«La realtà si legge meglio dalla periferia che dal “centro”» (Papa Francesco)

PG e vita consacrata /2

Rino Cozza

(NPG 15-02-53)


È questa una espressione che il papa ripete con forza e frequenza avendo la percezione che coloro ai quali è rivolta non ne siano sufficientemente avvertiti, non siano cioè persuasi che «i grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal “centro” ma dalla “periferia”». Il motivo sta nel fatto che «stare nelle periferie – sono ancora sue parole - aiuta a vedere e capire meglio, aiuta a fare un’analisi più corretta, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici».

Che cosa si vede e si dice in “periferia”

A modo di intervista, porto all’attenzione alcuni stralci di numerose e-mail inviatemi da gente periferica ma che riflette con preoccupazione su ciò che sta avvenendo nella Vita Religiosa: espressioni – è detto da una di queste - che non nascono da smania di dissenso ma dalla coscienza di averne il dovere, perché se la VR non fa dell’ evangelismo il luogo in cui essere, è destinata a spiaggiare come accade a quei mammiferi sconvolti dall'improvvisa inospitalità del loro habitat naturale.

«Dov’è il nostro dover essere? In alto, irretiti nell’immaginario della grandezza, dell’organizzazione, dell’efficienza oppure fra la gente integrati nelle relazioni significative nell’impasto dell’umanità, facilitatori di fermentazione evangelica?”» (Sr F.V.).

Don Milani diceva «Il prossimo è quello che ci è di fianco … e chi dice di amare tutti, in realtà non ama nessuno dell’amore che nutre». Amare non è amare categorie, bisogni, ma persone, con il loro volto e la loro storia. È quello che va dicendo papa Francesco: «Serve la capacità di incontrare le persone nella loro strada» [2]. Il che significa mettersi personalmente in gioco, sporcarsi le mani, prendersi in carico lo sguardo altrui, «assorbire l’odore delle pecore» . Rivolgendosi a dei Consacrati li ringraziava così: «voi siete nel cuore del mondo col cuore di Dio. La vostra vocazione vi rende interessati ad ogni uomo e alle sue istanze più profonde, che spesso restano inespresse o mascherate. In forza dell’amore di Dio che avete incontrato e conosciuto, siete capaci di vicinanza e tenerezza. Così potete essere tanto vicini da toccare l’altro, le sue ferite e le sue attese, le sue domande e i suoi bisogni, con quella tenerezza che è espressione di una cura che cancella ogni distanza. Come il Samaritano che passò accanto e vide e ebbe compassione. È questo ciò a cui vi impegna la vostra vocazione: passare accanto ad ogni uomo e farvi prossimo di ogni persona che incontrate; perché il vostro permanere nel mondo non è semplicemente una condizione sociologica, ma è una realtà teologale che vi chiama ad uno stare consapevole, personale, attento, che sa scorgere, vedere e toccare la carne del fratello».
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«Troppo difficile per una centenaria istituzione affrontare il “nuovo evangelico”, troppo rischioso per una mentalità religiosa ancora legata a ciò che sempre è stato considerato sicuro ed efficace» (Sr V.B.).

Negli ultimi decenni, tanti cambiamenti sono stati impraticabili non perché fosse impossibile realizzarli, quanto piuttosto perché il “centro” non è riuscito ad immaginarli come possibili. Non ha saputo o potuto sopprimere usanze svuotate della loro sostanza, non pensandole sostituibili con modelli adeguati all’appello evangelico a misura dell’oggi. Da qui i rischio che il “centro” si presti ad essere una fabbrica di soluzioni amministrative, giuridiche e prassi «politiche» che non necessariamente nascono dall’ascoltare il respiro inedito del Vangelo. È la tentazione possibile in tempi di «spaesamento»: presi dalla voglia di efficienza, si ricercano ancoraggi in sprazzi di vitalismo attraverso alcuni manager autoreferenziali, nella cui prospettiva – direbbe il papa con parole severe - «non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico» (E.G n.95).

«Stiamo perdendo la capacità di dare un senso al nostro stare nel mondo, per far posto a pragmatismi di ogni sorta. Questa smania che giustifica tutto, anche la morte della VR, che cosa denuncia?» (Fr.H.L.).

Il disorientamento religioso e spirituale si esprime oggi attraverso attività a volte frenetiche senza mistica né coscienza di missionarietà. La mancanza di questa tensione in un momento di anemia spirituale, come l’attuale, porta inevitabilmente a investire in rassicuranti elementi organizzativo-istituzionali rafforzandoli con ulteriori elementi istituzionali ritenuti inaugurali di nuove possibilità, quali quelli sottesi ad alcune logiche di «impresa» e di «mercato» tendenzialmente invadenti specie in campo religioso, tali da prendere il sopravvento sull’elemento più vivo, relazionale, umano, storico. Ma la VR non è riconducibile a un cammino verso tali logiche, ma a un percorso che porti ad un incontro dentro la realtà di un Volto e di tanti altri volti che ti facciano camminare. Michel De Certeau, influente teologo gesuita, sulle cui opere il papa ha ben riflettuto, definiva l’educatore «l’uomo del faccia a faccia» e non altro.
A dirlo in questi mesi, dopo i fatti, portati all’attenzione dall’intervento della S.Sede, nei confronti del vertice dell’Ordine Camilliano, il Provinciale d’Italia si rivolge con accorate parole ai suoi confratelli: «Per non ripetere la storia passata è tempo di comunità religiose snelle, orientate al bisogno e aperte ad un’ampia condivisione… è necessario rimettere in circolo la capacità di entrare nelle profondità del cuore… è necessario rimanere piccoli: evitare di entrare in dinamiche aziendali o imprenditoriali che fanno perdere di vista la povertà nella sobrietà, la centralità della persona nella fraternità e nella gratuità ad oltranza…».

«Il nuovo della VC sta nel riscoprire la responsabilità di ricercare insieme, con umiltà e con pazienza (a partire da minoranze creative) una parola di senso che possa essere un dono per gli altri, e di testimoniarla con semplicità» (Sr A.N.).

I Consacrati/e sono tali se «vocazionalmente» testimoni di speranza; ma per esserlo devono presentarsi come profeti, guaritori e innamorati. È questo l’unico passo che può dare credibilità al loro cammino; «se questo non accade - dice il papa - se siete diventati distratti, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione! Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo; l’andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie sicurezze». Così hanno avuto origine molti carismi. Gli inizi di questi ci raccontano di ricerca, di intuizioni, di audacie vissute da donne e da uomini che hanno avuto sete del sogno di Dio in un mondo nel quale il cristianesimo istituzionalizzato andava perdendo la freschezza del vangelo. Dunque il carisma o nasce come agente della missione di Cristo o non è carisma, per cui al di fuori di questo non ha senso parlare di Vita Consacrata.
Il riferimento al samaritano viene a dirci che «non c’è in una intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, (tanti altri) cingendoti il collo possa rialzarsi» [3].
Oggi lo spazio della VR nella chiesa è innanzitutto quello di guardare il mondo con gli occhi della fede, comunicandogli quelle parole nelle quali Gesù ha messo tutta la forza del suo racconto: la compassione e la misericordia.

«Lo sbaglio che si sta compiendo è quello di credere che ci siano margini di scelta e che il tempo sia ancora dalla nostra parte. Ma non è così» (p.E.D.).

Ciò che costituisce un essere come «essere vivente» è dato dalla sua capacità di auto-riproduzione: è il principio fondamentale per cui la natura si regge e si attua, e continua ad essere. Quando nei solchi di una data cultura una qualsiasi «forma di vita» va perdendo la forza riproduttiva significa che la sta abbandonando l’energia seminale datale per continuare ad essere ciò per cui è nata. È quello che in riferimento alla VR è inequivocabilmente sotto i nostri occhi. Com’è stato possibile tutto questo?
Se un tempo l’orientamento alla consacrazione poteva nascere in prospettiva dell’attesa della vita eterna e successivamente anche da una funzione detta apostolica, oggi può nascere soltanto quale risposta - la più piena possibile - alla domanda religiosa di senso. Il bisogno delle persone che si rivolgono a qualche forma di vita evangelica è di ritrovare se stessi di dare significato alla propria vita, di cercare un miglior equilibrio vitale, di dare un nome a quella dimensione di mistero che non cessa di manifestarsi dentro di sé.
Il futuro che speriamo per la VC o è «pasquale» o non lo sarà. Per esserlo dovrà passare attraverso la morte, come il chicco di grano. Morire per vivere è cosa inerente al processo di «far nascere». Quello che nella VR deve morire è ciò che in funzione evangelica non le giova più, ma anzi la ostacola. Si tratta però di non contrabbandare per evangelico ciò che non lo è: tentazione oggi abbondantemente assecondata.

«Servono leadership che non dirigano l’Istituto come fosse un’impresa di lavoro» (Fr. R.F.).

C’è voglia e necessità di chi, nel servizio dell’autorità, non si accontenti di gestire l’istituzionale; ma di persone che abbiano fatto il passaggio da una autorità che preserva se stessa (l’istituzione) servendosi delle persone, ad autorità a servizio delle persone, perché queste, oggi molto più di ieri, sono interiormente libere e responsabili della propria vita. È questo il significato evangelico di autorità meglio espresso con il termine «dakonia», che J. Vanier traduce così: «è riconoscere il dono dell’altro, aiutare ad esercitarlo e ad approfondirlo perché una comunità è bella quando ognuno esercita pienamente il suo dono». In sintonia con questo è il pensare del teologo gesuita Aloysius Pieris: «L'autorità è la capacità di generare libertà, cioè il potere interiore che rende gli altri consapevoli del loro potere. Coloro che mancano di questa capacità usano la forza». Che la diakonia non sia potere, s. Paolo lo dice così: «Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24).
Dunque l’esercizio di leadership è evangelico se si pone in «funzione sussidiaria», vale a dire «non a partire dall’idea che l’istituzione, venga prima della persona, che la risposta venga prima della domanda, che la legge venga prima della coscienza, che l’obbedienza venga prima della libertà» [4].

NOTE

 

[1]  Francesco, Evangelii Gaudium, n.24

 

[2] Ai  Rappresentanti degli I.S 11.05..2014, riportato da I.Scaramuzzi, Vatican Insaider.

 

[3] L. Pintor

[4] A. Castegnaro, Fuori dal recinto, Ancora Milano 2013,183