brescia 1984.


NOTE

[1] Non tratto in questo contributo il problema dei diaconi, non perché non sia connesso con il nostro tema, ma perché il profilo di questo ministero, restaurato dal Vaticano II, attende ancora di chiarificarsi dall’esperienza che i nuovi diaconi stanno conducendo.

[2] Il saluto di Paolo agli anziani della chiesa di Efeso: At 20,17-35.

[3] Cf. E. Bosetti, La tenda e il bastone. Figure e simboli della pastorale biblica, San Paolo, Cinisello B. 1992.

[4] Gal 1,6-9: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L'abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!». 1Cor 1,11-13: «Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”. Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?».

[5] Cf. i cann. 515-544. Compiti pastorali vengono attribuiti , oltre che ai parroci, ai vicari del vescovo (cann. 475-481; 553-555), ai vicari parrocchiali (cann. 545-552) e ai cappellani «cui viene affidata in modo stabile la cura pastorale, almeno in parte, di una comunità o di un gruppo particolare di fedeli» (cann. 564-572).

[6]Ignazio d’Antiochia, Ad Smyrnaeos 8; Ad Ephesios 5,2. 20,2; Ad Philadelphienses 4 (Funk,I, 282; 216-217; 230). Non per nulla il concilio Vaticano II, scavalcando quasi due millenni di storia, per la sua teologia del ministero si riferirà con precipuo interesse al pensiero di Ignazio: cf. S. Dianich, Ignazio di Antiochia nella dottrina sull’episcopato del concilio Vaticano II, in A. Autiero - O. Carena (edd.), Pastor bonus in populo. Figura, ruolo e funzioni del vescovo nella chiesa, Città Nuova, Roma 1990, 267-288.

[7] LG 9: EV/309; LG 35: EV 1/374; AG 5: EV 1/1096-1097.

[8] Gal 1,6-9, citato in nota 4.

[9] Cf. su questo tema le riserve dell’Istruzione Ecclesiae de mysterio, firmata il 15 agosto 1997 dai responsabili di otto dicasteri della Curia romana sulla pratica di far tenere ai laici l’omelia liturgica [EV 16/671-740].

(Credere oggi 2003)