Poi vieni e seguimi

(Mc. 10, 21)

Domenico Sigalini


Il contesto della frase che fa da titolo alla nostra riflessione spirituale è il notissimo incontro di Gesù con un tale, dice Marco, che gli corre incontro. Matteo ci dice che è un giovane. Infatti le domande, il comportamento, la tensione, l’immediatezza, l’andare al centro del problema senza tanti fronzoli è tipico di un giovane, se non altro è tipico di uno che è teso a una ricerca. Gesù ha appena vinto il fastidio degli apostoli, che lo pensano disturbato dai bambini. Lui, tranquillo, li difende, li prende tra le braccia e benedice.
La vita è una ricca rete di trame di ricerca della felicità.
Ogni persona cerca sostanzialmente di essere felice. Tutti vogliono stare bene. Se c’è qualcosa che interessa a tutti è di poter essere contenti, di dare risposta a tutte le domande che salgono dall’esistenza, dal mangiare al bere, al sentirsi di qualcuno, alla soddisfazione dei propri desideri o istinti. La vita è un gioco di domande, di esigenze, di desideri, di passioni, di sete e di fame di qualcosa, di sogni e di visioni positive per la propria vita. Si inizia da bambini con un forte istinto della sopravvivenza, poi si cresce con l’istinto della conservazione e della identità, poi si comincia a ragionare e si diventa più esigenti, si scopre che la nostra umanità non ha bisogno solo di soddisfazioni materiali, ha bisogno di progetti, di relazioni, poi nelle relazioni scoppia l’amore che scombina tutti gli altri desideri e crea una nuova unità, una nuova idea di felicità e così si continua.
Ma, dice il CDG1, “la vita non è una nave tranquilla che scivola da sola verso il porto della felicità. Su di essa in ogni momento siamo impegnati noi come timonieri, con la responsabilità di definire la rotta. A noi tocca decidere quale esperienza fare dell’amore, come affrontare i giorni della solitudine, che tipo di felicità ricercare, che senso dare ai nostri insuccessi, come investire le nostre qualità a favore della vita di tutti, che direzione dare all’economia, alla scienza, alla politica. Anche quando incrociamo le braccia e ci lasciamo portare dalla corrente, non smettiamo di essere noi i responsabili della nostra vita. Tante persone ci possono aiutare, nessuno ci può sostituire nel rischioso mestiere di vivere.”
Dove sta il segreto della vita? Come posso avere vita piena? C’è ancora una possibilità di non lasciarci morire il cuore? A chi posso alzare lo sguardo per avere davanti qualcosa, qualcuno per cui vivere? La vita è proprio fatta di continui adattamenti? Mi hai messo in cuore un desiderio così grande e non mi posso adattare alle luci artificiali. I laser che vedo penetrare la notte, indicano con precisione una direzione, ma si perdono nel nulla. C’è qualcuno che sa puntare il laser non solo nella direzione giusta, ma anche su un obiettivo giusto?

Matteo con la sua mail

Ciao, ragazzi. Mi rivolgo a voi perché ho bisogno di un consiglio e di una preghiera, ma con i miei amici e i miei genitori non riesco ad aprirmi,io sono uno che tiene sempre tutto dentro. Sono in crisi profonda, non avevo mai vissuto un periodo così nero fino ad oggi, e non riesco a uscirne. I miei problemi sono diversi.
Innanzitutto la mia ragazza. Stiamo insieme da un anno e mezzo, ma da un po' di tempo a questa parte i nostri rapporti sono cambiati... non che non ci vogliamo più bene, ma sembra quasi che ormai tutto sia scontato, non so come spiegarmi... è come se quell'attrazione, quel feeling che c'era prima fossero scomparsi, o dati per scontati. E un enorme problema poi è sua madre, che è una bravissima persona, ma così ansiosa, iperprotettiva... deve decidere sempre tutto lei, noi non possiamo fare mai qualcosa che a lei non vada a genio... non possiamo andare ad un concerto ("c'è troppa confusione"), non manda la figlia ai campi scuola della mia parrocchia insieme a me perché non vuole che sua figlia dorma anche una sola notte fuori casa...insomma, è uno strazio, e la mia ragazza non ha la forza di ribellarsi alla madre perché poi si sente in colpa ,così io, sempre per evitare litigi, accetto tutto... ma ora non ne posso proprio più! Il problema si è aggravato nelle ultime settimane, perché...beh, c'è un'altra ragazza che è innamoratissima di me. Siamo sempre stati amici, ma ora la grande amicizia e la profonda stima che abbiamo l'uno per l'altra si sta trasformando, e se lei è molto innamorata di me (e me lo dimostra con una grandissima dolcezza) anche a me lei non è assolutamente indifferente. Ovviamente tra noi non è successo niente, ma solo il fatto che durante la giornata mi capita spesso di pensare all'altra mi fa sentire molto in colpa.
E un altro grandissimo problema in questo periodo è l'università. Gli ultimi esami mi sono andati male, e quello che sto studiando mi sembra sempre più estraneo,non mi piace,non sento una vera passione per quello che studio. Io cerco comunque di impegnarmi,ma non riesco a concentrarmi molto su quello che faccio, proprio perché trovo di fronte a me una materia che non mi interessa...ma cosa devo fare? Io in realtà una vera passione ce l'avrei, ed è quella per le lingue...ma è spuntata solo adesso che sono iscritto a Giurisprudenza! Non so se avrò mai il coraggio di cambiare facoltà , i miei genitori fanno già tanti sacrifici per farmi studiare, e io mi sento già enormemente in colpa...in più, forse sarò poco coraggioso, ma ho paura che magari in realtà il problema è solo mio, e anche se cambiassi facoltà non risolverei comunque niente.
L'unica cosa che mi continua a dare gioia nonostante tutto è che sento che il Signore mi è comunque vicino, ed al momento è Lui l'unica luce che vedo nel mio futuro, il resto è sempre più buio, e temo che se continuo così, anche quella luce potrebbe spegnersi. Vi chiedo un consiglio, ragazzi: come mi devo comportare in questa situazione? Mi sento così fragile, sull'orlo di un burrone! Vi chiedo anche una preghiera... so che c'è un'infinità di gente che ne ha molto più bisogno di me ,ma se vi ricordate di me anche per un solo secondo, ve ne sarò molto grato.
Un salutone a tutti, GRAZIE per avermi ascoltato!
Dove sta il problema? Lo risolve la professione di fede finale? Che tipo di scavo nella propria vita sta facendo Matteo? Non è che il riferimento alla fede può rischiare di passare per una fuga? Non ci sta sotto una grossa incapacità di scegliere, di decidere, di chiarirsi un progetto?
La gente va da Gesù per trovare la felicità e Lui risponde con tre raffiche di verbi

Il giovane “ricco”(Mc. 10, 17-22)

“Voglio avere vita piena, voglio una vita alla grande, non mi interessano le mezze misure, non mi adatto al galateo con cui mi state ingessando la vita. Vivo una vita sola e la voglio vivere al massimo. Non mi dire che bisogna tenere i piedi per terra, che devo cominciare a mettere la testa a posto, che è finito il tempo delle pazzie. Non voglio limiti, non m’interessa se è una vita spericolata o piena di guai, io voglio vivere una vita piena.
Queste parole o simili, ma sicuramente questa decisione e questa radicalità ha espresso quel giovane a Gesù. La frase del vangelo: Maestro che devo fare per avere la vita eterna non traduce per noi oggi questo bisogno di vita piena, anzi la parola vita eterna siamo abituati a sentircela dire solo ai funerali, proprio quando la vita non c’è più e la fede nel futuro vacilla. Gesù dopo aver scandagliato nel cuore di questo giovane, dopo aver chiarito che si tratta di una domanda grossa che si può misurare solo con risposte altrettanto decise, lo guarda. Uno sguardo che ti denuda, che ti mette di fronte a te stesso. Uno sguardo che fa nascere in Gesù amore tenerissimo. Come si fa a non voler bene a un giovane così deciso, che vede così chiaro nella sua vita, che va al nocciolo della questione? Come si fa a rispondere in maniera accomodante o addirittura a ingannare? Come si può trattare da pollo una aquila, mettere occhiali neri a chi vuole e può guardare il sole.
Ebbene. Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo, gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.
E Gesù allora gli spara una raffica di verbi: Va’, vendi, regala, vieni e seguimi E lui? non va, ma se ne torna indietro, gira i tacchi; non vende, ma si attacca ancora di più; non regala, ma va a seppellire nella tristezza; non ritorna, ma s’allontana, non lo segue, si gira, ma resta tremendamente triste. Perché aveva il cuore fasciato da se stesso prima di tutto e dai soldi.
La ricchezza, l’essere fasciati da se stessi, ti inchioda sempre, ti toglie gli ideali; è comoda, ma toglie sapore alla vita. Impossibile avere vita piena da ricchi, da soddisfatti, da abbarbicati alle cose o a se stessi. Solo Dio la può fare compiendo un miracolo.

Il giovane che non si decide mai (Mc 10, 42-49)

Decidersi è una fatica, anche se arriva per tutti prima o poi nella vita il momento in cui non puoi stare più a tergiversare, a tenere il piede in due scarpe, in cui devi decidere, in cui tutti i ma, i forse, i ci vediamo lasciamo il posto a un sì o un no. Sarà qualche decisione nella propria vita affettiva, può essere nella scuola o nella scelta del lavoro, nell’assumere qualche responsabilità, nel decidersi per la fede. La società in cui viviamo non ci aiuta molto, perché tutto sembra reversibile, si può tornare indietro da tutto: matrimonio, figli, impegni. Sembra che l’unica cosa inesorabile che continua e che non aspetta le nostre decisioni sia il tempo: questo va avanti; sembra lento, ma non ti accorgi che passa e porta con sé anche decisioni che non hai preso e alla fine: se tu non hai fatto scelte le ha fatte la vita per te, ti trovi a vivere situazioni che tu non hai mai voluto coscientemente e chi ti si impongono.
Gesù non è di questi. Marco nel suo vangelo sempre molto essenziale ci scarica addosso un’altra raffica di verbi da farci accapponare la pelle, in quanto a decisioni da prendere: taglia, recidi, cava, butta in mare. Si tratta di una mano, di un piede, di un occhio, di un corpo. Sì! sono tutte quelle componenti della nostra vita che cambiano la nostra identità, che danno un volto e un indirizzo ai nostri rapporti con gli altri, alle nostre scelte. La mano può accogliere o strozzare; il piede può portare al bene o schiacciare; l’occhio ti può offrire purezza e candore o può essere iniettato di possesso, di vendetta e sangue; il corpo intero può essere a disposizione per offrire ragioni di vita o venduto a pezzetti per svendere l’amore. Da che parte collochi tutto questo? Un po’ di qua, un po’ di là a seconda delle occasioni, dei contesti dell’utilità, senza mai scegliere? La tua decisione è navigare a vista?
Gesù è una persona decisa: devi scegliere, devi dare alla tua vita la forza indispensabile per esplodere, devi buttarti dalla parte della vita non importa se monco o zoppo o con un occhio solo; la potatura della fede è indispensabile per una vita piena.

Le condizioni per seguirlo (Mc. 8, 34-38)

Chi vuol venire dietro a me? Molti vorrebbero andar dietro a Gesù; si sentono scaldare il cuore da Lui e desiderano condividere la sua vita. Maestro dove abiti? E’ il sogno che spesso si affaccia nella vita di molti di noi che si sentono attratti da Gesù, dopo aver fatto una bella esperienza di Lui. Ricordo che il primo tema che il Papa ha suggerito dopo la grande GMG di Tor Vergata era proprio la stessa raffica di verbi di Gesù a chi gli chiedeva di poterlo seguire:
Rinnega, prendi la croce, seguimi, non vivacchiare, ma vivi (lascia perdere la vita, salva la tua vita), non nasconderti dietro un dito. Chiaro e deciso, come sempre. Non c’è spazio per le mezze misure.
1.La strada di Gesù è una sola e non possiamo ritagliarcene nessun’altra meno coinvolgente o meno impegnativa. Quella che Dio ha tracciato per suo Figlio è anche la nostra. Al discepolo non è consentito di inventarne un’altra. Se lui accetta contraddizioni e contestazioni, le deve accettare anche il giovane che lo vuol seguire, da qualunque parte vengano. E’ una accettazione “nel cuore”, ancor prima di sapere che percorso avrà questa strada. I discepoli non sono garantisti, l’unica garanzia è che Gesù non li molla.
2.Rinnegare se stessi, non ha niente di sconfessione della bellezza della vita giovanile, non significa rinunciare a vivere, ma è sposare con tutta la generosità che caratterizza i giovani il progetto di Gesù. I giovani cristiani non stanno allo specchio a guardarsi continuamente, a girare su se stessi, a crogiolarsi nei propri orizzonti nebbiosi. Avessimo tutti la capacità di accettare nella nostra vita, e di aiutare i giovani ad accettare nella loro, i progetti di Dio e non le tensioni che s’attorcigliano su se stesse, provocate anche da adulti incoscienti e irresponsabili che ne riempiono la fantasia e gli affetti!
3.Prendere la propria croce, significa celebrare ai quattro venti, in tutte le situazioni della vita, in tutti i luoghi dell’impegno e dello svago, che il centro della vita cristiana non è il dolore, la sofferenza, la mestizia, la noia, non è la mortificazione o la rinuncia, non è un’esaltazione del dolore per piacere a Dio o l’adattamento alla faticosa routine di una vita imposta da altri, ma la croce, come somma espressione di un amore deciso a offrire tutto, il segno dell’amore e del dono totale. Non è sopraffare, consumare tutto per sé e rubare agli altri, non è incapacità di accettarsi nelle proprie debolezze, non è nemmeno far la parte degli eroi, ma è investire nella debolezza, sapendo che proprio lì, nasce l’amore e ci abita Gesù Cristo.
Da dove vengono queste raffiche di verbi?

La passione per il Regno di Dio

Anche Gesù si è trovato a farsi le domande di tutti, a cercare felicità per sé, a sognare e ad amare con cuore di uomo. Nella sua giovinezza e nella sua età matura si è tante volte chiesto che fare della vita, che offrire a coloro che incontrava, come interpretare la sua storia e la storia del suo popolo. Le tentazioni nel deserto che andiamo sempre meditando in Quaresima, sono il segno lasciato nei vangeli di queste domande tipiche di ogni persona, di questa ricerca. Però nella vita di Gesù si è inserito in maniera potente un punto fermo: la passione per il Regno di Dio. Per lui la felicità è quella, è un sogno di mondo, un desiderio di apertura, una idea di amore, di religione, di vita, di umanità che trova nelle braccia del Padre la pienezza. Appena capito questo, parlo alla maniera umana, Gesù non lo ferma più nessuno, non c’è mamma che tenga, non ci sono amici, non c’è calcolo economico o patrimonio di tradizioni. Lascia tutto. Le parabole del Regno sono al riguardo molto autobiografiche; chi è colui che va vende tutto e compra…? Chi è colui che spazza la casa finchè trova la dramma perduta? Chi è colui che ha trovato il tesoro nascosto in un campo e fa di tutto per possederlo? E’ soprattutto e prima di tutto Gesù stesso.
Per questa visione nuova del mondo, che, per non confonderla con le pubblicità del tempo, chiama Regno di Dio, è disposto a tutto con urgenza. Il regno di Dio è alle porte, bisogna cambiar vita (cfr. Mc), travolge tutti, va al Giordano. E’ qui che pulsa la nuova vita, non negli atri del Tempio dove si commercia il nome di Dio e si vendono i suoi favori.

L’amore alla libertà

Se c’è una aspirazione umana sempre molto gettonata è quella della libertà. Essere liberi, non legarsi a nessuno. Voglio fare quel che mi piace, provarle tutte le esperienze della vita, non decidere mai, perché le decisioni di oggi potrebbero togliermi la libertà domani. Allora la relazione con una persona diventa una palla al piede, la religione una catena, l’amore una regola.
Alla fine però capita che a furia di voler libertà e di non buttarsi in una prospettiva, la vita è passata e ti senti di nessuno, nemmeno di te stesso. Volevi il mondo e sei finito in un pollaio, aspiravi ad orizzonti senza confini e ti attacchi a una bottiglia, immaginavi l’amore libero e ogni settimana fai la fila dell’abitudine.
La vita o la offri a qualcuno o non è vita. La libertà o la orienti a qualcosa di grande che la sostiene o diventa schiavitù. Gesù ha fatto così: ha messo la sua vita a disposizione.
Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Amici, notate! non servi. Non vi chiamo servi, vi ho chiamato amici.
La religione di Gesù non è un legame, ma un’amicizia; non è una palla al piede, ma una apertura di mondi nuovi, di nuove possibilità, di orizzonti impensati. Non è una schiavitù avere una fede, come non lo è vivere un amore.
Soprattutto non è schiavitù credere in Gesù Cristo. Lui ha sciolto tutte le catene che tenevano prigionieri e schiavi le persone che ha incontrato: ha tolto cecità, ha fatto saltare storpi, ha liberato genti possedute dal demonio, ha sciolto l’adultera dall’assedio della piazza e del suo cuore, ha liberato Lazzaro dalla sepoltura della morte, ha guardato negli occhi la morte e l’ha sconfitta, ha cambiato la paura e la pavidità dei suoi seguaci in coraggio e dignità. Non siamo stati noi costretti a seguirlo; è stato lui che ha scelto noi. Amici, non servi.

E la libertà rimane sempre...

L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento. Ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione che a tutti è necessario per capire la realtà e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante.
I concittadini di Gesù, gli abitanti di Nazareth vivono questa provocazione. Hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine. È partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali. Ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene. Ora ritorna a Nazareth. Ma non è il carpentiere? non è il figlio di Maria? la sua famiglia non è quella che incrociamo tutti i giorni in sinagoga, per la spesa, al mercato? Non è quello che sta fuori alla sera con i nostri figli?
E si scandalizzavano di lui, dice il Vangelo. La sua umanità, la sua popolarità, la sua quotidianità era un ostacolo. C’era in lui una sapienza, una forza, una consuetudine al meraviglioso che è tipico di Dio; c’era in lui l’evocazione di una speranza che richiamava invocazioni profonde verso l’Altissimo, ma era un comunissimo giovane di cui si sapeva tutto, completamente posseduto da sguardi, informazioni, relazioni quotidiane. Se Dio si deve manifestare non sarà certo in questa normalità e debolezza. Come sempre, come anche per noi, Dio, pur immaginato come indicibile, sorprendente, è inscatolato nei nostri schemi.
Ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito. Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo. Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre; non può penetrare là dove viene radicalmente rifiutato; neppure Dio può far violenza alla libertà dell’uomo.
Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo. La logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente. La mia potenza, dice S. Paolo, si manifesta pienamente nella debolezza.
L’abbandono nelle braccia di un papà.
La forza di Gesù nell’affrontare tutta la sua missione con coraggio e decisione ha un segreto: il rapporto profondo, filiale, intimo, appassionato con il Padre. Si sentiva sempre tra le sue braccia. Le notti che passava in preghiera era la traccia nella sua vita di uomo di questa costante vita intima col Padre. Papà ci insegna a chiamarlo. Come un papà lo racconta a tutti nelle sue parabole.

Comprensivo o deciso?

Volete andarvene anche voi? È la domanda sferzante di Gesù ai suoi discepoli, a quel gruppetto di entusiasti che lo stavano seguendo da un po’. Avevano intuito che Gesù scaldava loro il cuore, li aiutava a ridare senso pieno alla vita, alle cose di ogni giorno, aveva fatto nascere speranza, li aveva cambiati. Neanche loro si rendevano conto di quanto cammino in dignità e consapevolezza avevano fatto.
Qualche illusione di troppo se l’erano coltivata vedendo che tanta gente era attratta da Gesù.
Ma alcuni discorsi di Gesù sono duri; duri da capire, duri da vivere. Va bene! Qualche rimprovero te lo meriti: ne combini sempre di tutti i colori! Qualche dritta che ti aiuta a tenerti in riga, a ricostruire una coscienza retta dopo che hai debordato alla grande in qualche comportamento demenziale è necessaria; può essere utile rimettere al centro nella vita le cose importanti.
Ma è mai possibile che quel pane e quel vino siano la carne e il sangue di Gesù? Il buon senso dovrebbe addomesticare queste affermazioni. Occorrerebbe ogni tanto concludere con un “si fa per dire”.
Va’ vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri poi vieni e seguimi! Si fa per dire.
Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i fratelli. Si fa per dire.
Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me. Si fa per dire.
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Si fa per dire.
No, non si fa proprio per dire. È così. E quando Gesù trova le nostre domande e le nostre riserve impaurite non comincia da attenuare come fa ogni pessimo educatore: sì, ma vedrai che poi non è proprio così come pensi, si trova sempre una via mediana, un compromesso.
Gesù rincara la dose e provoca con un’altra domanda i suoi discepoli impauriti: volete andarvene anche voi? Pietro, il primo papa, qui è grande. Signore dove vuoi che andiamo! Tu solo ci riempi la vita!

Sentinella del mattino o becchino di un cimitero

C’è un’arte che sta imperversando ai nostri giorni: quella di non decidersi mai, di tenere sempre il piede in due scarpe, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi. E’ indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova, è indeciso chi deve orientare una comunità verso mete che esigono prendere o lasciare, è indeciso il politico che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla sempre, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità e fa il tappezziere: mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che fanno il contrario. Sarà forse l’arte di governare, non è certo l’arte della sequela di Cristo. Ci provano in tre a presentare le loro tergiversazioni, le loro indecisioni a Gesù. Io ti seguirei… si sta bene con te. E Lui: le volpi hanno tana e gli uccelli nidi, con me non c’è nessun loculo protettivo dove puoi stare tranquillo con il tuo stereo, la tua parabolica, il tuo fax, la tua mail e la tv a cristalli liquidi. E l’altro: ti verrei dietro, ma fammi sistemare i miei affetti, non voglio rompere così di netto, non vorrei ferire. E Gesù: se hai deciso non continuare a voltarti indietro credi di fare il delicato, il sensibile, ma non t’accorgi che continui a rimandare, a lasciarti fasciare. E il terzo: ho deciso di seguirti, ma prima devo seppellire mio padre. E Gesù: guarda che la cosa più importante è che tu dia la tua vita per incendiare il mondo non per stare ad aspettare gli eventi. Sei una sentinella del mattino o il becchino di un cimitero? Gesù è così. Non distrugge i sentimenti, ma non si adatta al buonismo. Non spegne il lucignolo, lo stoppino che fa fatica ad ardere, ma vuole radicalità; non gli vanno le mezze misure, le melasse.