Beatrice,

l’insegnante

 Raffaele Mantegazza

 dantebeatrice

Quel che c’è in un nome 

La prima parola che Beatrice pronuncia rivolta a Dante, la prima parola che egli sente dopo avere constatato l’assenza di Virgilio, la parola che lo smuove dalla nostalgia del maestro perduto è il suo nome: 

Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada[1]
 

E’ una minaccia che prelude a una rampogna terribile e crudele: ma Dante viene colpito al cuore da quel suo nome, finora mai pronunciato, nemmeno da Virgilio, e reagisce immediatamente “mi volsi al suon del nome mio[2]. La maestra, l’insegnante,  chiama per nome: ognuno sa quanta importanza ha il nome di battesimo per ciascuno di noi e quanto conta la nominazione dell’educando da parte dell’educatore: ognuno sa quanto è importante che i nostri maestri ricordino i nostri nomi e quale differenza corra tra l’essere nominati con il nome di battesimo piuttosto che con il cognome. Chiamandoci per nome i nostri maestri ci fanno voltare, ci tolgono dalla quotidianità e allacciano una relazione significativa, una relazione educativa. Conta poco a questo punto se il passo successivo, come in questo caso, è un aspro rimprovero: il canale aperto con la nominazione è più personale, più intimo e più forte di quello, appena chiuso,  con Virgilio.

Beatrice è la prima e l’unica a chiamare Dante per nome; se Virgilio è il maestro, ella è l’insegnante; in-segna il suo allievo, lo segna-dentro  fin dalle prime frasi che gli rivolge, fin da quel nome che Boccaccio interpreta come “colui che dà”: “il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chiamaron Dante: e meritatamente, per ciò che ottimamente,  sì come si vedrà procedendo. Seguì al nome l’effetto”[3]. Peculiare è fin da subito la personalizzazione del rapporto, assente in Virgilio, perché a differenza del poeta classico Beatrice conosce Dante, l’ha conosciuto in vita, conosce i suoi sguardi e la sua passione ed è in grado di  squadernare tutto il passato del suo allievo. E al nome di Dante segue il nome di Beatrice, da ella stessa pronunciato e confermato in una frase ad effetto: “Guardaci ben, ben son, ben son Beatrice”[4].

La maestra ha chiamato  per nome l’allievo e si è presentata pronunciando il suo proprio nome; una relazione iniziata in Terra e interrotta dalla morte può riprendere, ma sotto un aspetto del tutto differente; la relazione educativa può iniziare, resa possibile da un magico gioco di nomi; del resto, è lo stesso Amore a conoscere quel che davvero c’è in un nome “A me parve che Amore mi chiamasse e mi dicesse queste parole: ‘Io vegno da quella donna la quale è stata tua lunga difesa (…) e nominollami per nome , s’ì che io la conobbi bene”[5] 

I volti di una maestra 

Quasi scontato è per Beatrice l’attributo della bellezza; altro non ci si aspetta da  “quella che ‘mparadisa la mia mente”[6]; l’insegnante è bella e la sua bellezza è già parte del suo insegnamento , essendo trasfigurata dalla contemplazione di Dio (ricordiamo che Beatrice simboleggia la Teologia). Per Dante di tratta di una bellezza “storica” perché sperimentata in vita; lo sguardo di Beatrice proviene dai  “begli occhi/onde a pigliarmi Amor fece la corda”[7]; siamo qui ancora di fronte alla “linea retta che movea da la gentilissima Beatrice e terminava ne li occhi miei”[8], ma sarà Tommaso a ricordare che la Beatrice insegnante paradisiaca ha un compito differente: ella è  “la bella donna ch’al ciel t’avvalora”[9] e dunque la vicenda terrena che legava i due personaggi deve ora essere in parte  dimenticata (non senza il pentimento di Dante per il suo “tradimento”); perché nasca una relazione educativa  le altre relazioni umane devono essere messe sullo sfondo; la relazione educativa ha la forza di modificare altri rapporti umani; due amanti possono essere insegnante e allievo, ma dimenticando, almeno a tratti, il loro essere amanti o perlomeno transustanziandolo in una relazione differente.

La bellezza di Beatrice può così essere colta, in Paradiso, in tutta la sua efficacia educativa, dal momento che la donna-Beatrice ovviamente non è più accessibile per un rapporto amoroso; dunque la bellezza è qui segno pedagogico, indice di un insegnamento.  La bellezza terrena di Beatrice è perduta per sempre: “Che fai? Non sai novella?/morta è la donna tua, ch'era sì bella”[10] Ma la bellezza della Beatrice del Paradiso rimane nondimeno una bellezza reale: Beatrice appare in  “una nuvola di fiori”[11], con un abbigliamento sgargiante: “sotto verde manto/vestita di color di fiamma viva”[12].

Si tratta di una bellezza che è strettamente connessa alla struttura dell’aldilà dantesco, e che accoglie in sé il suo segreto meccanismo: Beatrice infatti non è mai uguale a se stessa, ma la sua bellezza aumenta man mano che si avanza nel Paradiso: “più s'accende,/com' hai veduto, quanto più si sale”[13]. La bellezza di Beatrice non è riferibile a parole “la mente (…) non può redire/sovra sé tanto, s'altri non la guidi.”[14], al punto che essa deve temperarsi per non accecare Dante: “che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,/sarebbe fronda che trono scoscende”[15]. Questa è dunque la differenza tra la bellezza di Beatrice in terra e in cielo: la prima è almeno parzialmente cantabile: 

Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista
non m'è il seguire al mio cantar preciso[16]
 

la  seconda porta la poesia umana al suo limite estremo (“a l’ultimo suo”[17]); per cui  “or convien che mio seguir desista/più dietro a sua bellezza, poetando”[18], sperando che qualcun altro sappia cantare e narrare quella bellezza ultraterrena: “io la lascio a maggior bando/che quel de la mia tuba”[19].

Quella di Beatrice è una bellezza legata alla piena e assoluta letizia che solo in Paradiso si può provare: Beatrice è “sì lieta come bella”[20];  e Dante non rinuncia a paragonare la sua bellezza a quella felice di una sposa: mentre Beatrice contempla Pietro, Giacomo e Giovanni “in lor tenea l’aspetto/pur come sposa tacita e immota”[21]. E’ il sorriso a rivelare la bellezza ultraterrena della donna e a costituirne il primo, muto strumento educativo[22]: un riso “tal, che nel foco faria l’uom felice”[23], un riso che rispecchia il volto di Dio “ridendo tanto lieta/che Dio parea nel suo volto gioire”[24], un riso “tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo/de la mia gloria e del mio paradiso”[25]. Beatrice insegna con le parole ma avvince Dante sorridendo; si legittima come sua insegnante  “vincendo me col lume d’un sorriso”[26].

Il sorriso della donna si disegna su un volto capace di sovrumana concentrazione, come quando ella osserva fissa il sole come si credeva potessero fare solo le aquile; Dante la osserva “riguardar nel sole:/aguglia sì non li s'affisse unquanco”[27]; e in un altro passo  (collocato in apertura di canto, dunque in una posizione privilegiata) Beatrice è concentrata nella visione come un “augello” che, “intra l'amate fronde,/posato al nido de' suoi dolci nati”[28] (troviamo qui la metafora materna che tratteremo  fra poco) aspetta l’alba, “per veder li aspetti disïati/e per trovar lo cibo onde li pasca”[29], e guarda l’orizzonte, e “con ardente affetto il sole aspetta,/fiso guardando pur che l'alba nasca”[30]

La bellezza della donna di Dante condivide con il Paradiso la luce che ne è la principale caratteristica: Beatrice è “il sol de gli occhi miei[31]”; il suo volto arde come fuoco (“pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,”[32]) ; la luce di Beatrice è in grado addirittura di aumentare la luminosità del cielo di Mercurio “più lucente se ne fé 'l pianeta”[33] e  di far sorridere lo stesso pianeta: “la stella si cambiò e rise”[34]; l’aspetto luminoso della donna è importante  al punto che la contemplazione della luce degli occhi della bella insegnante caratterizza ben due chiusure di canto, il  III[35], nel quale le parole di Dante vengono bloccate dalla luce sfolgorante “e ciò mi fece a dimandar più tardo”[36], e il  IV[37] nel quale Beatrice si mostra “con li occhi pieni/di faville d'amor così divini”[38]

Una serie di metafore sono utilizzate per definire la donna amata, tutte legate a una asimmetria tra ella e Dante; Beatrice è l’ammiraglio 

che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l'incora[39]
 

è una regina (la sua prima apparizione la mostra “regalmente ne l’atto ancor proterva”)[40]; ma è soprattutto madre. Una madre severa che “al figlio par superba”[41] quando lo rimprovera perché “d'amaro/sente il sapor de la pietade acerba”[42]; una madre che sopporta l’ignoranza del figlio  “con quel sembiante/che madre fa sovra figlio deliro”[43], una madre alla quale il figlio-Dante si rivolge con trepidante fiducia: 

Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

mi disse[44] 

Altra metafora d’infanzia è usata per descrivere lo sguardo di Dante  che dalla contemplazione dell’Empireo trascorre agli occhi di Beatrice, come il 

fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l'usanza sua[45]
 

E soprattutto, caratteristica essenziale in un’insegnante, Beatrice è veritiera; ella non può ingannare Dante, anzi gli spalanca di fronte la verità nei suoi aspetti più profondi  e definitivi. La verità di Beatrice è ovviamente la verità di Dio, che ella in quando “amanza del primo amante”[46], riflette nel suo discorso pedagogico, che per Dante è “’l processo santo”[47]; la parola della donna è verbo che “m'inonda/e scalda sì, che più e più m'avviva”[48]. Ed è interessante notare che quando Dante per la prima volta definisce Beatrice “mia” è in riferimento al suo ruolo magistrale e al suo discorso: “La mia donna/che mi diseta con le dolci stille”[49].

Maestro e allievo sono un’anima o due? Spesso sembra che la relazione educativa sia così forte da realizzare una magica unione tra le sensibilità in gioco;  le parole che costituiscono il sogno di ogni educatore e di ogni educando sono rivolte da  Dante a Folchetto: “s’io m’intuasssi come tu t’inmii”[50]. Dante e Beatrice realizzano una peculiare fusione di anime: quando la donna fissa gli occhi nel sole il suo sguardo “per li occhi infuso/ne l'imagine mia”[51] rafforza quello di Dante: “e fissi gli occhi al sole oltre nostr’uso”[52]. Beatrice (come già Virgilio, ma con molta più profondità) ha l’accesso all’anima di Dante perché è la maestra “cui non potea mia cura essere ascosa”[53]. E anche quando l’allievo tace, e il suo desiderio di porre la domanda “dipinto/m'era nel viso (…)  più caldo assai che per parlar distinto”[54], Beatrice si trasforma in interprete e traduttrice dei moti dell’animo “qual fé Danïello,/Nabuccodonosor levando d'ira”[55], cioè  ella interpreta il volere di Dante come fece il Daniele interprete di sogni[56].

Ma la fusione più che una caratteristica è un compito, è la meta finale del rapporto educativo. Seguendo la sua insegnante, Dante può e deve diventare come Beatrice; solo la fine della relazione educativa, restituendo a Dante autonomia e individualità, ma “trasumanate” rispetto a quelle che egli ha ottenuto da Virgilio, permetterà all’allievo di vedere ciò che vede l’insegnante, pur senza rimanere fuso con ella:  “Perché tu veggi lì così com’io”[57]. Come arrivare a ciò, costituisce il bagaglio di tecniche e di segreti di una insegnante al lavoro. 

L’insegnante al lavoro 

Come ogni insegnante Beatrice affida alla parola i suoi insegnamenti; ma assai spesso nel Paradiso l’insegnante tace: ella tace del tutto nei canti  V (parla Giustiniano) VIII (Carlo Martello), IX (Folchetto), XI (Tommaso), XII (Bonaventura) XIII (ancora Tommaso; e quando Beatrice riprende la parola la sua voce sembra una ripresa di quella di Tommaso : “per la similitudine che nacque/del suo parlare e di quel di Beatrice”)[58], XV, XVI, XVII (i tre canti di Cacciaguida), XIX, XX, XXXI. Una insegnante che sa essere loquace, ma che sa anche rimanere silenziosa al fianco di Dante mentre egli interroga le anime o va in estasi davanti alla luce del Paradiso.

Quando parla, però, la donna di Dante sa essere tagliente; e l’avventura pedagogica dei due inizia con un durissimo giudizio della maestra sull’allievo.  Una rampogna ancora più dura perché non si rivolge direttamente al poeta ma si presenta come discorso agli angeli[59]; un discorso indiretto che fa ancora più male a colui che si è appena sentito chiamare per nome 

onde la mia risposta è con più cura
che m'intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d'una misura.[60]
 

Beatrice torna a rivolgersi a Dante solo in apertura del canto XXXI, e solo per chiedere una conferma delle accuse: “O tu che se’ di là dal fiume sacro/(…)/Dì, dì, se questo è vero”[61], rivolgendogli un “che pense?”[62] che in realtà vuole solamente muovere Dante a riconoscere i propri torti. Riconoscimento peraltro inutile perché comunque,  “se tacessi o se negassi”[63] la colpa di Dante rimarrebbe comunque tale “da tal giudice sassi!”[64]. Sembra dunque che la parola di Dante sia del tutto inutile e che quello di Beatrice sia soltanto un gioco inutile e un po’ sadico. Ma non è così perché il riconoscere i propri errori, l’arrossire per le proprie colpe (“quando scoppia de la propria gota/l'accusa del peccato”[65]) ammorbidisce la pena: rivolge sé contra 'l taglio la rota.[66]

Dopo i rimproveri, Beatrice nelle sue vesti di maestra continua a giudicare Dante, considerandolo soprattutto un bambino immaturo, un “novo augelletto”[67] che a differenza dei “pennuti” [68] adulti  cade regolarmente nella rete dei cacciatori.  E il comportamento di Dante che se ne sta silenzioso

 

quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti [69]

 

conferma il suo status di bambino immaturo; Beatrice sa però che Dante in realtà è adulto e lo provoca un po’ crudelmente dicendogli  “alza la barba”[70]; un colpo basso che va a segno: “quando per la barba il viso chiese,/ben conobbi il velen de l'argomento”.[71]  Beatrice riprende continuamente Dante quando egli commette errori: “ti fai grosso/col falso imaginar[72], si mette a ridere quando Dante puerilmente scambia per apparenze i volti delle anime nel cielo della Luna “non ti maravigliar perch' io sorrida/appresso il tuo püeri  coto” [73]e gli  ricorda che egli non sa ancora camminare sulla strada della verità: “sopra 'l vero ancor lo piè non fida,/ma te rivolve, come suole, a vòto”[74];

Compito di Beatrice è dunque rendere adulto Dante, perché i decreti divini sono sepolti “a li occhi di ciascuno il cui ingegno/ne la fiamma d'amor non è adulto”[75]; e Beatrice vuole far crescere Dante anche sottolineando la sua dipendenza da lei, almeno per il momento: in un passo successivo, Beatrice non rimprovera più Dante ma gli preannuncia che quanto ha fino a quel momento vissuto nel suo viaggio  è ben poca cosa: “or ti s'attraversa un altro passo/dinanzi a li occhi”[76], la maestra svaluta le possibilità dell’allievo: egli da solo non  ce la potrà mai fare “per te stesso/non usciresti: pria saresti lasso”[77]. Per crescere, dunque, c’è bisogno di una insegnante.

È il canto XXXIII del Purgatorio ci presenta la prima lezione dell’insegnante. È Beatrice a decidere che essa deve avere inizio: “Frate, perché non t'attenti/a domandarmi omai venendo meco?”[78]; Dante fa immediatamente un atto di umiltà, come chi parla a un suo superiore: se la maestra decide che occorre domandare, così sia: “Madonna, mia bisogna/voi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono».[79] Segue dunque la  spiegazione degli eventi fantastici descritti nel canto XXXII; Beatrice sa che per l’intelletto di Dante la sua narrazione potrà apparire “buia,/qual Temi e Sfinge” [80], ma presto sarà l’esperienza diretta a confermarla; i fatti constatati dall’allievo  e dalla sua “vista rude” completeranno le parole e forniranno loro un senso.[81]

A questo punto Beatrice  mostra a Dante il suo progetto pedagogico: è ora che l’allievo si liberi dalla vergogna e dal timore “sì che non parli più com' om che sogna.”[82]. Egli dovrà prendere nota mentalmente di tutto ciò che gli verrà detto, “e sì come da me son porte,/così queste parole segna a' vivi”[83]. Il progetto è dunque chiaro, e si estende al di là del prossimo addio tra maestra e allievo: Dante dovrà riportare in terra il ricordo di tutto ciò che ha imparato come se fosse la palma che i pellegrini riportavano dal pellegrinaggio a Gerusalemme[84]. E la risposta di Dante è immediata davanti a questo programma: il suo”cervello”[85] è pronto a ricevere gli insegnamenti “come cera da suggello”[86]

L’apprendimento di Dante è garantito dalla solidità dell’insegnante e del suo discorso:  l’allievo può  ficcare l'occhio “per entro l'abisso/de l'etterno consiglio”[87] purché si tenga  “al mio parlar distrettamente fisso”[88]. E Beatrice continua a spronare Dante a porre domande “perché t'ausi
a dir la sete, sì che l'uom ti mesca”.[89], continua a invitarlo a osservare e a ragionare: “ficca di retro a li occhi tuoi la mente”[90]. Il metodo di Beatrice non è solo quello di una severa insegnante, ma sa essere anche ricco di gesti teneri e di sottintesi; ella sprona Dante con “le sorrise parolette brevi”[91]; sa smuoverlo a gesti: “arrisemi un cenno/che fece cresce l’ali al voler mio”[92]; quando Dante dà del “voi” a Cacciaguida Beatrice, poco distante lo avverte dell’errore “ridendo” in modo che  “parve quella che tossio/al primo fallo scritto di Ginevra”[93] con riferimento alla dama di Malehaut che tossendo avvertì Lancelot di essere a conoscenza del suo segreto.

Beatrice sa essere consolatrice nei momenti di difficoltà emotiva per Dante  dopo le parole di Cacciaguida sull’esilio, mentre Dante sta “temprando il dolce con l’acerbo”[94], ella afferma: “muta pensier; pensa ch'i' sono/presso a colui ch'ogne torto disgrava”[95]; Beatrice dunque può mediare con Dio, e  questo carattere di mediazione si ritrova anche  quando ella riporta a Tommaso le domande che Dante “nol vi dice/né con la voce né pensando ancora”[96], e quando  domanda alle anime trionfanti dei beati di istruire il suo allievo (“roratelo alquanto”[97]).

Come Virgilio, anche Beatrice anticipa le domande di Dante; ella è del resto “quella che vedea i pensier dubi/ne la mia mente”[98]. E’ la stessa Beatrice a spiegarne i motivi: ella sa cosa vuol sapere Dante avendolo visto  in Dio, “là 've s'appunta ogne ubi e ogne quando”.[99] L’anticipazione dei pensieri è quasi letterale come quando ella apre una frase con “Tu dici” e fa seguire la formulazione del pensiero dell’allievo[100].

Anche Tommaso d’Aquino in realtà possiede questa capacità di anticipazione e la riferisce  alla luce divina[101]. E   più avanti, quando spiega la saggezza di Salomone egli anticipa i dubbi di Dante, formulando la frase con la quale “comincerebber le parole tue”[102] Del resto Tommaso è un esperto pedagogo, e alla fine della sua spiegazione sull’origine dell’ordine francescano elenca le condizioni alle quali può avvenire un apprendimento; il maestro deve essere stato chiaro  (“se le mie parole non son fioche”)[103], l’uditore deve essere stato attento (“se la tua audïenza è stata attenta”)[104] e infine deve fare esercizio di memoria: (“se ciò ch'è detto a la mente revoche”)[105] . Lo stesso Tommaso richiamerà Dante a usare con prudenza le nozioni e le esperienze che accumula:  “questo ti sia sempre piombo a' piedi”.[106] Vale la pena notare che anche Benedetto sa leggere nella mente di Dante “io ti farò risposta/pur al pensier, da che sì ti riguarde[107] ed è Adamo a spiegare il meccanismo di questa visione occulta prima di elencare tutte le domande inespresse di Dante: 

Sanz' essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t'è più certa;

perch' io la veggio nel verace speglio
che fa di sé pareglio a l'altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.[108]
 

La lezione più esemplare di Beatrice è quella che ha luogo nel tragitto verso il cielo della luna. Dante pone la domanda a proposito della natura delle macchie lunari, presentando l’opinione del volgo; Beatrice  “sorrise alquanto”[109] ricordando che ormai il suo allievo dovrebbe avere capito lo scarso valore di tali idee[110]; successivamente ella si lancia in un esercizio maieutico: “Ma dimmi quel che tu da te ne pensi”.[111] Dante formula la sua ipotesi, e Beatrice la confuta con “l’argomentar (…) avverso”[112]. Beatrice anticipa il successivo passaggio concettuale di Dante (“or dirai tu”)[113] e lo invita poi all’“esperïenza”[114] diretta. Infine l’insegnante  cerca di dissolvere gli ultimi elementi di perplessità rimasti nella mente di Dante sciogliendo il dubbio  “come ai colpi de li caldi rai/de la neve riman nudo il suggetto/e dal colore e dal freddo primai”[115]. Per chiudere la lezione Beatrice chiede a Dante di seguirla ancora per un poco in modo che poi saprà giungere da solo alle conclusioni “sì che poi sappi sol tener lo guado”.[116] Un programma didattico completo in poco più di sessanta versi. 

 Metafore pedagogiche

 

Il Paradiso è ricchissimo di metafore pedagogiche, per definire il rapporto educativo e l’apprendimento da parte dell’allievo. Alcune metafore riguardano il soggetto che apprende: i pensieri di Dante sono incrostati di pregiudizi ed errori come  “acqua d’Elsa”[117] (notoriamente calcarea), il piacere intellettuale che egli prova è “un Piramo a la gelsa”[118] (il personaggio che ha mutato colore al gelso con il suo sangue); il suo intelletto è “fatto di pietra, e impetrato, tinto”[119]. Dante non  capisce perché i cerchi delle gerarchie angeliche siano ordinati, quanto a velocità, in senso opposto ai nove cieli perché le sue dita sono insufficienti a sciogliere il difficile nodo dell’enigma[120]. La resistenza all’apprendimento è dunque incrostazione, nodo, pietra: imparare significa disincrostare, ammorbidire, sciogliere. 

Per definire il processo di apprendimento vengono usate metafore alimentari: per comprendere fino in fondo un concetto, che è duro come un “cibo rigido”[121], Dante deve  “ancor sedere un poco a mensa”[122]perché il processo digestivo è simile alla comprensione di quanto appreso: “non fa scïenza,/sanza lo ritenere, avere inteso.”[123] Altra metafora è quella atmosferica: dopo la spiegazione di Beatrice la mente di Dante è serena come quando Borea soffia e libera l’aria dalle nubi e “come stella in cielo il ver si vide.”[124]

Carlo Martello, il quale utilizza nel dialogo con Dante un metodo socratico-maieutico, intessuto di domande incalzanti[125], utilizzerà una metafora spaziale: chi impara vede davanti a sé ciò che prima gli stava dietro: “ terrai lo viso come tien lo dosso”[126], e più oltre:“or quel che t’era dietro t’è davanti”[127]

Carlo usa anche una  metafora cromatica: “vuo’ tu che questo ver’ più ti s’inbianchi?”[128], mentre di tipo agricolo-contatino è la metafora usata da Tommaso quando si accinge a sciogliere il secondo dubbio di Dante dopo avere chiarito il primo; rispondere a una domanda è come battere la paglia[129]; in seguito lo stesso Tommaso ripiegherà su una elegantissima metafora geometrica: “e vedrai il tuo credere e ‘l mio dire/Nel vero farsi come centro in tondo”[130]

Dante stesso usa svariate metafore per definire il suo apprendimento; da quella nutritiva a proposito del discorso delle anime del cielo di Giove, nella quale egli si identifica nel cicognino che mangia il cibo portato dalla cicogna[131]; a quella della colorazione del vetro: “ e avvegna ch'io fossi al dubbiar mio/lì quasi vetro a lo color ch'el veste”[132]; a una tipica metafora medica: “per farmi chiara la mia corta vista,/data mi fu soave medicina”[133]. La ricchezza delle metafore si articola comunque su una polarità oscuro/chiaro, impuro/puro nelle quali il secondo termine si riferisce allo stato della mente di chi ha appreso, limpida e sgombra come un cielo senza nuvole. La fiducia di Dante nell’educazione trova in  queste metafore un convincente supporto poetico. 

L’insegnante lascia l’allievo 

Anche la storia educativa tra Dante e Beatrice deve concludersi, e con essa il viaggio del poeta; Beatrice inizia a distanziarsi dal suo allievo prendendo in carico l’amore che egli nutre per lei e reindirizzandolo verso Dio. Il segreto di ogni relazione educativa risiede forse nell’amore dell’allievo per l’insegnante, un amore che va reindirizzato verso l’oggetto di apprendimento; non basta l’amore del ragazzo per l’insegnante, occorre che entrambi amino la poesia, la formula chimica, l’opera d’arte. E in effetti  capita molto presto che  Dante obbedisca a Beatrice al punto di dimenticarsi di lei: l’amore che egli nutre per il Sole fa sì che  “Beatrice eclissò nell’oblio”[134]; e l’insegnante ne è contenta (“Non le dispiacque ma (…) se se ne rise”[135]). Il messaggio della  donna è chiaro: il Paradiso  risiede in ciò che occorre apprendere e vedere, non all’interno della relazione educativa (e amorosa). “Volgiti e ascolta/ché non pur ne’  miei occhi è paradiso”[136]; e se l’amore di Dante per lei rischia di sviarlo dalla contemplazione del Paradiso e di Dio, ella interverrà:  

Perché la faccia mia sì t’innamora
Che tu non volgi gli occhi al bel giardino
Che sotto i raggi di Cristo s’infiora?[137]
 

Ora è tutto pronto per l’addio; un addio pedagogicamente più efficace di quello di Virgilio, da un lato perché ora il viaggio è terminato e non c’è altro educatore al quale consegnare l’allievo, dall’altro perché Beatrice ha efficacemente fatto innamorare Dante non di sé ma di ciò che gli ha insegnato: il mandato di ogni vero insegnante. E come ogni vera insegnante alla fine dell’anno scolastico, la donna si ritira in una distanza inattingibile; dal punto in cui si è ritirata l’insegnante “occhio mortale alcun tanto non dista,/qualunque in mare più giù s'abbandona”[138]; Dante può ancora vedere la maestra “süa effige/non discendëa a me per mezzo mista”[139], ma la contempla non più in quanto maestra. C’è spazio per un lungo ringraziamento dell’allievo nei confronti dell’insegnante[140] e infine  per un ultimo sorriso di Beatrice.  Ma il rapporto educativo è finito: e possiamo per Dante sperare che quel “sorrise e riguardommi”[141] non avesse nessuno scopo  educativo ma fosse, come in quel lontanissimo giorno del 1275 da parte di una bambina di nove anni, solamente un appassionato sorriso d’amore.

 
NOTE

[1] Purg., XXX, 55-57

[2] Purg., XXX, 63

[3] Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, Milano, Garzanti, 2007, pag. 12

[4] Purg., XXX, 73

[5] Dante Alighieri, Vita Nuova, Milano, Garzanti, 2003, pag. 25; anche più sotto, pag. 27: Quando [Amore] mi vide, mi chiamò per nome, e disse"

[6] Par., XXVIII, 3

[7] Par., XXVIII,

[8] Vita Nuova, cit. pag. 7

[9] Par., X, 93

[10] Vita Nuova, cit., pag. 47

[11] Purg., XXX, 28

[12] Purg., XXX, 32-33

[13] 8-9

[14] Par., XVIII, 11-12; cfr. anche Purg., XXXI, 144-145 e Par., XXVII, 91-96

[15] Par., XXI, 11-12

[16] Par., XXX, 28-30

[17] Par., XXX; 33

[18] Par., XXX, 31-32

[19] Par., XXX,  34-35

[20] Par., II, 28

[21] Par., XXV, 110-111

[22] Abbiamo già parlato nel capitolo precedente del passaggio chiave nel quale Beatrice non sorride perché il suo sorriso porrebbe sopraffare Dante

[23] Par., VII, 23-24

[24] Par., XXVII, 104-105

[25] Par., XV, 34-36

[26] Par., XVIII, 19

[27] Par., I, 46-48

[28] Par., XXIII, 1-2

[29] Par., XXIII, 4-5

[30] Par., XXIII, 8-9

[31] Pr., XXX; 75

[32] Par., XXIII, 22

[33] Par., V, 96

[34] Par., V, 97

[35] Cfr. Par., III, 124-130

[36] Par., III, 130

[37] Cfr. Par., IV, 139-142

[38] Par., IV, 139-140

[39] Purg., XXX, 58-60

[40] Purg., XXX, 70

[41] Purg., XXX, 79

[42] Purg., XXX, 80-81

[43] Par., I, 101-102

[44] Par., XXII,1-8

[45] Par., XXX, 85-87

[46] Par., IV; 118

[47] Par., V, 18

[48] Par., IV, 119-120

[49] Par., VII, 11-12

[50] Par., IX, 81

[51] Par., I, 52-53

[52] Par., I, 54

[53] Par., II, 27

[54] Par., IV, 13-15

[55] Par., IV, 16-17

[56] Cfr. Dan., II, 36-45

[57] Par., VII, 123

[58] Par., XIV, 5-7

[59] Cfr. Purg., XXX, 103-145

[60] Purg., XXX, 106-108

[61] Purg., XXXI, 1.5

[62] Purg., XXXI, 10

[63] Purg., XXXI, 37

[64] Purg., XXXI, 38-39

[65] Purg., XXXI, 40-41

[66] Purg., XXXI, 42

[67] Purg., XXXI, 61

[68] Purg., XXXI, 62

[69] Purg., XXXI, 63-66

[70] Purg., XXXI, 67

[71] Purg., XXXI, 74-75

[72] Par., I, 88-89

[73] Par., III. 25-26

[74] Par., III, 27-28

[75] Par., VII, 59-60

[76] Par., IV, 91

[77] Par., IV, 92-93

[78] Purg., XXXIII, 23-24

[79] Purg., XXXIII, 25-30

[80] Purg., XXXIII, 46-47

[81] Cfr. Purg., XXXII, 100-102

[82] Purg., XXXIII, 33

[83] Purg., XXXIII, 52-53

[84] Cfr. Purg., XXXIII, 76-78

[85] Purg., XXXII. 79

[86] Purg., XXXIII, 81

[87] Par., VII, 94

[88] Par., VII, 95-96

[89] Par., XVII, 11-12

[90] Par., XXI, 16

[91] Par., I, 95

[92] Par., XV, 71-72

[93] Par., XVI, 14-15

[94] Par., XVIII, 3

[95] Par., XVIII, 5-6

[96] Par., XIV, 11-12

[97] Par., XXIV, 8

[98] Par., XXVIII, 97-98

[99] Par., XXIX, 12

[100] Cfr. Par., VII, 52- 57

[101] Cfr. Par., XI, 19-24

[102] Par., XIII, 90

[103] Par., XI, 133

[104] Par., XI, 134

[105] Par., XI, 135

[106] Par., XIII, 112

[107] Par., XXII, 35-36

[108] Par., XXVI, 103-108

[109] Par., II, 52

[110] Cfr. Par., II, 52-57

[111] Par., II., 58

[112] Par., II, 63

[113] Par., II, 91 e cfr. segg.

[114] Par., II, 95

[115] Par., II, 106-108

[116] Par., II, 126

[117] Purg., XXXIII, 67

[118] Purg., XXXIII, 69

[119] Purg., XXXIII, 74

[120] Cfr. Par., XXVIII, 58-60

[121] Par., V, 38

[122]  Par., V, 37

[123] Par., V, 40-41

[124] Par., XXVIII, 87; cfr. 79-87

[125] Cfr. Par., 85-148

[126] Par., VIII, 96

[127] Par., VIII, 136

[128] Par., VIII, 112

[129] Cfr. Par., XIII, 34-36

[130] Par., XIII, 50-51

[131] Cfr. Par., XIX, 91-93

[132] Par., XX, 79-80

[133] Par., XX, 140-141

[134] Par., X, 60

[135] Par., X, 61

[136] Par., XVIII, 20-21

[137] Par., XXIII, 70-72

[138] Par., XXXI. 73-74

[139] Par., XXXI, 77-78

[140] Cfr.  Par., XXXI, 79-90

[141] Par., XXXI, 92

 fonte:

DI MONDO IN MONDO

Tracce educative nella Commedia di Dante

Raffaele Mantegazza

(Castelvecchi 2014)

copmantegazza

Introduzione

Dante e l’educazione? La pedagogia di un poeta

1. Il viaggio

L’inizio del viaggio
La fisicità del viaggio
Un viaggio sensoriale
- Udito: suoni e voci
- Tatto: gesti e riti
- Vista: visioni e luci
- Vertigini e silenzi
Paesaggi
Ingressi e passaggi
La guerra del cammino: il viaggio e il compito
La fine del viaggio

2. Gli educatori

Lucia, dove tutto inizia
Virgilio, il mentore
- Virgilio maestro
- Virgilio guida
- L’empatia di Virgilio
- I gesti di Virgilio
- Le strategie educative di Virgilio
- Il maestro in crisi
- Il maestro lascia l’allievo
Beatrice, l’insegnante
- Quel che c’è in un nome
- I volti di una maestra
- L’insegnante al lavoro
- Metafore pedagogiche
- L’insegnante lascia l’allievo
Matelda, la celebrante
Pietro, Giacomo, Giovanni: gli esaminatori
Bernardo, l’ultima guida

3. Gli incontri educativi

Imparare il futuro: le profezie ad personam
Imparare l’orrore: i mostri infernali
Imparare la grazia: le creature angeliche
Imparare la punizione: i corpi dei dannati
- Corpi in movimento
- Corpi tormentati
- Corpi modificati
- Corpi al limite
Imparare l’affetto: Brunetto Latini, Casella, Guido Guinizzelli
Imparare l’amore: Paolo e Francesca
Imparare il coraggio: Ulisse
Imparare la cattiveria: Filippo Argenti, Alberigo, Ciampolo
Imparare la paternità: Cavalcanti e Ugolino

Bibliografia (a cura di Isabella d’Isola)