La radicalità evangelica

nel nostro tempo

Carlo Maria Martini


1. La radicalità evangelica

Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica? Noi sappiamo che questa parola ‘radicale’, ‘radicalità’, ha molti significati. Radicale è addirittura un concetto matematico che indica un certo tipo di numeri.
Dal secolo XVIII in Inghilterra, il termine assume un significato politico per divenire in seguito, soprattutto nell’area anglosassone, sinonimo d’estremismo di destra o di sinistra, mentre nell’area latina questa parola è legata alla storia di specifici partiti politici, ciascuno con le sue peculiarità che sarebbe qui troppo lungo perseguire.
La parola ha dunque un senso molto vasto, un senso scientifico, matematico e politico. In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario e, per questo, richiama il carattere di autenticità. Radicalità, perciò, è rifarsi all’originario cristiano: al Vangelo, ed in particolare al Discorso della montagna. Una parola, questa della radicalità, che ha molta fortuna, oggi, nel linguaggio ecclesiale, perché noi amiamo la sorgività, ricerchiamo la freschezza della spontaneità, desideriamo quel fervore che nasce dalle radici, le quali ci permettono di recuperare le grandi motivazioni.
Questa parola dal punto di vista neo-testamentario può essere rintracciata in vari contesti, penso ad esempio al terzo capitolo della Lettera agli Efesini, là dove Paolo scrive: «Il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, - quindi la carità è la radice ultima e profonda - siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3, 17-19). Forse, ancor più sorgivamente, per cogliere cosa significa questo “avere radici”, potremmo riferirci alla parabola del seminatore, del seme seminato lungo il terreno sassoso, che non avendo radici si seccò. Gesù commentando dice: «Colui che riceve così la Parola non ha radice in sé ed è incostante». Dunque, la radice è fonte di resistenza e di costanza, perché germoglia dall’humus più profondo in cui è seminato il seme evangelico.
Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo sine glossa, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche.
Questa è dunque un’espressione che indica, positivamente, una decisione coerente per il Vangelo. Tuttavia, però, la radicalità evangelica non è senza pericoli e senza equivoci, che è necessario denunciare e sottolineare. Vedo soprattutto due pericoli: da una parte il rischio di archeologismo, cioè voler imitare atteggiamenti del passato ripetendoli tali e quali in un contesto mutato, dall’altro la tentazione di scadere nel fondamentalismo, cioè prendere tutto alla lettera, non accettando la fatica del discernimento e della traduzione che ogni espressione biblica richiede, cioè non domandandosi cosa vuol dire oggi ciò che nel passato è stato detto così.
Si pone, dunque, la grande questione: si può vivere oggi il Vangelo prendendolo alla lettera? E’ praticabile oggi alla lettera il Discorso della montagna? Ha quindi senso parlare di radicalità evangelica?
Noi sappiamo che queste pagine evangeliche difficili, in particolare il discorso della montagna, sono state sottoposte ad una lunga serie di interpretazioni che hanno cercato di attualizzare il loro contenuto spiegando, di volta in volta, il modo per vivere quelle forti esigenze che vi sono contenute. Interpretazioni in parte riduttive, in parte capaci di mostrare lo sforzo che noi facciamo per vivere il Vangelo oggi.
Alcune interpretazioni, ad esempio, presentano il Discorso della montagna come un discorso che mostra semplicemente la nostra peccaminosità, ci fa confessare che siamo molto lontani da questo ideale e dobbiamo affidarci alla misericordia di Dio. Quindi danno a questo discorso un valore provocatorio, per farci vedere quanto siamo poveri, meschini e peccatori. Altri sottolineano, invece, che il Discorso della montagna, ed in genere tutte le espressioni del radicalismo evangelico, sono un discorso “ad intra”, cioè per una comunità, la quale deve cercare all’interno di realizzare le condizioni di questo modo di vita. Non sono, dunque, un discorso per il mondo, e per la società. Altri ancora lo interpretano affermando che è un discorso escatologico che riguarda i tempi ultimi.
La radicalità evangelica viene sottoposta a diverse letture, e noi non possiamo sfuggire a questa fatica delle interpretazioni. Certamente possiamo vivere la radicalità evangelica nella verità e nella sincerità con cui accogliamo queste parole, perché sono delle parole che ci dicono la somma verità che è Gesù, ma non possiamo praticarle senza una qualche interpretazione e discernimento, proprio perché la Parola, incarnata nella storia, ha voluto correre il rischio della interpretazione e invita anche noi a rischiare l’interpretazione. Tutti i Santi sono interpretazioni attuali della parola evangelica, che la attualizzano e quindi la interpretano.
E’ necessario prima di tutto chiederci quali siano i parametri di una esatta interpretazione della radicalità e delle esigenze evangeliche, in un secondo momento, cercare di capire come vada intesa questa radicalità.
Anzitutto, quali sono i parametri? Certamente per primo la Parola stessa evangelica che non può mai essere scavalcata e rinnegata e va accettata nella sua interezza. Ma con la Parola anche la Chiesa docente che ha il dono dell’interpretazione autentica della Parola, e con la Chiesa docente la tradizione viva che è il fiume storico nel quale si situa ogni interpretazione e da cui è portata ogni interpretazione autentica. Ed infine lo Spirito Santo, lo Spirito di santità che ci ricorda e ci spiega le parole di Gesù e ci insegna come vanno attuate nel nostro tempo.
Dunque sono molteplici i parametri di una corretta interpretazione della radicalità evangelica: la Parola scritta, la Chiesa docente, la tradizione viva, lo Spirito Santo; almeno questi quattro parametri.
Ma di qui ne vorrei dedurre subito che se le cose stanno così, gli interpreti più autorevoli del discorso della montagna e dell’intera radicalità evangelica, le espressioni più genuine delle esigenze di Gesù, oggi sono i Santi. I Santi, in particolare quelli del nostro tempo. E’ a loro anzitutto che dobbiamo guardare per comprendere che cos’è la radicalità evangelica.

2. Il nostro tempo

E voglio passare qui alla seconda riflessione, dopo aver domandato che cos’è la radicalità evangelica, vorrei riflettere brevemente: ma che cos’è il nostro tempo in cui la radicalità evangelica va vissuta? Come definirlo? In quale contesto ci troviamo oggi?
Credo che possiamo comprenderlo cercando di situarlo sullo sfondo del passato prossimo, il tempo in cui hanno vissuto grandi testimoni del Vangelo, come, ad esempio a Lucca, i vescovi Enrico Bartoletti e Giuliano Agresti. Era un tempo assai diverso dal nostro, pur essendo così vicino. Il contesto, soprattutto al tempo di Bartoletti, era rappresentato dalle grandi ideologie, specialmente dall’ideologia marxista che appariva come punto necessario di riferimento positivo o negativo, pro o contro. E fu poi rappresentato, il contesto degli ultimi anni di Bartoletti e nel tempo di Agresti, dall’impazzimento doloroso e drammatico delle ideologie del terrorismo. Questi erano i tempi in cui vivere la radicalità evangelica.
Oggi dobbiamo confessare che sebbene a pochi anni di distanza, questo contesto è molto mutato. Siamo in un contesto che è detto del “pensiero debole”’, caratterizzato dalla rassegnazione e dall’adattamento. Un contesto detto anche di “neo-paganesimo” nel senso indicato da un libro molto acuto, - un saggio recente di Salvatore Natoli dal titolo appunto I nuovi pagani -, che descrive un atteggiamento oggi diffuso, quello che egli chiama “etica del finito”, di coloro che rinunciando alla grande ideologia, ai grandi orizzonti, cercano di capirsi a partire dalla propria finitudine ed accettano di diminuire le loro pretese, in particolare ogni pretesa di eternità. Nota giustamente il filosofo Natoli in questo suo scritto: “il neo-paganesimo così considerato è costitutivamente non-cristiano, perché privo di speranze e di certezze assolute”. Egli sottolinea come molti oggi sono giunti a questa rassegnazione, a ciò che è provvisorio, incerto, debole, a tutto ciò che è privo di consistenza. Da questa posizione rinunciataria seguono le fedeltà brevi, le promesse fragili, i propositi che durano poco.
Questo è il contesto che caratterizza la nostra cultura. Non siamo più nel clima delle grandi affermazioni epocali, ma in quello della rassegnazione e della provvisorietà. Natoli esprime anche, in maniera molto icastica, il cammino che ha portato il mondo occidentale a questo punto, a partire da quelle che erano le grandi certezze basate sul mistero di Dio. Egli si esprime così: “Se le cose vengono dall’Essere ed in esso si mantengono solo perché Dio le tiene in essere - e questa era la grande affermazione metafisica dell’occidente - nel momento in cui viene meno la certezza di Dio, ogni cosa perde il suo fondamento ed il suo valore. Precipita nel nulla. Orbene, tutto ciò è accaduto davvero. Nello svolgimento della modernità viene progressivamente meno la certezza di Dio e nel progressivo dileguare di tale certezza, il mondo prende sempre più i colori del nulla”. La proposta che segue è quella che oggi è diffusa per sfuggire sia dalla disperazione sia dal possibile delirio d’onnipotenza che derivano da questo senso del nulla: “..l’ideale è accontentarsi del poco e dell’incerto, ogni cosa a suo tempo, nessun impegno totale di vita ha senso”. Leggo ancora le parole di Natoli: “Il pagano di oggi ridimensiona le sue pretese ed è per questo che ritiene plausibile di potersi affidare alle sue sole forze perché conta di poter far poco e da solo, senza chiedere niente a nessuno e niente a qualcosa di più alto”. E scrive ancora: “Il pagano di oggi non ha speranza, qualora per speranza si intenda una speranza radicata nella promessa ed alimentata dalla certezza che quanto è stato promesso accadrà, perché Dio è fedele. Il pagano non possiede tale speranza; nel contempo non sente affatto alcun bisogno di salvezza, casomai sente il bisogno d’aiuto ma di quell’aiuto che sarebbe bene gli uomini si scambiassero tra loro, fatti scaltri e maturi dalla consapevolezza della loro comune fragilità. Non carità ma semplicemente ed assolutamente pietà.” Dunque non più un’etica definitiva, non più speranza, non più carità, ma solamente un pò di compassione gli uni per gli altri e poi vivere come si può, accontentandosi del poco.
Ecco il carattere del nostro contesto contemporaneo: la provvisorietà, come caratteristica di un mondo che ha perduto le grandi ideologie, che ha smarrito l’aggancio al mistero trascendente, che non è più capace di un’etica decisiva dal momento che l’etica equivale a ciò che mi va bene, a ciò che dell’altro corrisponde alle mie attese, che può essere diverso oggi da domani.

3. Quale evangelizzazione per il nostro tempo?

Se questo dunque è il contesto in cui siamo chiamati a vivere e ad esprimere oggi la radicalità evangelica, che cosa vuol dire evangelizzare in questo oggi?
Nella mia ultima lettera pastorale alla diocesi di Milano, dove ho trattato un po’ ampiamente questo tema, ho offerto due suggerimenti su quest’oggi alla mia comunità diocesana che ripeto anche qui a voi.
Il primo è il seguente: dobbiamo prendere coscienza di essere, in un mondo così, una comunità alternativa; cioè una comunità che esprime, in una società caratterizzata da relazioni fragili, deboli, conflittuali, inautentiche, la possibilità di relazioni gratuite fondate sul Vangelo. Mostrare che la fede in Gesù ci permette di vivere relazioni sincere, fedeli, pazienti, perseveranti, perdonanti. Non è neanche un atteggiamento molto difficile, non implica grandi sforzi. Richiede semplicemente di vivere il Vangelo nei rapporti di tutti i giorni con la parrocchia, con la famiglia, con il piccolo gruppo, con le realtà istituzionali, nelle realtà della vita quotidiana, sapendo che sono relazioni fondate sulla fede e sulla grazia. E questo è già un immenso servizio ad un mondo che fa fatica a trovare relazioni solide.
In secondo luogo ad un mondo così debole nei suoi pensieri, nelle sue ideologie, non dobbiamo pretendere forse di offrire subito un pensiero forte, che faccia paura, ma siamo chiamati ad offrirgli l’amicizia e la debolezza della croce. E’ infatti il modo mite ed umile di avvicinarsi di Gesù ciò di cui ha maggiormente bisogno una società dal pensiero e dalle relazioni deboli. Quel modo mite ed umile che è così ben raffigurato nel vostro Volto Santo. Quell’offerta che Gesù fa di sé, della sua debolezza e del suo svuotamento sulla croce. Quelle relazioni amabili ed amichevoli che Gesù mostra per i discepoli di Emmaus che incontra mentre stanno fuggendo, anch’essi vittime del pensiero debole.
E vorrei dire, anche se può sembrar strano, che ho trovato un’intuizione di questo modo di essere della comunità cristiana oggi, di questo modo di vivere la radicalità evangelica - perché è qui che la radicalità evangelica raggiunge il suo culmine - addirittura in un libro del filosofo Gianni Vattimo, di cui hanno parlato più volte i giornali, dal titolo Credere di credere. Debbo dire che l’ho trovato un pò strano perché non mi sarei aspettato che trattasse tali temi. E’ un libro su cui ci sarebbe molto da discutere e su cui discordare, ma c’è una preziosa intuizione, mi pare, da tenere presente. Il filosofo Vattimo, esprimendo una sorta di confessione sincera delle sue debolezze e delle sue sofferenze, racconta com’è giunto a cogliere l’affinità, per lui inaudita, tra la debolezza dell’umanità odierna e lo svuotamento di Dio che si fa vicino al peccatore con amorevolezza e perdono. E qui trova il culmine della radicalità evangelica: la misericordia tenerissima e senza limiti di Dio per l’umanità fragile e peccatrice. Leggo due passaggi del testo che a mio giudizio toccano questo aspetto profondo di verità. Il primo dice così: “La salvezza si sviluppa nella storia, anche attraverso un’interpretazione sempre più vera delle Scritture, sulla linea di quanto accade nel rapporto tra Gesù e l’Antico Testamento. ‘Udiste che vi fu detto, ma io vi dico’, ma soprattutto ‘Non vi chiamo più servi ma amici’; il filo conduttore che Gesù estrae dall’Antico Testamento è il nuovo, il più intenso rapporto di carità tra Dio e l’umanità, ed anche di conseguenza degli uomini tra loro”.
E ancora in un’altra pagina: “Ciò avviene in virtù del rapporto di amicizia che Dio decide d’instaurare con l’uomo, ed è il senso dell’incarnazione di Gesù, è l’essenza della storia di salvezza”. Qui è detto con molto acume: “Il modo amico di presentarsi di Gesù all’uomo, senza pretese, svuotandosi dei suoi privilegi, è quello che molta gente attende così da sentirsi non giudicata, non condannata, non ulteriormente rimproverata, ma capita, incoraggiata, amata,accolta.” Così da comprendere che, in tanto disorientamento, c’è ancora una casa, c’è una comunità alternativa dove è accesa una luce e c’è un focolare pronto per ricevere. La nostalgia di questa casa amica è forte nella nostra società. E possiamo dire come forse mai negli ultimi anni, c’è stata molta attenzione alla Parola, all’agire, ai gesti della Chiesa perché si attende qualcosa di simile. E perciò la nostra comunità cristiana ha il grande compito d’irradiare il Vangelo con quella bontà, umiltà e mansuetudine di Cristo che contempliamo nei misteri della sua vita.
Potremmo dunque concludere questa terza riflessione così: l’amicizia di Gesù e la debolezza della croce sono la vera radicalità del Vangelo e sono il modo con cui proporre oggi la radicalità del Vangelo.

4. Esempi di radicalità evangelica

E vengo ora al quarto momento della nostra riflessione che vorrebbe andare più direttamente agli stili e agli esempi di radicalità evangelica nel nostro tempo. Esistono questi stili di radicalità evangelica? Dove sono?
Non si tratta anzitutto di descrivere questi stili in maniera astratta è importante, al contrario, descriverli soprattutto nel concreto, contemplare cioè quegli stati di vita vissuta secondo il Vangelo che lo Spirito suscita continuamente nella Chiesa anche oggi.
E qui debbo dire che se io guardo alla mia esperienza di ormai sedici anni di vescovo trascorsi nella mia chiesa di Milano, trovo in essa ed attorno ad essa una grande abbondanza e varietà di questi esempi anche soltanto citando le cause di beatificazione promosse o concluse in questi anni.
Ne cito alcune che ci danno per esempio stili di vita laicale impegnata, come la causa di beatificazione di Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica, morto dieci anni fa; quella di Marcello Candia, imprenditore ed amico dei più poveri, morto all’inizio degli anni ottanta; ancora quella di Giorgio La Pira o di Alcide De Gasperi. Abbiamo dunque esempi di vita laicale impegnata nella società, abbiamo esempi di vita familiare esemplare: penso alla beata Gianna Berretta Molla, madre di famiglia e medico; penso ad una causa che abbiamo concluso da poco a Milano, Attilio Giordani, sposo, padre di famiglia, laico di Azione Cattolica. Abbiamo esempi straordinari di vita consacrata: suor Enrichetta Alfieri, suora della Carità, angelo dei detenuti delle carceri di San Vittore. Penso ad esempi di vita presbiterale ed episcopale come Don Carlo Gnocchi, conosciuto un po’ in tutta Italia; il Beato Cardinal Ferrari; il prossimo beato Cardinale Schuster; e poi le figure di Mons. Daniele Comboni e Conforti. Sono esempi di santità che raggiungono il nostro secolo - anzi i primi che ho citato sono vicinissimi a noi, parecchi ne ho conosciuti anch’io e sono ancora viventi molte persone che li hanno conosciuti - che ci dicono che la radicalità del Vangelo è vivibile anche oggi in questi esempi concreti.
Ma noi potremmo dire: ma questi sono cause di beatificazione, sono casi un po’ straordinari. Noi vorremmo avere esempi ancora più numerosi e se possibile più vicini a noi. Ed ecco che mi sorregge qui questa recentissima pubblicazione di un giornalista molto conosciuto, Luigi Accattoli, il quale si è messo a raccogliere di questi “fatti di Vangelo”, così come lui li chiama; e senza sforzo, in poco tempo, guardandosi solo un poco attorno, ne ha raccolti quasi duecentocinquanta. Egli li descrive così: “Racconto duecentoventiquattro fatti di Vangelo di cui sono stati protagonisti i cristiani d’Italia negli ultimi vent’anni. E invito chi legge a collaborare segnalando altre storie che racconterò. Per lo più questi fatti non sono mai arrivati sui media nazionali, eppure sono belli da raccontare. Essi nell’insieme attestano una straordinaria attualità del Vangelo nell’Italia di fine millennio”. E spiega ancora così: “Per fatti di vangelo intendo le testimonianze cristiane più radicali e disinteressate, direttamente ispirate alle Beatitudini e all’esempio di Gesù - quindi la radicalità cristiana - la fede pagata con la vita, ogni forma di misericordia, la povertà scelta o accolta, la sofferenza redenta dalla Grazia, l’amore senza motivo e quello per i nemici, l’accettazione della morte nella speranza della Resurrezione.” E tutto il libro è un inno a questa attualità della radicalità evangelica che egli segnala in una serie nutrita di esempi. Comincia coi martiri del vangelo, della carità, della missione, poi con tutte le forme concrete di vita cristiana che sono possibili oggi: martiri della missione, martiri della carità, martiri della giustizia, madri che danno la vita, il perdono degli uccisori da parte dei parenti, le reazioni all’handicap, anche in ospedale si può essere felici, il santo è colui che acconsente alla morte - e qui anche la figura del vostro Arcivescovo Giuliano Agresti - , il genio della carità, madri e padri di vocazione, il carcere, dalla maledizione della droga e dell’Aids, casi di preghiera pubblica straordinari.
E’ veramente qualche cosa di confortante vedere come questi fatti di vangelo sono anche oggi presenti, e per vederli basta guardarsi attorno. Ritengo che una chiesa locale sia da questo invitata a scegliere tra tanti atteggiamenti evangelici vissuti nel nostro tempo quelli che sono particolarmente vicini alla propria esperienza di chiesa. Ecco come una Chiesa traccia la radicalità evangelica per l’oggi: cercando fatti e persone di vangelo ed ispirandosi ad esse nel descrivere come tradurre oggi il Discorso della montagna.
Dovendo segnalare tra tutti questi atteggiamenti quelli che mi sembrano maggiormente significativi per il nostro tempo ed utili per fondare la radicalità cristiana nell’oggi, ne indicherei due:
Un primo atteggiamento che mi pare molto attuale e necessario lo esprimerei così: fare emergere la gratitudine. E’ una dimensione che oggi è assai rara. Ci si accusa, ci si lamenta gli uni degli altri, si rovesciano le colpe sempre sugli altri, ma pochissimo si ringrazia, mentre di fatto la radice di tutto è riconoscere che Dio è buono, che Dio ci ama ed ha messo tanto bene in questo mondo. Noi dovremmo imparare anzitutto a vivere, come atteggiamento radicale, uno spirito di gratitudine creaturale: “Ti ringrazio Signore di avermi creato”. Uno spirito di gratitudine battesimale: “Ti ringrazio di avermi fatto cristiano”. Uno spirito di gratitudine familiare: “Ti ringrazio Signore per i rapporti da cui sono stato costituito: i genitori, i fratelli, le sorelle, i figli, i parenti”. Uno spirito di gratitudine ecclesiale: “Ti ringrazio Signore per la mia Chiesa, per la mia comunità, per questo fiume di tradizione che mi porta e mi conduce anche quando sono stanco, arido, affaticato; c’è un fiume che spinge più di me e mi porta avanti”. Questa gratitudine apre il cuore e ci rivela quel Dio vicino, amico, benevolo che è appunto la radice del Vangelo. Ci rivela un Dio che non ci schiaccia perché vuole il nostro bene, e lo vuole mediante tanti altri beni che siamo chiamati a riconoscere. Tale atteggiamento di gratitudine è il migliore antidoto contro lo spirito di rivalsa, di vendetta, di accusa, di contrasto, di conflitto, che domina tutte le prime pagine dei giornali ed che ha dominato soprattutto gli ultimi anni della vita della nostra nazione.
Qui dobbiamo mostrare che almeno la comunità cristiana è una realtà che è in grado di riprodurre attorno a sé non solo lo spirito d’accusa, di rivalsa, di malanimo, ma, al contrario, lo spirito di gratitudine evangelica. Quello spirito che faceva dire a Gesù: “Ti ringrazio Padre, perché sempre mi ascolti”.
Come secondo atteggiamento vorrei indicare quello di un “affidamento responsabile”, da intendersi in un duplice senso: anzitutto un affidamento fiducioso nelle mani di Dio, non solo come singoli ma anche come Chiesa. Affidare a Dio noi stessi, il nostro futuro, le vocazioni, il futuro delle comunità, degli istituti religiosi, delle parrocchie, il futuro di ogni attività ecclesiale. Esso è nelle mani di Dio, è Lui che amichevolmente lo compie in noi, e non dobbiamo temere, perché siamo in buone mani. E affidamento, dicevo, responsabile perché il Signore ha messo nelle nostre mani piccoli e grandi tesori di vita e di Chiesa, e di essi , con il Suo aiuto, ci rendiamo responsabili.
Con questo atteggiamento possiamo affrontare l’oggi ed il domani con la coscienza dei grandi doni che abbiamo, con la coscienza di esserne responsabili, ma senza timori, senza ansie, senza panico perché ci abbandoniamo al mistero di un Dio amico dell’uomo, il quale ha detto: “ Pregate il padrone della messe affinché mandi operai nella sua messe”. Perché è Lui il padrone, è Lui che manderà gli operai e che provvederà all’insieme della sua Chiesa. E tanto più ci affidiamo al Signore con gratitudine e con gioia, tanto più sperimentiamo la serenità, la fiducia e diventiamo capaci di diffondere pace intorno a noi. Solo così saremo un’attrazione vera per coloro che cercano la verità.
Questo spirito di gratitudine e di affidamento è anche lo spirito di Maria, “L’anima mia magnifica il Signore”- ecco lo spirito di gratitudine - “perché ha fatto in me grandi cose” - ecco lo spirito di affidamento. E’ quello spirito di gratitudine e di affidamento che io ho contemplato negli Arcivescovi già ricordati: Monsignor Bartoletti e Monsignor Agresti, nella loro vita e nella loro morte.
E mi piace concludere ricordando un fatto che mi ha colpito proprio leggendolo in questo libro di Luigi Accattoli che ho appena citato. Egli descrive anzitutto gli ultimi giorni della vita di Monsignor Giuliano Agresti, in quel tempo che lui chiamò “tempo ricco e benedetto” della sua malattia, nella sua lettera del 25 maggio 1990 e sarebbe morto il 17 settembre di quell’anno. Ma vi aggiunge un altro fatto che mi riguarda e che quindi ho letto qui con sorpresa. Dice che il 5 dicembre seguente moriva un giovane il quale pochi giorni prima aveva scritto una lettera all’Arcivescovo di Milano, una lettera che io mi ricordo appunto di aver ricevuto, che diceva così:
“Sono nato anagraficamente il 22 settembre 1972 ma cristianamente circa il 14 settembre 1990. Il 14 di settembre, infatti, andai a trovare il nostro vescovo Giuliano Agresti, che doveva morire proprio tre giorni dopo. La sofferenza di quell’uomo mi toccò profondamente tanto che me ne innamorai”. E cita le parole del vescovo che gli disse così: “Quando il vescovo più soffre, tutta la Chiesa viene misteriosamente promossa”. E continua nella lettera scritta a me: “ Cominciai a camminare, divenendo parte attiva nel gruppo dopo cresima nel quale sono inserito. Per grazia di Dio ho potuto sperimentare il Suo amore, manifestatosi sotto varie forme nel suo corpo, nell’incontro con delle persone stupende, nella preghiera. Anche se ho capito che la mia vocazione è quella di essere uomo della pace e della gioia, non ho ancora capito qual è la mia vocazione specifica all’interno della Chiesa”. E qui ho trovato la mia risposta a questa lettera che io non avevo conservato, non ricordavo, ma che si vede la famiglia ha conservato ed ha mostrato al giornalista che ha scritto il libro. Invitavo questo giovane a riflettere, magari con l’aiuto di un sacerdote, “per capire il progetto che Dio ha sulla tua vita, perché questo progetto è più importante di tutto quello che tu puoi fare di buono e di grande”. E ciò che non sapevo, che appresi da qui, è che questo giovane morì qualche mese dopo raggiungendo il vescovo Agresti.
Ecco, io credo che una Chiesa che ha questi esempi straordinari, veramente può affidarsi al progetto di Dio. E’ Lui che opera oggi la santità, è Lui che opera la radicalità cristiana.

(Testo trascritto da registrazione e non rivisto dall’autore)